Author Archives: Andrea Melluso

I popoli meridionali devono riappropriarsi della sovranità sul territorio: il tempo è adesso. L’appello di Francesco Tassone.

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Il punto di partenza

Sono ormai molti decenni che le popolazioni meridionali – o almeno larghi strati di popolazione, in ogni luogo che ancora si riconosce come Meridione- hanno la consapevolezza di fare parte di un territorio dipendente, soggetto come tale ad un processo di sfruttamento di tipo coloniale. La qualificazione  di “italiani” non inganna più nessuno, o almeno non inganna quelli che sono pervenuti a tale consapevolezza, ai quali è sufficientemente  chiaro come tale qualificazione vale a mistificare il dato di  fatto della dipendenza, costituisca cioè un consapevole  inganno volto a impedire che i meridionali  si rendano conto  della  loro effettiva condizione e dello sfruttamento  a cui correlativamente vengono assoggettati.

Tuttavia, malgrado la larga diffusione di questa  consapevolezza, accompagnata da una ormai vasta letteratura – in cui spiccano il nome di Nicola Zitara, che ha aperto la strada con opere tanto rigorose quanto appassionate, e quelli più recenti di Pino Aprile e di Marco  Esposito – i numerosi movimenti che nel tempo si sono andati organizzando sulla base di essa (e solo sulla base di essa) con l’intento dichiarato di voler restituire al  Meridione il potere che esso aveva sul suo territorio prima della conquista piemontese, si sono dissolti o rimangono episodi di poco conto, incapaci di raccogliere  consensi elettorali di un qualche rilievo e tantomeno significativi rispetto al fine propostosi.

Appare quindi legittimo avanzare l’ipotesi che essi, e se si vuole tutti noi ( e qui tuttavia  è necessario un qualche distinguo   quanto al Movimento Meridionale, e  lo dico solo perché ciò può tornare utile nello svolgimento ulteriore di questo discorso, che non può certo esaurirsi con questa nota) abbiamo finora battuto una via insufficiente e temporalmente sbagliata, pretendendo di partire dalla fine, da quello che può essere, e deve essere visto come l’esito finale del processo, anziché partire da quello che necessariamente, ineludibilmente ne costituisce l’inizio; cioè dall’intervento sulle sofferenze derivanti dallo stato di avanzata disgregazione, in cui versa la società meridionale come società, e insieme dallo stato di spoliazione di ogni potere sul suo territorio (divenuto oggetto di discariche e di insensate trivellazioni) e sulle sue strutture produttive (vedi da ultimo la totale spoliazione del suo sistema creditizio) e comunitario.  Un dato di fatto questo che va molto al di là del dato costituito dalla perdita della memoria storica, anche se   la disgregazione sociale e produttiva nella quale oggi ci troviamo trova in essa la sua radice e ne costituisce la concreta materializzazione.

In altri termini, i tanti movimenti che si sono fin qui susseguiti – e nei quali, occorre aggiungere, sono state spese, spesso, tante fatiche, tanta passione e tante risorse e sono state  raccolte tante brucianti delusioni – hanno eluso  di incontrarsi e di scontrarsi con la dipendenza, e di contrastare ad essa il passo, lì dove essa quotidianamente pone la sua ma no pesante, lì dove essa asserve  ai suoi fini e stravolge e inaridisce i territori, le istituzioni sociali e produttive, gli uomini, la cultura e la nostra stessa anima. Era   lì invece  ed è l’che andava portata e va portata la nostra presenza  e posta la nostra azione e le nostre energie, lavorando a costruire, a organizzare e riorganizzare dove la dipendenza disgrega e stravolge; e  questo insieme alle popolazioni, come parti di esse, qualificate dal fatto di costituire prime strutture organizzate di un più ampio processo popolare di liberazione già iniziato e di agire, si badi bene, in nome di esso.

In definitiva, il nostro compito è quello di avviare un processo progressivamente rilevante di carattere sociale,la cui dimensione politica è data dal fatto che esso si svolge in nome della liberazione del Meridione dalla sua condizione di assoggettamento di tipo coloniale.

Il numero che va in stampa intende porsi come consapevole punto di svolta del comune modo di pensare e di operare sopra indicato.

Esso,  come il lettore rileverà agevolmente, è dedicato  interamente alla figura di Rocco Brienza, al lungo lavoro da lui speso per la causa dell’uomo, della società meridionale, da cui Rocco traeva le sue radici, e insieme –si tratta di termini nel concreto inscindibili – della democrazia.

Della transizione, come processo quotidiano di conquista del potere di autogovernarsi, in tutte le situazioni in cui una società venga a trovarsi, e particolarmente in quelle in cui tale potere le sia limitato o addirittura sottratto, egli aveva una cognizione piena e completa, sia come formulazione morale e politica, sia come esperienza  quotidiana, come “prassi” personale e comunitaria. Sapeva che non si può restare all’infinito  “in attesa dell’avvento” , ma occorre dare materiale inizio  qui ed ora

Animato  da tale passione, Rocco Brienza, negli anni ‘60 e ’70, diede vita in Basilicata, ed in particolare  nella sua Rionero, al Movimento di Comunità di Adriano Olivetti e poi, finita tale esperienza, al Movimento di Educazione Civica, attivo in tutto il Meridione, impostando il lavoro dell’uno e dell’altro movimento nell’organizzazione, luogo per luogo di centri e  di associazioni che costituissero per espressione concreta di un più  o meno ampio autogoverno civile delle comunità. Era chiaro in lui che il raggiungimento di un tale obiettivo costituisce la meta finale; la quale tuttavia  trova già ora la sua quotidiana concreta realizzazione, per quanto incompleta, in tutte quelle strutture di cooperazione sociale che, nel suo segno, una popolazione (già di per sé strutturata in comunità locali tra di esse interconnesse) costruisce per difendere i suoi beni e dare ad essi piena esplicazione.

L’incontro con la sua esperienza di vita e con il suo lavoro culturale e politico, avvenuto agli inizi degli anni ’80, resta quindi per questa rivista, e prima ancora per la causa meridionale, che – sia consentito- in questo territorio e nell’ambito di quella distorta convivenza realizzata dallo  “Stato italiano” coincide con la causa della democrazia di fondamentale importanza, poiché in essi si ritrovano le basi per acquisire la cognizione ed il sentimento del processo necessario perché le popolazioni meridionali possano conquistare spazi di autonomia sempre più ampi, in cui contrastare e ridurre  la presenza e la violenza della dipendenza.

Il numero che va in stampa costituisce quindi un omaggio a un nostro comune amico e compagno carissimo ed anche un’attestazione che egli è ancora pienamente presente tra noi e ci accompagna nel nostro lavoro, con il rigore , la lucidità e l’affabilità del suo pensiero e della sua passione civile.   Esso si articola in due parti, la prima dedicata alle testimonianze, cioè alla materia viva del  rapporto da ciascuno di noi intrattenuto con lui; e la seconda al suo lavoro culturale nel campo della filosofia, della storia e dell’antropologia, con l’occhio volto sempre alla formazione, intesa sempre come  continuo scambio delle parti tra chi è chiamato a dare e chi è chiamato a ricevere. Ed è destinato ad accompagnare il corso che  questa rivista-richiamandosi peraltro ad esperienze pregresse, dalla stessa intensamente vissute con le popolazioni nelle situazioni del dopo alluvione e dopo terremoto- intende porre come centrale, quello della costruzione della transizione.

MO! Lista civica per la Campania. Il programma.

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Mo. Perché è ora di agire. E perché è urgente farlo. La crisi non aspetta: distrugge posti di lavoro e moltiplica l’emigrazione. E non aspetta il cancro, che falcia vite con ferocia crescente.

La crisi economica e sociale ha esaurito persino le parole: dopo desertificazione, cosa c’è? Eppure in Campania si assiste a tour di politici dall’accento toscano o padano disposti a elogiare il tempo dei Borbone pur di continuare a raccattare consensi elettorali. Persino chi ha costruito la carriera sulle offese ai napoletani, oggi viene a chiedere voti al Sud. Ci prendono per scemi.

Non hanno ancora capito – e sarà utile che non lo comprendano subito – che il tempo è cambiato. Che la storia degli “stili di vita” responsabili d’improvviso della morte di giovani vite non ce la beviamo. Che non sappiamo che farcene di promesse. Che non ci fidiamo di politici locali bravi a servire il potente di turno.

Mo tocca a noi tirare fuori la nostra terra dal baratro. Non tradiremo, perché non possiamo tradire noi stessi. La storia insegna che questa terra fertile viveva meglio quando si governava da sola. Ci proveremo con la determinazione di chi sa che la nostra è la battaglia della vita. E ci riuscireMO.

Dopo l’incontro del 22 novembre a San Giorgio a Cremano è tempo di programmi. Per questo sabato 20 dicembre ci ritroveremo in un altro luogo-simbolo della nostra straordinaria regione: Caserta.

Non cambia la precondizione fissata a San Giorgio a Cremano: la Lista Civica Campania che andremo a costruire non farà da stampella o da ruota di scorta per nessuna formazione partitica corresponsabile del disastro.

Il tempo per il riscatto della nostra terra è adesso. Anzi: è MO!

IL NUOVO LIBRO DI PINO APRILE “TERRONI ‘NDERNASCIONAL, E FECERO TERRA BRUCIATA”, OVVERO COME SOTTOMETTERE E IMPOVERIRE I POPOLI LASCIANDO CREDERE LORO DI ESSERNE GLI UNICI COLPEVOLI.

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10814393_950897604937765_2069524597_n“Chi domina non vuole solo i beni dei subordinati, ma che essi rinuncino ai loro sogni”

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Stop alle invasioni barbariche nella terra nostra.

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“BREVE RAPPORTO SUL SENSO DEI LEGHISTI PER IL SUD.”

Come accertato dai giudici siciliani, con il conforto di ampie testimonianze e confessioni da parte di importanti pentiti di mafia, il progetto di affidare le regioni meridionali ad un nuovo sistema di potere composto da massoneria, mafia, neonazisti e leghisti risale agli inizi degli anni ’90. Fu deciso in un summit mafioso tenuto ad Enna con una trentina di boss, tra i quali Riina, Provenzano e Messina Denaro, alla presenza di neofascisti professionisti dell’eversione nera, servizi deviati e piduisti. Lo racconta con dovizia di dettagli Marco  travaglio nel suo “E’ Stato la  mafia”.

Perché accadeva tutto questo e quali vantaggi avrebbero ricevuto i diversi attori dell’operazione “lega al sud”? Erano gli anni in cui gli eroici Falcone e Borsellino avevano scatenato una vincente lotta senza quartiere contro la mafia, arrivando persino ad indagare il cosiddetto terzo livello, il vero potere mafioso, quello che unisce gli interessi finanziari della borghesia del nord, il presunto “salotto buono” milanese, con quelli delle mafie del Sud, utili a rastrellare soldi ai meridionali  per affidarli, ripuliti, ai “buoni investitori del nord”. Il tutto con la supervisione dei servizi segreti deviati, data la posizione di dominio nello stato di imprenditori settentrionali e politici legati alla mafia. La cupola massonica P2 era il loro covo naturale.

In quegli anni, il Sud, anche grazie alla  politica di intervento statale, alla presenza nel governo di alcuni politici meridionali e  più di tutto allo spirito d’impresa dei meridionali, era in netta ripresa economica e cresceva addirittura più del nord, tant’è che nelle regioni meridionali della fascia adriatica, Puglia compresa, si avvertiva la forte riduzione della disoccupazione e la  scomparsa dell’emigrazione giovanile verso il nord. A Bari, a Napoli, a Catania ed altrove nascevano alcuni importanti distretti industriali, anche leader mondiali, mentre il reddito pro capite dei meridionali risaliva progressivamente, riducendo il divario con quello del nord a circa il 70%, dal 53% a cui era ridotto nel dopoguerra.

Tutto ciò non poteva durare, la concorrenza degli imprenditori meridionali e la conseguente scomparsa dell’emigrazione, mettevano a rischio lo stesso sistema di potere economico italiano, fondato sul monopolio industriale del nord che ha sempre utilizzato il Sud come terra coloniale dove sottrarre risorse, materiali ed umane, da usare a basso prezzo nelle sue aziende.

Ecco spiegata la nascita della lega nord, che con l’appoggio di giornali ed opinionisti alla Giorgio Bocca,  faceva leva sul tradizionale ed interessato pregiudizio antimeridionale dei settentrionali, indotto da piemontesi ed affini sin dall’unità d’Italia. Ecco nascere il mito di Roma ladrona, della Cassa del Mezzogiorno, “da chiudere perché fonte di ruberie” e dei “meridionali tutti delinquenti”, tutto ciò mentre tangentopoli uno era pienamente operativa e Falcone e Borsellino morivano insieme ad altre centinaia di eroici meridionali sotto i colpi della mafia. La stessa mafia con la quale lo stato era in trattative segrete da 130 anni, non dagli anni ’90 come si vuole lasciar credere,  e che “l’ideologo” della lega, Gianfranco Miglio, voleva legalizzare al Sud, come “riconoscimento delle tradizioni meridionali.”

Il piano di spartizione del potere era chiaro, l’industria del nord avrebbe eliminato la concorrenza dell’economia meridionale, da affidare alla mafia in una sorta di banana republic. In tutto ciò, era fondamentale l’intervento di piduisti e leghisti che facevano leva sul sentimento separatista dei siciliani per strumentalizzarlo a proprio vantaggio.

Tuttavia, la strategia separatista della cupola cambiò in pochi mesi. L’amico Marcello garantiva alla mafia libertà d’azione su tutta la penisola, grazie agli accordi con l’astro nascente Silvio. I giudici palermitani hanno accertato che Forza Italia fu il partito nato da un nuovo patto tra mafia e potere del nord, benedetto dallo stato.

La mafia fu premiata con l’abolizione del carcere duro e con numerose scarcerazioni ed assoluzioni, Forza Italia faceva “cappotto” in Sicilia, sappiamo con i voti di chi, e la lega nord andava alla grande in “padania”, grazie all’appoggio di industriali storici ed industrialotti emergenti, mentre il sud, ormai “sistemato”, decresceva di anno in anno, sino a riguadagnare il divario economico del dopoguerra, attestandosi agli attuali 16.500 Euro pro capite, a fronte dei 30.000 del nord e degli oltre 18.000 di greci e portoghesi, diventando così la terra più povera dell’Europa occidentale.

Il tutto garantito dalla santa alleanza italiana destra-sinistra, poiché anche gli ex comunisti si scoprivano antimeridionali. Tangentopoli uno e due, alta velocità ferroviaria, Expo, Mose, tutto ci parla del nord “operoso” capace di crescere “grazie alla capacità dei padani” mentre gli “sfaticati del sud si grattano i coglioni” (detto in un congresso leghista).

Arrestato per mafia Dell’Utri, tramontato l’astro di Arcore caduto nel pozzo senza fondo dei suoi vizi, e quello di Bossi caduto nella melma di ruberie, diamanti africani  e lauree in Albania, nasce la nuova strategia, anzi la vecchia: dividere l’Italia scaricando il Sud alla mafia che ne garantirà lo  sfruttamento totale ed incontrastato a vantaggio del nord .

A tal fine, occorre ricompattare il  centrodestra intorno ad una nuova figura “carismatica”,  tenendo conto della crisi economica che colpisce anche il nord e del nascente sentimento meridionalista al Sud. Non serve più il doppiopetto ed il sorriso di cartapesta berlusconiano, occorre una faccia truce che sappia far leva sui peggiori sentimenti di crescente razzismo  provocato dal disagio economico degli italiani. Si soffia sul fuoco, le colpe del sistema di potere che ruba allo stato almeno 60 miliardi di euro l’anno vengono scaricate sugli immigrati che, ancorché sfruttati bestialmente, vengono indicati come la causa di tutti i mali. Operazione già riuscita ad Hitler. La scelta della faccia di Salvini è garanzia di alleanza con i “liberali” di forza Italia, con gli ex fascisti di fratelli d’Italia e con i neonazisti di casapound, che spianano la strada alla calata dei barbari leghisti da Roma alla Sicilia. Con la solita benedizione di Tv, stampa ed “opinionisti” alla Vespa.

Sia ben chiaro qual è il senso di Salvini per il sud. Tuttavia, crediamo che questa volta, pur ricompattando forzisti e destra storica del Mezzogiorno, il piano paraleghista di “reconquista del Sud” fallirà. Nelle regioni meridionali è sorta una nuova coscienza meridionalista, culturalmente consapevole del ruolo coloniale cui il Mezzogiorno è stato costretto dal nord. Milioni di libri, a partire da quelli di Pino Aprile, centinaia di migliaia di “briganti” del terzo millennio, antirazzisti e antileghisti, nascenti formazioni politiche democratiche meridionali, totalmente sganciate dalla logica di compromesso con il potere del nord, che perseguono l’autogoverno del Sud, decine di migliaia di attivisti di comitati popolari, dalla terra dei fuochi, ai no triv lucani, abruzzesi e molisani, ai cittadini tarantini minacciati dall’Ilva, saranno una barriera insuperabile per il nuovo blocco sociale, nazi-leghista, manovrato  dalla borghesia del nord, che vuole rimpadronirsi del Paese.

Raffaele Vescera

La Puglia che si ribella andrà avanti per difendere la terra nostra.

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Ambientalisti e meridionalisti pervenuti ieri da tutte le province pugliesi, hanno partecipato ad un incontro a Bari, nella sede del Circolo Ostro, sul che fare per fermare il decreto sblocca Italia, che condanna il Sud alla devastazione ambientale, per estrazioni petrolifere selvagge, sversamento di rifiuti tossici ed emissioni velenose dagli impianti industriali monstre, quali l’Ilva di Taranto e la centrale a carbone di Brindisi, e alla totale negazione di finanziamenti dello stato, dirottati interamente verso il nord, per ben 5 miliardi di euro alle infrastrutture e 2 miliardi di euro per lo sviluppo, oltre i 4 miliardi di fondi europei scippati alle regioni meridionali da utilizzare in quelle settentrionali.
E’ emersa, da parte di tutti i partecipanti, la volontà di proseguire nella lotta per il diritto alla salute ed al lavoro pulito dei pugliesi, che vedono nella distruzione dei settori agricolo e turistico, conseguente alla devastazione ambientale, la “soluzione finale” della già povera economia regionale.
Dopo la presentazione del barese Agostino Abbaticchio, responsabile del circolo, e l’introduzione del foggiano Raffaele Vescera, moderatore dell’incontro, sono iniziati i vari interventi. Particolarmente significativa la testimonianza del tenente della guardia ambientale di Potenza, Giuseppe di Bello, che ha denunciato il massacro territoriale della Lucania e il conseguente impoverimento degli abitanti, per via delle selvagge estrazioni petrolifere in atto da decenni, oltre all’aumento vertiginoso della mortalità tumorale, dovuta all’inquinamento delle acque che colpisce altresì i tre milioni di pugliesi che bevono l’acqua inquinatissima della diga del Pertusillo.
A seguire, ha parlato Gregorio Mariggiò, portavoce dei verdi per l’ambiente di Taranto, il quale ha evidenziato gli irrisolti problemi ambientali dell’Ilva, così rovinosi per la città, proponendo inoltre, in virtù del ruolo negativo dei partiti, la formazione di una lista civica per le prossime elezioni regionali che si batta per la difesa dell’ambiente, tenendo alta la bandiera dell’onestà.
A lui ha fatto seguito Vittoria Orlando, del movimento “Taranto respira” che ha evidenziato il crescente tasso di mortalità per cancro in città, più di tutto al Rione Tamburi, prossimo all’Ilva, dove non v’è famiglia che non sia stata segnata da tale cattiva sorte.
Anche la brindisina Marzia Mastrorilli, rappresentante del movimento “No carbone”, ha calcato l’accento sulle disastrose conseguenze per la salute per le abnormi emissioni inquinanti della centrale di Cerano e per la persistenza della megadiscarica tossica di Micorosa, posta a pochi metri dal mare.
Ha continuato con la disamina degli altrettanto preoccupanti problemi ambientali della Capitanata, Vincenzo Rizzi, consigliere comunale a Foggia. A lui facevano seguito il salentino Crocifissso Aloisi, il quale ha messo in rilievo la questione del gasdotto Tap, che approdando sulla riva di Melendugno rovinerebbe un incantevole e finora incontaminato tratto di costa, e il barlettano Ezio Spina, che in rappresentanza della sesta provincia ha evidenziato la rovinosa presenza del cementificio, auspicando una politica indipendente per il Sud.
Per finire, l’avvocato lucano Antonio Romano ha elencato le possibilità legali di ricorrere avverso il decreto “trivella sud”, ponendo in rilievo la necessità di ricorrere ad una class action contro le multinazionali petrolifere.
Dopo questo primo incontro, i partecipanti si sono dichiarati intenzionati a costituire un coordinamento regionale dei vari comitati al fine di concordare forme ed obiettivi di lotta, dandosi un nuovo appuntamento, sempre a Bari, per sabato 29 novembre. Anche in vista della partecipazione alla prevista manifestazione regionale contro il decreto Renzi del 4 dicembre a Bari.
Dai partecipanti è altresì emersa l’intenzione di far pesare la volontà di salvare la Puglia dalla programmata devastazione ambientale ed economica anche alle prossime elezioni regionali nelle forme che saranno in seguito concordate.
Raffaele Vescera

 

Banca d’Italia, smentita la retorica sul Sud povero. Al momento dell’Unità (1861) la Campania era più industrializzata della Lombardia.

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Ora è ufficiale. Al momento dell’Unità d’Italia la regione con la maggiore produzione industriale era la Campania, con 39,04 milioni di lire. Un valore superiore persino di quello della più estesa e popolosa Lombardia, che si attestava a 36,83 milioni. Leggi tutto

Sblocca trivelle. Cos’è l’articolo 38 e cosa accadrà in Basilicata approvato lo Sblocca Italia.

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Dopo il servizio del Tg 3 Regione Basilicata, mandato in onda ieri pomeriggio alle ore 14.00, occorre fare chiarezza sulla questione Sblocca Trivelle.


Ci sono dei posti in cui si muore in silenzio. Prima ci si ammala e poi si muore, così, nella più totale indifferenza. Ci si ammala perchè si è vivi, si ha la sfortuna di abitare alcune terre inquinate, terre maltrattate e sfruttate. Ci si ammala mangiando i frutti che questa terra marcia continua a dare, ci si ammala anche solo sorseggiando un bicchiere di acqua oppure respirando. Le chiamano le morti silenziose, quelle che non fanno troppo rumore e non fanno nemmeno notizia per i giornalisti avvoltoi.
Uno di questi posti è la Basilicata.
Cause scatenanti queste morti silenti sono le trivellazioni, l’inquinamento che ne deriva e la violenza inaudita che si scatena mentre si scavano nuovi pozzi e si contaminano, per sempre, nuove falde acquifere. In Basilicata esistono oltre 400 siti inquinati, non esistono regole morali e neanche burocratiche o civili; si scava a distanze di 500 metri dagli ospedali, a 200 metri dai centri abitati, si trivella da più di quarant’anni il tutto nel silenzio assordante degli uomini politici che godono anche di una certa notorietà, che definirei, con il più volgare dei modi, acquiescenti, complici di un neocolonialismo interno che ha radici ben più profonde. Basti pensare che grazie alla Lucania, dove l’oro nero venne scoperto nel 1987, l’Italia è al quarto posto fra i paesi europei produttori di petrolio. La Val d’Agri, dove si concentra il bacino più importante, da sola produce l’82% del petrolio italiano e possiede il più grande giacimento di petrolio onshore (sulla terraferma) dell’Europa continentale. Le aree di estrazione sono gestite da una holding dove l’Eni ha la maggioranza del 61% e il resto (39%) è detenuto dall’inglese Shell.

I paesi arroccati, i pastori, l’aria pulita, i campi fioriti e distese di campi coltivati. Detta così sembra che in Lucania il tempo si sia fermato. Ma la verità è un’altra. Dietro questa maschera si nasconde un mostro, un untore, un male: la povertà. Sì, perchè la regione resta una delle più povere d’Italia ( un paradosso se ci soffermiamo a pensare ), una regione in cui vi è un alto tasso di spopolamento ed un alto tasso di mortalità, proprio qui in Basilicata, una regione indispensabile per il fabbisogno italiano.

In molti, grazie anche alla disinformazione, non avranno compreso le motivazioni di queste manifestazioni che stanno andando contro i poteri, contro la dinastia, contro questo ceppo ormai malato e infettato da una fame senza fine, una fame senza stimolo che volge solo a potere e non al bene del popolo.
Cosa ha fatto Pittella dopo il 23 settembre? Aveva promesso che avrebbe fermato le trivellazioni, che non avrebbe permesso la distruzione di una terra così pura e vergine.
Aveva.
E adesso? Non c’è stato nulla, solo oblio, una mossa astuta nel richiedere, al posto della carta idrocarburi, una social card da destinare ai più poveri con un finanziamento di 25 milioni di euro da parte del governo fiorentino ( oltre i 50 milioni destinati per il neocolonialismo petrolifero).
E questo decreto? Nessun approfondimento rispetto a quanto stabilito dagli art. 36, 37 e soprattutto 38 del Decreto Sblocca Italia.
Ma cosa si dice in tali articoli?
In sostanza si precisa che le attività di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere d’interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili.
I relativi decreti autorizzativi comprendono, pertanto, la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi.
Inoltre, per i procedimenti di valutazione d’impatto ambientale in corso presso le Regioni alla data di entrata in vigore del presente decreto, relativi alla prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi, la Regione presso la quale è stato avviato il procedimento, deve concludere il procedimento entro il 31 dicembre 2014. Decorso inutilmente tale termine, la Regione trasmette la relativa documentazione al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
In sostanza una vera e propria accelerazione con successivo esproprio delle competenze previste e regolamentare dall’art. 117 della Costituzione, non ancora però riformata.
Su tali concetti non una sola parola è stata spesa dal Governo Pittella, nessun timido accenno di difesa delle prerogative che la nostra costituzione ancora riconosce alle Regioni se non un generico riferimento alla richiesta di abrogazione dell’articolo del decreto, non meritevole però, di ricevere approfondimenti con slide come per la questione royalties.
Il Governo Regionale non approfondisce neanche il concetto di pubblica utilità, qualifica attribuita agli idrocarburi dal decreto Sblocca-Italia, anzi Pittella parla di “non voler portare avanti il concetto di petrolio come riserva regionalizzabile”.
Allora anche lui crede alla favola del petrolio lucano quale “riserva strategica nazionale”?
E’ assurdo cercare di perseguire la diversificazione energetica e la promozione delle energie rinnovabili se si attribuisce agli idrocarburi la connotazione di pubblica utilità e quindi, d’interesse pubblico alla sua estrazione.
Precisiamo che l’opera di pubblica utilità, pur soddisfacendo interessi collettivi e possedendo un carattere immobiliare, non è realizzata da un ente pubblico, ma da un soggetto privato e quindi, si supera tranquillamente il problema delle estrazioni di petrolio eseguite da società private.
Ma in sostanza cosa comporta la dichiarazione di pubblica utilità per il cittadino lucano?
Se consideriamo che la dichiarazione della pubblica utilità è un atto autoritativo che fa emergere il potere pubblicistico in rapporto al bene privato, ne consegue che il provvedimento espropriativo è autorizzato a sottrarre il bene al legittimo proprietario nella misura in cui effettivamente il bene stesso sia utilizzato per il conseguimento dello specifico interesse pubblico fissato con la dichiarazione di pubblica utilità.
Ma se la dichiarazione di pubblica utilità può essere plurima, ossia rivolto a un numero rilevante, determinato di soggetti, può essere collettivo così come si configura nel decreto Sblocca-Italia?
Su tali legittimi dubbi che possono trasformarsi anche in eccezioni d’incostituzionalità del decreto dispiace non aver sentito nulla da una classe politica che si dimostra troppo conciliante e desiderosa di condividere con il Governo le scelte in materia d’idrocarburi, rischiando così di perdere di vista altri importanti aspetti.
Pittella, durante la sua conferenza stampa ha parlato della sua terra come un “malato in agonia” o “in pre-agonia”.
Purtroppo, dispiace dover segnalare che il vero malato in agonia è la nostra democrazia regionale.
Il titolo V e l’art. 117 della Costituzione non è stato ancora riformato, ma tutti sembrano averne perso memoria.

Si ringrazia Carla Bottiglieri per questo approfondimento sull’articolo 38 del Decreto Sblocca Italia.

 

Incontri di formazione UM. Comunicazione di servizio.

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Cari amici e sostenitori di Unione Mediterranea,

in occasione dell’evento che si terrà a San Giorgio a Cremano al Teatro Sanacore (Via Largo Arso 39), per la costituzione di una Lista Civica per la Campania, l’incontro di formazione “La comunicazione 2.0: dal web al social”, fissato per il 22 Novembre presso la nostra sede nazionale di Via Vittoria Colonna 39 (Napoli), è stato rinviato al 6 Dicembre.

Gli aggiornamenti sono pubblicati sul calendario delle attività del movimento.

UM

Fondi per lo sviluppo: tutti a “bordo”, escluso il sud

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L’Incredibile difesa d’ufficio dell’on. Michele Bordo, da Manfredonia, dello scippo di quattro miliardi di euro di fondi europei destinati al Sud e dirottati al nord, previsto dal governo Renzi, scatena reazioni indignate. Persino il deputato barese Boccia, renziano di ferro, ha denunciato la malvagità di tale operazione di spoliazione del Sud, mentre il pur “dalemiano” politico di Manfredonia la difende a spada tratta, dicendo che è cosa giusta aver dirottato i quattro miliardi per sostenere l’occupazione. Posti di lavoro che come vedremo andranno tutti e soltanto al nord.

A sostegno della sua difesa, Bordo, presidente della Commissione politiche europee della Camera, si appiglia alla cosiddetta “incapacità” di spesa delle regioni meridionali che rischierebbero “probabilmente” (l’avverbio è dello stesso bordo) di far decadere i fondi. Secondo alcuni opinionisti, come Marco Esposito, giornalista economico de “il Mattino” di Napoli e  l’esperto di Fondi europei Federico Cimmino, collaboratore de “Il Fatto quotidiano”, si tratterebbe  di scuse e pretesti per sottrarre i già miseri fondi desinati al Sud.

Quest’ultimo, così scrive: “la Commissione europea e il governo italiano hanno firmato un accordo di partenariato sull’uso in Italia di circa 44 miliardi di euro in fondi europei nel periodo 2014-2020; nel dettaglio 32,2 miliardi dal Fesr (Fondo europeo sviluppo regionale) e dal Fse (Fondo sociale europeo), 10,4 miliardi dal Feasr (Fondo europeo agricolo di sviluppo rurale) e 537,3 milioni dal Feamp (Fondo Ue per gli affari marittimi e la pesca). A tali fondi europei l’Italia dovrebbe garantire un co-finanziamento al 50%, distribuito tra il Nord, Centro e Sud della penisola. In realtà, in seguito alle ultime scelte del Governo, che hanno portato una riduzione dal 50% al 25% dei co-finanziamenti dello Stato ad alcune regioni del sud (Campania, Calabria e Sicilia), risultate meno efficienti nell’utilizzo dei contributi economici europei nella precedente programmazione, il Meridione subirà una sostanziale decurtazione dei fondi, nei prossimi sette anni, che comporterà ulteriori difficoltà per lo sviluppo del Mezzogiorno.”

I dubbi fondatissimi degli economisti che si occupano di Sud sono conseguenti alla politica assolutamente antimeridionale del governo Renzi, in tema di distribuzione dei fondi governativi. A partire dal recente decreto per le ferrovie: su quasi cinque miliardi di euro stanziati per lo sviluppo della rete ferroviaria, al Sud sono destinati appena 60 milioni di euro, corrispondenti alla miserabile percentuale del 1,2% .

Il nord che possiede già il 97% dell’alta velocità, avrà ancora di più, in opere soprattutto inutili, come il contestatissimo Tav in Val di Susa, ben 12 miliardi di euro per 12 km di traforo più qualche km di raccordo con Torino. Spesa chiaramente gonfiata dai mille rivoli tangentizi che accompagnano le grandi opere italiane. In Francia, la stessa opera costa dieci volte di meno. Il Sud si dovrà invece accontentare della miseria di 60 milioni utili ad eliminare i soli passaggi a livello, mentre i meridionali viaggeranno ancora sulle obsolete linee a binario unico d’antan, dove ci sono, con una media di 40 km orari. L’incredibile pretesto adottato dal ministro Delrio (che qualcuno comincia a chiamare Delirio) è che al Sud ci sarebbero “tratti rocciosi” difficilmente perforabili (sic!)

Ancora più scandaloso è il provvedimento del Cipe, deliberato ieri, che stanzia due miliardi di euro per lo sviluppo. Di questi soldi al Sud non andrà neanche un centesimo. Ecco l’ironico commento di Marco Esposito: “Ci fa piacere sottolineare che stavolta non si è trascurata nessun’area geografica. Ci sono infatti 1,2 miliardi per il Mose, ma anche lo sblocco della Orte Mestre che si spinge fin nel lontano Lazio.  Siamo sollevati dalla notizia che è stata finalmente sbloccata la tratta ferroviaria Arcisate-Stabio “di importanza strategica perché parte della linea transfrontaliera del Gottardo e collegamento tra Malpensa e la Svizzera”.  Di rilievo il sostegno in vista dell’Expo alla filiera alimentare…Sostegni anche al settore degli ovoprodotti tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, il florovivaismo in Toscana, il settore del latte tra Genova, Torino e Vicenza, il settore della produzione del kiwi e del melo in Emilia Romagna e nel meridionale Lazio, il sostegno alle imprese e gli investimenti in ricerca in Emilia Romagna, Marche, Lazio e Lombardia nel settore del formaggio. Il Cipe infine ha dato via libera alla procedura di autorizzazione dell’autostrada Valdastico al fine di superare il dissenso espresso dalla provincia autonoma di Trento.”

Ma tutto ciò, sia ben chiaro, è possibile solo grazie al silenzio assenso dei politici meridionali, accontentati con uno stipendio da deputato, una commissione parlamentare e qualche tangentina d’accatto, mentre il nord fa la parte del leone. Politici senza qualità, come il nostro Bordo, del quale nessuno in Puglia ricorda di aver sentito la voce in questi anni. Uomini che nella stessa Manfredonia hanno gestito i piani di sviluppo in modo fallimentare, dal contratto d’area, costato tremila miliardi di vecchie lire per fare il deserto, al nuovo porto turistico, un’inutile e distruttiva colata di cemento da 54 milioni di euro per 700 posti barca quasi tutti vuoti. Non che i politici del nord siano meglio: dagli scandali Expo al Mose di Venezia, sono più bravi a garantire finanziamenti per le loro regioni, per poi farne man bassa.

Raffaele Vescera

Dal CIPE 2 miliardi per lo sviluppo, al centro-nord

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In data 10 Novembre 2014 si è riunito il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, presieduto dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi. Leggi tutto

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