La sfida dell’autonomia. Contro la corruzione del sistema Italia

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di Salvatore Legnante

Se volessimo utilizzare le logiche perverse della politica italiana, non avremmo alcuna difficoltà a definire il ‘dato costitutivo’ (cit.) della classe politica lombarda e settentrionale in generale: è il continuo e ininterrotto legame con la tangente il tratto distintivo del loro agire.

La ‘mazzetta’ è un’ istituzione, nella presuntissima Capitale morale d’Italia. Dalla Milano da bere degli anni socialisti a quella più ‘ruspa…nte’ del leghismo dei giorni nostri, un’unica costante muove i fili della città meneghina: il malaffare in politica. Il malaffare, lì, è politica. La corruzione è politica.

L’ultimo caso riguarda la giunta regionale del verde Maroni, quel politico che con una scopa in mano prometteva di far pulizia in un partito che in pubblico gridava Roma ladrona e Sud straccione, mentre in privato coi soldi della collettività acquistava lauree in Albania e diamanti in Africa.

Limitandoci a ragionare all’italiana, però, commetteremmo da Sud lo stesso errore che si commette sempre da Nord: cercare quasi lombrosianamente una ragione geografica alla delinquenza, al malaffare, alla mala gestio della cosa pubblica.

Non è così: non esistono popoli geneticamente ladri, geneticamente mafiosi, geneticamente corrotti. Esiste però una consolidata consuetudine del potere, che in Italia, dal momento dell’Unità in poi, ha sempre previsto che un diritto del cittadino sia trasformato in un favore concesso.

E di più: esiste una consolidata impostazione culturale coloniale che in Italia prevede che il diritto di un meridionale sia visto come un favore concesso da un settentrionale: ciò che al Nord è andato o va, nei decenni, sotto la voce investimenti, al Sud è sempre stata considerata una spesa. Al Nord si investe, al Sud si assiste.

Ha sempre ragionato così, il potere nell’Italia falsamente unita. E ha sempre alimentato, attraverso questi meccanismi, il giogo della corruzione, a qualsiasi latitudine.

E’ anche per questo che è da Sud che va lanciata, finalmente, la sfida dell’autonomia: autonomia innanzitutto culturale rispetto al modo di fare politica di tutti i partiti radicatisi in Italia, che da destra, da sinistra o dal centro hanno comunque introiettata l’impostazione coloniale prima descritta.

Dal Sud meridiano, centro del mediterraneo, va finalmente lanciata una proposta forte di auto-governo, che non vada nel solco ipocrita e chiuso del leghismo, che ne faceva una semplice questione di soldi, di ricchezza da non voler redistribuire.

Un’autonomia che parta da Sud vuole dire farla finita con le pratiche corruttive, vuol dire eliminare la parola ‘assistenzialismo’, vuol dire riprendersi in mano il proprio destino, per un territorio che non vuole più fare affidamento su presunti salvatori che vengono da altrove.

Autonomia significa, infine, creare finalmente una classe dirigente meridionale e meridionalista, cosciente della propria storia millenaria, della propria  identità e disposta a condurre la più affascinante delle battaglie, ambientali culturali sociali e politiche: rendere finalmente bellissima questa nostra terra, nobile e disgraziata.

Commenti

commenti

4 commenti

  • di gregorio maria teresa

    Si, separiamoci. 155 anni, sono già tanti…

  • Giovanni Fabozzo

    Credo che la Dissaciazione dal Sistema Italia e l’Aggregazione a Chi e’ a Noi piu’ Vicino , sia la cosa migliore. . . . Creare uno Statuto ed aggregarsi puo’ essere un Inizio, ma credo che la strada da percorrere sia molto lunga. . . Buon Lavoro a Tutti. . . .

  • Beh, che aspettiamo?
    Possiamo chiedere, come Regioni, di aggregarci alla Regione Sicilia che, con il suo Statuto Speciale, è praticamente già uno Stato.
    Marco Esposito docet (nel suo libro “Separiamoci” ci dà gia la soluzione).
    Vogliamo deciderci una buona volta?
    Mauro Vella

    • E’ vero siamo già uno stato, ma purtroppo è vero pure che questo statuto viene usato per aumentare gli stipendi a Palazzo dei Normanni.

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