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Bassolino si candida. Il PD supera se stesso: dalla rottamazione alla supervalutazione dell’usato.

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Di Eva Fasano

C’era una volta un piccolo rottamatore fiorentino. Prima di diventare capo del Governo e dei ‪#‎nogufi‬ del PD, l’ex Sindaco di Firenze Matteo Renzi saltellava da una poltrona televisiva all’altra per promuovere la sua ricetta social e giovanilistica della politica e della sinistra in particolare, auspicando la rottamazione dei “vecchi dinosauri della politica”. Per alcuni Renzi era l’immagine del “nuovo che avanza” e forse lo è ancora.

A conti fatti però, i risultati e le proposte del giovanissimo presidente del consiglio non paiono tanto innovative: la questione meridionale è ancora ignorata e rimandata a data da destinarsi, le famiglie stentano ad arrivare a fine mese, il Jobs Act ha cancellato i diritti dei lavoratori, la burocrazia delle PA è tutt’altro che snellita, l’Italia conta ancora poco nell’Unione Europea, nessun progetto di legge sulle unioni civili è mai stato discusso e così via. Eppure se controlliamo sul dizionario Treccani online leggiamo
“(iron.) Per antonomasia, Matteo Renzi, esponente politico del Partito democratico”.

Dal punto di vista della rottamazione delle persone, largo ai giovani e agli onesti, notiamo che il nuovo Presidente della Regione Campania è il piddino Vincenzo De Luca, ex Sindaco di Salerno per vent’anni, con qualche difficoltà di comunicazione e ancor più trascurabili problemi giudiziari pendenti. Un neonato della politica, insomma.

Oggi, sabato 21 novembre 2015, Antonio Bassolino annuncia la sua candidatura a Sindaco di Napoli. In tal senso il PD ha superato sé stesso, passando dalla rottamazione alla supervalutazione dell’usato. Se De Luca è stato il sindaco sceriffo per vent’anni, Bassolino cos’è, il “nonno che avanza”?

Antonio Bassolino (Afragola, 1947), ex esponente del Partito Comunista Italiano, del PDS e dei DS, oggi nel Partito Democratico. È stato deputato, sindaco di Napoli dal 1993 al 2000, Ministro del lavoro e della previdenza sociale nel primo governo D’Alema dal 1998 al 1999, Presidente della Regione Campania dal 2000 al 2010.

Non sappiamo some andranno le primarie del PD per individuare il candidato sindaco di Napoli, ma una cosa è certa: Bassolino ha asfaltato il Partito Democratico con due parole: “Mi candido”.

MO-Unione Mediterranea è felice per la candidatura di Bassolino, poiché essa ci sembra un’opportunità che i napoletani dovrebbero cogliere al volo. E’ arrivato il momento di scegliere da che parte stare e noi l’abbiamo già fatto.
La lista Mo! di Unione Mediterranea alle scorse regionali campane ha ottenuto la fiducia di 18 mila persone, che ringraziamo ancora, partendo dal nulla, ignorata da certi canali nazionali d’informazione, ricordiamo a tal proposito i casi Matrix di Canale 5 e Ansa, raccogliendo prima 7500 firme nelle piazze, tra i pendolari, poi facendo una campagna elettorale di soli 45 giorni con pochissimi mezzi e nessun finanziamento pubblico.

Con il progetto “Na – Napoli Autonoma” abbiamo realizzato l’unica, vera proposta innovativa per i partenopei e non prende ordini né da Roma né da Milano.

Mezzogiorni d’Europa: cosa fanno Germania, Francia e Spagna per i loro “Sud” e cosa non fa (ancora) l’Italia

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di Mattia Di Gennaro

Eccellente inchiesta quella di Chiara Bussi su “IlSole24Ore” del 9 novembre 2015 che ci racconta di un’altra Europa, fatta di aree che producono meno ricchezza pro capite della media nazionale di riferimento e per questo destinatarie di misure di stimolo economico eccezionale: sono i “Mezzogiorni” d’Europa, con cui tutti i grandi Paesi europei hanno a che fare, a ribadire che la “questione meridionale” non è un cruccio solo italiano.

“Che cos’hanno in comune la Calabria, la spagnola Extremadura, il Land tedesco del Meclemburgo, la francese Piccardia e i territori d’Oltremare? Sono aree svantaggiate con un PIL pro capite ben al di sotto della media nazionale e un tasso di disoccupazione alle stelle”. Le similitudini per la giornalista continuano col fatto che tutte queste aree “beneficiano di misure ad hoc da parte dei governi nazionali”, cosa che i lettori dei post di MO – Unione Mediterranea sanno non essere propriamente vera.

Germania, Francia e Spagna negli ultimi anni hanno profuso attenzione e risorse per i loro “Sud” in nome dell’equità dei cittadini e dell’equo diritto degli stessi a beneficiare di diritti e trattamenti simili, indipendemente da dove essi abbiano la residenza.

Per citare qualche esempio, nei Land della ex-DDR, la Cassa depositi e prestiti tedesca ha dispensato, dagli anni ’90, ben 194 miliardi tra finanziamenti alle infrastrutture e aiuti alle imprese, con interventi che durano ancora oggi, associati ad altri pacchetti di stimoli all’economia che prevedono investimenti nella ricerca e nella creazione di poli d’eccellenza. Chiara Bussi ci racconta che anche la Spagna ha deciso di impostare il recupero delle aree svantaggiate attraverso il finanziamento di progetti in ricerca e sviluppo, in particolare nella Bioeconomia, mentre la Francia per il “suo Mezzogiorno” ha puntato soprattutto sul taglio delle imposte e la costituzione di aree a fiscalità agevolata, in perfetta conformità all’articolo 107 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, che sancisce la possibilità per gli stati membri di programmare interventi a finalità regionale per sostenere lo Sviluppo Economico e la creazione dei posti di lavoro delle regioni europee più svantaggiate.

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E l’Italia? Per l’Italia, dopo anni di silenzio in cui il Sud sembrava sempre più abbandonato a sé stesso, il Governo Renzi ha annunciato la pianificazione di un piano di interventi straordinari, il famigerato MasterPlan per il Sud, che, per ora, si è risolto in tre slide colorate e dieci paginette, piene di chiacchiere senza concretezza. E non siamo solo noi di MO – Unione Mediterranea ad averlo affernato; nell’edizione de “IlSole24Ore” del 7 novembre scorso, Alessandro Laterza, vicepresidente di Confindustria con delega al Mezzogiorno, ha rintuzzato il Governo per il deficit di concretezza del documento: ”Il MasterPlan Sud, annunciato dal Presidente del Consiglio ai primi di agosto, colma una vistosa lacuna comunicativa, ma, non risponde alla “svolta” che fiduciosamente era attesa e che avrebbe dovuto trovare riscontro – sempre a detta del Consiglio – nella Legge di Stabilità. […] Si tratta di una razionalizzazione organizzativa che dovrà essere imperniata su 15 accordi di programma con altrettante amministrazioni regionali e metropolitane meridionali. […] Il tutto preceduto dal tronfale annuncio della disponibilità fino al 2023 di 95 miliardi tra fondi strutturali e cofinanziati e Fondo di sviluppo Coesione (che in realtà includono anche risorse destinate al CentroNord per oltre 20 miliardi di euro, ma non è il caso di sottilizzare)”.

Dopo le frecciate a Renzi, Laterza parte in un’inarrestabile elencazione degli effetti della crisi sul Mezzogiorno, snocciolando dati e distruggendo alcuni pregiudizi sul Sud assistito: “A parte gli storici divari nel Sud, la grande crisi ha ingoiato 600.000 posti di lavoro e 50 miliardi di Pil (su base annua). […] Dal 2008 al 2014 gli investimenti pubblici e privati sono crollati del 38%, nell’industria di oltre il 59%. Come è possibile? Non stiamo parlando del pezzo più sovvenzionato dell’apparato produttivo nazionale? Ebbene, decisamente no. Negli scenari Industriali del Centro Studi Confindustria emerge con chiarezza che tra il 2008 e il 2013 gli interventi di incentivazione concessi sono calati del 16,9% nel CentroNord (da 3,2 miliardi a 2,6) ma del 76,3% al Sud (da 5,5 a 1,3 miliardi). […] Insomma, negli ultimi anni, lo Stato ha rinunciato sostanzialmente, ad una politica di riequilibrio produttivo a beneficio dei territori più in ritardo”.

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Il Mezzogiorno, dunque, non può più essere liquidato con le solite promesse ma necessita di essere messo al centro della politica nazionale, anche perché a beneficiarne non sarebbero solo i residenti dell’Italia Mediterranea ma tutto il Paese. Il responsabile Mezzogiorno di Confindustria lo sa bene e afferma che “Tutto ciò ha senso [gli interventi di riequilibrio del sistema economico del Sud] nell’interesse nazionale. Perché il Mezzogiorno è il primo mercato per il sistema produttivo del resto del Paese. Perché per ogni euro investito al Sud, 40 centesimi diventano acquisti di beni e servizi nelle altre ripartizioni territoriali C’è di più. Contrariamente al luogo comune corrente, la spesa nel mezzogiorno è più bassa del 20% (2,394 euro in meno) rispetto al resto del Paese; del 25% circa se solo si considera il Settore Pubblico Allargato (Ferrovie, Anas, Enel). […] Contrariamente ad un altro luogo comune corrente, i dipendenti pubblici del Sud (diminuiti di 130mila unità tra il 2000 e il 2013) sono il 5% della popolazione residente, esattamente nella media nazionale”.

Dunque, interventi concreti mirati al Mezzogiorno non solo utili a tutta l’economia italiana ma quasi moralmente obbligati, data la dieta dimagrante che negli ultimi anni gli è stata imposta. Con un Sud che, riscoprendo e sfruttando la sua strategicità per il resto del Paese, potrà finalmente rivendicare la propria centralità e la propria autonomia, esattamente come MO – Unione Mediterranea auspica da tempo, incentrando il proprio programma per le prossime elezioni comunali di Napoli sull’autonomia della Capitale del Mezzogiorno.

Dopo-EXPO, altri 200 milioni. La goccia che trabocca.

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Nel giorno stesso in cui si scopre che il governo toglie 150 milioni di euro già destinati alla bonifica della Terra dei fuochi, e si scopre che Calabria, Sicilia e Campania sono state escluse dagli stanziamenti per il dissesto idrogeologico, Renzi annuncia un investimento pubblico di 200 milioni di euro ancora per l’Expo, ancora per Milano, dove su parte dell’area fieristica si farà un centro di eccellenza scientifico.
Nella città già ingolfata di ricchezza “assistita” e di ingiustificata supponenza da “capitale morale” dove l’esperienza Expo si è rivelata un fallimentare bluff, con una spesa pubblica di quasi 15 miliardi di Euro, in piccola parte per il fierone delle mancate meraviglie, ma in gran parte per fare opere pubbliche e infrastrutture di collegamento per Milano, come se ne avesse avuto bisogno, e in buona parte finiti in mazzette.

Sia ben chiaro, fare un centro di eccellenza scientifico, come dicono, per la ricerca nanotecnologica e alimentare, allo scopo di “migliorare la qualità della vita”, non ci vede contrari, anzi, ma ciò che si contesta è la concentrazione in una sola parte del paese, sempre la stessa, degli investimenti pubblici, mentre il Sud viene abbandonato a un destino infame. Il Mezzogiorno trattata come “bad company” di una nazione fondata sulla corruzione, tra le prime in classifica al mondo nel campo. Una nazione che attribuisce proprio alla città dove più che altrove si concentra la mazzetta, il ruolo di “capitale morale” è davvero inemendabile. E’ il riconoscimento del malaffare come motore guida del paese.

Ecco dunque gli attacchi mediatici contro la vera capitale d’Italia, pur corrotta, ma non più di Milano, ecco dunque gli attacchi contro la capitale del Sud, quella vituperata Napoli che rialza faticosamente la testa, grazie a un ceto politico comunale onesto (in Italia vi pare poco?) questa sì da proporre come “capitale morale”, visto che sono anni che non si hanno notizie clamorose di arresti, mazzette e tangenti, come del resto a Bari, a Messina ed altre città del Sud, premiate per le loro virtù amministrative. Forse che un Sud virtuoso non è concepibile? Non può appartenere all’idea dell’Italia? Eppure è proprio da queste città, i cui cittadini dallo Stato ricevono la metà dei finanziamenti destinati a quelli del Nord, che spira un vento di buona politica.

Senza entrare più di tanto nel merito del dopo-Expo, sul quale torneremo prossimamente, vi diciamo solo che, oltre i 200 milioni iniziali, costerà 145 milioni l’anno per la gestione delle attività. Parlare di sana ricerca alimentare, dopo aver consegnato l’Expo nelle mani delle multinazionali della cattiva alimentazione, quali Coca Cola e Mc Donald’s, è come regalare una pistola a un killer. Renzi dimentica che, proprio nei giorni scorsi, l’Organizzazione mondiale per la sanità ha definito altamente cancerogeni le carni lavorate così tanto prodotte e consumate al Nord e ha “benedetto”, ove ancora ve ne fosse bisogno, la dieta mediterranea come la migliore al mondo per la salute. Che le cime di rapa pugliesi, i pomodorini campani, il tonno calabrese e le melanzane siciliane, fossero un’eccellenza milanese non lo sapevamo.

Ma Renzi ha le cambiali da pagare, non solo quelle ad Alfano: Ponte sullo stretto, contanti a 3.000 euro e abolizione dell’art. 18, ma deve pagare soprattutto il cambialone alla borghesia del Nord, che ha sostenuto e finanziato dall’inizio il ducetto di Firenze, bravo nel fare il governo più antimeridionale della storia. Così come a suo tempo fece per il duce romagnolo. Ma questa è un’altra storia.

RidipingiaMO il Sannio: parte la raccolta di pittura bianca per riverniciare gli edifici distrutti dall’alluvione

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Il Sannio è in ginocchio. Anche se i riflettori mediatici si sono spenti, in terra sannitica perdura un grave stato di emergenza e i segni dell’alluvione devastante che ha colpito strade, scuole e aziende, sono ancora visibili.

L’ allarme ha interessato i paesi a ridosso dei corsi d’acqua e i piccoli centri, come Pontelandolfo, che in queste settimane hanno potuto contare sull’aiuto e la solidarietà dei volontari. MO-Unione Mediterranea si è messa in contatto con gli abitanti del posto per offrire un contributo concreto.

Le pareti delle abitazioni, delle scuole, dei negozi e delle aziende sono state interamente sporcate dal fango: servono fusti di pittura bianca per interni e pennelli per tinteggiare le pareti delle abitazioni. Servono subito. Ecco perchè abbiamo deciso di far partire una vera e propria campagna per ripulire e riverniciare il Sannio. Chiunque volesse darci una mano può consegnare i fusti di vernice bianca rivolgendosi al seguente recapito: 081418035 (telefonare ad orario negozio) e chiedere di Annamaria Pisapia. La raccolta dei bidoni terminerà Sabato 14 Novembre 2015.

Per tutti coloro che volessero dare un contribuito economico la Caritas Diocesana di Cerreto Sannita chiede aiuto attraverso una raccolta fondi, per aiutare le attività commerciali distrutte dall’alluvione affinché le famiglie possano essere accompagnate nel riprendere il loro lavoro necessario per sostenere la famiglia.

Il conto è intestato a Caritas Diocesana-Cerreto Sannita Bn ed è aperto presso la Banca Prossima. IBAN: IT57N0335901600100000106776 CAUSALE ALLUVIONE VALLE TELESINA E CAUDINA.

RidipingiaMO il Sannio.

NA – Napoli Autonoma

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Noi
cittadini di Napoli e delle terre del Sud
non ci rassegniamo
al fatto di vivere in un Paese spaccato in due per lavoro, servizi pubblici,
diritto allo studio, alla salute, alla mobilità;

ci sentiamo offesi
dal sentire giudicato il Mezzogiorno come inguaribile palla al piede del Paese
e come luogo di rassegnazione e lamenti;

siamo convinti
che nessun popolo del mondo sia privo della capacità di governarsi;

denunciamo
i seguenti atti e omissioni dello Stato a causa dei quali da anni
aumenta il divario nel Paese:

1. Asili nido e istruzione: valutati zero i bambini del Sud.
Dal 2015 i fabbisogni standard comunali sono conteggiati in
modo palesemente distorto: si misurano non i bisogni della
popolazione ma i servizi erogati in passato, anche quando tali
servizi sono inadeguati o addirittura nulli. Il fabbisogno di
asili nido è stato conteggiato zero in città come Giugliano,
Pozzuoli, Casoria, Portici, Ercolano, San Giorgio a Cremano.

2. Sanità: meno risorse dove ci si ammala di più.
Dal 2012 si utilizza nel reparto del fondo sanitario la “formula
Calderoli” con il criterio della pesatura per età: si poche
persone raggiunto la vecchiaia si tagliano risorse per le cure
con la conseguenza che nei luoghi come la Terra dei Fuochi o
Taranto dove la speranza di vita è più bassa ci sono meno
servizi sanitari e si fa meno prevenzione.

3. Trasporti locali: treni e autobus vecchi e inquinanti al Sud.
Il governo è venuto meno a un dovere preciso: non ha attuato
la legge che gli impone di calcolare i livelli di servizio di
trasporto locale. Se non fissi il livello minimo non fai mai
scattare gli investimenti sul trasporto pubblico previsti dalla
legge sul federalismo e senza il rinnovo di treni e autobus il
servizio deperisce e aumenta l’inquinamento.

4. Manutenzione strade: meno soldi se ci sono più disoccupati.
Dal 2015 si utilizza l’irrazionale parametro del tasso di
occupazione Istat per dividere i fondi pubblici per la
manutenzione delle strade provinciali e metropolitane. In altre
parole si riducono le risorse dove ci sono meno occupati, in
base alla sola logica di favorire le aree più ricche.

5. Università: borse di studio e turnover dei prof minori al Sud.
Le borse di studio sono erogate in modo saltuario al Sud
anche agli aventi diritto: uno scandalo mai affrontato. Inoltre
dal 2013 c’è un tetto al turnover dei docenti universitari più
stringente dove i redditi familiari sono bassi, con l’effetto di
aver spostato l’assunzione di 700 ricercatori dagli atenei del
Sud a quelli del Centronord e favorito un drammatico calo di
iscrizioni nelle Università del Mezzogiorno.

6. Infrastrutture e porti: da “prima il Nord a “solo il Nord”.
Lo Stato ha partecipato al bando comunitario “Meccanismo
per connettere l’Europa” presentando progetti da realizzare
entro il 2020 esclusivamente per il Nord: i treni merci di
nuova concezione collegheranno il Brennero solo con i porti
dell’alto Tirreno e dell’alto Adriatico. Si rendono meno
competitivi i porti e gli interporti del Mezzogiorno, che è il
centro del Mediterraneo.

7. Livelli essenziali di assistenza: quindici anni di attesa.
Lo Stato dal 2001 non ha mai definito quanto previsto
all’articolo 117 lettera m della Costituzione, e cioè la
“determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni
concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti
su tutto il territorio nazionale” facendo inceppare i
meccanismi solidali previsti in Costituzione.

8. Perequazione: c’è in Costituzione ma nessuno l’ha vista.
Nei commi 3 e 4 dell’articolo 119 si dice che “la legge dello
Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di
destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per
abitante” e che quelle risorse “ai Comuni, alle Province, alle
Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente
le funzioni pubbliche loro attribuite”. Quindi al Sud i servizi
pubblici non sono garantiti.

9. Produzione: sede dell’Alenia spostata da Pomigliano alla provincia di Varese.
Nel 2012 la fusione tra Alenia e la ben più piccola Aermacchi
ha visto lo spostamento della sede legale dalla sede storica di
Pomigliano d’Arco a Venegodo, in provincia di Varese. Nel
giro di pochi anni il top management è quasi tutto proveniente
dagli stabilimenti del Nord.

10. Fondi Ue: impegno statale ridotto a un terzo in Campania, Calabria e Sicilia.
Con il ciclo di fondi europei 2014-2020 il governo ha deciso
di ridurre a un terzo il cofinanziamento ai progetti europei in
tre regioni del Sud. In pratica un progetto finanziato in
Lombardia aggiunge a ogni euro di Bruxelles un euro italiano
mentre se lo stesso progetto è realizzato in Campania
l’impegno nazionale per ogni euro europeo scende a 33
centesimi.

Per tutto quanto sopra
noi, cittadini di Napoli e delle terre del Sud
consapevoli dei nostri doveri, dei nostri diritti e della
nostra identità
esigiamo
l’apertura di una specifica sessione parlamentare che, entro la
fine dell’attuale legislatura, esamini, valuti e corregga le
storture fin qui evidenziate;
proponiamo
la seguente legge d’iniziativa popolare che entro il 2016
faccia di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, una
Città Autonoma

Istituzione di NA-Napoli Autonoma

(disegno di legge)

Articolo 1
1. Il Comune di Napoli, in quanto città capitale del maggiore stato preunitario italiano e metropoli con una sua specifica identità, legata a peculiarità storiche, ambientali e demografiche riconosciute dagli organismi internazionali, in applicazione dell’art. 118, secondo comma, della Costituzione è definito Città Autonoma e assume la denominazione Napoli Autonoma, in sigla NA. Il Consiglio comunale assume la denominazione di Assemblea Partenopea.

Articolo 2
1. Napoli Autonoma è un ente territoriale i cui attuali confini sono quelli del Comune di Napoli e dispone di speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria, nei limiti stabiliti dall’art. 119 della Costituzione. L’ordinamento di Napoli Autonoma è diretto a garantire il miglior assetto delle funzioni che Napoli è chiamata a svolgere quale principale metropoli e motore di sviluppo dell’Italia meridionale, patrimonio Unesco nonché sede nazionale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.

2. Oltre a quelle attualmente spettanti al comune di Napoli, sono attribuite a Napoli Autonoma le seguenti funzioni amministrative:
a) concorso alla valorizzazione dei beni storici, artistici, ambientali, culturali previo accordo con il Ministero per i beni e le attività culturali;
b) sviluppo economico e sociale di Napoli Autonoma, nell’interesse di tutta l’area metropolitana, con particolare riferimento alla programmazione dei fondi comunitari e alla valorizzazione dei settori produttivo, portuale, turistico, commerciale, universitario e delle comunicazioni;
c) sviluppo urbano, pianificazione e riqualificazione territoriale;
d) edilizia pubblica e privata;
e) organizzazione e funzionamento dei servizi urbani, con particolare riferimento al trasporto pubblico e alla mobilità dell’area metropolitana;
f) protezione civile, in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei ministri e la Regione Campania;
g) ulteriori funzioni conferite dallo Stato e dalla regione Campania, ai sensi dell’art. 118, secondo comma, della Costituzione.
3. L’esercizio delle funzioni di cui al comma 2 è disciplinato con regolamenti adottati dall’Assemblea Partenopea, nel rispetto della Costituzione, dei vincoli comunitari ed internazionali, della legislazione statale e di quella regionale nel rispetto dell’art. 117, sesto comma, della Costituzione, nonché in conformità al principio di funzionalità rispetto alle speciali attribuzioni di Napoli Autonoma.
4. L’Assemblea Partenopea, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, approva, ai sensi dell’art. 6, commi 2, 3 e 4, del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, con particolare riguardo al decentramento municipale, lo statuto di Napoli Autonoma, che entra in vigore il giorno successivo alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
5. Con uno o più decreti legislativi è disciplinato l’ordinamento, anche finanziario, di Napoli Autonoma, con specificazione delle funzioni di cui al comma 2, definizione delle modalità per il trasferimento a Napoli Autonoma delle relative risorse umane e dei mezzi, trasferimento, a titolo gratuito, a Napoli Autonoma dei beni appartenenti al patrimonio dello Stato non più funzionali alle esigenze dell’Amministrazione centrale.

Articolo 3
1. In via sperimentale, nelle more di una piena e corretta applicazione del federalismo fiscale e in particolare da quanto previsto nella Costituzione all’articolo 117 lettera m (determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale) e 119 terzo e quarto comma (la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante, tale da consentire insieme alla risorse proprie di finanziare integralmente le funzioni pubbliche attribuite ai Comuni), e fermo restando quanto previsto dai decreti di cui all’articolo 2 comma 4 a Napoli Autonoma viene attribuita una quota di tributi propri di importo pari per il 2016 a quanto attribuito dal Fondo di solidarietà comunale per il 2015 e cioè 258.899.633 euro, quale saldo tra finanziamento e contributo.

2. Napoli Autonoma per il 2016, 2017 e 2018 non partecipa né in modo attivo né in modo passivo alla quota solidaristica del Fondo di solidarietà comunale di cui all’articolo 1, comma 380, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, ma soltanto al ristoro integrale dell’Imu e della Tasi, in base a quanto previsto dall’articolo 1 comma 17 della legge 208/2015 (legge di Stabilità 2016) e in particolare a quanto dovuto al Comune di Napoli al fine di tenere conto dell’esenzione di cui ai commi da 10 a 16, 53 e 54 dell’articolo 1 della legge 208/2015, prevista per l’Imu e la Tasi.

3. Per effetto di quanto previsto dal comma precedente, per ciascuno dei medesimi anni 2016, 2017 e 2018 dal Fondo di solidarietà comunale il governo può effettuare con decreto del Ministero dell’economia e finanza un prelievo straordinario in favore delle finanze statali fino a un massimo di 258.899.633 euro.

4. Per gli anni 2016, 2017 e 2018 le imposte sui trasferimenti di immobili (Iva, Registro e bollo, ipotecaria e catastale e successioni o donazioni) relative a beni ricadenti nel Comune di Napoli sono integralmente assegnate a Napoli Autonoma.

5. Per il 2016 a Napoli Autonoma è assegnata una percentuale di compartecipazione al gettito Irpef relativa ai redditi del 2015 dei residenti nel Comune di Napoli di una quota tale da pareggiare, unitamente a quanto previsto dal comma 4, l’importo di 258.899.633 euro: i versamenti effettuati al Comune di Napoli nel 2016, prima dell’entrata in vigore della presente legge, sono considerati acconti di quanto previsto in questo e nel comma precedente. La percentuale di gettito Irpef, individuata con decreto dal Ministero dell’economia e finanza entro il 30 settembre 2016, sarà assegnata a Napoli Autonoma nel 2017 e nel 2018 in misura invariata, indipendentemente dalle eventuali variazioni di gettito sia dell’Irpef stessa, sia delle imposte indicate al comma 3.

Articolo 4
1. La presente legge, che non ha oneri per lo Stato, entra in vigore il primo luglio 2016.
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Introduzione

Napoli era di gran lunga la maggiore città italiana al momento dell’Unità, sia per abitanti, sia per ricchezza in valore assoluto. Il suo declino politico è stato repentino, ma era inevitabile in un processo d’unificazione e ha colpito anche città come Torino, Firenze e, in precedenza, Venezia. Il declino economico di Napoli, invece, non era affatto scontato e dopo il 1861 è proseguito per decenni: l’assenza o la debolezza di un ruolo guida nazionale riconosciuto tra i tanti possibili per Napoli – economico, finanziario, commerciale, industriale, turistico, culturale, giuridico – hanno fiaccato il tessuto sociale della principale metropoli italiana fino ad attribuire a Napoli un’etichetta negativa: città assistita.

logoummona

1. L’Autonomia? E’ già in Costituzione

Prima di avventurarsi in una riforma di forte impatto come NA occorre valutare se è in linea con i principi della Costituzione repubblicana. L’articolo 114, secondo comma, fa cadere i dubbi.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione.
Inoltre l’articolo 118, secondo comma, dice espressamente che è possibile differenziare le funzioni per specifici Comuni.
I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze.
Di particolare valenza è l’articolo 119 della Costituzione, composto da sette commi. Ecco il primo.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa.
Perfetto. Quindi l’autonomia finanziaria è la regola. Ora il secondo comma.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno risorse autonome. Stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.
E anche qui ci siamo. Le risorse dei Comuni, come degli altri enti territoriali, devono essere autonome e di due tipologie: entrate proprie e compartecipazioni al gettito di tributi erariali
riferibili al territorio. Ora il terzo comma.
La legge dello Stato istituisce un fondo perequativo, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante.
Il fondo perequativo non è mai stato istituito. Al suo posto ora c’è un fondo di solidarietà comunale, pagato dagli stessi Comuni in rapporto al gettito dell’Imu. Il fatto che la perequazione sia “senza vincolo di destinazione” conferma il principio di autonomia degli enti. Tuttavia, da un punto di vista sostanziale, un Comune che ha bisogno della perequazione per sostenersi è meno autonomo. Passiamo al quarto comma.
Le risorse derivanti dalle fonti di cui ai commi precedenti consentono ai Comuni, alle Province, alle Città metropolitane e alle Regioni di finanziare integralmente le funzioni
pubbliche loro attribuite.
Qui c’è una dichiarazione di principio importante: una volta attribuite le funzioni a un ente locale, questo deve ricevere tra entrate proprie, compartecipazione e perequazione una somma tale da coprire al 100% la spesa, intesa come spesa a costo standard, quindi efficiente. E’ lo Stato che ha il compito (articolo 117, lettera m della Costituzione) di determinare i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. Tali livelli non sono mai stati indicati, per cui non è possibile determinare con esattezza la somma che occorre per “finanziare integralmente” le funzioni pubbliche attribuite agli enti locali né è possibile determinare l’importo necessario per il fondo di perequazione. Passiamo poi al quinto comma, sempre dell’articolo 119.
Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, o per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse
aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni.
Qui c’è spazio per interventi straordinari, che esulano dalle funzioni normali di un ente locale e che quindi non incidono sulla loro autonomia. Ora i commi sei e sette, che chiudono il 119 e che sono anch’essi perfettamente in linea con il principio di autonomia.
I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno un proprio patrimonio, attribuito secondo i principi generali determinati dalla legge dello Stato.
Possono ricorrere all’indebitamento solo per finanziare spese di investimento. E’ esclusa ogni garanzia dello Stato sui prestiti dagli stessi contratti.

2. Federalismo fiscale: un mostriciattolo

Come funziona oggi il federalismo fiscale per i Comuni? Non si sbaglia a descriverlo come un mostriciattolo, un essere dalle sembianze ben diverse da quelle che erano state previste sia nella Costituzione (così come modificata nel 2001), sia nella legge delega, la 42 del 2009, così come nei decreti attuativi del federalismo municipale del 2011. Non sono stati individuati i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale. Non è stato istituito il fondo di perequazione. I fabbisogni standard comunali sono stati calcolati per i 6.707 Comuni delle quindici regioni a statuto ordinario; tuttavia per istruzione e asili nido si è proceduto in modo irrazionale e dannoso per il Mezzogiorno: in assenza dei Lep (livelli essenziali delle prestazioni) si è considerato come livello di riferimento quello effettivamente erogato nel 2010, con risultati paradossali. Laddove un Comune non aveva erogato alcun servizio di asilo nido, per esempio, il fabbisogno standard di quel Comune è stato posto a zero, in evidente contraddizione sia con la logica (il fabbisogno misura il bisogno della popolazione) sia con quanto prevede la legge, che chiede di superare il principio della spesa storica.
Napoli, in particolare, si è vista attribuire un fabbisogno standard di asili nido e istruzione pari ad appena un terzo di quanto è stato assegnato a Torino, città che ha meno abitanti.
Va considerato che per altre voci, come i servizi sociali per anziani, si è invece valutato l’effettivo bisogno della popolazione e non la spesa storica, assegnando quindi un fabbisogno anche nei comuni che non erogavano alcun servizio in merito. La mancata determinazione dei Lea inceppa anche il meccanismo che dovrebbe portare a investimenti omogenei sui territori relativi al trasporto locale.
E’ un mostriciattolo anche il fondo di perequazione che, per legge, per i Comuni doveva partire nel 2013. In attesa del fondo di perequazione era stato istituito un fondo sperimentale di riequilibrio. Con la legge Salva Italia del governo Monti di fine 2011 si è disposto un taglio di 2 miliardi a valere sul fondo sperimentale di riequilibrio e, una volta istituito, sul fondo di perequazione. Con il taglio preventivo del fondo di perequazione lo Stato ha violato in modo esplicito la Costituzione perché l’importo della perequazione non può essere determinato a priori ma deriva in modo matematico dalle scelte effettuate sul livelli essenziali delle prestazioni e dal calcolo dei fabbisogni standard e delle capacità fiscali. Se, per ipotesi, il livello delle prestazioni da garantire in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale è fissato a una quota così bassa che anche il Comune con la minore capacità fiscale riesce a pagare i servizi, allora la perequazione necessaria è zero e non è pertanto tagliabile. Se invece il livello delle prestazioni è posto a una quota tale che per alcuni Comuni è necessario integrare le risorse proprie, allora il fondo di perequazione ha un valore maggiore di zero, ma non è tagliabile perché altrimenti si violerebbe il comma quattro dell’articolo 119, cioè quello che afferma come il fondo di perequazione insieme alle altre voci di entrata comunali deve consentire il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche attribuite.
Tagliare la perequazione equivale a negare l’uguaglianza dei cittadini di fronte ai diritti fondamentali.
Nel 2013 il fondo sperimentale di riequilibrio ha cambiato denominazione in fondo di solidarietà comunale. Al contrario del fondo di perequazione previsto dall’articolo 119, il fondo di solidarietà comunale non è alimentato dallo Stato bensì dai singoli Comuni con una quota pari al 38% dell’Imu. Lo Stato quindi è venuto meno al suo compito di assegnare la
perequazione e, addirittura, nel 2015 lo Stato ha succhiato per esigenze di cassa 1,2 miliardi dal fondo di solidarietà comunale, quindi ha “perequato” a favore di se stesso.

3. Napoli città assistita?

I trasferimenti pubblici ai Comuni si sono fortemente ridotti negli anni recenti, cioè da quando è entrato in vigore il federalismo fiscale. A Napoli, il Comune più sussidiato d’Italia in valore assoluto, si è registrato il seguente andamento.
2010 Trasferimenti erariali 646.437.167
2011 Fondo sperimentale riequilibrio 514.143.937
2012 Fondo sperimentale riequilibrio 426.012.328
2013 Fondo solidarietà comunale avere 382.166.815
2013 Fondo solidarietà comunale dare -67.639.651
2014 Fondo solidarietà comunale avere 375.032.449
2014 Fondo solidarietà comunale dare -65.012.266
2015 Fondo solidarietà comunale avere 323.931.978
2015 Fondo solidarietà comunale dare -65.032.315
In pratica si è passati da 646 milioni nel 2010 della situazione ante federalismo fiscale a 259 milioni nel 2015 considerando il saldo tra dare e avere del Fondo di solidarietà comunale.

Un taglio del 60% pari a 387 milioni!

I 259 milioni di euro fanno di Napoli ancora una città assistita? Nell’opinione generale sì, tuttavia le imposte riferibili al territorio napoletano, cioè le tasse pagate dai contribuenti napoletani, sono superiori alle somme che restano in città sotto forma erogazioni dirette o di servizi pubblici, perché questi ultimi sono inferiori alla media procapite nazionale per pensioni, sanità, trasporti, investimenti. Napoli, insomma, può pagarsi da sola i servizi che riceve e liberarsi dall’etichetta di città assistita.

4. NA, un passo verso la piena autonomia

Come primo passo verso una più ampia autonomia, il Comune di Napoli deve diventare autonomo dal punto di vista fiscale, in linea con la Costituzione. Non bisogna cessare di chiedere l’applicazione della Carta costituzionale e quindi livelli di servizi omogenei sul territorio nazionale, la perequazione e, quando necessario, interventi speciali per rimuovere gli squilibri economici e sociali e per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona. Tuttavia, nella situazione attuale, è necessario intanto individuare risorse proprie per 259 milioni di euro per liberare Napoli da un fondo di solidarietà che pesa sugli altri Comuni ed è soggetto a continui interventi legislativi che ne rendono aleatorio sia l’importo sia i tempi di
erogazione.
La proposta di NA è attribuire al Comune di Napoli, in linea con l’articolo 119 della
Costituzione, due imposte strettamente riferibili al territorio e cioè:

– Imposte sui trasferimenti di immobili

-Compartecipazione Irpef

La prima vale a livello nazionale 8.930 milioni di euro tra Iva (4.260 milioni), Registro e bollo (2.640 milioni), ipotecaria e catastale (1.420 milioni) e successioni o donazioni (620 milioni). Nel decreto legislativo 23 del 2011 sul federalismo municipale si prevedeva la devoluzione ai Comuni di tale imposta, norma poi cassata con il comma 729 della legge di Stabilità del 2014 (legge 147/2013). Il suo valore per la città di Napoli è stimabile in 150 milioni.
La compartecipazione Irpef (cosa diversa dall’addizionale) ha per effetto la cessione al Comune dove sono residenti i contribuenti Irpef di una quota del gettito. Se il valore di 150 milioni dovesse essere confermato, resta da coprire un gettito di 109 milioni che a Napoli equivale a 1,2 punti di Irpef. In ogni caso la legge è costruita per pareggiare esattamente i 258.899.633 euro del saldo netto del Fondo di solidarietà comunale del 2015 e fa salvo quanto dovuto dallo Stato al Comune di Napoli a titolo di rimborso per l’Imu e la Tasi prima casa (comma 17 legge di Stabilità 2016).
Il saldo per la città di Napoli per il 2016 è per definizione zero: rinuncia dal 2016 al Fondo di solidarietà comunale e aumento delle entrate tramite le imposte sui trasferimenti di immobili e la compartecipazione nell’ordine di 1,2 punti di Irpef.

Ecco gli effetti di NA:
– per il contribuente partenopeo non c’è alcun aggravio, né economico né burocratico, ma c’è la soddisfazione di sapere che una quota maggiore delle imposte che paga resta nella sua città;
– per i Comuni diversi da Napoli c’è un guadagno netto di 259 milioni come saldo tra minore gettito Imu di Napoli (65 milioni) e minore esborso del Fondo di solidarietà (324 milioni);
– per lo Stato c’è un minore gettito di entrate proprie di 259 milioni, che può recuperare (lo prevede l’articolo 3, comma 3 del disegno di legge) in tutto o in parte con un prelievo dal Fondo di solidarietà comunale, portando a zero anche il saldo per i Comuni;
– per il Comune di Napoli c’è un collegamento diretto tra miglioramento delle condizioni economiche generali e gettito tributario.
Un Comune che saprà ben amministrare se stesso punterà sulla riqualificazione urbana del centro come delle periferie, sul miglioramento della rete di trasporto pubblico, sull’attrazione di investimenti e di flussi turistici, sulla programmazione e spesa dei fondi europei, sulla valorizzazione di specificità come la presenza della sede nazionale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e di un polo universitario con tradizione millenaria. Nel disegno di legge d’iniziativa popolare si prevede l’istituzione di Napoli Autonoma e si punta su un incremento di funzioni e di responsabilità, sulla falsariga di quanto accaduto per Roma Capitale. A sottolineare l’innovazione, il Consiglio comunale di Napoli viene ridenominato Assemblea Partenopea. Gli effetti economici di un rilancio della città di Napoli saranno un aumento dei valori immobiliari e delle compravendite, nonché una crescita delle attività economiche e quindi dei redditi dei residenti. L’avvio di un circuito virtuoso, spinto anche dall’orgoglio di una città che ricomincia da se stessa senza aspettare sempre aiuti esterni, potrà avere effetti diretti positivi, con un aumento del gettito dalle imposte sugli immobili e dalla compartecipazione Irpef.
Tale maggiore flusso di risorse potrà essere utilizzato sia per ridurre la pressione fiscale sulle imposte proprie del Comune (come addizionale Irpef e Tasi), sia per erogare servizi di migliore qualità e accelerare la riqualificazione urbana.

La responsabilità, però, è una medaglia con due lati: se Napoli non sarà capace di investire su se stessa, il gettito fiscale diminuirà e il quadro finanziario diventerà più pesante rispetto
a un meccanismo basato sui sussidi. Ma non è proprio di questo che ha bisogno una comunità per mettersi alla prova? Le sfide rendono forti.
=========la citazione===========

“La città di Napoli, come tutte le grandi città che cessano di essere centri di un governo di un grande Stato, la città di Napoli ha fatto all’Italia un immenso sacrificio; l’Italia ha in questo modo contratto un grande debito verso la città di Napoli e l’Italia dovrà soddisfarlo”.

(Ubaldo Peruzzi, fiorentino, primo ministro dei Lavori pubblici, discorso in Parlamento del 1861 – tratto da G. Galletti, P. Trompeo, Atti del Parlamento italiano: sessione del 1861, VIII legislatura, p. 163, Tipografia Eredi Botta, Torino 1862)

 

Comunali, Napoli: Lista MO annuncia partecipazione.

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MO-Unione Mediterranea sarà presente alle elezioni comunali di Napoli di maggio 2016 con una propria lista. Lo hanno annunciato il segretario Enrico Inferrera e la portavoce Flavia Sorrentino in un incontro con i sostenitori presso la chiesa San Gennaro all’Olmo. Punto chiave del programma saranno autonomia e identità. La lista MO! con il progetto NA-Napoli Autonoma propone di rinunciare a ogni centesimo di sostegno pubblico mantenendo sul territorio tasse riferibili al territorio stesso. “Solo contando sulle nostre forze e la nostra identità – hanno sottolineato Inferrera e Sorrentino – si potrà garantire sviluppo, lavoro, dignità”. La lista MO! – che nelle scorse elezioni regionali ha raccolto l’1,4% dei consensi a Napoli città – auspica che sul suo progetto possano convergere forze sociali e persone libere da vincoli partitici.

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Il Governo ha investito in EXPO Milano 2015 53 volte di più che per Matera 2019: tu chiamale se vuoi “discriminazioni”

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di Mattia Di Gennaro

Finalmente il ddl Stabilità 2016 è arrivato a Palazzo Madama per la discussione parlamentare. Felice della lieta notizia, l’ho scaricato dal sito del Senato e l’ho letto, nella speranza di trovare le parole “Mezzogiorno” o “Sud” scritte dovunque e, soprattutto, associate a tanti numeri con molti zeri.

Purtroppo, la mia speranza è stata presto tradita: di Mezzogiorno nulla o quasi; tuttavia, all’articolo 22, si parla di interventi in favore del programma relativo alla “Capitale europea della cultura” a favore, dunque, della città di Matera. Subito ho immaginato interventi infrastrutturali rivoluzionari per fare di Matera 2019 una vetrina italiana al pari di quanto accaduto per Milano 2015: strade, servizi, i treni nazionali!

Mentre sogno ad occhi aperti i Sassi invasi da centinaia di migliaia di turisti innammorati follemente del Mezzogiorno, un dubbio mi assale: come mai si parla genericamente di interventi e non si è ritenuto opportuno descriverli con maggiore chiarezza? Pensavo, vuoi vedere che sono talmente tanti che non avevano spazio per riportarli?

Per saperne di più faccio un salto di qualche centinaio di pagine, alla “Relazione Tecnica” al ddl Stabilità. Ecco, se cè un posto dove trovare pagine e pagine con gli interventi per Matera 2019 è proprio in questa sezione che bisogna cercare. E cosa ci trovo, invece? Giusto qualche riga che spegne definitivamente il mio entusiasmo: “Per la realizzazione del programma di interventi della città designata Capitale europea della cultura per l’anno 2019 è autorizzata la spesa di 2 milioni di euro per l’anno 2016, 6 milioni per l’anno 2017, 11 milioni di euro per l’anno 2018 e 9 milioni per l’anno 2019. L’individuazione degli interventi è effettuata con decreto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, previa iontesa con il sindaco di Matera”.

 

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2+6+11+9…28. 28 milioni di euro. Per Matera, Capitale europea della cultura 2019, 28 milioni soltanto! E quanti sono? Pochi se pensate che con 28 milioni ci si costruisce meno di un kilometro della ferrovia alta velocità Brescia-Verona!

Su tutte le furie, cerco, dunque, di capire quanto lo Stato, invece, abbia investito in quel carrozzone disorganizzato di Expo Milano 2015; magari, anche per questo tipo di eventi lo Stato ha cercato di fare “spending review”, come sembra sia stato fatto per Matera.

Faccio un giro sul sito Governo.it e cerco qualche resoconto sugli investimenti in favore di Expo Milano 2015. E trovo questo.

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Ebbene, per le infrastrutture ritenute “essenziali” per l’evento Expo Milano 2015 lo Stato ha sborsato ben 1 Miliardo e 482 Milioni di euro. Questa cifra, confrontata a quanto il Governo ha in programma di spendere per Matera, è ben 53 volte più grande!

A questo punto, credete ancora che questo Governo abbia credibilità quando parla di Mezzogiorno?

Salviamo il Sannio: ecco come contribuire per aiutare il beneventano.

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Il dramma di Benevento. Aiutiamolo noi, da ogni parte del Sud.

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Salvatore Legnante

Risulta difficile, di fronte alle tragedie vissute in questi giorni dalla città di Benevento, e dai sanniti, trovare le parole giuste per non cadere nella retorica, nel bizantinismo del già detto, nel ‘solito piagnisteo’ di cui ti accusano a prescindere, in quanto meridionale.

Risulta difficile evitare di pensare ai presidenti del consiglio, ad esponenti della classe dirigente di questo paese, ai mass media, che sembrano sempre comportarsi in maniera differente anche rispetto alle calamità naturali, guardando come al solito alla latitudine dell’evento, se accaduto a sud o a nord di una certa linea.

E perciò cerchi una spiegazione più razionale e più umana di quella del colonialismo interno, se il Gargano o la provincia di Messina o oggi Benevento piangono morti e devastazioni senza il conforto né morale né pratico di un solo rappresentante  istituzionale  di stanza a Palazzo Chigi.

Cerchi di capire perché ti senti sempre e più cittadino di serie B, in questa Italia, ogni giorno figlio minore di una nazione mai nata, mentre vedi le immagini di un territorio come il Sannio, e di una popolazione così nobile e lavoratrice, e di una settantina di aziende agro alimentari di eccellenza, che coi loro circa 500 dipendenti sono in tremenda difficoltà e lasciate sole, sempre, non soltanto in questo momento tragico.

Ora però agiamo.

Non possiamo lasciarli soli, i nostri fratelli sanniti. Aiutiamoli in qualsiasi modo, facciamogli sentire la nostra vicinanza, attraverso una delle tante iniziative spontanee che stanno nascendo dalla rete, e andiamo lì, nei luoghi della tragedia, a dare una mano concreta, un conforto, un saluto.

Oggi il Sud è il Sannio. E’ per questo che MO-Unione Mediterranea sarà presente nel fine settimana, a Benevento, per aiutare ed abbracciare un popolo così orgoglioso.

Il  Sannio deve risollevarsi. Aiutiamolo, noi. Da ogni parte del Sud.

 

Il 26 presentazione delle linee guida per il programma di governo della città di Napoli

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Autonomia ed identità della città di Napoli: sono questi i fondamenti dell’importante evento previsto per il giorno 26 ottobre 2015 a Napoli presso la Chiesa di San Gennaro all’Olmo (Via San Biagio dei Librai, 35) in cui MO-UNIONE MEDITERRANEA presenterà le linee guida del proprio programma politico in vista delle prossime elezioni comunali nella città di Napoli. Forte del significativo consenso ricevuto alle elezioni regionali, il movimento spiegherà ai cittadini i punti cardine delle progettualità previste, in linea con gli obiettivi che l’Assemblea degli iscritti ha individuato quali prioritari. Al dibattito seguirà un monologo dell’attore e sceneggiatore Vittorio Ciorcalo ed un concerto della Compagnia “Musincanto” del Teatro San Carlo di Napoli.

Secondo Enrico Inferrera, Segretario Nazionale di Unione Mediterranea <<il nostro movimento, proseguendo l’impegno sul territorio che alle recenti elezioni regionali in Campania ha ottenuto numerosi consensi intende proporsi alle prossime elezioni comunali di Napoli quale soggetto politico autonomo e principale punto di riferimento per un attuale e moderno meridionalismo. Riteniamo che Napoli abbia storicamente, culturalmente e socialmente tutti i crismi per essere la vera capitale di un Sud, desideroso di riscatto, sebbene depredato da politiche nord centriche ed umiliato dalle promesse dei partiti politici storici ormai chiaramente per niente interessati alla sua tutela ed al suo sviluppo. Non abbiamo bisogno di tutori o colonizzatori ma di puntare sulle nostre energie sui i nostri talenti, sui nostri giovani combattendo il malaffare e l’illegalità in tutte le sue forme, valorizzando i nostri punti di forza e rinunciando ad ogni forma di assistenzialismo reale o simulata. Napoli può essere capitale assoluta del Mediterraneo ed in tal senso il nostro programma punta ad obiettivi estremamente ambiziosi che riteniamo di poter raggiungere nell’interesse di tutto il nostro territorio. La storia si fa e non la si legge soltanto e noi riteniamo sia ampiamente scaduto il termine di fiducia affidato alla vecchia partitocrazia che mai nulla ha fatto di concreto per la nostra gente con la quale intendiamo costruire il nostro programma politico>>.

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