Author Archives: Andrea Melluso

Comunicato “Terra di Lavoro”

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COMUNICATO 1/16
Nella serata di lunedì 24 ottobre il circolo casertano “Terra di Lavoro” di MO Unione Mediterranea ha avuto il piacere di incontrare il Segretario nazionale del Movimento, Pierluigi Peperoni, eletto nell’ultimo congresso. C’è stata una serena e costruttiva discussione su ciò che il Movimento dovrebbe mettere in campo, sia sul piano prettamente politico che operativo. Gli attivisti del circolo hanno manifestato l’idea di allargare quanto più possibile la partecipazione, soprattutto di giovani, pensando di suddividere gli iscritti in simpatizzanti ed operativi, magari con qualche differenza nel costo della tessera. Ciò potrebbe favorire l’avvicinamento di chi, pur volendosi iscrivere al Movimento, non ha la possibilità economica per farlo e, nel contempo, potrebbe diventare da simpatizzante un attivista, quindi collaborare operativamente. Il Segretario si è impegnato a ragionare su questa proposta ed eventualmente portarla nelle sedi opportune. La discussione si è poi incentrata sui prossimi appuntamenti e su come affrontarli operativamente. Il circolo resterà, naturalmente, impegnato a seguire le vicende politiche sul territorio oltre a partecipare ad eventi di carattere sociale in modo da aumentare la visibilità della proposta politica del Movimento, continuando in questo senso sulla scia delle ultime elezioni amministrative che hanno visto il circolo casertano impegnato con propri candidati alla carica di consiglieri comunali del capoluogo. L’attenzione sarà focalizzata anche e soprattutto in questa fase, sulla prossima consultazione referendaria che vede il circolo sostenere le ragioni del no, soprattutto per le modifiche all’articolo 116 ed il relativo regionalismo differenziato. Gli attivisti saranno impegnati con banchetti informativi oltre a partecipare ad eventi organizzati sul territorio insieme ad altre organizzazioni. Proprio riguardo l’organizzazione di incontri e dibattiti gli attivisti hanno anticipato che a Caserta si organizzerà un incontro pubblico insieme ad altre realtà e naturalmente hanno manifestato la volontà che qualche esponente di spicco del Movimento partecipi. Il Segretario Peperoni ha naturalmente accolto tale richiesta per poi sciogliere la riunione dandosi appuntamento a breve oltre che partecipando, tramite il forum, alle discussioni e proposte dei vari circoli sparsi sul territorio.

Circolo “Terra di Lavoro”
Caserta

La riforma costituzionale vista da SUD

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Ecco perché votereMO NO!

La chiamano “ Riforma delle riforme”, il proseguo di un cammino politico iniziato con ciò che  potrebbe essere definito  ‘presa al potere’ del Premier Matteo Renzi. Non esiste  espressione più adatta per la modalità  in cui Matteo Renzi è divenuto capo del Governo. Così, con un premier privo di un’ampia  base di consensi , sostenuto dai poteri forti nazionali, nominato da un parlamento scarsamente rappresentativo ed eletto attraverso una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, il  giorno 4 dicembre saremo chiamati a esprimerci sulla riforma costituzionale.

Ma procediamo per piccoli passi,  e spieghiamo perché MO! Unione Mediterranea milita tra le file del NO.

In questi mesi siamo stati bombardati mediaticamente da parole come “semplificazione”, “risparmio”, “virtuose”, inserite all’interno di   un linguaggio creato per adattarsi al volere del potente di turno. Le false dichiarazioni e mezze verità, però,  facilmente possono essere smentite.

Si fa passare, ad esempio, il concetto di semplificazione legislativa come salvezza da tutti i mali del sistema parlamentare italiano. In realtà,  se  si semplifica  nel senso indicato dai sostenitori del sì, con la fine del bicameralismo perfetto,  si ridurranno soltanto i tempi per  controllare su cosa si sta legiferando.

Risparmio. Non verranno ridotti i costi della politica, poiché ad essere depennate saranno solamente le indennità, mentre ben sappiamo che le spese politiche gravose, dipendono soprattutto dalla gestione degli immobili, dei servizi, del personale. Il risparmio, tanto sbandierato da Renzi e i suoi,  è stato quantificato dalla Ragioneria di Stato in 50 milioni di Euro all’anno. Meno di un caffè annuale per ogni italiano. Per questa cifra irrisoria, tolgono un pezzo di democrazia: i senatori, che continueranno ad avere comunque una voce importante su determinate leggi, quali ad esempio quelle di conversione dei decreti europei, non saranno più eletti dal popolo, ma – non si sa bene come – saranno scelti tra consiglieri regionali e sindaci dei comuni capoluogo. Il risparmio che ci vendono è in realtà una contrazione di diritti democratici.

Ancora di più si perderanno contrappesi democratici se i deputati dell’unica Camera saranno eletti con un sistema come l’Italicum, in cui la rappresentanza viene del tutto svilita, mortificata, con un premio di maggioranza abnorme in un sistema tripolare quale è l’Italia e i capilista bloccati scelti dalle segreterie di partito. La semplificazione sbandierata dai sostenitori del sì sarà in realtà una maggiore concentrazione di potere in mano al capo del partito di maggioranza relativa (molto relativa) che sceglierà il 55% dei seggi con percentuali che potranno, al primo turno, essere anche inferiori al 30%, mentre al ballottaggio si correrà il rischio di avere un’altissima percentuale di astenuti, se a quelli oramai fisiologici delle democrazie occidentali si aggiungeranno gli elettori della forza politica arrivata terza al primo turno.

Bisogna inoltre sottolineare che tra le modifiche proposte vi è l’innalzamento del numero di firme necessario per presentare una legge di iniziativa popolare che passa da 50.000 a 150.000. Si conferma che l’iniziativa popolare è temuta e se ne triplica la soglia come se frenare uno strumento democratico fosse un bene. Diverso sarebbe stato se si fossero introdotti principi di democrazia diretta digitale con la possibilità di raccogliere le firme online in modo certificato. Una modifica di pari spirito riguarda i referendum: si abbassa il quorum per la loro validità a patto che le firme salgano da 500mila a 800mila.

L’impatto della riforma sui territori del mezzogiorno

MO! Unione Mediterranea, vuol però dare, con tale  documento, una panoramica da Sud. Quali quindi gli effetti che si presenteranno  come particolarmente dannosi per le regioni meridionali? In particolare cosa succederebbe se dovesse passare la riforma e quindi venisse approvata  la modifica del Titolo V della Carta Costituzionale?

La riforma, con la  modifica del titolo V della Costituzione, riporta tutta una serie di materie  sotto l’egida esclusiva dello Stato, e toglie la possibilità per le regioni di legiferare in autonomia su tali materie.
L’art. 116 del Titolo V, modificato tra l’altro da Calderoli, prevede la possibilità per le Regioni ”virtuose” di poter ancora legiferare su alcuni temi importanti.
Cosa significa in realtà “virtuose”? Virtuose significa ricche, nell’attuale vocabolario del linguaggio politico. Vengono infatti definite virtuose le regioni che riescono a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio.

Di seguito uno specchietto riepilogativo delle materie di competenza.

Materie di competenza delle sole regioni “virtuose” Materie di competenza regionale Materie di competenza statale
• organizzazione della giustizia di pace;
• politiche sociali;
• istruzione;
• ordinamento scolastico;
• istruzione universitaria e ricerca scientifica e tecnologica;
• politiche attive del lavoro;
• istruzione e formazione professionale;
• commercio con l’estero;
• tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici;
• ambiente ed ecosistema;
• ordinamento sportivo;
• attività culturali e turismo;
• governo del territorio.
• rappresentanza delle minoranze linguistiche;
• pianificazione del territorio regionale e mobilità al
suo interno;
• dotazione infrastrutturale;
• programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali
• promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale;
• fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, servizi scolastici, di promozione
del diritto allo studio, anche
universitario;
• per quanto di interesse regionale, attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato.
• rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni;
• tutela e sicurezza del lavoro (per la parte non rientrante nelle politiche attive del lavoro);
• professioni;
• sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
• tutela della salute;
• alimentazione;
• protezione civile;
• porti e aeroporti civili;
• grandi reti di trasporto e di navigazione;
• ordinamento della comunicazione;
• produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
• previdenza complementare e integrativa;
• coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
• casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
• enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Va notato che da questa ripartizione vanno escluse le regioni a Statuto Speciale che mantengono tutti i poteri a loro attribuiti.

Il problema che si pone per le regioni del mezzogiorno è che, dato l’impianto normativo in vigore e gli squilibri economici cui sono sottoposte, l’obiettivo del pareggio di bilancio non è raggiungibile se non privando i cittadini dei servizi sociali che spetterebbero loro di diritto.

Quali rischi corrono le regioni non virtuose? Pensiamo, ad esempio, al caso in cui il Governo si trovi costretto a scegliere un sito dove stoccare scorie radioattive di vecchie centrali nucleari dismesse: quale sito sceglierà? Quello di una regione ricca in pareggio di bilancio che avrà potuto legiferare in autonomia che sul proprio territorio non si stoccano scorie radioattive, o quello di una Regione povera che non avrà potuto farlo? Quali saranno i cittadini che avranno meno voce, meno autonomia di scelta?

Con tale riforma, dunque,  verrà attuato un regionalismo differenziato discriminante, ai danni di tutte le regioni del mezzogiorno ordinario che non avranno poteri decisionali in molti ambiti cruciali. Il nuovo testo modifica profondamente l’articolo 116 della costituzione definendo quindi 13 materie di competenza regionale differenziata disponendo quanto segue: le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese avranno maggiore autonomia legislativa, per tutte le altre tali materie tornano ad essere di competenza esclusiva dello Stato. Un “regionalismo differenziato”,  cui traduzione in termini di colonialismo interno è semplice: le regioni più ricche, ovvero quelle del nord, avranno notevole potere decisionale anche su temi cruciali, per quelle più povere deciderà invece lo stato centrale..

Già di per sé riconoscere diritti differenti, seppure su base regionale, a cittadini che in teoria dovrebbero appartenere allo stesso stato, in base a criteri meramente economici, rappresenta un inaccettabile passo indietro rispetto al concetto stesso di civiltà giuridica, tuttavia la questione diventa paradossale se si considera che le regioni più ricche, quelle in cui le entrate tributarie sono maggiori, godono di tale status anche a spese del sud.

Basti pensare a tutte le  riforme che strutturalmente, giorno per giorno, sottraggono risorse al Mezzogiorno. Solo per citarne alcune: il trasferimento al nord della proprietà di quasi tutte le banche meridionali, iniziato con la legge Amato 218/1990, il federalismo energetico (D.Lgs. 185/2008), grazie al quale produciamo più energia di quella che consumiamo, ne smistiamo l’eccesso al Nord ed in cambio paghiamo bollette più salate. Negli ultimi 10 anni le regioni meridionali hanno dovuto, inoltre, sopportare la vergognosa applicazione del federalismo fiscale che con trucchi come gli 0 per gli asili nido (700 milioni sottratti ai comuni del sud), meno fondi alla sanità nelle regioni dove l’aspettativa di vita è più bassa, meno fondi per la manutenzione stradale dove ci sono più disoccupati…

La “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.” Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

La sottrazione di risorse fiscali è particolarmente rilevante se si considera che mediamente oltre il 90% dei prodotti acquistati nel Mezzogiorno provengono da aziende con sede al nord e che in base a dati Bankitalia (anno 2012), ben il 96% delle aziende settentrionali ha come mercato di riferimento la nostra terra. A ciò va aggiunto che se per quanto riguarda il cosiddetto carrello della spesa possiamo contare ancora su una seppur minima possibilità di scelta, per tutta una serie di servizi irrinunciabili siamo invece pressoché costretti a comprare da aziende con sede legale al nord, dato che Enel, Eni, Snam Gas, Poste Italiane e Trenitalia, ma anche banche, assicurazioni, Tv e compagnie telefoniche non hanno mai la sede legale più a sud di Roma. Il regionalismo differenziato è già di per sé aberrante, in quanto sembra riproporre  su base regionale l’arcaico concetto di partecipazione alla democrazia in base al censo, tuttavia letto nel quadro complessivo rappresentato da federalismo energetico e fiscale e dall’assetto proprietario di banche, assicurazioni, grande distribuzione e altre grandi aziende del paese, esso significa per il Mezzogiorno essere condannato alla condizione di colonia interna “per costituzione”.

Si consuma in tal modo il disegno monopolistico dei commissariamenti e delle ricette nord- centriste applicate ai territori meridionali, ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate dalla Costituzione. Dopo 156 anni di mala unità, l’attuale governo, di fatto, sta tentando di costituzionalizzare il colonialismo interno.

Depauperamento di risorse, sfruttamento e differenzazione nella distribuzione di servizi socio-sanitari ci hanno messo in ginocchio con il volto chino di chi vien considerato inferiore dalla storia del passato e del presente; ora stanno cercando con ogni mezzo di non farci rialzare, di far affievolire l’impeto del riscatto.

Il 4 dicembre saremo chiamati ad esprime la scelta. Questa volta però l’astensionismo e la disinformazione potrebbero portare ad un esito rovinoso per il sud Italia; il voto dei cittadini viene contemplato dall’articolo 48 della Costituzione come un dovere civico, ma questo non basta. Il voto è in realtà, un potere, una delle poche forme di potere decisionale rimasteci .

AndiaMo a votare NO, consapevoli di quanto sia importante difendere le autonomie locali perché i nostri territori non si faranno governare senza tener conto della volontà delle popolazioni. VotiaMo No  per noi stessi e per la nostra terra,  per il   nostro diritto ad essere liberi ed a trascinare sul banco degli imputati le classi dirigenti corrotte dei partiti politici nazionali.

Perché la riforma Renzi-Boschi costituzionalizza il colonialismo interno

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di Flavia Sorrentino

Con la modifica della Carta Costituzionale numerose “materie concorrenti” tornano ad essere di competenza esclusiva dello Stato. Tra queste: ambiente, tecnologia, istruzione, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni. Ciononostante, le Regioni più ricche, in equilibrio di bilancio tra entrate e spese, su tali materie avranno maggiore autonomia legislativa secondo il cosiddetto “regionalismo differenziato” con cui si attribuiscono formalmente per qualità e quantità poteri diversi alle regioni ordinarie (art.116). Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere come proteggere il proprio patrimonio paesaggistico; se consentire trivellazioni; prenderanno decisioni proprie su come organizzare l’istruzione scolastica, il turismo, i rapporti commerciali con l’estero e così via. La Calabria invece, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, su materie come energia, attività turistiche, tutela dell’ambiente, dipenderà in tutto e per tutto dalle scelte dello Stato Centrale.

Si consuma in tal modo il disegno monopolista dei commissariamenti e delle ricette nord-centriste applicate ai territori meridionali. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. La supremazia decisionista del potere politico di Roma è uno dei veri e più insidiosi pericoli di questa riforma. Non stupisce, ma deve far riflettere, il totale disinteresse degli organi di informazione sulla modifica del titolo V. Imbarazzante, il totale disinteresse dei politici meridionali di maggioranza e di opposizione, eterodiretti dai propri partiti di riferimento.

Le disquisizioni sul Senato delle Regioni, sul numero dei parlamentari o sul Cnel sono tutte interessanti, peccato che qui si stia decidendo altrove il futuro della parte più debole e sacrificata del paese. Sappiamo quanto ci sia da preoccuparsi quando l’Italia sceglie al posto nostro, ma soprattutto quanto sia importante difendere le autonomie locali in riferimento ad argomenti che non possono essere affrontati senza tener conto della volontà delle popolazioni e dei territori. Il 4 Dicembre andiamo a votare il potere di forza della nostra autodeterminazione. Sottovalutare questa occasione rappresenterebbe un peccato imperdonabile per chi vuole fare dell’autonomia la costruzione di un modello coraggioso di autogoverno, che metta al centro dei processi decisionali il volere del popolo sovrano, non solo con il fascino delle parole ma attraverso l’audacia e la forza concreta dei fatti.

Sceglisud.it: nasce a Napoli la prima piattaforma online per acquistare i prodotti tipici delle regioni del Sud

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Da pochi giorni è online ScegliSud.it, il primo sito web che propone, su un’unica piattaforma, una selezione di articoli di vario genere prodotti esclusivamente da aziende del Sud Italia, consentendo agli utenti di acquistare online, in tutta sicurezza, le eccellenze del sud.

Il progetto è stato realizzato dalla web agency napoletana JabLabs con l’obiettivo di contribuire alla diffusione della cultura enogastronomica del sud, dando la possibilità, a chi non vive nelle regioni e nelle città meridionali, di acquistare le specialità campane, calabresi, pugliesi, siciliane e lucane.

Navigando il sito ScegliSud.it è possibile effettuare un vero e proprio “tour” enogastronomico tra le eccellenze del sud Italia, suddivise in specifiche categorie, e acquistare in pochi click le specialità desiderate, tutte prodotte da attività ed aziende locali. Tra gli articoli proposti da ScegliSud.it alimentari come pasta, farina, vini, liquori, olio, salumi, dolci, biscotti, caffè, bevande, sughi, salse, ma anche ricettari, raccolte di poesie, libri, film e commedie di Totò, dei fratelli De Filippo e di Massimo Troisi, dischi di musica classica e contemporanea, gadget e souvenir, tutti made in sud! Per portare a casa propria un “pezzo” di queste splendide terre, comprando tutto comodamente da casa.

ScegliSud.it garantisce ad utenti e venditori sicurezza di acquisto e massima visibilità e diffusione dei prodotti. L’utente potrà inserire tutti gli articoli desiderati in un carrello virtuale e l’acquisto vero e proprio sarà completato su Amazon che garantirà massima sicurezza all’intero processo di acquisto e totale autonomia ad attività e aziende, che possono scegliere di vendere gratuitamente i propri prodotti su ScegliSud.it aprendo il proprio store su Amazon.

Il progetto ScegliSud.it nasce in partnership con I Nati con la Camicia, il duo comico napoletano che combatte in modo ironico contro lo “Sputtanapoli”, e con I Briganti, da sempre impegnati nel sostegno delle iniziative “Compra Sud”.

Avviso ai candidati elezioni consiglio comunale Napoli e Caserta

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La legge 6 luglio 2012 n. 96 prevede l’obbligo della rendicontazione delle spese sostenute per la campagna elettorale da parte di tutti i candidati a sindaco e a consigliere comunale nelle elezioni afferenti i comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti.

I candidati che ricevono fondi per il finanziamento della propria campagna elettorale o spendono più di 2.500 euro hanno l’obbligo di designare un mandatario elettorale. Il candidato dichiara per iscritto al collegio regionale di garanzia elettorale, istituito presso la corte d’appello di Napoli, il nominativo del mandatario elettorale da lui designato. Nessun candidato può designare alla raccolta dei fondi più di un mandatario, che a sua volta non può assumere l’incarico per più di un candidato. Solo successivamente al deposito della nomina del mandatario presso il collegio regionale di garanzia elettorale, si potrà aprire un unico conto corrente bancario dedicato intestato ad esempio: “mario rossi, mandatario elettorale di luigi bianchi” attraverso tale conto corrente, dovranno transitare tutti i fondi e tutte le spese relative alla campagna elettorale del candidato.

Tutti gli ordini di acquisto e di spesa per la campagna elettorale, dovranno essere effettuati a cura dei singoli mandatari. Le relative fatture dovranno essere intestate al candidato e riportare la dicitura: “ materiale per campagna elettorale comunali 2016 ”.

La compilazione e la consegna del rendiconto è obbligatoria anche nel caso di mancata elezione del candidato. Tutti i candidati devono rendere una dichiarazione relativa alle spese sostenute per la campagna elettorale, anche se negativa, entro tre mesi dalla proclamazione dell’ultimo eletto:

1) al presidente del consiglio comunale;

2) al collegio regionale di garanzia elettorale.

Alla dichiarazione deve essere allegato un rendiconto relativo ai contributi e servizi ricevuti ed alle spese sostenute. Il rendiconto è sottoscritto dal candidato e controfirmato dal mandatario, che ne certifica la veridicità in relazione all’ammontare delle entrate.

Al mancato deposito presso il collegio regionale di garanzia elettorale della dichiarazione sopra indicata, consegue l’irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 25.822,84 a euro 103.291,38.

Inoltre, l’accertata violazione delle norme che disciplinano la campagna elettorale, dichiarata in modo definitivo dal collegio di garanzia elettorale, costituisce causa di ineleggibilità del candidato e comporta la decadenza dalla carica del candidato eletto.

Nota bene: l’obbligo della dichiarazione di cui all’art.2 della legge 441/1982, sancito dall’art.7 comma 6 della l.515/93 riguarda anche quei candidati che per la propria campagna elettorale non hanno sostenuto spese e non hanno ricevuto alcun contributo.

La dichiarazione/rendicontazione deve essere sottoscritta ed ai sensi dell’art.2, comma 3, della citata l.441/1982, i candidati devono apporre la formula “sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero”.

Oltre che depositata a mano la documentazione può essere trasmessa per posta raccomandata a/r o inviata per posta certificata a: elettorale.ca.napoli@giustiziacert.it

Alla dichiarazione vanno allegate le fotocopie dei documenti di identità del candidato e del mandatario elettorale, qualora designato, nonché copie delle ricevute delle spese sostenute.

Le spese inerenti la campagna elettorale, si intendono quelle relative:

A) alla produzione, all’acquisto o all’affitto dei materiali e dei mezzi per la propaganda;

B) alla distribuzione dei materiali e dei mezzi di cui alla lettera a), compresa l’acquisizione di spazi sugli organi di informazione, sulle radio e televisioni private, nei cinema e nei teatri;

C) all’organizzazione di manifestazioni di propaganda, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, anche di carattere sociale, culturale e sportivo;

D) alla stampa, distribuzione e raccolta dei moduli, all’autenticazione delle firme e all’espletamento di ogni altra operazione richiesta dalla legge per la presentazione delle liste elettorali;

E) al personale utilizzato e ad ogni prestazione o servizio inerente la campagna elettorale.

Le spese relative ai locali per le sedi elettorali, quelle di viaggio e soggiorno, telefoniche e postali, nonché gli oneri passivi, sono calcolati in misura forfetaria, in percentuale fissa del 30% dell’ammontare complessivo delle spese ammissibili documentate.

Il consuntivo relativo alle spese per la campagna elettorale ed alle relative fonti di finanziamento, dovrà essere presentato al collegio regionale di garanzia elettorale presso la corte d’appello, entro tre mesi dalla proclamazione, anche da parte dei candidati non risultati eletti.

I rendiconti depositati presso la corte d’appello, sono liberamente consultabili, pertanto la loro regolarità potrà essere messa in dubbio da qualsiasi cittadino elettore.

Tutti gli ordini d’acquisto e di spesa per la campagna elettorale, dovranno essere effettuati da parte del singolo mandatario se nominato.

Le fatture dovranno essere intestate al candidato e riportare la dicitura: “materiale per la campagna elettorale comunali 2016”

Per quanto riguarda le sanzioni ricordiamo che:

• il mancato deposito del rendiconto al collegio regionale di garanzia elettorale, presso la corte d’appello di competenza, comporta una sanzione da 25.822,84 a 103.291,38 €. Per i candidati eletti, oltre a tale sanzione, sarà emessa un’ingiunzione a presentare la documentazione entro 15 giorni, pena la decadenza dalla carica;

• il superamento dei limiti di spesa, comporta una sanzione non inferiore alla metà e non superiore al triplo dell’importo eccedente il limite previsto (ad esempio, se il limite viene superato per 5.164,60 € la sanzione andrà da un minimo di 2.582,28 € sino ad un massimo di 15.493.71 €).

Per tutto il materiale tipografico o per l’allestimento delle manifestazioni politiche attinente alla campagna elettorale si applica l’aliquota iva del 4%.

Per ulteriori informazioni e la modulistica consultare il sito istituzionale: http://www.ca.napoli.giustizia.it

 

Modulistica in allegato

Il sud cresce più del nord. E se ci fosse più comprasud?

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Secondo l’anticipazione del rapporto Svimez 2016, in quest’ultimo anno l’occupazione al Sud è cresciuta dell’1,6%, ben il doppio che al Nord. Il Mezzogiorno ha impiegato 94.000 lavoratori in più dell’anno precedente, giovani sottratti al triste mercato dell’emigrazione verso nord, ma è cresciuto solo nei settori del turismo e dell’agricoltura, che registrano un vero e proprio boom, più 8,6% il primo e più 5,5 l’altro.
Tuttavia, il numero totale degli occupati resta mezzo milione in meno del 2008, anno d’inizio della crisi, mentre il Nord ha già recuperato i livelli del 2008, a conferma che la crisi è stata scaricata sul Sud, il quale ha visto scendere paurosamente la sua produzione industriale. Scrive Svimez: “Elementi di preoccupazione sono il calo del lavoro nella manifattura in senso stretto (-1,6%), che porta il rapporto a parlare di «crescita senza industria e degrado dell’occupazione, sempre più concentrata su impieghi a bassa qualificazione. Le professioni cognitive altamente qualificate hanno perso, tra il 2008 ed il 2015, oltre 1,1 milione di unità in Italia (-12,8%), un calo che nel Mezzogiorno è stato molto più accentuato (-18,7%) rispetto al Centro-Nord (-10,8%).”

Vogliamo ricordare che la disoccupazione al Sud, dove quella giovanile raggiunge punte del 65%, resta il doppio che al Nord, e il reddito pro capite è circa la metà di quello del Nord. Una crescita senza industria, limitata ai settori agricoli e turistici è una crescita monca e strategicamente debole. Tuttavia i segnali positivi ci sono, analizziamoli. Nel turismo, è avvenuta grazie alla forte crisi dei paesi arabi sotto attacco terroristico, ma anche grazie al rilancio d’immagine di una terra, diffamata in patria dai media italiani, ma apprezzatissima all’estero, giudicata in America quale la più bella del mondo. Nel rilancio d’immagine del Sud, non è da trascurare l’azione decisiva dei gruppi meridionalisti che, attraverso il potente strumento del web, riescono a contrastare efficacemente il mantra di un Sud gomorra, diffuso a vantaggio di nordici interessi speculativi.

Il nostro Sud nel mondo è visto come un paradiso turistico, mare e paesaggi da favola, il museo a cielo aperto più grande del mondo, non solo per i siti archeologici ma anche per il romanico, il barocco e quant’altro. Ma anche montagne e boschi, la gastronomia, quella della dieta mediterranea, ritenuta la migliore al mondo, e poi insieme al sole, la musica, i colori, la vivacità, l’allegria di una terra che, per quanto provano a farla passare per infelice, prorompe di vitalità. Una terra in cui nessuno si sente mai solo e la criminalità, in tutt’altre vergognose faccende affaccendata, non pare un’evidente preoccupazione per i turisti. Grecia e Spagna non sono da meno, vero, ma le chances del Sud forse sono maggiori, considerando la complessità delle sue qualità.

Immaginiamo ora se la nostra bella terra avesse mezzi di trasporto più comodi e veloci per essere raggiunta, più aeroporti, uno ogni 300 km, mentre al Nord ve n’è uno ogni 40 km. Immaginiamo se avesse strade, autostrade e ferrovie come il Nord. Ma ciò ci è negato da uno Stato antimeridionale per suo elemento costitutivo. Mangiare a Mezzogiorno pare l’articolo uno della costituzione italiana, per dirla con Massimo Troisi.

Stessa cosa accade nel settore agricolo, dove la nostra produzione viene fortemente penalizzata e resa sconveniente dagli accordi scellerati europei, che liberalizzano le importazioni di prodotti esteri a costi miserabili in cambio di esportazioni di prodotti industriali e armi nei paesi poveri. Ciò nonostante, l’agricoltura al Sud cresce, ma ciò è dovuto alla nascita di molte imprese giovanili specializzate nella produzione di altissima qualità esportabile nel mondo. Molti dicono che questa crescita è dovuta soprattutto alla campagna del compra Sud sostenuta dai gruppi meridionalisti. C’è da credervi. Oltre il 90% dei prodotti acquistati dai meridionali è importato dal Nord, per un valore annuo di 70 miliardi di euro. Rafforzare il compra Sud, comprare prodotti lavorati dalla nostra gente è decisivo per sottrarre all’emigrazione centomila giovani ogni anno, che vanno via come avviene da troppo tempo. Questo sì sarebbe il vero terrore dei gruppi finanziari del Nord che detengono le leve del potere politico italiano.

Il compra Sud, oltre che l’agricoltura, fa crescere anche il settore industriale e quello terziario a essa collegati. Tra l’altro, la mutazione della questione meridionale annunciata nel libro “Mai più terroni” di Pino Aprile, sembra in pieno svolgimento. Con la rivoluzione informatica, la territorialità e la logistica perdono importanza a vantaggio della creatività innovativa delle proposte. In questo, i giovani del Sud non sono secondi a nessuno. Basti considerare la scelta della Apple per istituire a Napoli la sua prima scuola di formazione europea.

«L’apparato produttivo meridionale sopravvissuto alla crisi sembra essere in condizioni di restare agganciato allo sviluppo del resto del Paese e manifesta una capacità di resilienza, la presenza di un gruppo di imprese dinamiche, innovative, con un grado elevato di apertura internazionale e inserite nelle catene globali del valore». Commenta la Svimez.
Questo Sud può farcela a riscattarsi, dipende soprattutto da noi Meridionali, dal nostro vederci con i nostri occhi, piuttosto che con quelli del “padrone bianco”, ovvero dal nostro amore verso la nostra terra e la nostra gente.

Sud e sottosviluppo: costituiamo gli Stati Generali della Questione Meridionale.

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Quest’anno, il destino del Sud è stato ancora più beffardo, triste e drammatico del solito.

Siamo oramai abituati a leggere di mezzogiorno, sui grandi media, soltanto d’estate, in genere in concomitanza del rapporto Svimez che certifica anno dopo anno la drammatica condizione di un Sud invischiato nella crisi, senza voce e senza rappresentanza istituzionale, dimenticato dai governi e dalla classe dirigente di questo paese.

Quest’anno non è così. Quest’anno, purtroppo, a parlare di “Questione Meridionale” si è arrivati a seguito di una tragedia, emblematica – al di là delle contingenze particolari – della condizione del Sud.

Quel binario unico della morte tra Andria e Corato, tra gli ulivi pugliesi, rappresenta il simbolo degli investimenti mancati, della sicurezza assente, del modello di sviluppo a trazione settentrionale che l’Italia e l’Europa hanno eretto a totem inviolabile delle scelte economiche da imporre ai territori, incapaci di concepirne le differenti condizioni.

Ma tutte le nobili voci che si sono alzate nei giorni successivi alla strage per denunciare l’isolamento del Sud hanno il difetto di essere voci singole, di non essere coro. Non unite da un comune sentire né da un comune vedere.

Non emerge in questo paese la capacità di imporre alla classe dirigente, politica, comunicativa, la Questione Meridionale come centro del dibattito  della sopravvivenza stessa dell’idea di nazione.

Eppure il Sud è vivo, a dispetto di tutti. C’è un Sud che si ribella, che non si arrende, un Sud che tenta nuove vie culturali, nuovi approcci antimafia, nuove strade imprenditoriali. Ma è afono, perché perso nella propria autoreferenzialità, incapace di fare rete e di costruire una visione comune, su sé stesso e sul suo ruolo nello scacchiere nazionale ed europeo.

Per questo motivo, il Sud avrebbe bisogno dei suoi Stati Generali. La chiamata a raccolta nelle sue migliori energie, dei sociologi, degli economisti, degli intellettuali, degli amministratori coraggiosi, dei giornalisti che non si sono arresi alle minacce, dei magistrati antimafia, dei giovani e dei meno giovani che curano i beni confiscati, dei poeti, dei contadini che non abbandonano la propria terra, dei precari, degli emigrati, dei migranti.

Gli Stati Generali della Questione Meridionale, anzi delle Questioni Meridionali, in cui aprirsi, confrontarsi e perfino scontrarsi, ma riuscire a concepire una via per il mezzogiorno.

Se, ad esempio, un sindaco come Luigi de Magistris, che fa della costruzione di un Sud Ribelle una sua prospettiva futura, chiamasse a raccolta profili politici e culturali, anche con idee differenti tra loro, persone come Domenico Lucano, Giusi Nicolini, Michele Emiliano, Franco Cassano, Rosaria Capacchione, Nicola Gratteri, Lirio Abbate, Sandro Ruotolo, Erri De Luca, Franco Arminio, Goffredo Fofi, Vito Teti, Marco Esposito, Gianfranco Viesti, Vincenzo Boccia, Emiliano Brancaccio, Emanuele Macaluso, Pino Aprile, Alessandro Cannavale, Emanuele Felice, Aldo Masullo, Gerardo Marotta, Isaia Sales, Maurizio de Giovanni, assieme ai tantissimi altri che – ripeto – a Sud stanno faticosamente tentando di non arrendersi e non perdere la speranza, si potrebbe cercare una via d’uscita comune a quel senso d’impotenza che sentiamo ogni qualvolta le voci che si ergono a difesa del Sud ci appaiono flebili, perché isolate.

Scrive Emanuele Macaluso sul suo sito: “Non mi pare che vi sia una forza in grado di trasformare una tragedia così terribile, l’indignazione per il ‘binario unico’ come segno della condizione del Sud, la rabbia, la generosità dei soccorritori e dei volontari, in un modo politico affinché il Sud torni ad essere sulla scena politica e sociale nazionale”.

Ebbene, al nostro comune amore per il Sud dobbiamo l’impegno serio e costante affinché quella forza ci sia, un giorno non troppo lontano. Lavoriamo.

Salvatore Legnante

Disapprendimento ed emancipazione

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di Antonio Lombardi

Nella notte tra il 18 e il 19 luglio 2016, viene dato alle fiamme un campo rom a Casalnuovo. Nel dare la notizia, un sito internet di informazione scrive nel titolo, a grossi caratteri, “a Napoli” e solo nel sottotitolo, decisamente con minore evidenza grafica, chiarisce che si tratta invece del comune di Casalnuovo. Un utente di Facebook rilancia e commenta la notizia, commettendo lo stesso errore: “A # Napoli danno fuoco al campo # Rom, ecco cosa è successo..”.

A quel punto io commento: “L’incendio si è verificato a Casalnuovo, perché nel post c’è scritto a Napoli?”.

Preferisco la forma interrogativa a quella affermativa (“Non è accaduto a Napoli ma a Casalnuovo”), perché è più utile all’altro ad evitare posizioni difensive di chiusura e ad interrogarsi a sua volta.

La risposta non arriva dall’autore del post, ma da un’altra signora (napoletana), che evidentemente si sente sollecitata ad intervenire. È da manuale di colonizzazione mentale: “Perché Casalnuovo non è conosciuta come Napoli … ed è cmq in provincia di Napoli… ma non capisco perché vi soffermate sul particolare e non sul fatto in generale. …”.

Dunque, secondo questa napoletana, l’obiettivo di dare risalto alla notizia o almeno di aiutare i lettori ad identificare la zona dell’evento, giustificherebbe la citazione impropria e denigratoria della sua città. E le risulta incomprensibile il fatto che qualcuno (c’è anche un altro commento che avanza la stessa precisazione) dia peso a questo particolare della località dove si è verificato l’evento, invece di focalizzare tutta l’attenzione sull’evento stesso: come se l’informazione non dovesse rispondere a criteri di verità, correttezza, non discriminazione. Questo suo commento riceve, nel giro di alcune ore, ben 5 “mi piace”: uno dal Veneto, uno dalla Calabria e tre da Napoli!

Io rispondo: “È con tanti piccoli particolari, ripetuti in maniera martellante in una miriade di notizie (anche il titolo dell’articolo riporta l’errore), che si costruisce l’immagine sociale deviata di una città. Gettandole addosso ogni croce che capita sotto le mani. Il problema è proprio non farci più caso”.

Mi mantengo sul piano del confronto sul tema della correttezza dell’informazione e delle sue conseguenze.

La controreplica della signora è un capolavoro: “Sono in parte d’accordo con te , capisco il fastidio di sentirsi criticare la città di Napoli , vivo in un’altra città da 6 anni e spesso sento battutine sulla Campania in generale … però se permetti non puoi dividere Napoli dal resto dei comuni … I problemi che ci sono a Casalnuovo Arzano Casoria ecc sono gli stessi che ci sono a Napoli Città con la differenza che lì c’è anche il teatro San Carlo, la chiesa di San Domenico Maggiore , la certosa di san martino , piazza del Gesù ecc… allora facciamoci conoscere anche x questo e cambiamo determinati atteggiamenti e forse fra centinaia di anni Napoli non verrà ricordata solo per rifiuti tossici e camorra … Ribadisco non puoi dividere napoli dai suoi comuni altrimenti è come il “nordico” che vuole dividere l’Italia in due non so se sono stata chiara …”.

In pratica distinguere il capoluogo da un altro comune della zona, sostiene, è roba da secessionisti (e per lei ciò è chiaramente negativo ed appannaggio dei soli settentrionali: non ha mai sentito parlare dell’ampio e serio movimento autonomista o indipendentista che si sta sviluppando al Sud?). E a questa tesi comunque assurda (distinguere i comuni è uguale a dividere l’Italia) aggiunge una contraddizione: intanto è lecito attribuire a Napoli tutti i mali della provincia, ma inoltre la città stessa ha la colpa della sua cattiva fama che potrà essere modificata solo fra centinaia di anni. Qui c’è da riflettere sul fatto che il colonizzato mentale non solo si sente in dovere di giustificare l’azione vessatoria di denigrazione gratuita cui è sottoposta la sua terra, ma vi aggiunge l’attribuzione della colpa e la sfiducia nelle possibilità del riscatto d’immagine, sfiducia espressa attraverso l’iperbolica affermazione del tempo necessario a raggiungere il cambiamento: fra centinaia di anni. Senza contare la seguente implicita incoerenza: come fa la città a farsi conoscere per i suoi monumenti, se i media la rappresentano preferibilmente per i mali suoi e persino degli altri territori circostanti e non è lecito contestare tali media?

La mia risposta a questo punto si pone su un piano del tutto diverso. È evidente che la mia interlocutrice non ha consapevolezza del processo di apprendimento che soggiace al suo modo autolesionistico di valutare la cattiva informazione. Cerco, allora, di aiutarla a riflettere sulla genesi del suo modo di leggere e giustificare la faziosità del fare informazione in modo gratuitamente denigratorio.

Dunque, io scrivo: “Se incendiano un campo rom ad Abbiategrasso, nessuno scrive che l’hanno incendiato a Milano, anzi è normale e giusto che ogni comunità si senta responsabile di quello che accade sul proprio territorio. Perché a noi, invece, hanno insegnato a sentirci in dovere di accollarci sempre tutto?”.

La conversazione si chiude qui: questo cambio di piani generalmente fa sì che il dialogo cambi corso o si interrompa, ma comunque apre potenzialmente l’altro ad uno spiazzamento che può, eventualmente, generare una salutare introspezione riferita non all’oggetto della conoscenza (che cosa sto vedendo), ma al proprio modo di conoscere (perché sto vedendo così).

Ecco il punto. A noi meridionali, in particolare a noi Napoletani, l’Italia “unita” ha insegnato a ritenere normale e giusto usare il nome della nostra terra per rendere più sensazionali le cattive notizie. Normale e giusto darci in pasto all’opinione pubblica come carne da macello: ma carne sempre putrida, mai emendabile, inguaribilmente verminosa e perciò degna di essere calpestata a piacere.

L’annientamento dell’autostima, dell’identità e del senso critico del popolo duosiciliano va avanti efficacemente da 155 anni. La colonizzazione mentale è, come in tutti i regimi coloniali, l’operazione più efficace tesa a mantenere in stato di assoggettamento un popolo ad un altro, attraverso l’educazione al senso di inferiorità che diventa il punto di forza, il sostegno collaborativo inconsapevole al potere che lo schiaccia.
Educare all’identità, come consapevolezza del proprio valore e della propria ricchezza culturale e come capacità concreta di smettere di collaborare con l’oppressore, è una pratica di liberazione. Aiutare a disapprendere il consenso acritico è la pratica emancipatrice fondamentale.

SUD E SWADESHI – parte II

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di Antonio Lombardi

A proposito di Comprasud, un altro efficace esempio di noncollaborazione economica come strumento di pressione politica, lo si ebbe in Sud Africa nel 1985, nella città di Port Elizabeth. Fu uno dei momenti fondamentali della lotta nonviolenta di liberazione dal regime di apartheid.

Cominciò grazie ad alcune madri nere che lanciarono un boicottaggio delle merci vendute dai bianchi, per mettere la popolazione bianca di fronte alle sue responsabilità nella discriminazione razziale. In poche settimane, col sostegno di una rete di associazioni (United Democratic Front), riuscirono a persuadere mezzo milione di persone a non acquistare in centro città nei supermercati gestiti dai bianchi, ma a restare a fare la spesa nei negozi delle townships, i sobborghi neri.

Il 15 luglio, giorno stabilito per l’azione di massa, le strade commerciali, solitamente affollate, erano deserte; l’adesione fu del 100%. In 5 giorni il boicottaggio si propagò in tutto il Paese.

Il governo proclamò lo stato d’emergenza in alcune aree, tra le quali Port Elizabeth. Ma aveva le armi spuntate. Il Colonnello Lourens du Plessis fu tra i protagonisti della repressione del movimento, essendo ufficiale capo a Port Elizabeth. Le sue parole sono illuminanti: “Che razza di crimine è non voler comprare? E’ un’azione di massa. E cosa si può fare? Non si può sparare a tutte quelle persone, non si può arrestarle tutte. È una strategia estremamente efficace. Gandhi fu il fondatore del movimento di resistenza nonviolenta”.

Intimidazione e brutalità non fermarono il boicottaggio, che iniziò a incrinare il blocco sociale dominante.

L’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, che verrà poi insignito del Premio Nobel per la Pace, fu tra i più determinati ad ammonire del pericolo di un’eventuale involuzione violenta della lotta.

Le sue parole: “Perché tradire la nostra causa usando metodi, gli stessi metodi che i bianchi usano con noi? Dobbiamo ricordarci, amici miei, che la nostra è una causa meravigliosa: è la causa della libertà, della giustizia, della bontà. E noi, tutti noi dobbiamo camminare a testa alta. Noi affermiamo che useremo solo quei metodi che passeranno al verdetto, all’alto verdetto della storia (…) Non sono le armi quello che autocrati e tiranni devono temere di più, bensì la decisione della gente di essere libera; quando si arriva a tanto è un processo irrefrenabile”.

La lotta fu lunga, complessa, articolata e beneficiò del sostegno della comunità internazionale con il boicottaggio delle banche sudafricane. Essa si concluse vittoriosamente nell’aprile del 1994 allorché in Sud Africa vi furono libere elezioni che videro Nelson Mandela trionfare.

Ma tutto cominciò un mattino di luglio, allorché persone consapevoli e organizzate fecero la spesa in modo diverso.

(Nella foto: 15 luglio 1985, un supermercato di Port Elizabeth desolatamente vuoto, con le sole commesse a girare tra le merci esposte).

Sud e Swadeshi

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di Antonio Lombardi

Il Comprasud, ossia la pratica del consumo critico esercitata dagli abitanti del Sud dell’Italia, che si manifesta nel preferire i prodotti di aziende con sede legale nel Mezzogiorno, è un potente strumento di promozione economica dei nostri territori e di pressione politica per attivare processi di cambiamento nel senso della giustizia e della non discriminazione.
Il Comprasud ha un nobile esempio nello Swadeshi di Gandhi, il quale usava tale parola per esprimere al tempo stesso l’obiettivo e lo strumento della lotta per la liberazione dell’India dal dominio coloniale britannico. Swadeshi è un’economia basata sulle proprie forze. Esso trovò espressione nel boicottaggio dei prodotti inglesi, al fine di favorire la produzione e la vendita di quelli indiani e, così, promuovere l’autosufficienza delle comunità locali.

La nostra terra è una terra sottomessa al predominio economico del Nord Italia, così come tutti i sud del mondo lo sono nei confronti del nord economico-geografico planetario. Agire localmente, impegnarsi per la pace nella giustizia della propria terra, mantenendo una visione globale dei problemi, ha tanti vantaggi:
• rende attivi evitando di cadere in un fatalismo deresponsabilizzato;
• contribuisce alla crescita della pace a livello mondiale perché comporta la noncollaborazione con le logiche di potere dominanti e violente;
• mantiene immuni da un pacifismo opportunista (rischio che corrono al Nord Italia), che mentre si occupa della giustizia all’altro capo del mondo (e fa bene) si tiene stretti i privilegi sotto casa (servizi migliori, iniqua distribuzione delle ricchezze, ecc.);
• scongiura un pacifismo alienato (rischio che si corre al Sud Italia), per il quale opporsi alla condizione coloniale di una terra nell’altro emisfero è cosa buona e giusta (e lo è sicuramente), mentre accorgersi e lottare per quella della propria comunità è un atteggiamento al limite del reazionario.
A tal proposito ricordo le parole di Gandhi:
“Il mio patriottismo è allo stesso tempo esclusivo e inclusivo. È esclusivo nel senso che in tutta umiltà focalizzo la mia attenzione sulla terra in cui sono nato, ma anche inclusivo nel senso che il mio contributo non è di natura competitiva o antagonista”.
(M. K. Gandhi, The Collected Works of Mahatma Gandhi, vol. XXVI p. 279).

Servire la propria terra non significa né comporta necessariamente odiare quella degli altri, ma vuol dire lottare a testa alta e cuore forte per la sua liberazione. Per amore, solo per amore.

(Nella foto: Gandhi e l’arcolaio, lo strumento per filare, diventato il simbolo dello Swadeshi perché permetteva di evitare l’acquisto di tessuti inglesi).

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