Catalogna: 5 domande a… Gigi Di Fiore

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Oggi vi proponiamo il punto di vista di Gigi Di Fiore, giornalista de “Il Mattino”, saggista ed autore di molti libri tra i quali ricordiamo: “Controstoria della Liberazione”, “1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato”, “La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista”.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Si tratta di una storia che parte da lontano, con una componente indipendentista che affonda le sue radici almeno nell’800. Nelle guerre carliste, ad esempio, la Catalogna era la regione dove Don Carlos raccoglieva più simpatie. Il modello, almano oggi, non è riproducibile nel Mezzogiorno d’Italia dove, alla recente maggiore consapevolezza storica, non corrisponde un’adesione numericamente consistente all’idea indipendentista.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

La Catalogna è l’area di maggiore ricchezza industriale della Spagna ed è per questo che ha la forza di potere, con tranquillità, pensare ad un indipendentismo che il governo centrale mai concederà. Il Sud Italia ha meno forza economica, ma come mercato di consumo diventa nevralgico per l’intero Paese.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La differenza principale la vedo nella coscienza diffusa di identità autonoma e storia, che giustificano una politica indipendentistica: in Catalogna è diffusa, nel Sud Italia molto meno. Senza identità storica, è difficile difendere la dignità delle proprie radici. Su questo, nonostante la crescita di interesse per la nostra storia, c’è ancora molto da lavorare per diffondere conoscenza sulle nostre origini.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Sono d’accordo. E l’ho evidenziato, parlando di differenze e analogie tra le due realtà. Non vedo la praticabilità dell’ipotesi di secessionismo nel Sud Italia, soprattutto sul piano economico.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Il precedente della Scozia fa riflettere. In occasione delle elezioni, si diffuse il panico nell’Ue, si discusse delle ripercussioni sui mercati e sull’economia europea. Credo che, nell’attuale sistema finanziario, il problema di una secessione in qualche regione dei Paesi dominanti nell’Ue creerebbe non pochi problemi di tutto il sistema.

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  • Per ricostruire la nostra identità potremmo partire da una cosa molto semplice e non costosa ovvero dalla toponastica. Cominciamo a proporre di richiamare piazza del plebiscito LARGO DI PALAZZO e dedichiamo l’attuale piazza cavour a FERDINANDO DI BORBONE o a FEDERICO II e piazza garibaldi a BAYARD. Successivamente si cambierà nome a corso vittorio emanuele, a corso amedeo di savoia e a piazza dante e gli ridaremo l’antico nome. Forse così ci sentiremo meno colonia.

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