I popoli meridionali devono riappropriarsi della sovranità sul territorio: il tempo è adesso. L’appello di Francesco Tassone.
Il punto di partenza
Sono ormai molti decenni che le popolazioni meridionali – o almeno larghi strati di popolazione, in ogni luogo che ancora si riconosce come Meridione- hanno la consapevolezza di fare parte di un territorio dipendente, soggetto come tale ad un processo di sfruttamento di tipo coloniale. La qualificazione di “italiani” non inganna più nessuno, o almeno non inganna quelli che sono pervenuti a tale consapevolezza, ai quali è sufficientemente chiaro come tale qualificazione vale a mistificare il dato di fatto della dipendenza, costituisca cioè un consapevole inganno volto a impedire che i meridionali si rendano conto della loro effettiva condizione e dello sfruttamento a cui correlativamente vengono assoggettati.
Tuttavia, malgrado la larga diffusione di questa consapevolezza, accompagnata da una ormai vasta letteratura – in cui spiccano il nome di Nicola Zitara, che ha aperto la strada con opere tanto rigorose quanto appassionate, e quelli più recenti di Pino Aprile e di Marco Esposito – i numerosi movimenti che nel tempo si sono andati organizzando sulla base di essa (e solo sulla base di essa) con l’intento dichiarato di voler restituire al Meridione il potere che esso aveva sul suo territorio prima della conquista piemontese, si sono dissolti o rimangono episodi di poco conto, incapaci di raccogliere consensi elettorali di un qualche rilievo e tantomeno significativi rispetto al fine propostosi.
Appare quindi legittimo avanzare l’ipotesi che essi, e se si vuole tutti noi ( e qui tuttavia è necessario un qualche distinguo quanto al Movimento Meridionale, e lo dico solo perché ciò può tornare utile nello svolgimento ulteriore di questo discorso, che non può certo esaurirsi con questa nota) abbiamo finora battuto una via insufficiente e temporalmente sbagliata, pretendendo di partire dalla fine, da quello che può essere, e deve essere visto come l’esito finale del processo, anziché partire da quello che necessariamente, ineludibilmente ne costituisce l’inizio; cioè dall’intervento sulle sofferenze derivanti dallo stato di avanzata disgregazione, in cui versa la società meridionale come società, e insieme dallo stato di spoliazione di ogni potere sul suo territorio (divenuto oggetto di discariche e di insensate trivellazioni) e sulle sue strutture produttive (vedi da ultimo la totale spoliazione del suo sistema creditizio) e comunitario. Un dato di fatto questo che va molto al di là del dato costituito dalla perdita della memoria storica, anche se la disgregazione sociale e produttiva nella quale oggi ci troviamo trova in essa la sua radice e ne costituisce la concreta materializzazione.
In altri termini, i tanti movimenti che si sono fin qui susseguiti – e nei quali, occorre aggiungere, sono state spese, spesso, tante fatiche, tanta passione e tante risorse e sono state raccolte tante brucianti delusioni – hanno eluso di incontrarsi e di scontrarsi con la dipendenza, e di contrastare ad essa il passo, lì dove essa quotidianamente pone la sua ma no pesante, lì dove essa asserve ai suoi fini e stravolge e inaridisce i territori, le istituzioni sociali e produttive, gli uomini, la cultura e la nostra stessa anima. Era lì invece ed è l’che andava portata e va portata la nostra presenza e posta la nostra azione e le nostre energie, lavorando a costruire, a organizzare e riorganizzare dove la dipendenza disgrega e stravolge; e questo insieme alle popolazioni, come parti di esse, qualificate dal fatto di costituire prime strutture organizzate di un più ampio processo popolare di liberazione già iniziato e di agire, si badi bene, in nome di esso.
In definitiva, il nostro compito è quello di avviare un processo progressivamente rilevante di carattere sociale,la cui dimensione politica è data dal fatto che esso si svolge in nome della liberazione del Meridione dalla sua condizione di assoggettamento di tipo coloniale.
Il numero che va in stampa intende porsi come consapevole punto di svolta del comune modo di pensare e di operare sopra indicato.
Esso, come il lettore rileverà agevolmente, è dedicato interamente alla figura di Rocco Brienza, al lungo lavoro da lui speso per la causa dell’uomo, della società meridionale, da cui Rocco traeva le sue radici, e insieme –si tratta di termini nel concreto inscindibili – della democrazia.
Della transizione, come processo quotidiano di conquista del potere di autogovernarsi, in tutte le situazioni in cui una società venga a trovarsi, e particolarmente in quelle in cui tale potere le sia limitato o addirittura sottratto, egli aveva una cognizione piena e completa, sia come formulazione morale e politica, sia come esperienza quotidiana, come “prassi” personale e comunitaria. Sapeva che non si può restare all’infinito “in attesa dell’avvento” , ma occorre dare materiale inizio qui ed ora
Animato da tale passione, Rocco Brienza, negli anni ‘60 e ’70, diede vita in Basilicata, ed in particolare nella sua Rionero, al Movimento di Comunità di Adriano Olivetti e poi, finita tale esperienza, al Movimento di Educazione Civica, attivo in tutto il Meridione, impostando il lavoro dell’uno e dell’altro movimento nell’organizzazione, luogo per luogo di centri e di associazioni che costituissero per espressione concreta di un più o meno ampio autogoverno civile delle comunità. Era chiaro in lui che il raggiungimento di un tale obiettivo costituisce la meta finale; la quale tuttavia trova già ora la sua quotidiana concreta realizzazione, per quanto incompleta, in tutte quelle strutture di cooperazione sociale che, nel suo segno, una popolazione (già di per sé strutturata in comunità locali tra di esse interconnesse) costruisce per difendere i suoi beni e dare ad essi piena esplicazione.
L’incontro con la sua esperienza di vita e con il suo lavoro culturale e politico, avvenuto agli inizi degli anni ’80, resta quindi per questa rivista, e prima ancora per la causa meridionale, che – sia consentito- in questo territorio e nell’ambito di quella distorta convivenza realizzata dallo “Stato italiano” coincide con la causa della democrazia di fondamentale importanza, poiché in essi si ritrovano le basi per acquisire la cognizione ed il sentimento del processo necessario perché le popolazioni meridionali possano conquistare spazi di autonomia sempre più ampi, in cui contrastare e ridurre la presenza e la violenza della dipendenza.
Il numero che va in stampa costituisce quindi un omaggio a un nostro comune amico e compagno carissimo ed anche un’attestazione che egli è ancora pienamente presente tra noi e ci accompagna nel nostro lavoro, con il rigore , la lucidità e l’affabilità del suo pensiero e della sua passione civile. Esso si articola in due parti, la prima dedicata alle testimonianze, cioè alla materia viva del rapporto da ciascuno di noi intrattenuto con lui; e la seconda al suo lavoro culturale nel campo della filosofia, della storia e dell’antropologia, con l’occhio volto sempre alla formazione, intesa sempre come continuo scambio delle parti tra chi è chiamato a dare e chi è chiamato a ricevere. Ed è destinato ad accompagnare il corso che questa rivista-richiamandosi peraltro ad esperienze pregresse, dalla stessa intensamente vissute con le popolazioni nelle situazioni del dopo alluvione e dopo terremoto- intende porre come centrale, quello della costruzione della transizione.











