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PIANO DELLE AREE – Una posizione chiara a tutela dei nostri territori

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di Nicola Manfredelli

Il Piano delle Aree è innanzitutto un fattore di coesione sociale e territoriale che mette mano agli squilibri non più accettabili tra cittadini e amministrazioni pubbliche. A MO! – Unione Mediterranea sta molto a cuore il ripristino di un provvedimento che va nella direzione di individuare nei territori la sovranità decisionale sull’uso delle risorse e sulla salvaguardia dell’ambiente.

D’altronde non si chiede nulla di straordinario ma soltanto di dare attuazione a uno degli orientamenti più importanti dell’UE (purtroppo solo in minima parte preso in considerazione) che è il Principio della sussidiarietà, non solo quella verticale, che quasi sempre è a prevalenza centralistica, ma soprattutto quella orizzontale, che assegna voce in capitolo alle popolazioni locali.

Nelle regioni meridionali in particolare lo strumento del Piano delle Aree assume una valenza di notevole rilievo poiché siamo in presenza di una situazione di rischio ambientale non più sostenibile, denunciata dal nostro movimento con una PETIZIONE presentata al Parlamento Europeo, con la quale, ai sensi dell’art. 44 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE abbiamo chiesto l’istituzione di una Commissione Speciale per verificare il rispetto di tali Diritti Fondamentali nelle regioni del SUD. Sono note le vicende della Terra dei Fuochi in Campania, così come quelle delle violazioni in tante altre zone del Sud. Non ultime le violazioni in materia di concessione delle licenze offshore in Calabria e quelle che riguardano le ipotesi di disastro ambientale nei territori della Lucania dove l’impatto delle attività petrolifere sta compromettendo le risorse naturali di vaste zone.

Per tutelare i nostri territori si rende necessario introdurre strumenti normativi, regolamentari, programmatori, in grado di scongiurare ulteriori interventi che potrebbero procurare danni irreversibili. Considerato che in aggiunta alla già rilevante attività estrattiva dell’Eni e della Total, che riguarda all’incirca il 20% dell’intero territorio regionale su cui si estraggono oltre 100.000 barili al giorno di petrolio, sono in essere ulteriori richieste di autorizzazione di pozzi petroliferi da parte della Shell nell’area del Potentino. In Basilicata è in corso un’azione del consiglio regionale per concordare con le altre regioni l’approvazione di un testo di legge che possa essere presentato al Parlamento su proposta dei Consigli regionali per reintrodurre il Piano delle Aree, che nell’immediato può rappresentare un utile strumento per superare lo stato di confusione che si è determinato e le preoccupazioni circa un quadro autorizzativo che lascia campo aperto a qualsiasi intervento a forte impatto sull’ambiente.

Più in generale le azioni di sfruttamento eterodirette sul territorio si scontrano (specialmente a sud) col diritto all’autodeterminazione di chi quei territori li vive. Troppo spesso si è sacrificato un patrimonio paesaggistico, naturalistico e culturale nel nome di un presunto sviluppo che pure non ha lasciato ricchezza là dove questi processi di sfruttamento hanno avuto luogo.

NIMBY – Not In My Backyard (non nel mio giardino). Se n’è parlato anche durante il referendum del 17 aprile. L’accusa di particolarismo serve solo ad attaccare e delegittimare chi si oppone alle trivelle, togliendo peso invece alle istanze propositive di cui il piano delle aree fa parte a pieno titolo.

Tuttavia MO! – Unione Mediterranea fa presente che oltre al ripristino del Piano della Aree si rende necessario introdurre nella normativa anche strumenti di Partecipazione attiva dei cittadini prevedendo, almeno per le attività maggiormente sensibili per l’ambiente e la salute delle popolazioni, di introdurre forme obbligatorie di iniziative pubbliche, sia informative (Conferenze semestrali sullo stato dell’Ambiente) che consultive (Parere Popolare tramite consultazione dei cittadini residenti) in modo da restituire alle comunità locali la sovranità degli orientamenti sugli interventi che incidono sulla conservazione e sulla tutela dell’ambiente in cui vivono”.

Il solito vecchio vizio

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Il solito vecchio vizio. E’ una delle locuzioni che campeggia sulla prima pagina di un noto quotidiano “nazionale”.

Libero, il giornaletto diretto da Vittorio Feltri, titola a nove colonne usando la peggiore retorica neolombrosiana. Dispiace, nel 2017, leggere che qualcuno vive ancora di stereotipi gretti ed insulsi. Ma conosciamo il nostro pollo. Feltri è un poveraccio che campa di sovvenzioni statali, frustrato dall’insostenibile confronto con la nobile scuola giornalistica che lo ha preceduto, e che lui scimmiotta indebitamente da anni. Capiamo che vendere qualche copia in più, nello stato psicologico in cui si trova il buon Vittorio possa rappresentare un toccasana, e quindi paternamente comprendiamo.

Ma dato che la presente genialata ci costringe, nostro malgrado, ad occuparci di questa “scorreggia di pulce”, lasciateci fare qualche considerazione in merito. Vogliamo parlare anche noi del “solito vecchio vizio”. Ma di quale vizio vogliamo parlare?

Semplice. Parliamo del vizio tutto itaGliano di fare finta che certi fenomeni siano rintracciabili esclusivamente a determinate latitudini. Latitudini, beninteso, parecchio distanti da quelle della “capitale morale” dove ha – casualmente – sede il fogliaccio in questione. Parliamo naturalmente della Milano di Belsito, di Expo 2015, di Formigoni e del padrone di Vittorio Feltri, il non proprio limpidissimo ex-Cavalier Silvio Berlusconi.

Il vizio di alimentare pregiudizi ridicoli adottando semplificazioni talmente sgangherate da rasentare la dabbenaggine. Per rendersene conto basta leggere l’articoletto propinatoci e fare un po’ di fact checking. Si parla, infatti, di assenteismo come se Napoli fosse la capitale mondiale del dipendente vacanziero. Eppure l’Inps smentisce categoricamente questa fantasiosa distribuzione geografica. Per inciso, la realtà vede il Nord-Ovest in testa e comunque la Lombardia precedere la Campania. Si passa poi ai dipendenti pubblici. Ne avrebbe di più la Campania rispetto alla Lombardia. I poverini di Libero si dimenano come tonni nel tentativo di far sembrare Napoli un parcheggio per fancazzisti mantenuti a spese nostre. Eppure si dimenticano, nella loro attentissima analisi, di riportare i criteri del confronto. I paladini dell’efficienza meneghina prendono la percentuale di dipendenti pubblici rispetto al totale dei lavoratori e confrontano i valori delle due regioni. Queste volpi della statistica teleguidata ignorano (non sappiamo quanto volutamente) che limitarsi al brutale risultato aritmetico esclude – da quello che dovrebbe essere un ragionamento serio – la considerazione secondo la quale al meridione il lavoro privato scarseggia e che quindi la percentuale dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati è destinata ad essere più alta a Sud, dove c’è minore occupazione. Cornuti e mazziati, in pratica.

Ma di cosa ci stupiamo? Il vizio di stuprare la statistica per favorire il Nord è effettivamente vecchio. Si vedano i funambolismi escogitati in merito al federalismo fiscale di marca Leghista.

Così come è vecchio (anche se non vecchissimo) il vizio di scambiare le bobine da ciclostile per un grossi rotoloni di carta igienica sui quali sprecare inchiostro, mentre gente del calibro di Montanelli si rivolta nella tomba. E’ disgustoso rilevare come, grazie alla pochezza ed alla bassezza di Vittorio Feltri e della sua redazione, una polemica che origina in ambito calcistico (e della quale non ci degniamo neanche di curarci), sia riuscita a trasformarsi nell’ennesima porcheria all’italiana. Il disprezzo stupido e mai sopito – anche se dissimulato ad usi elettorali – nei confronti dei “fratelli d’italia di serie B” quali noi Meridionali siamo considerati è vivo e vegeto e lo dimostra questa squallida intemerata colma di inesattezze e dal taglio politico criminale.

MO! – Unione Mediterranea è già da anni titolare di una querela nei confronti del giornalino in questione. Pietro Senaldi, in un editoriale del 5 settembre del 2014, si era prodotto in una serie di scemenze che sono state ritenute, su segnalazione del nostro movimento, degne dell’attenzione degli inquirenti. Il procedimento è tuttora in corso.

Ebbene, abbiamo detto che comprendiamo ma – a tutela dei Nostri Interessi – pensiamo che sia ora di ripetere l’esperienza e di querelare nuovamente questo bugiardino da lassativi che qualcuno si ostina ancora a chiamare, indebitamente, “giornale”.

Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale di MO! – Unione Mediterranea

#NOTRIV – MO! – Unione Mediterranea alla Camera dei Deputati

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La proposta di legge per la reintroduzione del Piano Aree è ormai in fase di pieno decollo. Il coordinamento delle sigle coinvolte nello studio e nella promozione di tale disegno di legge ha indetto una conferenza stampa a palazzo Montecitorio, presso la Camera dei Deputati, per illustrarne i contenuti.

Il nostro segretario, Pierluigi Peperoni, relazionerà in rappresentanza di MO! – Unione Mediterranea. La nostra voce si fa sentire chiaramente nelle sedi preposte. MO! – Unione Mediterranea non cederà di un passo in merito alla difesa del territorio, sposando e proponendo con totale convinzione iniziative di questo tipo e portando le ragioni della nostra terra su tutti i campi di battaglia possibili.

La conferenza stampa si terrà alle ore 16.00 e vedrà anche l’intervento di Roberta Radich (Coordinamento Nazionale No Triv), Marica Di Pierri (A SUD), Enzo Di Salvatore (costituzionalista), Paolo Carsetti (Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua Pubblica), Bengasi Battisti (Associazione “Comuni Virtuosi”), Maurizio Marcelli (Fiom-Cgil), Samuele Segoni (Alternativa Libera), Marco Baldassarre (Alternativa Libera), Pippo Civati (Possibile), Annalisa Corrado (Green Italia), Alfonso Pecoraro Scanio (Fondazione UniVerde), Nicola Stumpo (PD), Stefano Fassina (SI), Serena Pellegrino (SI), Gianni Melilla (SI), Rosa Rinaldi (PRC), Maurizio Acerbo (PRC).

Unione Mediterranea sottoscrive l’appello del Coordinamento nazionale NO TRIV per il ripristino del piano delle aree

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L’abrogazione di uno strumento di salvaguardia così importante costituisce l’ennesimo scippo ai nostri danni. Abolito (senza praticamente aver mai visto la luce) dalla legge di stabilità 2016 del governo Renzi il Piano deve essere reintrodotto a tutela del patrimonio ambientale Italiano e – soprattutto – Meridionale.

MO! Unione Mediterranea crede fermamente nello sfruttamento sostenibile delle risorse del territorio, ma gli enti privati operanti nel settore obbediscono esclusivamente a logiche di mercato, spesso proponendo piani industriali che sacrificano la tutela ambientale in favore della massimizzazione del profitto.

I governi Italiani non si sono mai fatti troppi problemi a favorire questa inclinazione, specialmente quando si tratta dei territori “della colonia”. La Val D’Agri è un chiaro esempio di come vanno le cose nel “bel paese”.

Il Piano Aree è uno strumento fondamentale in difesa dei nostri territori; il giusto contrappeso alle sciagure dello Sblocca Italia; un’arma per obbligare lo stato italiano a fare – ogni tanto – gli interessi di tutti, e non solo della parte “più forte”.

E ci è stato sottratto!

 

Clicca qui per scaricare l’appello in formato PDF.

La Regione Calabria cambia idea. Trivelle nello Jonio? Si può fare

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Il Presidente Oliverio e l’Assessore all’Ambiente Rizzo non si sono ancora pronunciati sull’unico rimedio possibile per scongiurare l’arrivo delle trivelle nel Mar Jonio al largo di Crotone e Catanzaro: il ricorso al Tar Lazio contro i due decreti del Ministero dello Sviluppo Economico del 15 dicembre 2016 che autorizzano la compagnia Global Med a cercare gas e petrolio nel mare che fu di Ulisse, Pitagora, Cassiodoro e Campanella, in un’area vasta 1.500 kmq..

Per Oliverio e Rizzo il Referendum No Triv, richiesto dalle Assemblee di dieci Regioni tra cui la Calabria, sembra aver perso ogni significato politico e così anche il voto di oltre 382.000 cittadini calabresi che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare.

“Ai cannoni ad aria compressa della Global Med la Regione Calabria ha finora risposto con le lettere dell’Assessore all’Ambiente al Ministro Franceschini – dichiara Tiziana Medici, del Coordinamento Nazionale No Triv – Ai decreti del Ministero del Sottosegretario Gentile si risponde con atti amministrativi e ricorsi, non con le lettere”.

“In questa vicenda la Regione Calabria ha molto da farsi perdonare: nel corso del procedimento della Valutazione di Impatto Ambientale avviato nel dicembre 2014 e conclusosi nel 2016, non ha presentato alcuna osservazione contro i progetti petroliferi della Global Med”, precisa l’Avv. Francesco Tassone, Presidente di M.O. Unione Mediterranea, che rincara la dose: “Per il New York Times la Calabria è tra le prime 50 mete turistiche al mondo che tutti dovrebbero visitare; le trivelle minacciano questo importante primato e la Regione lascia fare ai nuovi colonizzatori”.

Eppure il 4 dicembre la larga maggioranza degli italiani (ed anche dei calabresi, quindi) ha votato contro la riforma costituzionale ribadendo così che le Regioni e gli enti locali devono essere protagonisti delle scelte che interessando il governo del territorio, l’ambiente e l’energia.

“Di questo la Regione Calabria deve tener conto. Inizi dunque con il ricorso al Tar Lazio e prosegua esercitando pressioni sul Governo per arrestare la corsa al gas ed al petrolio nel Mediterraneo e sulla terraferma”, chiosano all’unisono Medici e Tassone.

Roma, 30 gennaio 2017

 

Francesco Tassone

Presidente MO Unione Mediterranea

 

Tiziana Medici

Portavoce Coordinamento Nazionale No Triv

Corte Costituzionale: Italicum modificato. Cosa cambia per il sud.

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La Corte Costituzionale ha emesso il verdetto a proposito dell’Italicum. Vediamo cosa cambia rispetto al disegno originale con le modifiche proposte, in particolare per il sud.

Quello che non piace

Partiamo da una retrospettiva: nelle umilianti elezioni del 2013 in tutto il Sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il principale partito italiano (PD) ha imposto ai meridionali dei capilista non espressione del territorio (Guglielmo Epifani in Campania 1, Enrico Letta in Campania 2, Rosi Bindi in Calabria, Angela Finocchiaro in Puglia e così via). Una possibilità consentita dalla legge elettorale dell’epoca, chiamata non a caso Porcellum, cancellata dalla Corte costituzionale il 4 dicembre 2013, ma riproposta nella parte che indica 100 “capilista bloccati” nell’Italicum approvato il 4 maggio 2015.

Con il nuovo Italicum i capilista bloccati verranno comunque riproposti. Inoltre non è stato intaccato il principio della candidatura multipla fino a un massimo di 10 collegi. Questo vuol dire che un candidato potrà essere proposto come capolista in 10 collegi e le preferenze espresse dagli elettori verrebbero conteggiate soltanto nel caso in cui il partito votato riuscisse a eleggere più di una persona. In caso contrario le preferenze espresse dagli elettori saranno semplicemente inutili.

Quello che al momento non sembra né dannoso, né positivo

L’eliminazione del ballottaggio rende, di fatto, il nuovo Italicum un sistema proporzionale puro dove il premio di maggioranza scatta soltanto nel caso in cui un partito superi il 40%. La nota positiva è che si risparmiano i soldi della macchina elettorale per il secondo turno, quella negativa è che resta il rischio di ingovernabilità nel caso in cui ci fosse sostanziale parità tra due o più partiti.

Quello che sembra positivo per il sud

Il ritorno a 100 collegi (+1 estero) favorisce il radicamento territoriale coi candidati. Ogni partito dovrà infatti esprimere una minilista di 6 candidati alla Camera per ciascun collegio; i collegi saranno composti da circa 600000 persone che potranno quindi esprimere delle preferenze più consapevoli, valutando correttamente la storia dei candidati.

 

Crotone e Catanzaro: 1.500 kmq di mare concessi a Global Med per cercare gas e petrolio. Istituzioni ferme al palo.

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MO UNIONE MEDITERRANEA: “ATTACCO ALLA CALABRIA. SUBITO RICORSO Al TAR”

COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV: “IMMOBILISMO E’ COMPLICITA’. GLI ITALIANI NON VOGLIONO LE TRIVELLE”

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha rilasciato a favore della società petrolifera statunitense GLOBAL MED LLC due nuovi permessi per la ricerca di idrocarburi, gas e petrolio nel mar Jonio, denominati rispettivamente «F.R 41.GM» ed «F.R 42.GM». È un lungo e largo tratto di costa ionica oggetto delle attenzioni dei mercanti dell’oro nero che, ricade nella giurisdizione delle province di Catanzaro e Crotone, aree contigue, pari rispettivamente a 748,6 kmq e 748,4 kmq, per un totale di 1.497 kmq.

A questi due permessi se ne aggiungerà a breve un terzo, più a sud, sempre in favore della compagnia GLOBAL MED LLC; così, i kmq di natura, messi a disposizione per un interesse reali di pochi e uno utopistico, apparente delle comunità locali, diverranno 2.200, 3.000 volte la superficie del terreno di gioco dell’“Ezio Scida” di Crotone o del “Nicola Ceravolo” di Catanzaro. Anche le sole, attività di ricerca avranno effetti negativi sia sull’ambiente marino, per l’impiego della tecnica dell’air-gun e sia sulla gracile e indifesa economia della costa jonica: si pensi soprattutto alla pesca ed al turismo.

“Questo ulteriore attacco terroristico, perpetrato ai danni della natura calabrese” afferma
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea, Massimo Mastruzzo“ si inquadra in una volontà costituita di mantenere in uno stato di arretratezza e sottomissione certi territori, oltre che rendere duratura ed inesorabile la colonizzazione, può essere fermato entro la fine di febbraio.

É necessario, per il futuro delle nuove generazioni che, almeno le amministrazioni comunali e i sindaci dei Comuni bagnati dallo Jonio, da Soverato a Crucoli, i Consigli Provinciali  di Catanzaro e Crotone e la Regione Calabria, anche disgiuntamente, deliberino allo scopo di costituirsi in giudizio innanzi al TAR Lazio entro fine febbraio. I motivi non mancano, visti alcuni vizi di legittimità degli atti, prontamente riscontrati da alcuni esperti in materia”.

Gli Enti interessati sono a conoscenza della necessità di agire in fretta visto che i decreti del Ministero dello Sviluppo Economico sono stati pubblicati sul Bollettino Ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse – Anno LX N. 12, del 31 Dicembre 2016. Anzi, sapevano da tempo che i permessi sarebbero stati rilasciati dopo l’esito delle due Conferenze di Servizi svoltesi il 7 novembre 2016.

Tra gli enti territoriali interessati soltanto la Provincia di Crotone ed il Comune di Crucoli, presentando osservazioni, tentarono di opporsi al rilascio dei decreti di compatibilità ambientale per i due permessi di ricerca da parte dei Ministeri dell’Ambiente e del Turismo.

“Adesso è necessario costituirsi al TAR Lazio per far valere le ragioni della natura e gli interessi delle comunità locali” – dichiara Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – Chi tace acconsente, recita il vecchio adagio. In questo caso diventa anche complice.

Deve essere rispettata la volontà di tutti i cittadini che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare. Gli italiani non vogliono che il futuro del Mediterraneo sia all’insegna del nero-petrolio e non sono più disposti a tollerare l’immobilismo delle istituzioni”.

 

Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

 

Gagliano Enrico

Coordinamento Nazionale No-Triv

 

Roma, 23 gennaio 2016

Lettera aperta al ministro Galletti e ai suoi valenti consiglieri

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La questione meridionale in quella ambientale

Vede Sig. Ministro, si potrebbe licenziare la partita, rispetto alle sue brillanti dichiarazioni del 19 gennaio sul super uomo al comando che possa e sia in grado di gestire la questione ambientale meridionale, dicendo che è l’ennesimo e fastidioso esercizio per mantenere lo stato di colonizzazione nei nostri territori. Intanto esiste una questione ambientale italiana. Perché se fosse vero ciò che lei vorrebbe far credere, al di sopra di Napoli, tutti i comportamenti antropici hanno impatto zero: le attività produttive hanno una bassa impronta ecologica e via di questo passo. Ciò purtroppo non solo non risulta vero; non a caso Laura Conti e Alexander Langer non erano di Catanzaro, ma se fosse solo una cosa di casa nostra non sarebbe un problema della nazione. I milioni di euro che servirebbero per pagare un super uomo “commissario” si potrebbero usare subito per assumere paladini e protettori dell’ambiente, possibilmente con compiti e funzioni chiare e reali. Evitiamo i LEPTA (livelli essenziali di protezione ambientale) che sono dichiarazioni di intenti, belle parole come d’altronde lo sono i LEA / livelli essenziali nella Sanità; belle parole e poco altro. A sud mancano ospedali e personale. È un problema di numeri e professionalità. Se non assumi persone che si dedichino all’impatto ambientale prima dopo e durante le attività umane, dal commercio all’industria, non c’è società in housing che tiene. Gli enti di controllo territoriali che si occupano di ambiente non hanno ne’ mezzi ne’ risorse. Inoltre, quelli che ci sono, sono mal pagati e in numero ridotto rispetto alle attività ordinarie e inadeguati per lo straordinario, come per esempio le bonifiche di siti industriali. Sulle emergenze più importanti come Bagnoli, Taranto, Crotone è necessario assumere personale dedicato e far pagare a chi per anni ha inquinato senza timore e senza riguardo. Le grandi bonifiche tra l’altro seguono iter centralizzati già da tempo e i cantieri non partano non certo per gli enti locali ma per la lentezza ministeriale a cui lei dovrebbe sovraintendere.
Ci sono cose egregie che si fanno in Italia meridionale da tempo, e che bisogna rafforzare, come le autorizzazione integrali ambientali. E’ necessario abolire il CONAI e che i proventi diretti della raccolta differenziata siano dei comuni e non dei mercanti delle materie prime. Ministro lei è un po confuso. Non è un problema di gestione delle risorse, ma semplicemente mancano le risorse. Si potrebbe dire meno armamenti e più operatori ambientali che controllino prima dopo o durante.

Mezzogiorno: prospettive e sviluppo posticipate al 2020

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Lo scorso 10 Dicembre, in un articolo di Andrea Del Monaco pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’esperto di Fondi Europei ha denunciato l’ultimo schiaffo italico alle prospettive del Sud: la manovra 2017, colpo di coda renziano, ha deciso la ripartizione dei 46 miliardi di investimenti previsti per il periodo 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione.
Il Fondo di sviluppo e coesione, così denominato nel 2011, è finalizzato a dare unità programmatica e finanziaria all’insieme degli interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale, che sono rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese. Una nobile intenzione, come forse era quella del governo Letta che, nel 2014, aveva destinato l’80% del fondo al Mezzogiorno.
Cosa ha stabilito la manovra? I miliardi del fondo sono stati ripartiti in modo da rimandare l’investimento di più del 75% del Fondo al 2020. Più precisamente è stato disposto che, in termini di cassa, le autorizzazioni di spesa saranno pari a 2,6 miliardi per il 2017, a 3,5 miliardi per il 2018 e a 3,8 miliardi per il 2019. Il resto, più di 35 miliardi, è stato lasciato ai “posteri”, coloro che disporranno del Fondo tra quattro anni.
Nessun taglio al Fondo, e allora che c’è di male?
C’è di male che al Mezzogiorno sono numerose le opere infrastrutturali che rimarranno quantomeno incomplete nei prossimi anni. Nell’articolo emerge che la posticipazione degli investimenti implica “che non ci sono i soldi per concludere le dorsali ferroviarie Napoli- Bari- Lecce- Taranto, Salerno- Reggio- Calabra, Messina- Catania- Palermo, oppure l’autostrada Sassari Ogliastra”.
Del Monaco imputa tanta scelleratezza all’austerità della cancelliera Merkel e al suo Ministro dell’economia, Schauble, i quali avrebbero imposto di azzerare il deficit strutturale di bilancio nel 2019 ma, che la colpa sia di Renzi o dei diktat, ciò che rimane al Mezzogiorno è una condizione di sottosviluppo infrastrutturale imperdonabile. Mentre al centro-nord crescono i treni ad alta velocità, a Sud si subisce giorno per giorno un vistoso calo dell’offerta: non solo l’alta velocità resta un miraggio, ma negli ultimi sei anni regionali e intercity hanno visto una riduzione dei servizi del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi.
Com’è possibile immaginare sviluppo dove un turista, uno studente o un prodotto impiegano il triplo per spostarsi rispetto a un nord Italia ben collegato, o rispetto a un’Europa dotata di corridoi ferroviari velocissimi e treni merci lunghi due o anche tre volte tanto? E se anche il debito fosse zero, cosa investirebbe il governo per creare opportunità a Sud?
Era meno di un anno fa che il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, dichiarava di voler “recuperare il ritardo di decenni per le infrastrutture al Sud”, sempre omettendo che allo sviluppo ferroviario del Mezzogiorno sarebbe stato destinato solo l’ 1,2 % degli stanziamenti dello Sblocca Italia e della legge di Stabilità.
I rapporti Svimez, l’atteso (e disatteso) proposito di un Masterplan per il Sud, l’orribile scontro fra treni sul binario unico del luglio scorso, con le sue 23 vittime, le opportunità offerte dalla rinnovata centralità del Mediterraneo nelle rotte commerciali intercontentali: nulla sembra essere abbastanza convincente da incoraggiare gli investimenti a Sud.
Eppure forse c’è speranza: due meridionali su tre hanno votato NO al referendum, segno inequivocabile che la classe dirigente non gode più della fiducia del Mezzogiorno, e forse sta perdendo un treno che non passerà mai più.

Dossier Pendolaria 2016

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di Salvatore Merolla

In attesa del Rapporto Pendolaria 2016, che sarà presentato a gennaio, Legambiente anticipa un dossier in cui mostra le 10 peggiori linee ferroviarie per i pendolari italiani. Dai primi dati presentati arriva la conferma che per il trasporto su ferro, come praticamente per ogni servizio fornito in questo paese, se c’è un Nord messo male, ci sarà un Sud messo peggio. Il perchè è semplice, gli investimenti degli ultimi anni sono stati destinati quasi esclusivamente al potenziamento delle linee ad alta velocità… e di queste linee il meridione di certo non abbonda (per usare un eufemismo). La totale assenza di una strategia di potenziamento non può che portare a una differenza di offerta sempre maggiore tra la rete AV e quella ordinaria; ed è così che mentre sulla linea alta velocità Roma-Milano l’incremento di offerta dal 2007 è stata del 276%, regionali e intercity vedono tagli sui trasferimenti che hanno causato una riduzione dei servizi dal 2010 del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi. Ogni giorno lavoratori e studenti sono costretti a subire gli effetti di questi tagli: diminuzione delle corse, aumento dei tempi di percorrenza, degrado dei treni e delle stazioni; disservizi che, sebbene presenti in tutto il territorio italiano, insistono maggiormente nelle regioni meridionali creando una forte disomogeneità che dovrebbe essere contrastata con interventi massicci da parte dello Stato.

Emblematico l’incidente del 12 luglio 2016, il drammatico scontro fra treni su una linea a binario unico tra Andria e Corato, che evidenziò ancora una volta la diversa situazione delle linee regionali nel paese, anche in termini di sicurezza. Proprio la regione pugliese piazza una linea all’ottava posizione tra le 10 peggiori: la Bari-Martina Franca-Taranto, 112 km quasi tutti a binario singolo (e un’imbarazzante velocità media di appena 41 km/h) per una linea che secondo la Regione Puglia dovrebbe servire 700 mila utenti tra pendolari e turisti.

Osservando le tabelle di Legambiente salta subito all’occhio la differenza tra regioni come Lombardia e Sicilia: la prima vanta 2300 corse al giorno per 10 milioni di abitanti; la seconda, nonostante di abitanti ne abbia 5 milioni, arriva a malapena a 429 corse giornaliere. Nel dossier la situazione siciliana viene definita testualmente “indegna di un paese civile che fa parte dell’Unione Europea”. La Sicilia sfiora il podio piazzando al quarto posto la Messina-Catania-Siracusa, linea che ha visto negli ultimi 15 anni una diminuzione dei treni del 41% e un abbassamento drastico della velocità media.

Medaglia di bronzo per la linea jonica che collega Reggio Calabria a Taranto. In questo caso “collega” è un parolone, parliamo di 4 corse giornaliere (di cui 1 sola diretta, con oltre 7 ore di viaggio), la più veloce impiega 6 ore e 15 minuti con 3 cambi (l’ultimo addirittura in pullman). Una linea disastrata, a binario unico e non elettrificata, che dal 2010 ha subito ulteriori tagli con la cancellazione di 2 intercity, 4 intercity notte, 5 treni espresso, 7 treni espresso cuccetta, 2 treni interregionali.

Sfiora il triste primato, superata solo dalla Roma-Ostia Lido, la Circumvesuviana. La rete ferroviaria, che si estende per 142 km distribuiti su 6 linee e 96 stazioni, fa parte del gruppo EAV e viene definita da Legambiente “la vergogna della mobilità in Campania”. I pendolari che si servono della Circumvesuviana devono fare i conti con i ritardi quotidiani, le corse soppresse (a centinaia in un anno), il degrado di treni e stazioni, la scarsa sicurezza. Negli ultimi anni il numero di treni a disposizione è sceso da 94 a 56, le corse da 500 al giorno a quasi la metà. Quasi identica la situazione delle altre linee gestite da EAV… e stiamo parlando di linee che servono un’area metropolitana di 3,5 milioni di abitanti! Ovviamente il calo di passeggeri dopo anni di disservizi non è tardato ad arrivare, i numeri dal 2010 ad oggi sono impietosi: da 40 a 27 milioni per la Circumvesuviana, da 20 a 11 milioni per Circumflegrea e Cumana, da 67 a 40 milioni per MetroCampania Nordest. L’altra linea del gruppo, l’Alifana, vede ormai l’utilizzo di solo 8 treni diesel, sostituiti nei festivi dal servizio bus.

Altro capitolo nero è quello dell’età dei treni. L’età media in Italia è 17,2 anni, migliorata rispetto allo scorso anno (18,6) solo perchè alcune regioni (come Lombardia, Toscana e Veneto… chi se lo può permettere insomma) hanno rinnovato il parco rotabile. Le prime 4 regioni nella mortificante classifica dei treni più obsoleti sono Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Calabria, con un’età media che oscilla dai 22 ai 24 anni. Parliamo di treni dove manca il riscaldamento in inverno e l’aria condizionata d’estate, dove i servizi igienici lasciano a desiderare e la parola comfort diventa pura utopia. L’innalzamento dell’età media dei convogli ha portato anche a un sensibile rallentamento su alcune linee che, come nel caso della Siracusa-Gela, ha riportato i tempi di percorrenza a quelli di 20 anni fa!

Il dossier si chiude marcando bene la situazione del meridione, non occorre aggiungere altro a queste parole:
“Si tratta di un’Italia a due velocità: il successo dei Frecciarossa da una parte e i tagli a intercity e treni regionali dall’altra con una forte emergenza al Sud. In Italia aumentano le persone che viaggiano in treno, ma con dinamiche molto diferenti da Nord a Sud. Un Paese dunque con sempre più treni di serie A e B, dove si evidenzia in alcune città una vera e propria emergenza per i pendolari, mentre al sud come una grande questione nazionale”.

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