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Referendum, al sud ciò che non è stato è stato

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Fa discutere il voto referendario al Sud, che in Basilicata e Puglia ha fatto registrare il massimo nazionale, e in Campania, Calabria e Sicilia, pur terre di mare e turismo, il minimo, mentre in Abruzzo, Molise e Sardegna il dato è medio. Dunque, ancora una volta, un Sud strambo e diviso, ridotto all’assurdo degli estremi dove gli opposti bene e male combattono tra loro un’eterna guerra? Suvvia, per una volta mettiamo da parte le metafore letterarie e ragioniamo sui fatti. La dicotomia questa volta non è solo Sud-Nord, ma anche Est-Ovest e soprattutto Pd Renzi e Pd non Renzi.

1) In tutto lo stivale le regioni dove il risultato è stato massimo sono quelle della costa adriatica, dal Veneto alla Puglia, dove insiste la stragrande maggioranza delle orrende e pestifere piattaforme petrolifere. Le stesse regioni adriatiche, con Marche e Molise, ma senza Abruzzo ed Emilia Romagna, hanno promosso il referendum insieme a Basilicata, Calabria, Campania, Sardegna e Liguria. Tutte a governo Pd, tranne Veneto e Liguria.

In tutta Italia l’indicazione di voto per il Sì è venuto dal M5S, Sel, Rifondazione e movimenti politici meridionalisti, pur di ridotte dimensioni, quali MO-Unione Mediterranea, Partito del Sud, Insorgenza Civile e altri. Gli altri partiti, dal PD a quelli di centrodestra si sono divisi, esprimendosi tuttavia in maggioranza per l’astensione e per il no. Importante e decisiva è stata l’azione dissuasiva della rete locale degli amministratori del Pd, che, come da ammissione di un alto dirigente nazionale, per salvare Renzi dalla disfatta, hanno lavorato per l’astensione. Ciò nonostante, e nonostante la spudorata e distorta azione di disinformazione televisiva e giornalistica, ben 16 milioni di cittadini si sono recati alle urne, dando uno schiaffo al sistema di potere petrolifero-politico dominante.

2) In Basilicata, dove tale potere esercita la sua massima azione devastatrice e corruttrice, è da anni attivo un vasto e determinato movimento popolare che ha messo alle strette il ceto politico regionale, condizionato dai soldi del petrolio e dagli incarichi ministeriali affidatigli al fine di controllare, anche con la repressione e il clientelismo, la protesta popolare contro l’intollerabile situazione. L’esplosione dell’inchiesta petrolgate, avviata dalla magistratura antimafia di Potenza, ha messo all’angolo i politici Pd, ostacolandoli nell’esercizio della dissuasione al voto. A parte i politici lucani legati all’on. Speranza della minoranza Pd, tra i pochi espressosi per il Sì. Sono queste le ragioni del record di votanti.

3) In Puglia, dove il numero dei votanti ha superato il 40%, la determinazione di Michele Emiliano, non ricattabile da Renzi, insieme alla maggioranza del PD, ha coagulato anche molti attivisti ambientalisti del centrodestra, ovunque si sono formati comitati no-triv trasversali, si è formato una sorta di “partito del mare” e numerose sono state le manifestazioni a favore del sì. Le ragioni sono da cercare anche nella volontà maggioritaria di operatori turistici e categorie professionali minacciati dalle estrazioni petrolifere, insieme alla consolidata presenza di comitati popolari ecologisti, più di tutto in Salento, di ispirazione meridionalista.

4) In Campania, che pur ha promosso il referendum, registriamo il doppio gioco di De Luca, indagato e renziano di ferro, che ha apertamente auspicato il non raggiungimento del quorum, smobilitando il Pd e il contiguo centrodestra, così facendo fermare il risultato poco al di sopra del 25%, nonostante la forte presenza autonomista e meridionalista nel Napoletano. Dobbiamo pur registrare i sospetti di “Napolicentrismo”, emersi contro i Partenopei, che in questa vicenda non avrebbero sposato le ragioni del Sud. Tuttavia, poiché la stessa cosa è accaduta in Calabria e Sicilia, tali sospetti cadrebbero.

5) In Calabria, anch’essa regione promotrice, e anch’essa ferma al minimo del 25% di votanti, la probabile azione sottobanco di boicottaggio del Pd si è sposata con la disaffezione al voto di questa regione, più di tutte quelle meridionali discriminata e abbandonata da uno stato nemico. Basti pensare che alle passate elezioni regionali i votanti sono stati il 40%. A ciò va aggiunta la disgregata condizione sociale del Sud, costretto alla povertà e all’emigrazione, dalla logica paraleghista del “prima il Nord”. Il Mezzogiorno trattato come una colonia dallo Stato centrale, è tenuto sotto controllo da mafie e ceto politico asservito, funzionali allo stesso stato che favorisce con privilegi e impunità politici corrotti e mafiosi, mentre contrasta l’azione degli onesti, che pur sono in maggioranza.

6) In Sicilia, insieme alle suddette ragioni dobbiamo ricordare la funzione deterrente di Crocetta, ex funzionario Eni.

Ciò detto, vanno respinte analisi e ipotesi “culturalistiche” ed etnicistiche sulle ragioni del voto al Sud, mentre, insieme alla colpevole azione di dissuasione degli amministratori Pd sul territorio, e dei media nazionali e locali, asserviti, vanno ricercate le ragioni sociali. Il popolo meridionale non potrà esprimere del tutto la propria volontà sino a quando non riuscirà a liberarsi del ceto politico dominante, e delle contigue mafie funzionali agli interessi “nazionali”, ovvero del Centronord. Qualcuno diceva che non ci può essere democrazia sino a quando un uomo ne può comprare un altro. Il Sud è ridotto da 155 anni in questa infame condizione. Al Sud, ciò che non è Stato è stato.

Referendum: un commento ai risultati al Sud

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Di Roberto Cantoni

“Si è vista la solidarietà del Sud!” è stato l’amaro, sarcastico commento a caldo di una mia amica lucana, che da anni, come me, vive lontana dalla sua terra. Giudizi di tono ben più apocalittico li ho letti un po’ ovunque sui social, del tipo: “Ora le compagnie petrolifere uccideranno il nostro mare”. Vorrei rassicurare e allarmare tutti su questo punto. Il mare, le compagnie potevano inquinarlo anche prima del referendum; possono continuare a farlo ora – del resto, per una triste ironia della sorte, proprio il giorno del referendum c’è stato uno sversamento di petrolio da una raffineria nel mare che bagna Genova – e avrebbero potuto inquinarlo anche in caso di vittoria del Sì. In realtà, come ho scritto un mese fa, il quesito sulle trivelle aveva un valore molto più ampio delle trivelle stesse. In primo luogo, era una cartina tornasole del rapporto di forze tra enti locali e governo centrale. In secondo luogo, avrebbe potuto dare un segnale riguardo alla volontà dei cittadini di un tipo diverso di sviluppo: diverso da quello ormai desueto dell’estrazione di energie fossili. Ha vinto l’astensione: il che significa che il gas e il petrolio che si sarebbe potuto estrarre di qui a qualche generazione, in caso di emergenza (economica, energetica), lo si estrarrà ora che non c’è nessuna emergenza, e che anzi, il prezzo del petrolio è quasi ai minimi storici da un decennio. Bene. Anzi, male. Ma questo è il risultato.

La solidarietà del Sud. Ma Napoli non è sul mare? La Calabria non è praticamente una penisola? E la Sicilia non è forse circondata dal mare? Sì, sì, e sì. Ma in Campania le percentuali di voto sono state del 26,1%, in Calabria del 26,7% e in Sicilia del 28,4%. La Puglia, il cui governatore era stato il principale promotore del referendum, ha raggiunto il 41,6%, e solo la Basilicata ha superato il quorum, seppur con uno striminzito 50,2%. Ma anche in quest’ultimo caso, bisogna notare che è stato soltanto grazie alla provincia di Matera (52,3%) che il superamento del quorum è stato possibile, perché la provincia di Potenza si è fermata al 49,0%. In pratica, a guardare il panorama allargato dell’Italia, delle 110 province dello stato, soltanto una ha superato il quorum. Di chi la colpa? Dello strumento referendario, ormai spuntato? Forse. Non sarà spuntato, però, in occasione del referendum costituzionale che ci sarà tra qualche mese: i referendum costituzionali, infatti, sono confermativi, non abrogativi, pertanto il quorum non è previsto (e chiudiamo entrambi gli occhi sul fatto che la Costituzione sarà stata cambiata da un governo non eletto). Del mancato accorpamento con le amministrative di maggio, che tra l’altro avrebbe fatto risparmiare allo stato 300 milioni di euro? Può darsi, ma è evidente che quell’accorpamento avrebbe portato al raggiungimento del quorum, cosa che il governo voleva appunto evitare.

Ho sostenuto prima del voto che il referendum su scala nazionale non avesse senso: era improbabile che a Bolzano (17,6% di votanti) importasse qualcosa delle trivelle nell’Adriatico. Andava invece fatto su scala regionale, dicevo. Visti i risultati, la mia teoria non ha retto: se anche la validità fosse stata regionale, il referendum sarebbe passato nella sola Basilicata, e ciò nonostante in passato e nel presente i veleni dell’Ilva di Taranto, quelli del petrolchimico di Gela, e le crisi dei rifiuti in Campania e in Sicilia, abbiano sensibilizzato e sensibilizzino le popolazioni meridionali alle questioni ambientali. Insomma, se è vero che il referendum è fallito in tutta Italia, ci si aspettava molto di più dal Sud, vuoi per solidarietà alla Basilicata martoriata dall’industria petrolifera, che l’ha resa una terra nullius, vuoi per i rischi che corrono, correvano e correranno le coste adriatiche e il Mediterraneo tutto. Ha sicuramente giocato un ruolo la chiamata all’astensionismo di Renzi (il top dell’astensione si è avuto nelle zone a maggioranza PD) e quella, appena più velata, di Napolitano.

Che dire del ruolo della complessità del quesito referendario, come sosteneva lunedì Repubblica? Ne dubito fortemente: se entri in una cabina elettorale durante un referendum sai già cosa votare. Non ti metti a leggere il quesito cercando di ricordare o immaginare cosa dica esattamente “l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”. La mia opinione è che sia stata la mancanza di una differenza considerevole al livello percettivo tra le conseguenze del sì e del no/astensione a contribuire – non: a causare –  alla forte astensione. Se la scelta non tocca le trivellazioni già in atto; se non ne impedisce di nuove e non ne blocca di vecchie; se la differenza è ‘solo’ sulla durata dello sfruttamento, allora la questione appare poco interessante. Inutile negare che ci sia un problema di disinteresse grave al Sud, e che questo sia in parte una conseguenza di una generale – e, alla luce delle non-politiche di governo, comprensibile – disaffezione nei confronti dello stato centrale.

Ma attenzione a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Le campagne sui social, i banchetti informativi, le affissioni per il Sì in giro per la città e per il paese, sono state tutto fuorché inutili. Qualunque referendum, comunque vada, ha un pregio inestimabile: migliora cioè la conoscenza e la coscienza dei cittadini rispetto a problematiche prima al di fuori del loro ambito d’interesse. È un risultato che passa spesso in secondo piano, ma è il risultato più importante. Questa campagna referendaria ha fatto in modo che milioni di cittadini si siano informati sull’inquinamento ambientale, sull’economia delle risorse naturali, sulle leggi che regolano l’estrazione di idrocarburi in Italia: sul lecito e sull’illecito. Ha reso parte di questi cittadini degli attivisti, donne e uomini che in prima persona hanno partecipato ad azioni nel micro (magari parlando ai figli, ai cugini, al meccanico di fiducia, all’ingegnere del piano di sopra, o banalmente pubblicando un link su un social) e nel macro (il banchetto informativo all’angolo della strada, l’invio agli enti locali di documenti scritti a più mani…). Questi risultati vanno al di là del fatto che un italiano su tre sia andato a votare. Vanno al di là di tristi ‘ciaoni’ da parte di ultraquarantenni con un posto da deputato al caldo a Roma. Ogni referendum forma degli cittadini più consapevoli. Ogni referendum è comunque e sempre una vittoria della democrazia dal basso.