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La sfida dell’autonomia. Contro la corruzione del sistema Italia

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di Salvatore Legnante

Se volessimo utilizzare le logiche perverse della politica italiana, non avremmo alcuna difficoltà a definire il ‘dato costitutivo’ (cit.) della classe politica lombarda e settentrionale in generale: è il continuo e ininterrotto legame con la tangente il tratto distintivo del loro agire.

La ‘mazzetta’ è un’ istituzione, nella presuntissima Capitale morale d’Italia. Dalla Milano da bere degli anni socialisti a quella più ‘ruspa…nte’ del leghismo dei giorni nostri, un’unica costante muove i fili della città meneghina: il malaffare in politica. Il malaffare, lì, è politica. La corruzione è politica.

L’ultimo caso riguarda la giunta regionale del verde Maroni, quel politico che con una scopa in mano prometteva di far pulizia in un partito che in pubblico gridava Roma ladrona e Sud straccione, mentre in privato coi soldi della collettività acquistava lauree in Albania e diamanti in Africa.

Limitandoci a ragionare all’italiana, però, commetteremmo da Sud lo stesso errore che si commette sempre da Nord: cercare quasi lombrosianamente una ragione geografica alla delinquenza, al malaffare, alla mala gestio della cosa pubblica.

Non è così: non esistono popoli geneticamente ladri, geneticamente mafiosi, geneticamente corrotti. Esiste però una consolidata consuetudine del potere, che in Italia, dal momento dell’Unità in poi, ha sempre previsto che un diritto del cittadino sia trasformato in un favore concesso.

E di più: esiste una consolidata impostazione culturale coloniale che in Italia prevede che il diritto di un meridionale sia visto come un favore concesso da un settentrionale: ciò che al Nord è andato o va, nei decenni, sotto la voce investimenti, al Sud è sempre stata considerata una spesa. Al Nord si investe, al Sud si assiste.

Ha sempre ragionato così, il potere nell’Italia falsamente unita. E ha sempre alimentato, attraverso questi meccanismi, il giogo della corruzione, a qualsiasi latitudine.

E’ anche per questo che è da Sud che va lanciata, finalmente, la sfida dell’autonomia: autonomia innanzitutto culturale rispetto al modo di fare politica di tutti i partiti radicatisi in Italia, che da destra, da sinistra o dal centro hanno comunque introiettata l’impostazione coloniale prima descritta.

Dal Sud meridiano, centro del mediterraneo, va finalmente lanciata una proposta forte di auto-governo, che non vada nel solco ipocrita e chiuso del leghismo, che ne faceva una semplice questione di soldi, di ricchezza da non voler redistribuire.

Un’autonomia che parta da Sud vuole dire farla finita con le pratiche corruttive, vuol dire eliminare la parola ‘assistenzialismo’, vuol dire riprendersi in mano il proprio destino, per un territorio che non vuole più fare affidamento su presunti salvatori che vengono da altrove.

Autonomia significa, infine, creare finalmente una classe dirigente meridionale e meridionalista, cosciente della propria storia millenaria, della propria  identità e disposta a condurre la più affascinante delle battaglie, ambientali culturali sociali e politiche: rendere finalmente bellissima questa nostra terra, nobile e disgraziata.

Legge di Stabilità, dov’ è finito il Masterplan per il Sud?

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di Lino Patruno, articolo del 12/10/ 2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno

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Le promesse di Renzi e De Luca sulla Terra dei Fuochi

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Lo scorso 13 ottobre il Presidente De Luca ha incontrato il premier Renzi alla conferenza Stato – Regioni sul riparto dei fondi per la sanità ed ha annunciato fiducioso la disponibilità del Governo a impegnarsi per le bonifiche e la Terra dei Fuochi. Il premier Renzi, infatti, ha rassicurato De Luca sulla precisa volontà di proferire un impegno straordinario, su base pluriennale, a inserire le bonifiche programmate in Campania come capitolo centrale nell’agenda di Governo. Renzi ha inoltre affermato di voler trovare entro il 2015 i fondi necessari per cominciare le opere di smaltimento della Terra dei Fuochi, i famosi 500 milioni di euro che De Luca vorrebbe impegnare per i primi trasporti di eco balle fuori Regione. L’operazione dovrebbe essere gestita in collegamento diretto con la Presidenza del Consiglio e l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.

Unione Mediterranea ha chiesto un parere a Lucio Iavarone, coordinatore dei comitati per la Terra dei Fuochi e candidato alle scorse regionali campane nella lista MO! “I fondi che sta chiedendo oggi De Luca a Renzi sono risorse aggiuntive che dovrebbero servire solo e unicamente per togliere le eco balle dal nostro territorio. De Luca fa però una serie di errori strategici poiché identifica Terra dei fuochi con le sole eco balle e sappiamo bene che non è così”. La Terra dei fuochi è molto di più, è avvelenamento costante del territorio da parte d’imprenditori che smaltiscono illegalmente i propri scarti di produzione. “De Luca non ha mai proferito parola su questo”, continua Iavarone, “Le eco balle sono invece il disegno criminale e scellerato di amministrazioni precedenti, come quella Berlusconi al governo nazionale e Bassolino a quello regionale, che hanno posto una cambiale insolvibile sui nostri territori. Ce ne dobbiamo sì liberare ma non come vorrebbe De Luca. Il semplice spostamento fuori regione comporterebbe un enorme costo di spostamento su gomma a vantaggio di chi fa questo per mestiere e spesso coincide con chi ha inquinato”.

Noi pensiamo che i 500 milioni di euro per il trasporto delle eco balle che De Luca sbandiera da un po’ siano pura utopia, non è possibile trovarli entro dicembre 2015, stando all’impegno di Renzi, delle cui promesse i meridionali conoscono bene il valore.

I comitati impegnati nella lotta alla Terra dei Fuochi da anni propongono alternative più economiche ed efficaci. Sempre Iavarone afferma: “Per le eco balle da anni proponiamo progetti di separazione e vagliatura che potrebbero recuperare il 70% di materia presente, ma ciò va fatto con un apposito impianto in loco”.

Nel frattempo, la Città Metropolitana e il Comune di Napoli, con atto deliberativo approvato dal sindaco De Magistris, hanno deciso di istituire un Osservatorio permanente per il monitoraggio di tutte le questioni riguardanti la Terra dei Fuochi, in contatto diretto con i decisori politici. Lo scopo è di garantire un maggiore controllo delle aree della regione Campania a rischio smaltimento abusivo di rifiuti speciali e di fornire informazioni utili per definire le strategie da mettere in campo rispetto alle esigenze del territorio.

Secondo Iavarone l’Osservatorio permanente sulla Terra dei Fuochi è un’ottima iniziativa. Città Metropolitana e Comune di Napoli hanno tutto l’interesse affinché l’Osservatorio funzioni, ma rimane sempre il problema di reperire le risorse da usare in ciò che esso propone per il monitoraggio e la prevenzione degli smaltimenti illegali.

A questo proposito, ci viene in mente che le risorse inizialmente destinate al monitoraggio e al presidio del territorio, con il decreto “Milleproroghe” sono invece state dirottate al finanziamento della sicurezza per l’Expò.

Eva Fasano

Lombardia ladrona. Ecco il “virtuoso modello lombardo-veneto”.

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Per ironia della sorte, la “giornata della trasparenza”, organizzata dalla Regione Lombardia, si è aperta con l’arresto del vicepresidente della Regione Mario Mantovani, ex assessore alla salute e coordinatore regionale del Pdl. La nota della procura di Milano fa riferimento a turbative d’asta nel settore della sanità e dell’edilizia scolastica, corruzione e concussione poste in essere da importanti cariche istituzionali e da Pubblici funzionari in servizio presso il Provveditorato opere pubbliche. E’ stata chiamata ‘Operazione Entourage’ poiché si reputa sia coinvolta una fitta rete di cooperative e di società controllate da Mantovani che ricevono contributi milionari ogni anno da parte della Regione Lombardia.

Ancora una volta il Nord Italia si pone al centro di una vergogna che coinvolge dirigenti regionali, ASL, cooperative e pubblica amministrazione. Il “virtuoso modello lombardo-veneto” sbandierato dai leghisti, Maroni in primis, evidenzia un sistema di gestione della cosa pubblica appannaggio dell’interesse privato e personalistico, che sfonda il campo dell’illecito penale e che con il sistema della corruzione, consolida vere e proprie consorterie di potere e consenso.

Dopo le incredibili affermazioni del Presidente della Commissione Nazionale Antimafia Rosy Bindi sulla predisposizione costitutiva dei napoletani ad essere camorristi, per un tempestivo principio di reciprocità, se non sapessimo quanto grave sia considerare la delinquenza un fenomeno legato alla latitudine, si potrebbe affermare che le tangenti sono un dato costitutivo della Lombardia e che più in generale e la truffa e la concussione siano elementi caratterizzanti dell’Italia del Nord.

Si aggiunge infatti l’Operazione Entourage, ad una lunga lista di scandali che da decenni si consumano nella cosiddetta “pianura padana”: da Tangentopoli in poi tutte le ruberie economico- finanziarie italiane sono avvenute nel civilissimo e corretto, o per meglio dire, corrotto settentrione. Basti pensare ad Expo2015, al Mose di Venezia, alla gestione degli appalti per il terremoto dell’Aquila, alle condanne per aggiotaggio e bancarotta nel caso Alitalia, al crac Parmalat, ai fondi FAS scippati nella vicenda delle quote latte, al Monte dei Paschi di Siena, al Carige e alla BreBeMi, l’autostrada più costosa e più inutile della Pensiola.

Nell’ inchiesta che coinvolge Mantovani, spicca il nome dell’assessore al Bilancio Massimo Garavaglia, braccio destro del governatore Roberto Maroni, che con gli amici Zaia e Salvini ha costruito il consenso politico della Lega Nord, sulla propaganda razzista del meridionale delinquente e a cui oggi (a ragion veduta) viene da chiedere: “ma quando dicevate Roma Ladrona, era per ammirazione?”. Considerati anche i soldi pubblici rubati ai contribuenti e i diamanti acquistati dall’ex tesoriere del Carroccio, Belsito.

Fuoriesce un reticolo di compromessi e compromissioni che coinvolge uomini chiave nei processi decisionali della politica regionale, ma che rafforza parimenti la pertinenza e il sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato: da un oltre un secolo ai meridionali è stato inflitto il senso di minorità psicologica che coincide con un “processo di inversione della colpa”, secondo il quale meritiamo qualunque ingiustizia intentata ai nostri danni. Adagiandosi sulle negligenze delle classi dirigenti del Sud, i governi italiani privano da decenni il Mezzogiorno di fondi ed investimenti per le realizzazione di piccole e grandi opere. Perché questo ragionamento di risparmio economico non si applica, dopo i ripetuti ladrocini, anche per le regioni del Centro Nord? Un qualunque cittadino settentrionale, dinanzi a comportamenti scorretti ed inadeguati dei propri rappresentanti, difficilmente converrebbe con l’eventuale decisione di non investire più al Nord a causa dell’inadeguatezza dei politici eletti. Viceversa, ci siamo convinti che le privazioni di cui siamo vittime sono in qualche misura perfino opportune, poichè i trafficanti di consenso e i politici ascari, sono espressione diretta della nostra società. Si chiama processo di inversione della colpa: loro rubano e noi ci sentiamo ladri.

Il Sud deve ritrovare l’ identità perduta e lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente meridionalista che abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una sua autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui le classi dirigenti locali hanno acconsentito.

Flavia Sorrentino

Soglie di povertà, nessun partito italiano difende il Sud in Parlamento.

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Su “Il Mattino” il 1 Ottobre 2015 è stato pubblicato un articolo a cura di Marco Esposito, nel quale si denunciavano le tabelle sulle soglie di povertà in Italia calcolate dall’ISTAT e utilizzate dal Governo Renzi per aiutare le famiglie del Nord e non quelle del Sud, seppur in presenza di eguali condizioni di indigenza.

Nessun partito nazionale ha reagito dinanzi ad una simile ingiustizia, comprese le opposizioni, il cui ruolo istituzionale in Parlamento corrisponde esattamente a questo: mettere in discussione l’operato del potere esecutivo.

Difendere gli interessi del Sud equivale a dire battagliare per stabilire equità economica tra le due parti del Paese, e per farlo, è necessario ammettere che il “sistema-Italia” è tenuto in piedi dalla storica e reiterata concentrazione di investimenti al Nord e dallo sfruttamento di risorse al Sud. Un’ammissione di questo tipo da parte dei partiti nazionali, comporterebbe una preoccupante perdita sociale di consenso politico al Nord, tenuto a bada al Sud dal senso di minorità psicologica dei meridionali, da una classe dirigente ascara, una stampa asservita ai potentati e da una imposta subalternità economica che rallenta e ostacola la reazione delle fasce più deboli della società.

Il progetto MO! delle scorse elezioni regionali in Campania è nato per questo: essere alternativi alla sterilità ed improduttività politica che danneggia il Sud. Ecco perchè è in atto una discussione con gli iscritti del MOvimento per portare avanti un’azione di contrasto concreta e dirompente contro il provvedimento del Governo che cancella con un colpo di spugna statistico la povertà nel Mezzogiorno.

La sfida del meridionalismo, relegata ai confini del web, dovrebbe costringere anche i più ingenui a capire che la soluzione ai nostri problemi non può essere offerta da chi questi gravi disagi li ha creati o ingigantiti con la propria passività.

Ma se il cosiddetto “mondo consapevole” preferisce nutrirsi di conflitti di levatura piccola piccola, come può diventare grande il meridionalismo?

InterroghiaMOci. La nostra terra non ha più tempo da perdere.

Flavia Sorrentino

Fiume Sarno: rischi ed opportunità. Da Unione Mediterranea e comitati locali un chiaro no ad ogni forma di speculazione

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La tutela dell’ambiente ha una duplice valenza ossia ridurre il rischio di calamità naturali e la creazione di opportunità di sviluppo. Sul tema Unione Mediterranea ha organizzato per sabato 10 ottobre ore 9,30 presso lo Stabia Hall di Castellammare di Stabia (Via Regina Margherita 50/54) il convegno “Fiume Sarno: rischi ed opportunità”. Ricco il parterre degli interventi tra cui Franco Ortolani  (Ordinario di Geologia presso l’Università di Napoli Federico II), Vincenzo Adamo (Ingegnere esperto nella tematica ambientale), Emiddio Ventre (Portavoce Comitato No Vasche), Antonio Franza (Medico ) e Pasquale di Paolo (Storico).  Il rischio paventato è quello di interventi che la comunità ritiene assolutamente controproducenti. Sul punto Unione Mediterranea interviene con decisione.

Secondo Lucio Iavarone , Responsabile Dipartimento Ambiente di UM << dobbiamo imporre il principio, nel rispetto della convenzione europea di Aarhus, che qualsiasi progetto di impatto sul territorio debba prevedere il pieno coinvolgimento delle comunità locali da parte delle istituzioni. Nulla può essere più calato dall’alto senza il consenso dei cittadini consapevoli di tutte le possibili implicazioni sull’ambiente, la salute, l’assetto del territorio>>

Gli intervenuti dunque faranno il punto su tutte le peculiarità in termini di rischi/opportunità connesse ad una sana progettazione, illustrando anche come qualsivoglia manovra speculativa sul grande fiume sarà il primo segnale di gravissime ripercussioni ambientali ed economiche per il territorio, che giorno dopo giorno si confronta con il rischio di dissesti idrogeologici.

Catalogna: 5 domande a… Francesco Tassone

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Concludiamo il nostro giro di interviste a proposito del risultato delle recenti elezioni in Catalogna con il dott. Francesco Tassone.

Ci perdonerete se questa intervista sarà più lunga delle precedenti, ma ne vale la pena. Innanzitutto, per chi non lo conoscesse, ci teniamo a presentare in maniera più approfondita il nostro Presidente, Francesco Tassone, amico e compagno di lotte di Nicola Zitara.

La figura di Francesco Tassone coincide, come in un unicum, con i Quaderni del Sud – Quaderni Calabresi, un notevole strumento nel lavoro di crescita del sentimento di identità e di responsabilità dei Meridionali, da quasi mezzo secolo voce di quel Movimento Meridionale nato dall’impegno sociale e politico di un gruppo di intellettuali calabresi che ruotava attorno al “Circolo Salvemini” di Vibo Valentia. Unica entità che seppe dare una chiave di lettura originale e analitica dei moti di Reggio Calabria egemonizzati da fascisti e sodali.

Quaderni del Sud è rimasta ancorata alla concretezza dei luoghi e delle comunità meridionali, dove sempre di più si consuma lo scempio della democrazia e dei beni comuni, cercando di fornire al lettore strumenti di analisi per la realizzazione di strutture di lavoro che rispondano alle esigenze di libertà e un rapporto critico e costruttivo con i vari movimenti meridionali che vanno nascendo ovunque e che costituiscono terreno naturale per una dialettica unitaria.

La storia del Sud, le condizioni in cui oggi esso si trova sul piano politico, economico e sociale considerato nel suo rapporto di dipendenza, i problemi che lo travagliano (emigrazione, disoccupazione, mafia, inefficienza di servizi, invasione del territorio, inquinamento, etc.) sono i temi della rivista e la linea ideale dell’impegno politico sociale di Tassone con particolare attenzione a ciò che attualmente si fa nel Sud, ossia alle dinamiche dei rapporti interni tra movimenti e associazioni nella prospettiva di riterritorializzazione dei processi politici, economici e sociali. Francesco Tassone mantiene sempre uno sguardo attento ai rapporti del Sud con la realtà più ampia e più complessa del nostro tempo: come il  Sud vive la mondializzazione, come reagisce di fronte al processo di disgregazione sociale in atto e alla drammatica separazione, ogni giorno più reale, tra dimensione storica e politica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Non può sussistere dubbio sul fatto che il successo del movimento indipendentista in Catalogna abbia un grande valore simbolico – e quindi anche politico e morale – per tutti i movimenti indipendentisti o, più equivocamente, autonomisti, che operano nel mondo. E quindi, per concentrare il discorso sul nostro problema concreto, anche per noi. Tale successo dice che si può, che anche noi possiamo. Podemos.
L’avvio di riflessione su tale avvenimento posto con le cinque domande è quindi molto opportuno. Ma sotto altro aspetto, e cioè perché tale successo potrebbe indurre a conclusioni per noi erronee e fuorvianti. Ciò soprattutto per quanto riguarda la valutazione- o meglio la supervalutazione, allo stato delle cose – della portata della via elettorale nella riconquista da parte delle popolazioni del Sud della sovranità sul territorio che ad esse compete e che ad esse venne brutalmente tolta nel 1860 con una invasione di pretto stampo coloniale.
Peraltro, quella della via elettorale come via unica, prima che elettiva, a cui dedicare i nostri sforzi, è una idea radicata nei nostri movimenti, che ci preclude e fin qui ci ha precluso di vedere le linee di azione che possono portare alla difficile meta dopo 155 anni di devastazione del tessuto economico, sociale e culturale su cui si fonda e da cui nasce la nostra soggettività. La quale meta, appunto per questo, richiede l’assunzione di un lavoro di risanamento e disinquinamento di quel tessuto, cioè del nostro territorio di vita costituendo tale lavoro l’unica forma di presa di possesso di tale territorio per quanto oggi possibile; e quindi l’avvio concreto, nei fatti, del processo a ciò volto, attraverso un’azione condotta giorno per giorno, in modo capillare e diffuso, da tutto un popolo, in tutte le sue varie e minute articolazioni territoriali . L’unica che ne può rafforzare il radicamento, così gravemente minacciato.
Rispetto ad una tale linea, ben nota in altre situazioni analoghe con vari nomi, ed in particolare con quello di “processo di transizione” dalla dipendenza al pieno materiale possesso della sovranità, la via elettorale, allo stato delle cose non può che avere un ruolo collaterale, comunque mai sostitutivo. Si badi che non è in discussione la sua importanza perché è anch’essa indispensabile forma di esercizio della sovranità, come cittadini e come popolo, in quello spazio della vita di un popolo che è lo spazio istituzionale; ma è necessario rendersi una buona volta conto della sua radicale insufficienza se scollata dal processo sociale sopra accennato, priva di radici nelle popolazioni. Si discute della insidiosità di una tale strada, allo stato delle cose, per un movimento meridionale, chiamato ad attivare una soggettività pressoché sommersa, destinato ad esaurire le sue forze su una strada irrealizzabile se non radica la sovranità nell’operare di tutto un popolo.
Il modello catalano, se così si può dire, non è quindi riproducibile nel Sud; ed anzi la sua adozione – che in effetti è quella allo stato operante- deve ritenersi esiziale per i movimenti che in esso lavorano per costruire le premesse materiali e morali di una sua autonomia avente i caratteri della sovranità e quindi dotata delle strutture di carattere materiale e morale insieme, che ne costituiscono le colonne portanti.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Non vi sono punti di contatto tra il nostro Sud e la Catalogna. La cui situazione, all’interno del complessivo sistema economico e produttivo mondiale è simile a quella delle regioni padane; ferma restando, sul piano politico la non piccola differenza tra queste due situazioni –la tosco-padana e la catalana – costituita dal fatto che la Catalogna ha alle sue spalle la storia di una sua identità nazionale, rafforzata da un’espansione che oggi possiamo definire di carattere coloniale volta verso l’esterno; mentre l’espansione produttiva ed economica delle regioni padane, a scapito e con lo sfruttamento delle regioni del Sud trova la sua base nella stessa struttura politica costituita dallo Stato ( subdolamente definitosi) Unitario, ma in realtà fin dall’inizio costruito e via via modellato in funzione della concentrazione dell’accumulazione nelle regioni suddette e del connesso, doloroso, lungo, calvario dello smantellamento di tutte le strutture che al Sud erano state già costruite: con un’espansione diretta verso “l’interno”
Nell’una e nell’altra situazione comunque, i movimenti indipendentisti in essa formatisi, non nascono dalla esigenza di costruire unità e cooperazione tra i popoli, ma da quella di rafforzare le proprie strutture economico- produttive nel quadro di una concorrenza – o meglio, lotta di sopraffazione- tra i popoli. Anche se questo deve avvenire a scapito di popolazioni “interne”come quella del Sud; e, nel caso della Catalogna, a scapito di popolazioni allo stato parimente interne, come quelle dell’Andalusia.

3. Quali sono, invece, le differenze?

Non vi sono quindi, a mio giudizio, punti solidi di contatto tra le due situazioni, mentre le differenze sono organiche e sostanziali.
Tra di esse va annoverato il fatto che tra il movimento catalano e le classi dirigenti catalane, quelle economicamente e socialmente portanti, vi è omogeneità di interessi ( così come avviene nelle regioni padane).
Nel Meridione invece le classi dirigenti – o potenzialmente tali – sono alle dipendenze dello Stato Unitario, cioè di quella struttura politica montata e costruita per realizzare la costante concentrazione delle risorse nelle regioni della Tosco- Padania, come amava chiamarle Zitara.
In definitiva le classi dirigenti meridionali, o quelle che potenzialmente potrebbero essere tali, hanno dismesso le loro funzione, mantenendo il governo del territorio in quanto postesi, attraverso l’arruolamento nei partiti politici nazionali, al servizio dell’occupante. Degradando da classe politica, come tale dirigente, a ceto ascaro.
Le differenze tra le due situazioni sono pertanto profonde, perché riguardano la struttura sociale e produttiva delle due situazioni, e quindi organiche . Sicché a noi incombe di muovere da questa struttura di base, prendendola così come è, avvilita e dissestata, e costruire in essa, attraverso il lavoro di risanguificazione di cui essa ha bisogno oggi e non domani, la nuova classe dirigente meridionale a base popolare.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Come si configura la “opportunità” di una secessione nell’una e nell’altra situazione- catalana e meridionale- in ragione delle diversa “solidità dell’economia” in queste due “ macroregioni”, è la lettura della 4° domanda, la cui formulazione è stata leggermente modificata in funzione di mettere in evidenza tre termini – “opportunità”, “solidità dell’economia” e “ macroregioni” – a prima vista scontati nel loro significato e in realtà fortemente problematici.
Intanto non si tratta di “opportunità” ma di necessità, per un popolo come il nostro, reso dipendente, a cui la perdita delle dignità, ha insieme assegnato la via dello sradicamento e della dissoluzione.
Non si tratta quindi di “se”, ma di “come” e di “quando”, attraverso cioè quale cammino; si tratta solo di definizione dei fini e dei valori che rendono la “secessione” – cioè la riconquista della posizione di uomini e popolo liberi e cooperanti – necessaria e senza alternative per il popolo che la deve effettuare, cioè nell’ambito della costruzione di un mondo che si voglia salvare per l’unica via che ancora lo può salvare, che non è quella della rapina – e comunque dell’homo homini lupus – ma della giustizia.
Su questo piano il termine “solidità dell’economia” non trova spazio, non tanto perché esso rinvia a situazioni contingenti, quanto perché esso premia i popoli, come quello catalano o quello padano, che vogliono la secessione proprio per non restituire neppure le briciole di quanto dagli altri drenato e di quanto agli altri tolto.
Quanto poi al termine macroregioni, esso è utile, quanto al Sud, solo perché vale ad indicare l’ampiezza, la ricchezza e la complessità dei territori che nella parola Sud trovano il senso di una loro prima comunanza, tuttora operante nella loro vita. Ma non penso che essa debba far parte del nostro vocabolario, portando con sé, a differenza della parola popolo e popoli, una forte connotazione di carattere puramente naturalistico-territoriale.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Se l’Unione Europea fosse una unione di popoli non avrebbe difficoltà a riconoscere che tanto la Catalogna quanto il Sud hanno alle spalle una lunga storia di soggettività politica di carattere statuale; e comunque, per quanto riguarda il Sud, una sua notevole omogeneità di condizioni sociali, di cultura, di condizioni politiche – nel caso del Sud come area dipendente. E, quel che più conta, una diffusa coscienza di tutto ciò, che consente ad ognuno di noi di dire “io sono meridionale”, sapendo esattamente cosa vuole dire, e ad un milanese “tu sei un terrone”, sapendo esattamente anche lui cosa vuol dire e quale distanza, in termini di superiorità, intende con ciò definitivamente porre tra noi e loro.
Ma l’UE non è una unione di popoli,come prometteva di essere ( di quante menzogne si serve il dominio per legittimare, agli occhi di quelli che saranno poi i suoi schiavi, la sua natura di dominio!); ma è una combinazione politica a guida verticistica, la cui natura colonialista ( o comunque della stessa qualità di quella che ha guidato nelle sue intraprese il Piemonte prima e, in continuazione, lo Stato Unitario dopo) si è rivelata a pieno, da ultimo, con il trattamento riservato alle popolazioni greche, in esso compreso il sequestro dei migliori gioielli produttivi di quelle popolazioni, (gli aeroporti) effettuato il giorno dopo la loro capitolazione. Esattamente come fa lo strozzino con le sue vittime: stringerle progressivamente nella morsa dei debiti.
Questo non significa che il Sud non debba organizzarsi per difendere dalle distrazioni i fondi che la UE eroga per le aree sottosviluppate. Per difenderli e più ancora per utilizzarli a pieno e nel modo migliore. Anche questa è un tipo di azione che, se ben diretta, può rientrare a pieno, in quel processo di risanamento a cui ho accennato prima, volto a contrastare il processo di dissanguamento in atto: e, insieme con esso, a far crescere il processo di aggregazione che , per quanto molecolare e disperso, è pur sempre anch’ esso in atto – sia pure in modo sotterraneo, disperso e inconsapevole della sua portata- finché un popolo ha ancora respiro e un minimo di coscienza di sé.
Anche se quei fondi provengono da una struttura come la UE, e vengono erogati con altro intento, essi costituiscono comunque una possibilità nel processo di ricostruzione, che una buona volta dobbiamo pur avviare, come unica via, può che portare alla nostra liberazione.
In fondo si tratta solo di restituzione di una piccolissima parte di quello che ci è stato e ci viene tolto.

Ipotetico dialogo tra il signor Gennaro ed il signor ISTAT

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ISTAT:
Presto arriveranno i sussidi economici per le famiglie povere con figli, promessi dal governo Renzi.
Un’ottima notizia, no? Finalmente le famiglie bisognose riceveranno l’aiuto di cui hanno bisogno per condurre una vita dignitosa e anche al Mezzogiorno, dove il disagio sociale si sente di più, arriveranno i soldi necessari a garantire alla prole un po’ di sicurezza, no?

GENNARO:
Sì, finalmente un po’ di giustizia!

Certo che lo Stato deve spendere proprio un sacco di soldi al Sud… ho letto che il disagio sociale si trova per il 65% nel Mezzogiorno.

ISTAT:
Sì, saranno un sacco di soldi, ma non preoccuparti per l’Italia! Al Mezzogiorno, il governo ha riservato soltanto il 45% dei sussidi, mentre il restante 55% va al Centronord.

GENNARO:
Ma come? Allora non è vero che al Sud c’è più povertà?

ISTAT:
Certo che c’è più povertà, ma noi dell’Istat abbiamo studiato la situazione e il governo è riuscito a trovare il modo per risparmiare al sud.

GENNARO:
Famm capì… com’è successo?

ISTAT:
Vedi, quando noi dell’Istat Studiamo il costo della vita nelle diverse zone d’Italia, valutiamo gli acquisti considerati socialmente indispensabili, per esempio un frigorifero, una lavatrice, la spesa alimentare, ecc… Solo che noi non calcoliamo i prodotti dal prezzo più basso, ma calcoliamo i prodotti maggiormente acquistati. Quindi se, per esempio, a Milano ci sono persone più benestanti che comprano lavatrici costose, sui nostri studi si leggerà che in quella zona il costo della vita è più elevato. Se invece scopriamo che a Napoli i prodotti acquistati più frequentemente sono più economici, perché la gente è mediamente più povera e tende a comprare cose di qualità più bassa, allora sui nostri studi risulterà che la vita costa meno.

GENNARO:
Ah, fammi vedere se ho capito: secondo voi essere poveri non significa non poter acquistare nemmeno prodotti economici, ma significa non potersi permettere gli stessi acquisti che fanno i vicini di casa?

ISTAT:
Ehm, sì. Effettivamente ci rendiamo conto che confrontare prezzi diversi sia errato, infatti nelle note metodologiche lo abbiamo riportato, è a pagina 69, vedi? «I prezzi elementari rilevati fanno quindi riferimento a specifiche molto diverse in termini di marche, varietà, packaging, non comparabili tra le differenti unità territoriali». Anche perchè… se proprio vogliamo dirla tutta, la vita non costa meno al sud. Pensa che tutti gli studi delle società di consumatori e della Nielsen certificano che gli identici beni industriali sono più cari nel Mezzogiorno.

GENNARO:
Ma come sono più cari nel Mezzogiorno?

ISTAT:
Di sicuro alcune cose costano più al Nord, per esempio il pane, il caffè al bar e gli ortaggi. Altre, come i prodotti industriali, nei supermercati del Nord costano meno. Per non sbagliare si dovrebbero calcolare sempre i prezzi più bassi e non i più acquistati

GENNARO:
Ma come? E quindi per molte cose dobbiamo pagare prezzi più alti?

ISTAT:
Eh sì, Gennaro caro, perché se tutte le produzioni si concentrano a nord è ovvio che trasportare i prodotti a sud abbia un costo, soprattutto perché…beh, lo sai… non esiste una rete efficiente di trasporti al meridione. La lavatrice che compri in Calabria magari ha dovuto prendere un treno e un camion… e il biglietto del viaggio glielo dovrai pur pagare, no?

GENNARO:
Eh certo, hai ragione. Ma certo che voi dell’Istat potevate essere più equi… che accidenti sono ste distinzioni tra nord e sud?!

ISTAT:
Ma Gennaro… non è colpa nostra! Fino al 2002 abbiamo misurato la povertà assoluta senza differenze. Poi però la Lega Nord ha chiesto le soglie territoriali e, dopo due anni di silenzio, nel 2005 abbiamo cominciato a dividere i poveri tra Nord, Centro e Mezzogiorno.

GENNARO:
Mi sa che ho capito: la Lega ha voluto fare delle distinzioni territoriali per attrarre a Nord le politiche sociali!

ISTAT:
Io questo non lo so, so solo che in base ai nostri calcoli, se due famiglie uguali ricevono lo stesso stipendio, diciamo 1.100 Euro, la famiglia di Milano riceverà un sussidio di 426 euro al mese, mentre quella di Napoli ne riceverà 76.

GENNARO:
Ma adesso la Lega non è più al Governo, e fino ad ora nessuno aveva distribuito sussidi economici sulla base dei calcoli discriminanti richiesti dalla Lega! Perché proprio Renzi è il primo Premier disposto ad attuare delle politiche sociali discriminatorie? Lui non aveva a cuore il Mezzogiorno?

 

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Catalogna: 5 domande a… Gigi Di Fiore

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Oggi vi proponiamo il punto di vista di Gigi Di Fiore, giornalista de “Il Mattino”, saggista ed autore di molti libri tra i quali ricordiamo: “Controstoria della Liberazione”, “1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato”, “La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista”.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Si tratta di una storia che parte da lontano, con una componente indipendentista che affonda le sue radici almeno nell’800. Nelle guerre carliste, ad esempio, la Catalogna era la regione dove Don Carlos raccoglieva più simpatie. Il modello, almano oggi, non è riproducibile nel Mezzogiorno d’Italia dove, alla recente maggiore consapevolezza storica, non corrisponde un’adesione numericamente consistente all’idea indipendentista.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

La Catalogna è l’area di maggiore ricchezza industriale della Spagna ed è per questo che ha la forza di potere, con tranquillità, pensare ad un indipendentismo che il governo centrale mai concederà. Il Sud Italia ha meno forza economica, ma come mercato di consumo diventa nevralgico per l’intero Paese.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La differenza principale la vedo nella coscienza diffusa di identità autonoma e storia, che giustificano una politica indipendentistica: in Catalogna è diffusa, nel Sud Italia molto meno. Senza identità storica, è difficile difendere la dignità delle proprie radici. Su questo, nonostante la crescita di interesse per la nostra storia, c’è ancora molto da lavorare per diffondere conoscenza sulle nostre origini.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Sono d’accordo. E l’ho evidenziato, parlando di differenze e analogie tra le due realtà. Non vedo la praticabilità dell’ipotesi di secessionismo nel Sud Italia, soprattutto sul piano economico.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Il precedente della Scozia fa riflettere. In occasione delle elezioni, si diffuse il panico nell’Ue, si discusse delle ripercussioni sui mercati e sull’economia europea. Credo che, nell’attuale sistema finanziario, il problema di una secessione in qualche regione dei Paesi dominanti nell’Ue creerebbe non pochi problemi di tutto il sistema.

Catalogna: 5 domande a… Lino Patruno

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Oggi vi proponiamo il punto di vista di Lino Patruno, giornalista, scrittore, docente universitario, ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Se tutti i ricchi volessero diventare indipendenti, domani potrebbero chiedere l’indipendenza i quartieri centrali delle città rispetto alle periferie. E avrebbe ragione Bossi. Tante motivazioni storiche e tanti aneliti sono più fragili di quanto strillino. L’indipendenza dovrebbero chiederla i poveri che non ottengono giustizia dai ricchi. I Sud, per esempio, se continua così.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

La dimenticanza e l’indifferenza dello Stato centrale. Solo in questo senso la Catalogna ha diritti da vendere. E in questo senso ci sono punti in comune col nostro Sud.

3. Quali sono, invece, le differenze?

Con i dovuti distingui storici, la Catalogna rispetto al nostro Sud sembra come la cosiddetta Padania: ci teniamo i nostri soldi. Chiaro che discorso diverso sono forme più o meno accentuate di autonomia. Ma sempre per far funzionare meglio il tutto, non per appagare egoismi territoriali dopo essere cresciuti anche a danno altrui.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

In linea teorica, sì. Quando si pensa però che il Sud continua ad ottenere dallo Stato sempre meno degli altri (spesa pubblica, infrastrutture, servizi), non sarebbe esclusa una secessione come autotutela. Ma sempre tenendo conto che viviamo in un mondo di grandi numeri nel quale i piccoli soccombono. E’ complicato e difficile, si fa presto a dire secessione.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Dalle prime reazioni alla Catalogna, tutto lascia credere di no. Ma può essere una posizione strumentale per evitarne la secessione. Non nego le ragioni della Catalogna, laddove ci sono. E certo è difficile lasciar fuori Barcellona. Il fatto è che dovremmo acquisire sempre più la cittadinanza europea, e diventiamo catalani, baschi, scozzesi. Credo che non sia questa la via. In definitiva ritengo che le secessioni siano l’ultima spiaggia per chi non è rispettato altrimenti, non per i razzisti dalle tasche piene. E il nostro Sud ha tante belle spiagge.

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