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Perché la politica meridionale è contro il tempo pieno nella scuola del Sud.
di Ciro Esposito
Grazie al rapporto di “Save the Children” appena pubblicato, che evidenzia la relazione tra mancanza di tempo pieno e dispersione scolastica al Sud, la stampa comincia a parlare di questa larga falla nella scuola meridionale.
Le cifre sono note da tempo e gridano vendetta: su un totale di 917058 alunni delle scuole primarie statali che usufruiscono del tempo pieno, ben il 58,5% frequenta scuole del Nord, solo l’11,7% al Sud o nelle isole e il resto al Centro.
Negli ultimi dieci anni anni la situazione è persino peggiorata.
Con Letizia Moratti ministra della Pubblica Istruzione, le 40 ore del tempo pieno diventarono facoltative (a scelta individuale).
Da allora il Sud non è stato in grado di difendere il tempo pieno e prolungato nelle proprie scuole.
Si può pensare che sia stato attaccato solo dalla destra. Non è così. Infatti, il tempo pieno al Sud sconta il disinteresse della politica e degli enti locali, troppo inetti e subalterni per diventare protagonisti di una vertenza che persegua interessi di carattere generale.
Meglio ripiegare su quel tanto di intermediazione delle risorse che la politica scolastica consente.
In questo senso, il modello peggiore è stato rappresentato da “Scuole Aperte” al tempo di Bassolino Presidente della Campania e del suo assessore comunista all’istruzione, quando furono dispersi in mille rivoli i fondi per la scuola che potevano essere convogliati su obiettivi determinati e misurabili.
La Regione Campania non venne neppure sfiorata dall’idea di trattare con il governo sul tempo pieno, che avrebbe significato più tempo-scuola e più insegnanti (ma liberi e non dipendenti dalle elargizioni politiche su progetti e progettini).
A volte la rinuncia al tempo pieno e prolungato si ammanta di velleità ideologiche. C’è un “terzo settore”, anche di sinistra e anche di estrema sinistra, che rispolvera e piega ai fini della giornata il concetto, di per sé generico e ambiguo, di “comunità educante”.
Al Nord, lì dove la società è più forte, nemmeno si sognano di rinunciare allo Stato e anzi, usano la propria maggiore forza per difendere il tempo pieno istituzionale, più solido, continuativo e strutturato rispetto agli interventi del gruppo, dell’associazione, della realtà di base, i quali hanno comunque necessità del finanziamento statale o privato, che è spesso discontinuo e sempre discrezionale.
I peggiori di tutti sono i rappresentanti del popolo meridionale in Parlamento. A tal proposito mi basta citare un episodio.
Quando si trattò di distribuire i fondi della lotta all’evasione scolastica venne privilegiato il criterio della densità scolastica (più alta al Nord) a quello della densità di abbandono (più alta al Sud).
La Lombardia ottenne più fondi della Campania. Tra i deputati meridionali nessuno ebbe nulla da obiettare, eppure Napoli aveva al governo, in qualità di sottosegretario all’istruzione, il suo più famoso – e santificato – maestro di strada.
Timeo Danaos et dona ferentes
di Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale di MO Unione Mediterranea
Disse Laocoonte ai Troiani, che volevano far entrare il famoso cavallo entro le mura della città: “Timeo Danaos et dona ferentes“. La prudenza non è mai troppa.
Vittorio Feltri con uno slancio che rischia di far traballare il suo personaggio di moralizzazione dei terroni, scopre, e scrive, che questi non sono antropologicamente inferiori ed il problema del non lavoro non è legato all’indole dei terroni, ma è la carenza di infrastrutture, che sono il propellente dell’economia, la prima causa del sottosviluppo del Mezzogiorno.
Sottolinea come la prima autostrada italiana, la Torino-Milano-Bergamo-Brescia, sia stata il trampolino per far decollare l’economia di quel territorio.
Se avesse anche aggiunto che da contro l’ultima è stata la Salerno-Reggio Calabria ( difatti non completamente terminata) e che intere aree del sud sono scoperte di una rete autostradale e ferroviaria degna di una nazione europea, domani come riconoscimento compravo un numero del suo quotidiano.
Stavo per lasciare il pc e andare in edicola quando scorrendo l’articolo di Feltri, nel passaggio dove fa riferimento alla Calabria, leggo: “Lo Stato unitario non ha spinto lo sviluppo della Regione, non ha dato strade e ferrovie, nessuna infrastruttura indispensabile per lo sviluppo”
Poi ho letto dei trecentomila calabresi che dopo il trattamento sono risultati degni dei costumi Lombardi addirittura indistinguibili dagli indigeni,( Poteva almeno resistere fino all”ultimo) e riflettuto sul fatto che in fondo il lettore medio di Feltri sicuramente non avrebbe gradito questo scostamento dal pregiudizio che fa del quotidiano di Feltri la sua lettura preferita, ed ogni giornale si rivolge alla sua platea per mantenere quel rapporto di fiducia che è tra le fondamenta della vita del giornale stesso, ed ho quindi deciso di aspettare per vedere se la mutazione genetica di Feltri è un incidente di percorso lungo la comunicazione di Libero o una vera svolta rispetto al fango versato fino ad ora sui Terù.
Fonte: Vittorio Feltri: “Calabria e Meridione, il problema non è l’indole dei terroni. Ma…”
Un monumento a Napoli per ricordare le vittime del risorgimento
Patrizia Stabile intervista Annamaria Pisapia su il “Roma”.
Annamaria Pisapia non è solo un’instancabile ed indomabile donna del Sud che sin dai primi anni ’90 ha abbracciato nel concreto la causa meridionalista, ma è anche l’ideatrice e promotrice di ‘O Monumento, cioè dell’idea di erigere un monumento in memoria delle vittime perpetrate dall’esercito sabaudo durante l’invasione del 1860 a Napoli.
Tale proposta ha fatto molto scalpore, da dove nasce l’esigenza di erigere tale monumento e quali ne sono le finalità.
“L’idea di dedicare un monumento alle vittime del Risorgimento mi accompagna da 26 anni, da quando appresi un’altra storia o meglio, da quando scoprii che quanto avevo studiato sui libri scolastici, in cui veniva mostrato un sud arretrato, povero, analfabeta, nient’affatto industre, tendente alla delinquenza e per questo erano venuti a liberarci nel 1860, non corrispondeva a verità. E soprattutto, scoprii che le vittime dei massacri, che si erano perpetrati per il raggiungimento dell’Unità d’Italia, erano state destinate all’oblio. Nessun ricordo di quel sacrificio, nessuna elaborazione del lutto venne concessa al popolo del Regno delle Due Sicilie, il cui grido di dolore è ancora intrappolato nello spazio e nel tempo. E’ indubbio che un popolo non può costruire la propria identità se non dalla memoria del suo passato, passaggio che serve a rafforzare ed accrescere la propria autostima, tanto più se è stato glorioso. Oltretutto, in molti paesi sono stati eretti monumenti in ricordo del sacrificio dei vinti, che mi sembra del tutto doveroso e naturale erigerne uno anche nel nostro. Inoltre, a mio avviso, rappresenta un punto imprescindibile per il riscatto del Sud”.
Lei è stata promotrice anche della raccolta dei fondi necessari a coprire le spese vive dell’opera realizzata, a titolo gratuito, dall’artista Domenico Sepe: quali sono state le difficoltà legate alla realizzazione di un progetto iniziato ormai 20 mesi fa?
“Lanciai l’idea in seno al Movimento Unione Mediterranea, di cui sono coordinatrice, che appoggiò l’iniziativa 19 mesi fa. Il progetto venne presentato al sindaco De Magistris e agli assessori Calabrese e Piscopo che appoggiarono l’iniziativa. Ovviamente necessitava di uno scultore e non potevo che scegliere uno tra i migliori, Domenico Sepe, sia per l’amicizia che ci lega sia per l’amore che nutre verso la sua terra e che traspare nelle sue opere. Egli accettò con entusiasmo la mia proposta e anche la richiesta di produrre l’opera gratuitamente. Ovviamente si è resa necessaria una raccolta fondi a copertura delle spese materiali calcolate in 3.000 euro, e a tal scopo abbiamo aperto una pagina Facebook che abbiamo chiamato ‘O Monumento”
Il monumento sarà firmato dal popolo napoletano: quali sono le ragioni di tale scelta e perché è importante che sia realizzato proprio a Napoli?
“Il monumento sarà firmato dal popolo napoletano perché vedrà la luce nella città di Napoli, ma esso rappresenta tutto il popolo di una terra che un tempo andava sotto la denominazione di Regno delle Due Sicilie”
Una questione a parte è rappresentata dal tema del luogo in cui verrà collocato.
“Sul luogo prescelto, la galleria commerciale della stazione centrale, c’è il rifiuto da parte della società Grandi Stazioni di Roma. Oggi si chiede di porla all’aperto. Certo potrò dire di essere finalmente sicura di aver raggiunto l’obiettivo, quando firmerò l’ultimo documento che sancirà l’atto di donazione alla città di Napoli. Sarà scaramanzia? Dopotutto sono napoletana!”.
Su il Roma il 9 novembre 2017.
Crollo di studenti nel Mezzogiorno: inizia il percorso di desertificazione umana?
L’allarme già lanciato dallo Svimez sul rischio desertificazione umana per il Mezzogiorno, comincia purtroppo a rivelarsi nella sua drammatica concretezza.
È la rivista “Tuttoscuola” a rilanciare i numeri, e a riproporre dunque il fenomeno, riprendendo il focus del ministero dell’Istruzione “Anticipazioni sui principali dati della scuola statale” relativo al 2017-18.
Secondo i dati elaborati, rilevando i decrementi dei singoli settori in ogni regione, il crollo è soprattutto in alcune regioni del Sud: Campania e Sicilia in testa. Tutta colpa del calo demografico che svuota le aule soprattutto alla materna (meno 29.181 bimbi rispetto al 2016-17) e alla primaria (meno 34.874 alunni)
IL CALO ALLA SCUOLA DELL’INFANZIA E PRIMARIA che si è verificato soprattutto in Calabria (-4.820) e in Sicilia (-3.333), altro non è che il cerino che dà fuoco alla miccia dell’allarme lanciato dallo Svimez , il quale ha stilato un rapporto basato sui dati Miur per gli anni scolastici 2016-17 e 2017-18. Anche alla scuola primaria, la Sicilia vede un decremento elevato: meno 6.226 alunni; seguono Campania (meno 6.037), Puglia (meno 3.439), Calabria (meno 2.248). Nelle scuole medie – spiega Tuttoscuola – al netto delle compensazioni per aumento di iscritti, il calo complessivo di alunni ha superato le 8 mila unità, con Campania e Sicilia che, ancora una volta, sono andate in rosso: 2.713 alunni in meno la prima, 2.391 in meno la seconda. Negli istituti superiori il record negativo si è registrato in Puglia (-2.768), seguita dalla Calabria (-1.651).
Il recente stanziamento di 209 milioni per la fascia d’età zero-sei anni, nelle modalità in cui è stato ripartito, meno dove il meno è già un marchio di fabbrica con monopolio di Stato, rischia di rappresentare il colpo a quanto già inflitto dalla Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale che ha approvato le tabelle che assegnano zero agli asili nido nei Comuni del Mezzogiorno.
La cura richiesta per un paziente oramai in rianimazione, il Mezzogiorno, non potrà mai arrivare da chi è stato la causa dei suoi mali. La malattia si chiama Questione Meridionale e i virus si chiamano partiti nazionali, di destra e di sinistra.
Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale di MO Unione Mediterranea
Scuola infanzia, il 74% dei fondi assegnato al nord
di Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale MO Unione Mediterranea

Vito De Filippo (Sant’Arcangelo PZ Basilicata, 27 agosto 1963) presidente della Regione Basilicata dal 2005 al 2013, Sottosegretario di stato alla salute nel Governo Renzi dal 28 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016 e dell’istruzione, dell’università e della ricerca nel Governo Gentiloni dal 29 dicembre 2016.
Mi interessa poco l’appartenenza politica di questo sottosegretario (La Margherita fino al 2007, Partito Democratico dal 2007), ritenengo responsabili in egual misura, per le condizioni in cui versa il Mezzogiorno, tutti i partiti nazionali, tuttavia vado sempre curiosamente alla ricerca delle origini di chi rappresenta un determinato territorio per vedere come questi ne affronta e ne difende gli interessi.
Valeria Fedeli (Treviglio BG Lombardia, 29 luglio 1949) è una sindacalista e politica italiana, ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca dal 12 dicembre 2016 nel Governo Gentiloni.
La ministra Valeria Fedeli, per potenziare il sistema d’istruzione per l’infanzia ha ripartito 209 milioni di euro destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini che non hanno ancora compiuto sei anni.
Il riparto proposto dal ministero dell’Istruzione è stato approvato dagli enti locali nella Conferenza unificata del 2 novembre scorso, riunione nella quale le istituzioni dei territori meridionali non hanno brillato per capacità di difendere gli interessi dei cittadini che vanno a rappresentare.
Per il governo era presente il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo, lucano.
Per il sottosegretario della Basilicata, «stiamo costruendo insieme, ciascuno per la propria parte, percorsi di crescita eguale su tutto il territorio, a partire dall’infanzia».
Per la ministra della Lombardia, che parla di standard uniformi su tutto il territorio nazionale:” : «Con questo Piano – dichiara la Ministra Valeria Fedeli – stiamo garantendo alle bambine e ai bambini pari opportunità di educazione, istruzione, cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali».
Ma veniamo al dunque anche per capire dovo voglio arrivare con questa premessa «territoriale»:
La fascia di età 3-6 anni non ha forti squilibri territoriali e raggiunge una copertura del 90%. Inoltre la scuola materna statale è più presente al Sud che al Nord, visto che il 45% degli iscritti si trova nel Mezzogiorno. Quindi considerare solo l’età delle materne e soltanto i non iscritti alle scuole dell’infanzia statali non porta affatto un riequilibrio territoriale e, in ogni caso, non in favore del Mezzogiorno.
In pratica per la perequazione si è utilizzato il solo parametro dove il Sud ha risultati più consistenti del Nord: le materne statali. Ignorando tutti gli altri.
Cosa ha fatto il ministero? Come principale criterio (peso del 50%) ha considerato gli iscritti agli asili al 31 dicembre 2015, iscritti che ovviamente sono più al Nord. Per il secondo parametro (peso del 40%) ha contato i bambini reali. Come criterio marginale (10%) ha considerato la popolazione di età 3-6 anni non iscritta alla scuola dell’infanzia statale «in modo da garantire un accesso maggiore».

Il risultato, soddisfacente (giustamente) per la ministra lombarda ma avallato (incredibilmente) anche dal sottosegretario della Basilicata, porta nello stesso momento in cui assegna 90 euro per ogni bambino in Emilia Romagna ad assegnarne 43 per uno in in Campania.
Il doppio, un bambino in Emilia romagna vale il doppio del suo coetane in campania, alla faccia degli “standard uniformi su tutto il territorio nazionale”.
Il Centronord ha fatto così la parte del leone con il 74,23% delle risorse assegnate, sebbene i bambini residenti in quell’area siano il 65,52%. Il Mezzogiorno si è dovuto accontentare del 25,77% delle risorse nonostante la quota di bambini sia del 34,48%.
La Campania è il territorio più penalizzato visto che è seconda per numero di piccoli e appena settima per risorse assegnate.
Una presa in giro che viola la legge. Il decreto 65/2017 infatti impone, all’articolo 4, di avviare un progressivo riequilibrio territoriale per l’altra fascia di età, quella da 0 a 3 anni, dove la carenza di asili nido nel Mezzogiorno è fortissima.
Inoltre, all’articolo 12, si indica nei criteri di riparto la «capacità massima fiscale» dei territori. Il principio cui si ispira la legge è chiaro: non è logico assegnare risorse aggiuntive a territori che hanno già cospicue entrate fiscali proprie, mentre le risorse vanno concentrate nelle aree dove il gettito fiscale, anche alzando le aliquote al massimo, non è sufficiente a pagare i servizi per l’infanzia.
Un principio di riequilibrio che avrebbe favorito le famiglie del Mezzogiorno, ma che è sparito del tutto nei conteggi del Miur.
Un’offesa ai diritti dell’infanzia, un calcio ai principi d’uguaglianza e una violazione neppure ben nascosta della legge , una infame operazione già usata dalla Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale che ha approvato le tabelle che assegnano zero agli asili nido nei Comuni del Mezzogiorno.
Se si fossero conteggiati 90 euro per i maschi e 43 euro per le femmine ci sarebbe stata una clamorosa violazione delle pari opportunità; altrettanto grave però è ripartire 90 euro agli emiliani e 43 euro ai campani, i quali già partono in posizione svantaggiata.
Fino a prova contraria, assegnare più risorse dove ci sono più asili allarga le differenze, non le riduce. Farlo ai danni di bambine e bambini di 0-6 anni è iniquo, illegale e immorale.
Veder i figli spuri di questa nazione continuare ad essere marchiati con il segno meno davanti ad ogni diritto, farlo anche con i bambini così da istruirli fin da piccoli alla minorità, mentre i rappresentanti del popolo del Mezzogiorno approvano quando non plaudono, fa comprendere la necessità di creare una forza rappresentativa indipendente dai partiti nazinali ma soprattutto dagli ascari locali, pedine fondamentali per le strategie utili al «bene nazionale»
Fonte: Articolo di Marco Esposito cui va il nostro ringraziamento per il suo lavoro di divulgazione
Lettera ai meridionalisti
Con il referedum per l’autonomia di Veneto e Lombradia abbiamo avuto l’inequivocabile prova che l’Unità non esiste. Siamo una colonia e sono stati i Veneti e i Lombardi a dimostrarcelo. Essi hanno avuto la possibilità di farlo tramite un referendum, ma cosa succederebbe se anche Emilia Romagna, Piemonte e Liguria votassero? In Sud Tirolo c’è chi già da tempo lotta per ritornare ad essere austriaco.
Diverse sono le spinte autonomiste ed indipendentiste in Europa e in Italia. La gente ha capito che sono i popoli a fare la storia e che nessuno scenario rimane immutabile. Nemmeno i confini di una Nazione sono definiti per l’eternità.
La Lega Nord crea un partito leghista al Sud (Noi con Salvini) e vi cerca consensi nello stesso tempo in cui, al Nord, persegue il suo obiettivo storico: sancire il diritto di indipendenza/autonomia delle regioni settentrionali in favore di una tanto proclamata superiorità antropologica (noi diremmo che il risultato è stato quello di aiutarci a dimostrare la situazione di colonialismo esistente).
I partiti nazionali, per non perdere consenso nelle lande settentrionali, sostengono e promuovono il referendum (5 stelle compresi), mentre Renzi viene a fare una vacanza in treno (e in bus dove i treni non possono arrivare) nelle regioni meridionali.
Il malcontento è ovunque diffuso nel Mezzogiorno e non esistono più le condizioni per far finta che tutto possa andare avanti stante l’attuale stato delle cose.
Siamo consapevoli che il tempo è scaduto!
Non dobbiamo più aspettare il Messia, la figura talmente affascinante dietro cui tutti i meridionalisti possano unirsi per arrivare il più lontano possibile.
È il momento di essere disposti a sacrificare un pezzo della propria indipendenza e unirsi. Mettere da parte vecchi rancori e individualismi.
È il momento di unire le forze e muoversi, alzarsi in piedi e far sentire la nostra voce!
Con questo gesto soltanto, molte iniziative, non più esclusivamente sul web ma nella vita reale, potranno e dovranno essere intraprese. Esse saranno più incisive e coinvolgenti poiché saranno coordinate e più capillari.
Nessuno dovrà perdere la propria identità ma, ADESSO, è il momento di riappropriarsi del dovuto e prendere ciò che ci spetta. Basta separazioni, agiamo tutti insieme!
Michele Pisani per Mo! Unione Mediterranea.
Ultimi in tutte le statistiche. Ma perché?
Come ogni anno, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato il documento in cui vengono scrupolosamente raccolti i dati che descrivono la situazione di fatto delle infrastrutture portuali italiane. (“Diporto Nautico, 2016”)
Un’analisi si rende necessaria per fare in modo che questi rilievi non siano fini a sé stessi. Solitamente, grazie al fatto che i grandi media posseggono un punto di vista lontano da quello meridionalista, le analisi che ci vengono propinate tendono a prendere in considerazione dati significativi con lo scopo di avallare idee ed interessi di una sola parte del Paese.
Dal canto nostro, ci piacerebbe fornirne un’interpretazione diversa.
Per iniziare, di seguito riportiamo in grafici, i dati più significativi. Nel primo, si osserva la ripartizione regione per regione dei posti barca per km di litorale. È evidente la differenza di capacità recettiva tra regioni del Sud (12.2), Centro (29.4) e Nord (72.5) Italia. Abissale è la differenza tra il Friuli Venezia Giulia (177.8) e Calabria (7.4).
Ci si aspetterebbe almeno che, essendo al centro del Mediterraneo, le regioni del Mezzogiorno d’Italia, nonché storicamente approdo di civiltà che grazie al mare hanno fatto la storia dell’Occidente, abbiano il maggior numero di posti barca in termini assoluti. In realtà, a discapito della differente estensione di coste, ripartita in 76 % per il Sud e le Isole, 14% per il Centro e solo il 10% per il Nord, paradossalmente i posti barca danno una fotografia completamente diversa della geografia italiana. L’Italia meridionale e le isole posseggono soltanto il 45% dei posti barca totali contro il 34% di quelli presenti nelle regioni settentrionali.
Vedendo questi dati, la prima domanda che ci si pone è: perché questo enorme divario?
Per trovare (forse) una risposta bisogna andare a leggere attentamente la tabella A a pag 13 del documento. L’indice di affollamento indica il numero di natanti registrati ogni 100 posti barca. Questo numero è molto più elevato nel nord del paese che nel sud, fatta eccezione per regioni come Lazio e Campania, dove si raggiungono valori di 137.8 e 102.7 rispettivamente.
Per quanto riguarda le regioni Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna, a commento della tabella si dichiara che “dispongano da un lato di una densità di posti barca sensibilmente inferiore alla media nazionale e dall’altro di un numero di punti di attracco notevolmente superiore a quello delle unità da diporto iscritte. Dato, quest’ultimo, che mette in luce un assetto infrastrutturale destinato a soddisfare l’elevata domanda di posti barca per le imbarcazioni turistiche provenienti nei mesi estivi dall’Estero o da altre Regioni”. Senza aggiungere altro.
Ma questa non sembra essere una risposta soddisfacente alla domanda iniziale. Infatti, sembra che questa frase sia stata utilizzata per giustificare il fatto che non sia più necessario investire in strutture portuali in queste regioni. Non è possibile leggere questo tipo di affermazioni in un documento il cui solo obiettivo dovrebbe essere quello di fornire numeri. Ogni valutazione dovrebbe essere avallata da ulteriori numeri e nulla viene detto sul numero di occupazioni imputabili a imbarcazioni turistiche durante la stagione estiva. Inoltre, all’interno dello stesso documento, nulla viene detto in merito alla situazione del Friuli Venezia Giulia che riesce ad avere ben 180 posti barca per km, laddove l’indice di affollamento è pari a soli 24.7, evidenziando un grosso sovradimensionamento infrastrutturale.
Ora, visto che non possiamo accontentarci di quanto ci viene suggerito, abbiamo provato ad andare avanti nella elaborazione dei dati.
Da un’analisi più approfondita del documento, ipotizzando che chi possiede una patente nautica possa essere proprietario di una delle imbarcazioni iscritte nel registro regionale, si è cercato di capire quale sia la percentuale di abitanti per regione che gode di questa licenza.
Osserviamo che:
- sebbene si possa pensare che il numero di patenti nautiche sia proporzionale ai km di costa regionali, poiché indicativi della percentuale di popolazione che vive a ridosso del litorale, si sottolinea che in regioni con pochissimi km di costa si ha lo stesso numero di patenti nautiche per mille abitanti rispetto a isole come la Sicilia, la Sardegna, Calabria o Puglia.
- in Calabria solo 0.9 cittadini ogni 1000 posseggono una patente nautica mentre in Liguria questo numero sale a 5,81, considerando che i km di costa Calabresi sono circa 6 volte quelli liguri.
- regioni come Campania e Sicilia, che hanno 4.28 e 12.11 volte la lunghezza di costa dell’Emilia Romagna oppure 3.72 e 10.53 l’estensione delle coste venete, il numero di persone con patente nautica per mille abitanti risulta paragonabile (Campania=0.99; Sicilia=0.87; Veneto=0.81; Emilia Romagna=1.25).
- la Sardegna (1.54 persone con patente nautica ogni 1000), con il 26 % della costa italiana viene superata dal Friuli Venezia Giulia (1.96) che ne possiede il solo 1,33%.
Ma allora viene da chiedersi: perché la domanda di posti barca è così ridotta nel Mezzogiorno?
Basta andare a vedere il reddito pro-capite dei cittadini e chiedersi quanti potrebbero permettersi una imbarcazione, che ricordiamo essere classificato come bene immobile.
Per assurdo, si potrebbe immaginare che in Calabria ci siano le stesse condizioni economiche che in Veneto, in Puglia quelle del Friuli Venezia Giulia e così via. Non si può negare la facile previsione per cui, a quel punto, il numero di persone che possa permettersi di acquistare un’imbarcazione crescerebbe. Lo stesso incremento si avrebbe per i possessori di patenti nautiche, il coefficiente di affollamento e la necessità di posti barca.
Ma a quel punto bisognerebbe vedere se anche lo Stato sarebbe disposto a fare in modo che l’offerta di posti barca aumenti, togliendo risorse a quella parte di Paese di cui oggi tutti richiedono l’autonomia con un referendum farlocco. Bisogna vedere se lo Stato, di fatto, volesse garantire a tutti i suoi cittadini le stesse possibilità economiche, sociali, infrastrutturali. Bisogna vedere se lo Stato garantirebbe che l’egual desiderio di acquistare un’imbarcazione di due cittadini, uno del nord ed uno del sud, possa realizzarsi allo stesso modo.
Allo stato attuale però, il problema nasce a monte. Generalmente, il cittadino del sud non ha desideri e spesso non sa dove sbattere la testa per arrivare a fine mese a causa di mancanza di possibilità di lavoro. Una situazione causata da una lunga serie di condizioni sfavorevoli tra cui si possono solo citare l’oggettivo sottosviluppo infrastrutturale, una minore quantità di risorse investite nelle Università meridionali, una sanità al fallimento.
Ma la politica nazionale troverà sempre un buon motivo per non promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. Il bello è che troverà anche il modo di farcelo accettare!
Michele Pisani per MO!-Unione Mediterranea.
Salvate quei sessantacinque condannati – Una storia di sfacciata sperequazione istituzionale
di Domenico Santoro
Per quanto tempo vorremo baciare la mano del padrone? Per quanto tempo accetteremo il folle contratto che ci impone di nascondere e considerare accettabile una situazione così sfrontatamente sperequante in cambio delle carezze del carnefice?
Il cane addomesticato torna sempre a casa perché trova rassicurante il collare. Per quanto tempo difenderemo il confortante guinzaglio della mitologia risorgimentale?
Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico – secondo fonti dello stesso ministero – ha chiesto ai vertici di Almaviva di sospendere la dislocazione di 65 (sessantacinque!) lavoratori dalla sede di Milano a quella di Rende. Di per se l’intervento del ministero a difesa dei lavoratori Milanesi è lodevole. Ci si chiede però quale criterio permetta di tollerare la deportazione massiccia di menti e braccia dal meridione ed invece si intervenga celermente e da tanto in alto per salvare 65 (sessantacinque!) persone.
Salvarle da cosa, poi, non si capisce. E’ inquietante rilevare quanto questa sciagurata sottoforma di nazione ritenga svantaggioso il trasferimento d’ufficio in un particolare territorio (da lei nominalmente amministrato) a tal punto da dovere “salvare” un numero così esiguo di persone, mentre la desertificazione demografica di quello stesso territorio non occupi alcun posto nell’agenda politica romana.
L’abdicazione dello stato è sfacciata. Si è rinunciato a portare il meridione nel 2017 e la rinuncia è tale che le migliaia di partenze sono considerate naturali, mentre 65 (sessantacinque!) arrivi sono una iattura tale da dover scomodare un ministro.
L’opinione pubblica italiana dimostra di considerare accettabile questa idiozia sociopolitica, peraltro. Non molto tempo fa lo snobismo tricolore aveva bollato come esagerata la retorica della deportazione, delegittimando le proteste di decine di migliaia di insegnanti meridionali costretti al trasferimento. Oggi 65 (sessantacinque!) possibili trasferimenti in senso inverso diventano un caso di stato nella assonnata indifferenza del belpaese.
Fin quando ci sentiremo “fratelli” e non figliastri? Fin quando questi palesi indicatori di disparità rimarranno lettera morta nelle menti delle vittime? Difendiamo più volentieri il mito di peppino garibaldi e dei goal di Paolo Rossi in Spagna che noi stessi.
Fin quando preferiremo baciare la mano del padrone invece che abbracciare i nostri figli?
Rivolgiamo questa domanda alle nostre stesse coscienze mentre – sia chiaro! – speriamo sinceramente che l’intervento di Calenda sia efficace. A noi, infatti, piace accogliere in nostri amici Milanesi quando essi decidono di venire a farci visita, e non quando sono costretti a farlo. Allora che possa valere anche per loro il nostro auspicio secondo il quale si cominci a vivere in un mondo che abbatta l’emigrazione e le preferisca una virtuosa e VOLONTARIA mobilità.
Rosatellum: la legge elettorale che non ci serviva
Approvata a colpi di fiducia dalla Camera, la nuova legge elettorale ora passa al vaglio del Senato. Tralasciando le ovvie considerazioni legate al fatto che si modifichi una legge elettorale soltanto a pochi mesi dalla fine della legislatura, ci sono troppe cose che non convincono e suonano come una condanna per il sud.
Anzitutto i listini bloccati. Non è possibile esprimere preferenze: l’elettore può scegliere un simbolo oppure un nome, ma i voti verranno conteggiati comunque nell’ordine in cui il partito avrà scelto di candidare i propri rappresentanti. Questo significa che l’elettore non avrà alcuna possibilità di poter scegliere chi vuole eleggere. A peggiorare la situazione c’è il fatto che sarà possibile per un candidato essere inserito fino a 5 collegi differenti. Questo significa che se un candidato è presente in più collegi, l’elettore di un dato collegio voterà senza sapere se verrà eletto come riferimento nel proprio territorio o in altri, lasciando spazio a chi è più indietro nella lista. Si ripropone lo scenario delle umilianti elezioni del 2013 dove in tutto il sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il PD ha imposto ai meridionali dei capilista del centro-nord (Bindi, Epifani, Finocchiaro, Letta, …)
A questo si aggiunge l’assurdo delle liste civetta che torneranno a fiorire. Infatti è previsto che i voti ottenuti dalle liste che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3%, vengono assegnati agli altri partiti della stessa coalizione. Vedremo quindi nascere molti nuovi simboli civici, o presunti tali, che avranno il solo scopo di racimolare qualche punto percentuale in più a favore dei grandi partiti con cui saranno in coalizione.
Per la prima volta si voterà in un sistema misto fatto da collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali. La presenza del candidato uninominale maggioritario è sicuramente interessante: per la prima volta si potrà scegliere un candidato ed essere sicuri che – se raggiunge la maggioranza assoluta nel proprio collegio – verrà eletto a prescindere dal fatto che il suo partito o la sua coalizione superi lo sbarramento. Questo potrebbe premiare persone davvero vicine al territorio. I collegi plurinominali, invece, mantengono le soglie di sbarramento del 10% per la coalizione e del 3% per il singolo partito. Di seguito un’interessante infografica che consente di capire meglio il meccanismo.
C’è qualcuno che risulta avvantaggiato da una legge elettorale di questo tipo? Noi meridionali tutti dobbiamo temere l’avanzata della Lega Nord. Per la prima volta i leghisti sono in vantaggio rispetto alle componenti più moderate del centrodestra. Con la logica dei collegi maggioritari, considerato il maggior radicamento territoriale dei candidati leghisti, il partito di Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio rischia di fare il pieno di eletti nei collegi uninominali settentrionali. Se dovessero ottenere un buon risultato anche nei maggioritari rischieremmo di avere un parlamento con una forte componente leghista. E sarebbe l’ennesimo disastro.
È Brescia la vera terra dei fuochi?
di Massimo Mastruzzo
“La provincia di Brescia smaltisce 57 milioni di metri cubi di rifiuti tossici, quella di Caserta, nella Gomorra di Saviano, 10 milioni. La verità fa male se si mettono in fila altri dati: l’incanto delle colline moreniche dei laghi, quelle dolci e succose di Franciacorta, le bellezze della Brescia antica attorniate da cave piene di amianto, pcb, metalli ferrosi.»
Questo è quanto dichiarava nel giugno 2015 Marino Ruzzanenti, ambientalista fondatore di «Cittadini per il riciclaggio»
Oggi a Brescia, dove in una città già avvelenata dalla Caffaro, c’è anche l’inceneritore più potente d’Europa, il procuratore aggiunto Sandro Raimondi dichiara:”Brescia nuova terra dei fuochi“.
“Brescia nuova terra dei fuochi” , il procuratore aggiunto della magistratura cittadina Raimondi, lo ha detto durante l’audizione alla commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti a Montecitorio parlando dell’inchiesta di luglio sui rifiuti ( Qui il link del testo completo )
Un incendio sviluppatosi nell’ottobre 2014 al capannone di trattamento della spazzatura alla Trailer di Rezzato, un comune limitrofo a Brescia, aveva portato alla luce 100 tonnellate di rifiuti in balle e altri 200 senza alcun imballo, questo in sintesi quello che aveva fatto avviare l’indagine.
Diversi rifiuti speciali, ma non pericolosi, erano finiti anche negli impianti di A2a a Brescia. Il lavoro prodotto dall’indagine era poi arrivato al giudice di Brescia Alessandra Sabatucci che a luglio aveva firmato l’ordinanza di arresto per due persone e indagato altre 26, mentre i gruppi per il trattamento dei rifiuti coinvolti erano 24.
L’inchiesta della magistratura sta arrivando a conclusione e lunedì 9 ottobre è stato dato spazio alla prima udienza dopo una richiesta arrivata dallo stesso procuratore Sandro Raimondi.
I rappresentanti di alcuni gruppi coinvolti nell’indagine, compresa A2a, si sono presentati in camera di consiglio davanti al giudice. È in questa occasione il magistrato ha chiesto al gip di interdire temporaneamente dall’attività le aziende coinvolte, tra queste anche A2A Ambiente a Brescia, oppure imporre il divieto di fare contratti pubblici o ancora di procedere con il commissariamento.
Il prossimo 25 ottobre ci sarà il prosieguo dell’udienza, l’8 novembre il giudice si esprimerà sulla richiesta del procuratore.
Dall’audizione alla commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti del procuratore Raimondi si comprendeva anche come le stesse aziende NON hanno dovuto fare ricorso alla criminalità organizzata “perché ormai hanno imparato e sanno come si fa, lo fanno in autonomia“.
La stoccata è arrivata quando ha fatto riferimento ai rapporti tra amministratori pubblici e i vertici delle aziende indagate: “Ci sono rapporti inquietanti tra amministratori pubblici e i vertici di queste aziende. Il coniuge del presidente di una provincia del NORD ha avuto una Fiat da 30 mila euro pagati con finte consulenze e che avrebbero permesso ad A2a di comprare una società, la Aral, che con il traffico illecito di rifiuti è riuscita ad andare in attivo dopo il pesante passivo“.
Questa vicenda per me, è doppiamente triste, il territorio dove sono nato e cresciuto e quello dove sono stato costretto ad emigrare per lavorare da una nazione con una disomogeneità territoriale unica in Europa accomunati dallo stesso tragico destino scritto da industriali-criminali che lucrano sulla pelle dei cittadini.
Un rammarico però mi ferisce, forse, ancora di più: il pregiudizio nazionale post unitario che ha cercato di pulirsi la coscienza attraverso l’accusa dell’erba marcia del vicino, non vedendo così quella ancora più marcia sotto i propri piedi.
Questa deviazione della realtà prosegue incredibilmente anche dopo che diverse inchieste, come quella di Legambiente che ha presentato il dossier LE ROTTE DELLA TERRA DEI FUOCHI (qui scarica il dossier) hanno evidenziato quanto l’accusatore fosse in realtà più “sporco” dell’accusato, ed è così deviante che, ad esempio, all’immediata ed ingiustificata fobia della mozzarella di bufala nell’immediato post terra dei fuochi, nessuna giustificabile attenzione è stata rivolta al territorio con maggior produzione di inquinanti. Uno squilibrio tra eccessivo allarmismo da una parte ed eccessiva protezione del tessuto economico dall’altra che è sintomatico di questa nazione: il sud e i suoi figli spuri sono quelli sporchi, il nord non può esserlo.
Questo nonostante localmente è risaputo che fino agli anni ’80 non c’era una legge sullo smaltimento dei rifiuti speciali e le cave di terra e sabbia nel bresciano erano buche perfette.
Le aziende pagavano il proprietario e le riempivano soprattutto con scarti dell’industria siderurgica .
Sembra che questo secolo e mezzo di pregiudizio nei confronti del sud, abbia totalmente alterato la visione dell’opinione pubblica da modificarne geneticamente la capacità di giudizio critico, altrimenti non si spiega come mai si continui a pensare che il “nemico” arrivi da lontano e non dal territorio italiano più industrializzato e di conseguenza il maggior produttore di rifiuti industriali: il lombardo-veneto.





