Il dramma di Benevento. Aiutiamolo noi, da ogni parte del Sud.

Salvatore Legnante

Risulta difficile, di fronte alle tragedie vissute in questi giorni dalla città di Benevento, e dai sanniti, trovare le parole giuste per non cadere nella retorica, nel bizantinismo del già detto, nel ‘solito piagnisteo’ di cui ti accusano a prescindere, in quanto meridionale.

Risulta difficile evitare di pensare ai presidenti del consiglio, ad esponenti della classe dirigente di questo paese, ai mass media, che sembrano sempre comportarsi in maniera differente anche rispetto alle calamità naturali, guardando come al solito alla latitudine dell’evento, se accaduto a sud o a nord di una certa linea.

E perciò cerchi una spiegazione più razionale e più umana di quella del colonialismo interno, se il Gargano o la provincia di Messina o oggi Benevento piangono morti e devastazioni senza il conforto né morale né pratico di un solo rappresentante  istituzionale  di stanza a Palazzo Chigi.

Cerchi di capire perché ti senti sempre e più cittadino di serie B, in questa Italia, ogni giorno figlio minore di una nazione mai nata, mentre vedi le immagini di un territorio come il Sannio, e di una popolazione così nobile e lavoratrice, e di una settantina di aziende agro alimentari di eccellenza, che coi loro circa 500 dipendenti sono in tremenda difficoltà e lasciate sole, sempre, non soltanto in questo momento tragico.

Ora però agiamo.

Non possiamo lasciarli soli, i nostri fratelli sanniti. Aiutiamoli in qualsiasi modo, facciamogli sentire la nostra vicinanza, attraverso una delle tante iniziative spontanee che stanno nascendo dalla rete, e andiamo lì, nei luoghi della tragedia, a dare una mano concreta, un conforto, un saluto.

Oggi il Sud è il Sannio. E’ per questo che MO-Unione Mediterranea sarà presente nel fine settimana, a Benevento, per aiutare ed abbracciare un popolo così orgoglioso.

Il  Sannio deve risollevarsi. Aiutiamolo, noi. Da ogni parte del Sud.

 

MasterPlan per il Sud? Se ne parla l’anno nuovo!

di Mattia Di Gennaro

Era il pomeriggio afoso del 7 agosto scorso, quando uomini in maniche di camicia e donne in vesti leggiadre si alternavano, su di un predellino dalla sede del PD, per dire la propria su come risollevare le sorti del Mezzogiorno. Questi individui avevano saputo, qualche settimana prima delle agognate ferie estive, dello stato comatoso in cui versava l’economia meridionale, grazie alla pubblicazione delle anticipazioni del Rapporto Svimez 2015. Me lo ricordo bene, perché fu proprio quel giorno che sua eccellenza il primo ministro, Matteo Renzi, rassicurò i piagnoni meridionali che, entro metà settembre, il Governo sarebbe uscito con un MasterPlan di interventi per sconfiggere la depressione economica di quest’area geografica. Da allora, sotto agli ombrelloni non si parlava che di questione meridionale, più del calciomercato, più degli amori estivi dei VIP. Quella che, pian piano, sembrava essere diventata l’emergenza nazionale per eccellenza, però, è ben presto scomparsa dalle agende politiche, diventando argomento di secondo ordine, indietro nella lista delle priorità alla detassazione di ville faraoniche e castelli, piatto forte della Legge di Stabilità 2016.

Ma andiamo per ordine.

Prima del ddl Stabilità, bisogna ammettere che gli uomini e le donne del PD si sono riuniti ancora sul tema “emergenza Sud”. Era un sabato di inizio settembre, a Milano, durante la festa dell’Unità. Tra un selfie e una salsiccia, gli organizzatori hanno trovato tempo pure per il Seminario sul Sud, in cui una raggiante quanto fuori luogo Debora Serracchiani, la romana governatrice del Friuli Venezia Giulia, annunciava l’organizzazione di incontri tematici per risolvere i punti critici causa dell’arretratezza del Mezzogiorno: fondi europei, infrastrutture e rivalutazione del capitale umano. Dopo quel sabato di fine estate, nessuno ne ha più saputo nulla di questi incontri e, semmai avessero avuto luogo, sarebbe imbarazzante per il PD rivendicarne l’esistenza, dati gli sterili effetti prodotti. Metà settembre, però, era ormai vicino, e con lui sarebbe finalmente arrivato il tanto atteso MasterPlan per il Sud, di cui tutti aspettavano, con ansia febbrile, la presentazione; e, invece? Nulla. O meglio, qualcosa fu dichiarato in quei giorni: il rinvio ufficiale del MasterPlan all’emissione della disegno di Legge di Stabilità, prevista un mese più tardi, a metà ottobre. Nel frattempo sui giornali era iniziata la caccia al colpo di genio che il Governo avrebbe messo in atto per stimolare l’economia meridionale. Si è iniziato a dire e a scrivere tutto e il contrario di tutto: dal redivivo Ponte sullo Stretto di Messina a meno fantascientifiche idee come il taglio dell’IRES, la decontribuzione delle nuove assunzioni o l’incentivazione agli investimenti sotto forma di credito d’imposta per le imprese meridionali. Ad un certo punto ci si aspettava una manovra finanziaria (il ddl Stabilità, appunto) tutta e solo incentrata sul Mezzogiorno, con decine di miliardi di investimenti ad aggiungersi a quelli già previsti con la programmazione della spesa dei fondi comunitari. E poi arriva metà ottobre, arriva il tempo della verità e Renzi, invece di presentare un testo serio del ddl Stabilità alle Camere, si presenta davanti ai giornalisti con delle sgargianti slide, colorate come i fuochi di artificio che ci si aspettava per il Sud; tre di queste parlano, in effetti, di Mezzogiorno: fondi alla Salerno – Reggio Calabria, interventi per la bonifica della Terra dei Fuochi e fondo di garanzia per l’Ilva di Taranto. Praticamente, i fuochi di artificio per il Sud hanno ancora una volta fatto “fetecchia”!

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Insomma, questo è il MasterPlan per il Sud che abbiamo atteso per tutta l’estate, per questo primo scorcio d’autunno o, come qualcuno direbbe, per 155 anni? Secondo il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Claudio De Vincenti, sì, o meglio, anche. Come lo stesso ha raccontato a “La Stampa”, quelli delle slide sono solo gli interventi prioritari, che in un certo senso non fanno parte del MasterPlan per il Sud vero e proprio che, invece, è ancora in fase di definizione (meno male che doveva essere pronto a settembre!).

Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha spiegato che sono ancora in corso di svolgimento gli incontri con i presidenti di regione e i sindaci delle principali città meridionali per mettere a punto i cosiddetti “Patti per il Sud”, che conterranno, quelli sì, interventi e obiettivi per il rilancio dell’economia meridionale. Naturalmente, questi patti non saranno pronti prima del 2016 e la cosa, ormai, non ci stupisce più. Dopotutto, che il Governo fosse impreparato sul Mezzogiorno era cosa assodata, dopo che Renzi, durante quell’incontro del 7 agosto aveva detto che quello sarebbe stato solo il primo incontro sul Sud, ammettendo implicitamente che, prima d’allora, né il PD né il Governo si era mai posto il problema della risoluzione della questione meridionale. De Vincenti, però, ha parlato anche di 7 miliardi pronti per il Sud, o meglio ha detto “abbiamo attivato la clausola per lo 0,3% di PIL, ossia, per 5 miliardi di euro di spesa nazionale, con un effetto leva complessivo di oltre 11 miliardi di investimenti di cui almeno 7 saranno destinati al Mezzogiorno”. Il sottosegretario, però, dice anche altro, ossia che questi finanziamenti saranno impiegati su progetti cofinanziati ed è subito chiaro tutto: i 7 miliardi andranno a finanziare opere e progetti la cui costruzione ed esecuzione è già stata prevista nei Piani Operativi Nazionali e Regionali di spesa dei fondi comunitari. Insomma, il Governo ha sbloccato del denaro (o, meglio, ne ha previsto lo sblocco, che è ben diverso) per investimenti già programmati prima del Rapporto Svimez, all’epoca in cui non si sapeva (o non si voleva sapere) della drammatica situazione dell’economia meridionale. Niente di eccezionale, nulla di rivoluzionario! Il solito storytelling tendenzioso del governo più anti-meridionale di sempre, che, ricordiamo nelle infrastrutture, negli incentivi alle imprese e ai cittadini ha sempre guardato sempre e solo a una parte del Paese, quella a nord del Tronto. Esempi: gli ottanta euro in busta paga, mossa populista a vantaggio della popolazione degli occupati, in maggior numero al Centro-Nord che non al Sud, o gli investimenti per le infrastrutture CEF presentati a Bruxelles con 7 miliardi e 5 milioni di euro destinati al Centro Nord e 4 milioni al Sud. Per non parlare dei fondi per il piano di prevenzione del dissesto idrogeologico, che nonostante la strage di Rossano in Calabria o del Gargano, o quelle recenti dell’Irpinia e del Sannio sono stati destinati in maggioranza alle aree settentrionali. Intanto, i 54 miliardi di Fondi per lo Sviluppo e la Coesione previsti nella legge di stabilità 2014 si erano ridotti già ai 42 miliardi degli Accordi di partenariato. Una drastica cura dimagrante per un paziente, Il Mezzogiorno, già anemico e sottopeso, il tutto per distogliere i fondi per le aree sottosviluppate ad altri scopi, alla maniera della Lega Nord e di Tremonti, che con i fondi FAS destinati al Mezzogiorno ci pagava le multe per le quote latte dei produttori padani. Qualcosa destinata in maggioranza al Sud, però, c’è: il famigerato PON “Infrastrutture e reti”, approvato dalla Commissione Europea lo scorso 29 luglio, che si occupa di finanziare progetti infrastrutturali a valere sulle tratte ferroviarie Napoli-Bari, Catania-Palermo oltre ad investimenti per la Salerno-Reggio Calabria e per alcuni porti del Mezzogiorno. Un bel librone di 120 pagine abbondanti che da un lato spiega quali sono i gap infrastrutturali del Sud e dall’altro fornisce le ricette per la loro soluzione, stanziando complessivamente 1 Mld e 800 Milioni per tutto il Mezzogiorno, che è poco più della metà di quanto stanziato per la contestatissima TAV Brescia-Verona-Padova. Tanto cosa importa, presto ci sarà il MasterPlan per il Sud, presto da Brescia si andrà a Verona in un (costosissimo) batter d’occhio. Tanto cosa importa se a Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, ancora non arriva il treno nazionale! Altro che #zerochiacchiere, il Governo ancora una volta ha dimostrato che quando si tratta di Mezzogiorno è bravo a fare #solochiacchiere (e qualche slide colorata)!

Credete ancora che questo Governo e questo Parlamento abbiano ancora credibilità quando parlano di Mezzogiorno?

Assolto Erri De Luca, lo Stato condannato

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Erri è un uomo lapidario, le sue parole sono pietre, lo sapevo da quando, una ventina d’anni fa, scrittore in erba, ebbi la fortuna di conoscerlo e di essere apprezzato da lui, già affermato, e queste parole, pronunciate davanti ai giudici chiamati a condannarlo, lo attestano: “Confermo che la linea sedicente ad Alta Velocità va intralciata, impedita e sabotata per legittima difesa della salute, del suolo, dell’aria e dell’acqua. Sabotare è legittima difesa. Sabotare, verbo nobile e democratico pronunciato e praticato da Gandhi e Mandela”. Erri ha ribadito che non si sarebbe difeso da un’eventuale condanna, non sarebbe ricorso in appello “perché la difesa della giustizia si fa ai piani bassi della società”. Erri è uno scalatore di picchi rocciosi, e di roccia è il suo carattere. E’ una grande anima, a differenza di molti intellettuali italiani che si vendono per un piatto di lenticchie, e con queste parole ha messo i giudici all’angolo, impendendo loro di comminargli una pena.

Vero, la verità e la giustizia si difendono ogni giorno, nelle strade, negli ospedali, sui treni, dal salumiere, sul web e nei luoghi di sofferenza e di lotta, dove i soprusi del potere agiscono per distruggere intere comunità. Come accade per l’inutile e dannosa Tav in Val di Susa, universalmente riconosciuta devastante per la vallata e per gli abitanti. Milioni di metri cubi all’amianto da estrarre e scaricare chissà dove, per fare un tunnel ferroviario tra Italia e Francia, di 12 km, in una stretta valle che sopporta già l’insulto di strade, tunnel e binari inutilizzati per un traffico in continuo decremento. Un affare sporco in cui rientrano i maggiori gruppi finanziari del nord (incluso alcuni dei più chiacchierati), coop. rosse comprese. Tutto ciò mentre lo stato fa mancare al Sud la dotazione minima di strade, ferrovie e aeroporti per spostarsi, comunicare, commerciare, tenendolo in una condizione da terzo mondo, allo scopo preciso di farne una terra da sfruttare a basso prezzo.
Con nove miliardi di euro si possono fare un migliaio di km di ferrovie veloci, vale a dire da Salerno a Palermo e da Napoli a Bari. Dove non c’è ancora un treno diretto e si viaggia alla velocità di mezzo secolo fa. Tutto ciò a vergogna della nazione italiana, non certo del Sud che la subisce.

Sabotare pacificamente e per legittima difesa il compimento di un’opera devastante, utile solo agli interessi di alcuni e distruttivo per la comunità, non è reato. Gandhi invitava gli indiani a sabotare l’acquisto di merci degli occupanti inglesi, Mandela invitava a sabotare i razzisti bianchi dell’apartheid contro i neri, i meridionalisti invitano da anni a sabotare l’acquisto delle merci del già ricco nord per favorire il lavoro al Sud disoccupato e depredato dallo Stato, e da alcuni mesi invitano a sabotare il piano di proditoria e pretestuosa distruzione degli ulivi, sospettando che si voglia fare del Salento terra bruciata per favorire insediamenti turistici ad alto consumo di territorio e di cemento. E se a qualcuno il dubbio sembra frutto di un eccesso di malizia, si chieda come mai le istituzioni e chi le rappresenta a questo modo non riscuotano maggiore fiducia.
E il batterio xyllella appaia solo come un pretesto: nessuna prova inconfutabile della sua patogenicità, a giustificare, in maniera convincente, l’operato delle truppe d’espianto del generale Siletti. Caro Erri De Luca, napoletano di nascita e di cuore, se vieni dalle nostre parti, ti mostreremo come ci tratta questo paese, ingiusto dalle Alpi al Tacco, come sta uccidendo la terra più bella del mondo, vieni a vedere i morti per le strade, per dirla con Neruda.

Il 26 presentazione delle linee guida per il programma di governo della città di Napoli

Autonomia ed identità della città di Napoli: sono questi i fondamenti dell’importante evento previsto per il giorno 26 ottobre 2015 a Napoli presso la Chiesa di San Gennaro all’Olmo (Via San Biagio dei Librai, 35) in cui MO-UNIONE MEDITERRANEA presenterà le linee guida del proprio programma politico in vista delle prossime elezioni comunali nella città di Napoli. Forte del significativo consenso ricevuto alle elezioni regionali, il movimento spiegherà ai cittadini i punti cardine delle progettualità previste, in linea con gli obiettivi che l’Assemblea degli iscritti ha individuato quali prioritari. Al dibattito seguirà un monologo dell’attore e sceneggiatore Vittorio Ciorcalo ed un concerto della Compagnia “Musincanto” del Teatro San Carlo di Napoli.

Secondo Enrico Inferrera, Segretario Nazionale di Unione Mediterranea <<il nostro movimento, proseguendo l’impegno sul territorio che alle recenti elezioni regionali in Campania ha ottenuto numerosi consensi intende proporsi alle prossime elezioni comunali di Napoli quale soggetto politico autonomo e principale punto di riferimento per un attuale e moderno meridionalismo. Riteniamo che Napoli abbia storicamente, culturalmente e socialmente tutti i crismi per essere la vera capitale di un Sud, desideroso di riscatto, sebbene depredato da politiche nord centriche ed umiliato dalle promesse dei partiti politici storici ormai chiaramente per niente interessati alla sua tutela ed al suo sviluppo. Non abbiamo bisogno di tutori o colonizzatori ma di puntare sulle nostre energie sui i nostri talenti, sui nostri giovani combattendo il malaffare e l’illegalità in tutte le sue forme, valorizzando i nostri punti di forza e rinunciando ad ogni forma di assistenzialismo reale o simulata. Napoli può essere capitale assoluta del Mediterraneo ed in tal senso il nostro programma punta ad obiettivi estremamente ambiziosi che riteniamo di poter raggiungere nell’interesse di tutto il nostro territorio. La storia si fa e non la si legge soltanto e noi riteniamo sia ampiamente scaduto il termine di fiducia affidato alla vecchia partitocrazia che mai nulla ha fatto di concreto per la nostra gente con la quale intendiamo costruire il nostro programma politico>>.

La sfida dell’autonomia. Contro la corruzione del sistema Italia

di Salvatore Legnante

Se volessimo utilizzare le logiche perverse della politica italiana, non avremmo alcuna difficoltà a definire il ‘dato costitutivo’ (cit.) della classe politica lombarda e settentrionale in generale: è il continuo e ininterrotto legame con la tangente il tratto distintivo del loro agire.

La ‘mazzetta’ è un’ istituzione, nella presuntissima Capitale morale d’Italia. Dalla Milano da bere degli anni socialisti a quella più ‘ruspa…nte’ del leghismo dei giorni nostri, un’unica costante muove i fili della città meneghina: il malaffare in politica. Il malaffare, lì, è politica. La corruzione è politica.

L’ultimo caso riguarda la giunta regionale del verde Maroni, quel politico che con una scopa in mano prometteva di far pulizia in un partito che in pubblico gridava Roma ladrona e Sud straccione, mentre in privato coi soldi della collettività acquistava lauree in Albania e diamanti in Africa.

Limitandoci a ragionare all’italiana, però, commetteremmo da Sud lo stesso errore che si commette sempre da Nord: cercare quasi lombrosianamente una ragione geografica alla delinquenza, al malaffare, alla mala gestio della cosa pubblica.

Non è così: non esistono popoli geneticamente ladri, geneticamente mafiosi, geneticamente corrotti. Esiste però una consolidata consuetudine del potere, che in Italia, dal momento dell’Unità in poi, ha sempre previsto che un diritto del cittadino sia trasformato in un favore concesso.

E di più: esiste una consolidata impostazione culturale coloniale che in Italia prevede che il diritto di un meridionale sia visto come un favore concesso da un settentrionale: ciò che al Nord è andato o va, nei decenni, sotto la voce investimenti, al Sud è sempre stata considerata una spesa. Al Nord si investe, al Sud si assiste.

Ha sempre ragionato così, il potere nell’Italia falsamente unita. E ha sempre alimentato, attraverso questi meccanismi, il giogo della corruzione, a qualsiasi latitudine.

E’ anche per questo che è da Sud che va lanciata, finalmente, la sfida dell’autonomia: autonomia innanzitutto culturale rispetto al modo di fare politica di tutti i partiti radicatisi in Italia, che da destra, da sinistra o dal centro hanno comunque introiettata l’impostazione coloniale prima descritta.

Dal Sud meridiano, centro del mediterraneo, va finalmente lanciata una proposta forte di auto-governo, che non vada nel solco ipocrita e chiuso del leghismo, che ne faceva una semplice questione di soldi, di ricchezza da non voler redistribuire.

Un’autonomia che parta da Sud vuole dire farla finita con le pratiche corruttive, vuol dire eliminare la parola ‘assistenzialismo’, vuol dire riprendersi in mano il proprio destino, per un territorio che non vuole più fare affidamento su presunti salvatori che vengono da altrove.

Autonomia significa, infine, creare finalmente una classe dirigente meridionale e meridionalista, cosciente della propria storia millenaria, della propria  identità e disposta a condurre la più affascinante delle battaglie, ambientali culturali sociali e politiche: rendere finalmente bellissima questa nostra terra, nobile e disgraziata.

Risveglio civile del SUD? No, terrore del terrone

di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni

Un fantasma s’aggira per lo Stivale, seppur esorcizzato da opinionisti ben pagati, politici servili e (i)mprenditori interessati del nord, lo spirito del Sud non svanisce, si presenta davanti alla porta dello Stato italiano e bussa forte per chiedere il conto di 155 anni di discriminazioni economiche, vessazioni sociali, povertà galoppante, disoccupazione da terzo mondo, migrazioni bibliche, mafie mai combattute, pregiudizi subiti e razzismo leghista mai stigmatizzato.

Seppur bollato e scacciato come “nostalgico neoborbonismo” prima e come “revanscismo meridionale” poi, lo spirito del nuovo Sud aleggia in centinaia di comitati e associazioni popolari, che dagli Appennini abruzzesi al Manzanarre siciliano, dicono no alla devastazione di una terra di ineguagliabile bellezza, rovinata da finanziamenti statali negati, estrazioni petrolifere selvagge, sversamento di rifiuti tossici, fabbriche monstre, grazie a un ceto politico complice degli interessi finanziari di mafie e grande finanza del nord.

Il risveglio civile del Sud è sotto gli occhi di tutti, se n’accorge persino l’università britannica del Kent, mentre il terrore dei nostri potentati è rappresentato dal cosiddetto “revanscismo borbonico”. Strano che quando i leghisti lombardo-veneti e gli “intellettuali” veneziani più a la page, come l’ex sindaco e filosofo di barba Massimo Cacciari, inneggiano al passato “buongoverno” asburgico, nessuno gli ricorda che gli austriaci, sebbene più progressisti dei Savoia, erano ben più conservatori dei Borbone, ai quali imposero nel 1821 di abolire la costituzione democratica promulgata da re Ferdinando I. E strano anche che, mentre il Sud si ribella contro la devastazione ambientale e sociale, il nord, pur subendo le stesse piaghe, non si ribelli. Sarà forse perché il cittadino settentrionale, come sostiene qualcuno, è ben compensato economicamente, e a pancia sazia e portafoglio pieno non s’accorge dell’aria malsana che respira, a partire da quella emessa dalla impressionante corruzione politica che l’affligge?

Ora che il Sud si pensa da sé, senza affidarsi al pre-giudizio dell’intellettualità tardo crociana italiana, le cui analisi, stranamente quando si parla di Sud, da storico-sociologiche si fanno “antropologiche”, come avviene per tribù e popoli sconosciuti, la ribellione del Mezzogiorno viene bollata con marchi infamanti, come a suo tempo si faceva con quella dei briganti. Come ce ne dava contezza Antonio Gramsci, intellettuale anticrociano per eccellenza.

Non capiscono, o peggio non vogliono ammettere, che è in atto un risveglio civile, frutto dell’alto tasso di nuova scolarizzazione e di antica cultura dei meridionali che, reagendo all’alto tasso di disoccupazione e discriminazione sociale, si fa coscienza politica, attraverso il recupero dell’autostima, ridotta al lumicino da un secolo e mezzo di accuse infondate e di pregiudizi razziali, da parte del dominante potere economico-politico-culturale italiano. Coscienza politica che passa attraverso la consapevolezza della condizione semi coloniale cui è stata ridotta la loro terra dallo stato italiano.

C’è chi sostiene, a parziale ragione, che l’azione politica meridionalista vada preceduta da una lunga battaglia culturale che restituisca consapevolezza identitaria “duosiciliana” ai meridionali. Verità parziale perché, se così fosse, non si capirebbe perché la lega nord, sprovvista di identità storica, poiché la cosiddetta padania è un’invenzione, e sprovvista finanche di cultura, abbia riscosso velocemente tanto consenso nelle regioni del nord. La spiegazione è che hanno saputo unirsi rivendicando interessi economici, beceri, di pancia, egoisti e ingiustificati quanto si vuole, ma concreti, inventandosi un nemico immaginario quale il “terrone”. In questo sostenuti e finanziati dai gruppi industriali del nord che temevano la nascente concorrenza industriale del Sud.

La politica, è marxianamente economia politica, ciò che occorre alla formazione di un partito meridionalista è un chiaro progetto economico agitato da leader preparati e carismatici. Al momento invece, lo spirito del Sud, lacerato da divisioni interne, individualismi puerili, manie di protagonismo, visioni ancora immature, nonostante i molti tentativi, è ancora lontano dal farsi spirito politico organizzato. Quando questo, com’è prevedibile, accadrà e il Sud si darà un movimento politico forte, come reagirà lo Stato nordcentrico italiano? Accetterà le giuste rivendicazioni meridionaliste come fa da trent’anni con quelle ingiuste del nord leghista o passerà alla repressione feroce? Non lo sappiamo, ma è giusto che si capisca che il Sud non può andare più avanti così e che l’Italia senza Sud è condannata alla disfatta.

Le promesse di Renzi e De Luca sulla Terra dei Fuochi

Lo scorso 13 ottobre il Presidente De Luca ha incontrato il premier Renzi alla conferenza Stato – Regioni sul riparto dei fondi per la sanità ed ha annunciato fiducioso la disponibilità del Governo a impegnarsi per le bonifiche e la Terra dei Fuochi. Il premier Renzi, infatti, ha rassicurato De Luca sulla precisa volontà di proferire un impegno straordinario, su base pluriennale, a inserire le bonifiche programmate in Campania come capitolo centrale nell’agenda di Governo. Renzi ha inoltre affermato di voler trovare entro il 2015 i fondi necessari per cominciare le opere di smaltimento della Terra dei Fuochi, i famosi 500 milioni di euro che De Luca vorrebbe impegnare per i primi trasporti di eco balle fuori Regione. L’operazione dovrebbe essere gestita in collegamento diretto con la Presidenza del Consiglio e l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone.

Unione Mediterranea ha chiesto un parere a Lucio Iavarone, coordinatore dei comitati per la Terra dei Fuochi e candidato alle scorse regionali campane nella lista MO! “I fondi che sta chiedendo oggi De Luca a Renzi sono risorse aggiuntive che dovrebbero servire solo e unicamente per togliere le eco balle dal nostro territorio. De Luca fa però una serie di errori strategici poiché identifica Terra dei fuochi con le sole eco balle e sappiamo bene che non è così”. La Terra dei fuochi è molto di più, è avvelenamento costante del territorio da parte d’imprenditori che smaltiscono illegalmente i propri scarti di produzione. “De Luca non ha mai proferito parola su questo”, continua Iavarone, “Le eco balle sono invece il disegno criminale e scellerato di amministrazioni precedenti, come quella Berlusconi al governo nazionale e Bassolino a quello regionale, che hanno posto una cambiale insolvibile sui nostri territori. Ce ne dobbiamo sì liberare ma non come vorrebbe De Luca. Il semplice spostamento fuori regione comporterebbe un enorme costo di spostamento su gomma a vantaggio di chi fa questo per mestiere e spesso coincide con chi ha inquinato”.

Noi pensiamo che i 500 milioni di euro per il trasporto delle eco balle che De Luca sbandiera da un po’ siano pura utopia, non è possibile trovarli entro dicembre 2015, stando all’impegno di Renzi, delle cui promesse i meridionali conoscono bene il valore.

I comitati impegnati nella lotta alla Terra dei Fuochi da anni propongono alternative più economiche ed efficaci. Sempre Iavarone afferma: “Per le eco balle da anni proponiamo progetti di separazione e vagliatura che potrebbero recuperare il 70% di materia presente, ma ciò va fatto con un apposito impianto in loco”.

Nel frattempo, la Città Metropolitana e il Comune di Napoli, con atto deliberativo approvato dal sindaco De Magistris, hanno deciso di istituire un Osservatorio permanente per il monitoraggio di tutte le questioni riguardanti la Terra dei Fuochi, in contatto diretto con i decisori politici. Lo scopo è di garantire un maggiore controllo delle aree della regione Campania a rischio smaltimento abusivo di rifiuti speciali e di fornire informazioni utili per definire le strategie da mettere in campo rispetto alle esigenze del territorio.

Secondo Iavarone l’Osservatorio permanente sulla Terra dei Fuochi è un’ottima iniziativa. Città Metropolitana e Comune di Napoli hanno tutto l’interesse affinché l’Osservatorio funzioni, ma rimane sempre il problema di reperire le risorse da usare in ciò che esso propone per il monitoraggio e la prevenzione degli smaltimenti illegali.

A questo proposito, ci viene in mente che le risorse inizialmente destinate al monitoraggio e al presidio del territorio, con il decreto “Milleproroghe” sono invece state dirottate al finanziamento della sicurezza per l’Expò.

Eva Fasano

Istituzione ed attivazione di un Asilo-Nido pubblico a Poggiomarino

In relazione all’oggetto, il Circolo “I Sarrastri” di Unione Mediterranea ritiene urgente ed improcrastinabile la realizzazione di un primo Asilo-Nido pubblico nel nostro Comune. Ciò al fine di assicurare l’aiuto pubblico a costi contenuti alle famiglie che per motivi di lavoro ne hanno bisogno e non hanno la disponibilità economica di poter iscrivere il /i figli in asili-nido privati. Tale iniziativa inoltre sarebbe un occasione per creare posti di lavoro. Il Nostro Circolo, considerato lo stato di cronica crisi economica e/o finanziaria dell’ente comunale, propone un percorso che tenga conto degli aspetti logistici e finanziari di una iniziativa che consentirebbe uno scatto di civiltà alla comunità dei cittadini di Poggiomarino.

Da un punto di vista logistico riteniamo che la migliore soluzione logica e razionale per la realizzazione del suddetto asilo-nido preveda lo spostamento delle attuali sedi operative dei servizi di Guardia Medica e del 118 che operano attualmente in locali comunali siti a ridosso del plesso scolastico di via Roma. Proponiamo di spostarli in altro sito, per adibire i locali liberati ad Asilo-Nido, collegato quindi con la scuola materna e le elementari prospicienti.

Per quanto riguarda il sito dove allocare sia la Guardia Medica che il 118, suggeriamo due soluzioni:

1) Centro polivalente di via XXV Aprile;

2) Centro polivalente di via Carlo Alberto dalla Chiesa (ASL).

Da un punto di vista finanziario proponiamo l’apertura immediata di un tavolo di confronto con il Sindaco, la giunta, il consiglio comunale e il Dirigente scolastico per verificare la disponibilità o la reperibilità dei fondi necessari per l’allestimento, la messa a norma e il pagamento degli stipendi per il personale necessario.

I nostri referenti sono:

Antonio Apuzzo

Antonio Franza

Gloria Beneduce

Poggiomarino lì 16/10/15

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