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DEF 2016: niente di nuovo sul fronte meridionale

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Di Mattia Di Gennaro

“Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Finalmente, venerdì scorso, il Governo ha presentato il Documento di Economia e Finanza (DEF) per il 2016. “Finalmente” perchè dopo tanti discorsi sulle ricette miracolose per risollevare le sorti del Mezzogiorno, finalmente ci si aspettava di leggere azioni, numeri, tabelle e date ben ordinate nel famigerato “Masterplan per il Mezzogiorno”.

Un’attesa iniziata in un torrido pomeriggio di agosto di un anno fa, quando alla Direzione del PD, il signor primo ministro, Matteo Renzi, decise che bisognava esorcizzare il drammatico rapporto Svimez, pronunciando un quel fatidico termine, che richiamava un’efficienza anglosassone sempre vagheggiata dagli italiani, specialmente se cresciuti negli anni ’80.

Dopo aver pronunciato la formula magica, ormai sicuro di poter risolvere la questione meridionale, Renzi chiosò la sua relazione annunciando l’intenzione di vedere finalizzato quel mostruoso piano di interventi per metà Settembre.

Venne settembre, e venne la festa dell’Unità a Milano. Noi di MO – Unione Mediterranea c’eravamo e fummo testimoni, dell’ennesima occasione mancata. Tra presidenti di Regione, parlamentari ed economisti “democratici” che si alternavano sul predellino, ancora una volta furono prodotte solo parole, che ebbero l’unico effetto di rinviare all’autunno successivo ogni azione pratica. Nel frattempo che piovevano parole sul Sud, i soldi, quelli veri, continuavano ad arrivare al Nord efficiente e produttivo.

Ottobre arrivò presto. L’ex sindaco di Firenze presentò, nell’ambito dell’anteprima della Legge di Stabilità 2016, tre immaginette colorate che non aggiungevano assolutamente nulla di nuovo alle chiacchiere già spese sull’oggetto oscuro “Masterplan”. A noi tutti non restò che aspettare la versione definitiva della Legge di Stabilità, pubblicata ormai a fine 2015, lasciandoci ancora sedotti e abbandonati, ancora, cioè, senza uno straccio di dettaglio sugli interventi da intraprendere (salvo che per generici rimandi alla Salerno – Reggio Calabria o alla Alta Velocità Napoli – Bari, progetti, peraltro, già in piedi da anni).

Salutato il 2016, calò il silenzio più totale sul Sud, sovrastato dal rumore di scandali, intercettazioni, banche, trivelle e primarie. Almeno fino ad aprile, mese di pubblicazione del DEF, lo strumento con cui il Governo provvede a dare informativa sullo stato economico/ finanziario della Repubblica e a dare dettaglio sugli investimenti che intende intraprendere negli anni a venire. Insomma, il classico documento dove ti aspetteresti di trovare i dettagli di un “Masterplan degli interventi”.

Avidi di informazioni, abbiamo cercato qualche traccia nelle innumerevoli tabelle di questo documento – composto, in realtà, da più documenti, per quasi un migliaio di pagine. Cerchiamo “Mezzogiorno” speranzosi di vederlo scritto migliaia di volte, ma ci dobbiamo fermare alle poche decine (solo 4 volte nel documento principale su 155 pagine). Cambiamo ricerca e digitiamo “Masterplan” e qualcosa, finalmente, troviamo. “[…] il Masterplan per il Mezzogiorno mira a sviluppare filiere produttive muovendo dai centri di maggiore vitalità del tessuto economico meridionale, accrescendone la dotazione di capacità imprenditoriali e di competenze lavorative”. Talmente che è piaciuta la definizione che la troviamo, con qualche leggera variazione, altre due volte nello stesso documento e un’altra volta in un altro allegato.

Come i cannoni di Mussolini, le chiacchiere di questo Governo girano di continuo, dando parvenza di potenza laddove si sta solo sopperendo alla mancanza di risorse e idee.

Il Masterplan avrebbe dovuto prevedere 16 patti per il Sud – 8 per ciascuna regione meridionale e altrettanti per le 8 città metropolitane – e nei documenti se ne fa, in effetti, menzione. Niente di più della generica definizione, purtroppo. Nulla su risorse, scadenze e azioni tese a risollevare le sorti del Mezzogiorno e delle sue città più rappresentative.

Noi siamo buoni, però, e diamo il beneficio della buonafede a tutti. Consci del fatto che un documento così lungo come il DEF sarebbe risultato ancor più appesantito se avesse riportato anche i Patti per il Sud, siamo andati direttamente sul sito del Governo per cercare qualche informazione in più. In effetti, è proprio lì che dovevamo cercare. Su quel sito esiste una sezione dedicata al “Masterplan per il Mezzogiorno”. Una pagina con tutte le linee guida, emesse a Novembre 2015. E poi basta. Nessuna informazione sui Patti per il Sud. Tutto è fermo a Novembre 2015, data dell’ultimo aggiornamento. Sei mesi fa.

Anche Marco Esposito, dalle colonne de Il Mattino ha commentato il DEF, in particolare l’allegato “Infrastrutture e trasporti”: “I trasporti carenti sono una vera e propria «minaccia» per lo sviluppo del Sud. No, non è il consueto rapporto Svimez, stavolta è il governo a puntare il dito contro «la disomogenea distribuzione di infrastrutture e servizi sul territorio nazionale, per cui risultano svantaggiate, in termini di accessibilità, alcune aree del Mezzogiorno».

L’analisi è, nero su bianco, in un documento che più ufficiale non si può, visto che è allegato al Def 2016 appena approvato dal governo. A subire le conseguenze di trasporti inadeguati sono in particolare le filiere produttive meridionali e il turismo. Problemi esistono in tutta Italia, ma «il concentrarsi di tali minacce nelle aree meridionali del Paese – si legge nel rapporto firmato dal ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio – non fa che accentuare il divario tra Nord e Sud: un ulteriore ostacolo alla tenuta della coesione sociale del Paese e all’efficacia delle politiche strutturali». Il governo, si dirà, più che fare analisi deve trovare risposte.

Nel settore dei trasporti però si sta attraversando una sorta di terra di mezzo: si è detto stop alla legge Obiettivo ideata dal governo Berlusconi nel 2001, ma non sono ancora partiti né l’aggiornamento del Piano generale dei trasporti e della logistica (Pgtl) né il primo Documento pluriennale di pianificazione (Dpp), che dovrebbe riguardare il 2017-2019“.

Cari mediterranei, neppure a sto giro si è realizzato il nostro sogno di vedere una lista di interventi concreti e monitorabili. Finora, solo chiacchiere che valgono fino a un certo punto. E noi al Sud lo sappiamo bene, perchè la saggezza popolare insegna che “Chiacchiere e tabbacchere ‘e lignammo, ‘o Bbanco ‘e Napule nun ‘e ‘mpegna!”. E il credito che vantava il Governo nei nostri confronti è ormai bello che finito.

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

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Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

Unione Mediterranea cresce: nasce il Circolo Territoriale Lazio, “MO Roma”.

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MO-Unione Mediterranea continua a crescere. Il 7/04/2016 si è costituito ufficialmente il Circolo Territoriale Lazio “MO Roma”, con l’ambizione di unire i meridionali che vivono nella città capitolina. MO-Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare dalla propria terra natia. Per seguire le attività del circolo romano, invitiamo i simpatizzanti a cliccare “mi piace” sulla pagina facebook ufficiale o a contattare il Responsabile del Circolo, Renato Marino, attraverso il sito ufficiale del MOvimento.

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