Mezzogiorno: prospettive e sviluppo posticipate al 2020

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Lo scorso 10 Dicembre, in un articolo di Andrea Del Monaco pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’esperto di Fondi Europei ha denunciato l’ultimo schiaffo italico alle prospettive del Sud: la manovra 2017, colpo di coda renziano, ha deciso la ripartizione dei 46 miliardi di investimenti previsti per il periodo 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione.
Il Fondo di sviluppo e coesione, così denominato nel 2011, è finalizzato a dare unità programmatica e finanziaria all’insieme degli interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale, che sono rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese. Una nobile intenzione, come forse era quella del governo Letta che, nel 2014, aveva destinato l’80% del fondo al Mezzogiorno.
Cosa ha stabilito la manovra? I miliardi del fondo sono stati ripartiti in modo da rimandare l’investimento di più del 75% del Fondo al 2020. Più precisamente è stato disposto che, in termini di cassa, le autorizzazioni di spesa saranno pari a 2,6 miliardi per il 2017, a 3,5 miliardi per il 2018 e a 3,8 miliardi per il 2019. Il resto, più di 35 miliardi, è stato lasciato ai “posteri”, coloro che disporranno del Fondo tra quattro anni.
Nessun taglio al Fondo, e allora che c’è di male?
C’è di male che al Mezzogiorno sono numerose le opere infrastrutturali che rimarranno quantomeno incomplete nei prossimi anni. Nell’articolo emerge che la posticipazione degli investimenti implica “che non ci sono i soldi per concludere le dorsali ferroviarie Napoli- Bari- Lecce- Taranto, Salerno- Reggio- Calabra, Messina- Catania- Palermo, oppure l’autostrada Sassari Ogliastra”.
Del Monaco imputa tanta scelleratezza all’austerità della cancelliera Merkel e al suo Ministro dell’economia, Schauble, i quali avrebbero imposto di azzerare il deficit strutturale di bilancio nel 2019 ma, che la colpa sia di Renzi o dei diktat, ciò che rimane al Mezzogiorno è una condizione di sottosviluppo infrastrutturale imperdonabile. Mentre al centro-nord crescono i treni ad alta velocità, a Sud si subisce giorno per giorno un vistoso calo dell’offerta: non solo l’alta velocità resta un miraggio, ma negli ultimi sei anni regionali e intercity hanno visto una riduzione dei servizi del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi.
Com’è possibile immaginare sviluppo dove un turista, uno studente o un prodotto impiegano il triplo per spostarsi rispetto a un nord Italia ben collegato, o rispetto a un’Europa dotata di corridoi ferroviari velocissimi e treni merci lunghi due o anche tre volte tanto? E se anche il debito fosse zero, cosa investirebbe il governo per creare opportunità a Sud?
Era meno di un anno fa che il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, dichiarava di voler “recuperare il ritardo di decenni per le infrastrutture al Sud”, sempre omettendo che allo sviluppo ferroviario del Mezzogiorno sarebbe stato destinato solo l’ 1,2 % degli stanziamenti dello Sblocca Italia e della legge di Stabilità.
I rapporti Svimez, l’atteso (e disatteso) proposito di un Masterplan per il Sud, l’orribile scontro fra treni sul binario unico del luglio scorso, con le sue 23 vittime, le opportunità offerte dalla rinnovata centralità del Mediterraneo nelle rotte commerciali intercontentali: nulla sembra essere abbastanza convincente da incoraggiare gli investimenti a Sud.
Eppure forse c’è speranza: due meridionali su tre hanno votato NO al referendum, segno inequivocabile che la classe dirigente non gode più della fiducia del Mezzogiorno, e forse sta perdendo un treno che non passerà mai più.

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