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Scuola: diminuiscono le cattedre al Sud
Dopo la notizia del congelamento di 120 giorni sulla questione diplomati magistrale il ministro Bussetti ci stupisce ancora con una nuova sorpresa: la diminuzione delle cattedre al Sud.
In realtà molti avevano sperato che questo governo avesse potuto fare la differenza per una terra che negli ultimi venti anni ha visto la migrazione di oltre duecento mila giovani laureati e altrettante famiglie che vivevano non stato di precarietà economica.
Non è il reddito di dignità che può risolvere la situazione; quello può essere solo un tampone per fermare l’emorragia di povertà ma non per chiudere la ferita.
La contrazione dei posti disponibili nella scuola al Sud è dovuta, risponde il ministro ad una precisa domanda di Gallo ,dei pentastellati, proprio al numero di risorse meridionali: meno famiglie, meno figli , meno allievi dunque meno cattedre.
Associazioni e movimenti politici e persino comitati spontanei nati negli ultimi mesi hanno tutti evidenziato che in realtà questi fattori fanno parte di un circolo vizioso al quale il governo potrebbe dare uno stop.
Sarà pur vero che esiste un forte flusso verso il nord ma sarebbe anche il caso di arginare questo straripare dai propri confini con scelte politiche idonee al problema.
Se al nord il tempo pieno della scuola è una realtà addirittura storica al sud è quasi inesistente tranne casi di istituti comprensivi che adottano questa scelta solo per alcune sezioni in fase sperimentale.
Estendere il tempo pieno al Sud come modalità naturale della didattica garantirebbe da un lato una didattica più completa dei bambini meridionali così come avviene per i loro coetanei del.Nord; metterebbe in atto tutto un sistema di rete di lavoro intorno ad esso che andrebbe dal maggior numero di cattedre alla nascita di cooperative per la mensa ( cuochi, inservienti, panettieri da cui fornirsi per i prodotti da panificazione, autisti per il trasporto dei cibo).
Un docente che vince un Concorso al sud perché la propria regione ha messo a bando un numero abbastanza accettabile di cattedre su sente motivato a credere che metterà su famiglia dove ha una stabilizzazione lavorativa.
Ma come anni ormai accade questi tagli non lo consentono e anzi incentivano quel meccanismo di abbandono delle proprie radici.
Non è più sopportabile che qualunque bandiera colore politico governi questo Stato dia per scontato che le risorse vengano distribuite e canalizzare solo verso una parte di questa nazione a scapito di chi ha diritto ad avere stabilita economica, lavorativa e affettiva lì dove ha deciso di spendere le proprie energie.
Il governo deve pensare seriamente che la soluzione non è a valle ma a monte e pertanto il problema va affrontato alla radice valutando e ascoltando anche le parti.
Luigina Favale
ABILITATI MA NON TROPPO
E PARTONO LE PRIME LETTERE DI LICENZIAMENTO
La sentenza del Consiglio di Stato in riunione Plenaria comincia a produrre i primi, drammatici, effetti. La Corte d’appello di Salerno adeguandosi alla sentenza del CdS che, dopo ben cinque sentenze favorevoli, smentendo anche se stessa, in sintesi ha stabilito che i diplomati ante 2001/2002 non hanno diritto ad essere collocati nelle graduatorie ad esaurimento, ha disposto l’esclusione dalle GAE ( graduatorie ad esaurimento) di una maestra magistrale che, in servizio di ruolo per effetto della sentenza di primo grado, ora sarà la prima maestra in Italia con diploma magistrale licenziata.
La sentenza che ha prodotto il licenziamento della povera insegnante, di una donna lavoratrice che, se residente al sud, ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud, rischia di abbattersi come una mannaia su altre migliaia di maestre, soprattutto del sud Italia. Delle circa 60 mila insegnati coinvolte l’80% proviene dal sud.
La vicenda appare paradossale perché parliamo di insegnanti che sono ritenute idonee per svolgere supplenze, anche annuali, ma non lo sono per ottenere il ruolo. Se i tribunali hanno riconosciuto un diritto, possibile che lo Stato debba ricorrere contro queste assunzioni condannando queste lavoratrici ad un precariato a tempo indeterminato?
Questa situazione appare drammatica soprattutto al sud perché la sentenza prevede oltre al licenziamento da un momento all’altro, anche la perdita del diritto ad essere inserite nella Graduatoria ad Esaurimento che è la graduatoria utile per ottenere il ruolo. Saranno declassati in seconda fascia, che offre precariato a vita, ma solo là dove questo è possibile: al sud questo significherebbe non lavorare più.
Questo proprio mentre il governo vara il «decreto dignità» contenente un provvedimento ponte per congelare per 120 giorni almeno la situazione delle maestre diplomante già assunte, ma visto il pronunciamento giudiziario della Corte di Appello di Salerno, che va nella direzione contraria, ne dimostra palesemente l’inefficacia.
In verità, provvedimenti analoghi sono stati attuati in precedenza anche da altri Uffici Scolastici ( Pistoia e Viterbo ad esempio ), ma erano precedenti all’intervento del Governo in materia: ci auguriamo che non si dia esecuzione a questi decreti, per il solo fatto che siano immediatamente precedenti alle nuove disposizioni legislative ( si andrebbe a creare un’ulteriore situazione di disparità nei riguardi di una categoria di docenti che meriterebbe che, una volta per tutte, venga presa una decisione unitaria e non caso per caso ).
Può darsi che, trattandosi di sentenze emesse da un Giudice del Lavoro (immediatamente esecutive) e non dal Giudice Amministrativo, questo abbia indotto gli Uffici Scolastici in errore.
In ogni caso, a maggio, tecnici del MIUR e sindacati si erano riuniti per fare il punto della situazione; ma quello che si deve fare è partorire una soluzione a lungo termine e questo possono farlo solo il Governo o il Parlamento.
MO Unione Mediterranea ha già chiesto un incontro formale al Miur ed ha inviato presso il Ministero dell’istruzione una proposta della Prof.ssa Luigina Favale, coordinatrice nazionale MO Unione Mediterranea al Ministro della pubblica istruzione Bussetti:
qui il link per il pdf della proposta
MO UNIONE MEDITERRANEA PER LA SCUOLA
INDUZIONE ALLA PERCEZIONE CONDIZIONATA
Nel regno della percezione quando tutt’attorno sembra che si percepisca tutt’altro si ha un impercettibile senso di disagio. I dati hanno un senso perché ci offrono una realistica visione del paese e si dovrebbe riuscire a leggerli con la necessaria razionalità che aiuti a indirizzare le scelte. Da farsi a ragion veduta.
Invece li si usa, spesso, per assecondare i propri interessi politici, condizionare gli umori e allontanare le soluzioni.
L’immigrazione è divenuto il problema più drammatico e urgente, l’Italia è descritta come il Paese più travolto, ma fino al 24 giugno sono sbarcati da noi in 2.964, mentre in Spagna ne sono arrivati 5.300.
Nei primi tre mesi del 2018 i dati confermano: 40.140 domande di asilo in Germania, 27.195 in Francia e 18.760 in Italia.
La domanda è: ma se questi sono i dati, come è possibile che si perda il sonno e si riempiono pullman di Terroni che, come in overdose da sindrome di Stoccolma, si recano a scodinzolare a Pontida.
Appare un’ovvietà che sconfina nella banalità chiedersi: abbiamo problemi più urgenti?
Si, eccome. Soprattutto da dove sono partiti tutti quegli ascari ignari della reale condizione e del rischio che corre il nostro sud.
I dati Eurostat danno le Regioni del sud Italia ultime tra le 270 della UE.
Dati Svimez indicano un rischio concreto di desertificazione umana e industriale in molte aree del sud Italia.
In UE il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione entro tre anni, in Italia ci riesce appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7% e in Calabria la percentuale crolla addirittura al 20,3%, dati peggiori si trovano solo per la Guyana francese 44,7% (è una regione e un dipartimento d’oltremare della Francia che si trova nell’America meridionale) e per la regione bulgara di Severozapaden 46,5%.
Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, sono in Europa le regioni in cui lavora meno di una persona su due fra i 20 e i 64 anni. Il digitale è ormai indispensabile per la maggior parte delle occupazioni ma nel Sud Italia e nelle isole solo il 57,5% ,fra i 16 e i 74 anni, usa regolarmente internet, quasi 20 punti percentuali meno della media Ue (79%). E appena il 27% lo fa da dispositivi mobili come smartphone o tablet (media Ue 59%).
Una donna residente al Sud ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud.
In questo paese si sono finanziati progetti per ponti; linee di alta velocità che saranno il più grande investimento pubblico della storia di questa nazione pur interessando solo parte di essa, ma con il contributo di tutta…Potrei continuare, purtroppo, con una serie di dati negativi che mortificano la mia terra, ma sono ancora stordito dalle immagini degli ascari che a Pontida pensano di trovare una soluzione a questi dati sgomberando qualche campo rom.
Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
POVERTA’ NEL MEZZOGIORNO
Sono stati pubblicati i dati Istat sulla povertà in Italia, dai quali è emersa una situazione drammatica per l’italia intera e disastrosamente tragica per il Sud.
Povertà assoluta. L’Istat ha calcolato la soglia di povertà assoluta, ossia la spesa minima mensile di beni e servizi considerati essenziali per uno standard di vita minimamente accettabile, ed è emerso che nel mezzogiorno d’italia l’11,4% degli individui e il 10,3% delle famiglie sono in povertà assoluta (ossia vivono al si sotto di questa soglia) contro la media nazionale dell’8,4% degli individui e 6,9% delle famiglie.
Incidenza di povertà. E’ il rapporto tra il numero delle famiglie/persone con spesa mensile sotto o pari all’indice di povertà e il totale delle famiglie/persone residenti. In particolar modo a destare la nostra attenzione sono stati gli incrementi significativi sia per le famiglie da 8,5% a 10,3% (Italia da 6,3% a 6,9%) sia per gli individui da 9,8% a 11,4% (Italia da 7,9% a 8,4%).
Intensità di povertà. Se analizziamo il dato dell’intensità della povertà ossia quanto la spesa mensile delle famiglie povere è mediamente sotto la linea di povertà, ovvero quanto poveri sono i poveri, emerge un dato di stabilità nel resto d’italia e di crescita (di povertà) al sud da 20,5% a 22,7%.
Aree territoriali. Emerge un dato interessante relativo alle aree territoriali in cui questo disagio si sviluppa. Mentre al nord le aree maggiormente colpite sono le periferie delle aree metropolitane e dei grandi comuni, al sud, invece, ad essere maggiormente colpiti sono i centri delle aree metropolitane con una crescita da 5,8% a 10,1% e i comuni fino a 50.000 abitanti che passano da 7,8% al 9,8%.
Livello di istruzione. I valori più alti di povertà sono riscontrabili in contesti con livelli di istruzione medio bassi: persone con nessun titolo di studio o licenza elementare, con incremento dal 24,6% al 35,7%; persone con licenza media, con incremento da 27% a 28,7%. Stupisce che ad essere colpiti siano anche famiglie e individui con dilpoma o laurea, con una crescita dei livelli di povertà dall’11,6% al 14,1%.
Sottogruppi. Alcune ulteriori classificazioni possono essere fatte tra le famiglie povere dividendole in sottogruppi in base a quanto si distanziano dalla soglia di povertà. Possiamo così individuare le famiglie “sicuramente povere”, il cui livello di spesa mensile è oltre il 20% inferiore alla linea standard di povertà e che mostrano, nel mezzogiorno, un dato di crescita allarmante dal 10,5% a 12.5%. Seguono le famiglie “appena povere” che crescono dal 9,2% al 12,2%.
Gruppi sociali. Anche la povertà assoluta divisa per gruppi sociali mostra delle differenze tra nord e sud come ad esempio per le famiglie di operai in pensione e i giovani blue collar, che rivelano rispettivamente percentuali dell’8,6% e del 6,4% contro il 2,6% e il 3,5% del nord.
Il report del’Istat infine mette in evidenza alcune variazioni statisticamente significative. Vediamo quelle che riguardano il Sud:
Povertà assoluta
famiglie in povertà assoluta da 8,5% a 10.3%
individui in povertà assoluta da 9,8% a 11,4%
famiglie di soli italiani da 7,5% a 9,1%
famiglie di soli stranieri da 29,7% a 42,6%
centri area metropolitana da 5,8% a 10,1%
comuni fino a 50.000 abitanti da 7,8% a 9,8%
Poverta relativa
famiglie in povertà relativa da 19,7% a 24,7%
individui in povertà reltiva da 23,5% a 28,2%
La situazione tragica che emerge dai dati Istat ci porta ad una riflessione più profonda sulla situazione del meridione, partendo dall’analisi dei dati è facile capire quali sono le conseguenze: sempre più giovani saranno costretti ad emigrare al nord o all’estero alla ricerca di condizioni di vita migliori. Vasti territori del sud Italia si trasformeranno, o si stanno già trasformando, in zone abbandonate senza futuro.
I livelli di povertà in Italia cambiano tragicamente al cambiare della latitudine, con percentuali che raggiungono al nord il 5,9%, al centro il 7,9% e al sud il 24,7% (con una media italiana del 12,3%). Solo importanti investimenti mirati e una programmazione adeguata potranno invertire questi dati mostruosamente allarmanti, ma per ora all’orizzonte non c’è nulla di tutto ciò.
Come ti frego l’elettore
Comunicazione usata come distrazione delle masse.
Ogni realtà politica, ma anche associativa o di volontariato, si scegli il proprio campo di battaglia, e prova con le proprie argomentazioni a convincerci della bontà delle proprie idee.
Le strategie della moderna comunicazione politica diventano fondamentali per arrivare a centrare l’obiettivo prefissato: convincere gli elettori.
A quanto pare la strategia messa in campo dal leader del popolo leghista è risultata, purtroppo, vincente.
Luca Morisi. 42 anni, docente all’Università di Verona, con il suo team è dal 2013 l’artefice del successo mediatico ottenuto dal leader leghista.
Salvini alimenta le paure arcaiche e irrazionali e offre al popolo impaurito un nemico da sacrificare sull’altare della salvezza.
Albert Bandura è uno dei massimi esponenti della psicologia cognitiva applicata alle scienze sociali e si è occupato della teoria sociale dell’apprendimento. Una delle sperimentazioni principali da lui effettuate fornì l’idea che le persone tendono a valutare se stesse attraverso il costrutto dell’autoefficacia, ovvero quanto si riesce a raggiungere un obiettivo. Tale processo risente di una “proiezione” di se stessi in termini di riuscita dell’azione; Bias interno, ovvero coloro che valutano se stessi come motivo della riuscita, e Bias esterno, ovvero coloro che valutano le condizioni sociali come fondamentali per la riuscita.
Salvini usa frequentemente il Bias Esterno per cercare consenso in coloro che pensano che la colpa degli altri ha impedito la propria realizzazione.
Una idea arcaica che prende forma in un simbolo rurale e antico rendendosi immanente nella trasformazione nella società umana del concetto di sopravvivenza di Adleriana memoria. Per Salvini, Satana è l’immigrato. Più riesce a sovrapporre il diverso da sé a una figura demoniaca, più attiva meccanismi profondi legati a paure ancestrali, fino ad arrivare a quei comportamenti derivanti dalla paura del buio, dell’oscuro, dell’ignoto, a ciò che è di notte. Analiticamente parlando, i suoi discorsi sono infarciti di riferimenti alla violenza di notte, al buio che arriva inaspettato, alla calata delle tenebre che “invade”, al nero come diversità contaminante.
La razionale analisi degli ultimi dati ISTAT (https://www.istat.it/it/archivio/217650) devono però farci riflettere che se al Sud cresce la povertà e colpisce una famiglia su dieci ( Record negativo per la Calabria con incidenza del 35,3%) non esiste nessun Satana travestito da immigrato ma si stratta di una scellerata politica nazionale che lascia le Regioni del Sud Italia ultime tra le 270 della UE. Con un pil pro capite che presenta divario corposo tra Nord e Sud:
Scorporando il dato tra le regioni spicca la media della Provincia autonoma di Bolzano, la migliore in tutta la Penisola con 42.600 euro di pil pro capite. Sul podio salgono anche Lombardia (36.600 euro) e la Provincia autonoma di Trento (35.000 euro). In generale tutte le regioni del Nord registrano una media superiore a quella europea. Decisamente al di sotto di quella dell’Unione è la media del Sud, dove i fanalini di coda sono la Calabria con 16.800 euro e la Sicilia con 17.200 euro.
Hai voglia a dire che la colpa di tutto questo è dei Rom, degli immigrati o di Satana e che bastano una ruspa, un paio di respingimenti e due gocce di acqua santa.
Il Mezzogiorno è sempre più colpito dalla povertà con ormai oltre una famiglia su dieci che vive in povertà assoluta (10,3% nel 2017).
Le famiglie in povertà assoluta residenti nel Mezzogiorno sono 845mila (146mila in più rispetto al 2016), pari a 2milioni 359 persone in povertà (circa 320 mila persone in più rispetto al 2016).
La regione con la più alta incidenza di povertà assoluta è la Calabria con il 35,3% seguita da Sicilia (29,0%), Basilicata (21,8%) e Puglia (21,6%). Dati che si confrontano con il record positivo della Valle d’Aosta (4,4%) seguita da Emilia Romagna (4,6%), Trentino Alto Adige (4,9%), Lombardia (5,5%) e Toscana (5,9%).
Altri dati ci danno l’incidenza in percentuale di stranieri per regioni
Questi dati ci aiutano a capire come il valore quantità immigrati = povertà non è un dato direttamente proporzionale.
Comprendere che Salvini sta bluffando con le nostre paure ci aiuterà a non perdere la partita per il futuro della nostra terra e ad affrontare la gestione dell’immigrazione con la necessaria serenità e umanità.
Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
COMUNICATO STAMPA
21 giugno 2018, alla Camera dei deputati nel dibattito “Una legislazione per lo sviluppo del Mezzogiorno” si è parlato della petizione che MO Unione Mediterranea ha presentato a Bruxelles il 25 giugno 2015.
Ricordiamo che in occasione delle elezioni europee di Maggio 2014, abbiamo presentato la lista civica di scopo Terra Nostra con l’obiettivo di inoltrare una petizione al Parlamento europeo per l’istituzione di una commissione straordinaria d’inchiesta, che avesse il compito di monitorare e realizzare verifiche ed analisi sul territorio dell’Italia meridionale e della Sicilia.
Autofinanziandoci ed autorganizzandoci, grazie al contributo e alla volontà di quanti hanno creduto nel nostro progetto, abbiamo raccolto 10.500 firme: 10.500 nomi e cognomi veri, che hanno scelto di impegnarsi in prima persona per denunciare la disparità di trattamento riservata al Mezzogiorno da parte delle istituzioni in materia di ambiente, salute, lavoro, istruzione e tutela dei consumatori.
Il 17 marzo 2016 la Commissione per le Petizioni dell’Unione Europea ha dichiarato ricevibile la petizione n. 0748/2015
La Presidente della Commissione, on. Cecilia Wikström, con lettera del 17/03/2016 protocollo D305560, ha inviato la petizione all’allora Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz, nella speranza che “possa essere usata come contributo alla vostra attività”.
Abbiamo cercato negli ultimi mesi di ottenere quanto richiesto, sollecitando in tal senso l’attuale Presidente Antonio Tajani, ma solo l’azione congiunta degli eurodeputati meridionalisti, attualmente assenti nel parlamento europeo, si potrebbe portare ad ottenere qualche risultato pratico.
Siamo felici che il lavoro di MO Unione Mediterranea stia dando i suoi frutti anche grazie a chi ha partecipato a suo tempo alla stesura della stessa e oggi continua a sostenerla anche dall’esterno, segno evidente del grande valore della petizione.
UNIONE MEDITERRANEA PER LA SCUOLA
A seguito delle indiscrezioni sui prossimi provvedimenti che il Ministro della pubblica istruzione Bussetti intende prendere sui diplomati magistrale che, con l’arrivo delle sentenze, saranno licenziate ed estromesse dalle graduatorie ad esaurimento, in seguito alla sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato.
In considerazione del decreto d’urgenza che si intende avviare per dare una risposta in tempi rapidi ma anche della dichiarazione del Ministro stesso di voler dare ascolto ad ogni proposta, MO Unione Mediterranea chiede di dare lettura alla sua proposta scritta da una docente nonché un incontro formale al Miur .
IL MERIDIONE CERCA SE STESSO
MA DEVE FARLO DA SOLO.
Deve essere stato l’incontro tra il Governatore del Veneto, il Leghista Luca Zaia, e la neo Ministra degli Affari Regionali e delle Autonomie, la leghista veneta Erika Stefani, avvenuto per siglare l’intesa in cui si stabiliscono per legge, più poteri ma soprattutto più soldi, 35 miliardi di euro, per il nord a destare le attenzioni dei governatori delle Regioni del mezzogiorno : Vincenzo De Luca (Campania), Nello Musumeci (Sicilia), Mario Oliverio (Calabria), Marcello Pittella (Basilicata), e Donato Toma (Molise). In collegamento c’è Michele Emiliano (Puglia), che aderisce al “ Patto per sud” .
Un accordo politico per tutelare al meglio gli interessi del Sud attraverso “una grande battaglia comune per il Mezzogiorno”. La proposta è stata del governatore campano Vincenzo De Luca ci sono tutti i presidenti delle regioni del Sud chiamati a raccolta a Napoli per verificare la possibilità di varare politiche economiche comuni all’interno di un accordo politico.
Ma cos’è IL SEQUEL di Ritorno al Futuro – Il patto per il sud ?
Rewind: Il 20 marzo 2000, a Napoli, Bassolino ed altri rappresentanti del territorio del Mezzogiorno come Giovanni Di Stasi (Molise), Giannicola Sinisi (Puglia), Nuccio Fava (Calabria), Filippo Bubbico (Basilicata) sottoscrivono il Patto di Eboli, un “Manifesto” che doveva tradursi in un accordo politico per tutelare al meglio gli interessi del Sud attraverso “una grande battaglia comune per il Mezzogiorno”. ”Non prenderemo ordini dai partiti, ne’ in sede locale ne’ in sede nazionale”. Con questo messaggio, i cinque candidati per la presidenza delle Regioni del Mezzogiorno si avviavano ad una stretta e forte collaborazione, che implicava una sorta di affrancamento dai partiti nazionali.
Doveva rappresentare la via d’uscita alla condizione coloniale del territorio meridionale.
Ma della indicazione exit non vi si è trovata traccia in nessuna realtà amministrativa del sud, forse perché amministrate da esponenti espressione di partiti nazionali che hanno preso ordini dai loro partiti sia in sede locale che in sede nazionale?
Tra il dire e il fare c’è di mezzo, ancora, il partito nazionale
Voglio credere nella buona fede delle intenzioni, seppur stranamente ciclicamente ventennali, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo, ancora, il partito nazionale ovvero l’equilibrio nazionale duale costruito su un sistema coloniale.
“… L’unità non era avvenuta su una base di eguaglianza, ma come egemonia del nord sul Mezzogiorno…” “ … il nord concretamente era una piovra ce si arriccia alle spese del sud…” (cit. Antonio Gramsci)
Il Sud è sempre stato “oggetto” di politiche pubbliche decise altrove, mai “soggetto” determinate di esse semplicemente perché dietro ad ogni azione di politica locale, seppur ricca di buoni propositi, si nascondono le reali intenzioni del sistema politico italiano: il mantenimento dello status quo che “garantisce” la stabilità di un sistema nazionale collaudato da 157 anni.
Meridionalismo alternativa possibile
I partiti nazionali, ed i loro rappresentanti, sono inadatti ad affrontare la Questione Meridionale in quanto ne sono stati la causa o quanto meno sono stati fortemente collusi con chi l’ha favorita, e soprattutto perché lo stato dei fatti, inclusi i vari Patti per il sud, ne offre una conferma a prova di smentita. la Questione Sud non può essere affrontata da chi contemporaneamente deve pensare al nord, questo perché la disomogeneità territoriale è talmente ampia che se chi ha meno non si costruisce una propria rappresentanza autonoma dai partiti nazionali difficilmente otterrà più di quanto gli viene già “concesso”.
La mia vuole essere una dichiarazione universale del concetto di meridionalismo. Il Meridionalismo deve darsi un’identità essere dichiaratamente alternativa ai partiti nazionali.
NO ai Partiti nazionali, perché?
Una azienda gestisce due società: una milita perennemente ai vertici del campionato nazionale e compete alla pari con le altre realtà della UE, l’altra milita perennemente in terza serie e lotta, ultima tra le 270 presenti in UE, per non retrocedere definitivamente.
Come può questa azienda, avendo a disposizione lo stesso bilancio, mantenere la competitività della società che compete ai vertici nazionali ed europei e aiutare la società intrappolata in terza serie ? Nella migliore delle ipotesi, e sperando nella buona fede di chi amministra questa azienda, si procederà con il mantenere alta la competitività della società più ricca, prevedendo per la società più povera di mantenere “dignitosamente” l’ultimo posto in UE.
Meridionalismo ok, ma cos’è ?
Meridionalismo è prendere coscienza della condizione in cui versa il territorio meridionale e chi ci vive. È considerare se questa condizione di minorità ha delle responsabilità politiche nazionali o è da addebitare ad una incapacità antropologica dei meridionali.
È ragionare sulla possibilità che il mancato rispetto dell’art. 3 della Costituzione sia una distrazione dei vari governi che si sono alternati oppure una assurda volontà di mantenere lo status quo.
È riflettere sulla possibilità che la condizione di minorità possa essere risolta da chi, avendo governato, l’ha causata oppure partendo dalla costruzione di una realtà territoriale che, in quanto tale, non può che essere definita Meridionalista.
Credere ancora che la soluzione per il Mezzogiorno possa arrivare da partiti nazionali (anche quelli in buona fede) è rincorrere un luce in fondo ad un tunnel per scoprire che si tratta, ancora una volta, dell’ennesima lampadina accesa.
Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
OGGETTIVITÀ RAZIONALE TRA BUONISMO E RAZZISMO
Il Dossier Statistico Immigrazione, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in partenariato con il Centro Studi Confronti e in collaborazione con l’UNAR ci offre una diversa narrazione rispetto alla contrapposizione tra “buonisti” e “ razzisti” sul dibattito dell’immigrazione.
Una narrazione razionale data dall’oggettività di dati e statistiche che rispetto alla percezione, spesso volutamente indotta, di una invasione straniera ci da una lettura reale dal punto di vista demografico, economico, occupazionale e socio-culturale.
Avere consapevolezza sui dati di un fenomeno, quale è l’immigrazione, ci offre la possibilità di affrontare con la dovuta serenità un argomento che, trattandosi di essere umani, merita di giungere a decisioni sui provvedimenti di gestione dello stesso nel pieno rispetto dei diritti universali dell’uomo.
2016: NON SOLO SBARCHI
Al 31 dicembre 2016 il numero dei cittadini stranieri residenti in Italia (5.047.028) è aumentato di appena 20.875 persone rispetto al 2015; eppure tra sbarchi, altri flussi in arrivo e cancellazioni anagrafiche, i movimenti migratori hanno interessato quasi 1 milione di persone. L’esiguo aumento netto di questa popolazione è stato anche determinato dal gran numero di acquisizioni della cittadinanza italiana. Tra i 5 milioni di residenti stranieri, 3.509.805 sono i non comunitari. Tuttavia, l’archivio dei permessi di soggiorno ne attesta 206.866 in più, costituiti soprattutto da nuovi arrivati, ancora in attesa di essere registrati come residenti. Tenuto conto del divario tra arrivi regolari e registrazioni anagrafiche, che riguarda anche i cittadini comunitari, la stima della presenza straniera regolare complessiva è – secondo il Dossier – di 5.359.000 persone. Da notare che gli italiani all’estero sono 5.383.199 secondo le Anagrafi consolari (aumentati di oltre 150mila unità rispetto al 2015). Sono invece 2.470.000 le famiglie con almeno un componente straniero (in 7 casi su 10 nuclei con soli stranieri), che nel 50% dei casi sono unipersonali e per un altro 30% sono coppie con figli (a loro volta, nella metà dei casi, monoreddito).
Tra il 2007 e il 2016 la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di 2.023.317 unità e nel solo 2016 sono state 262.929 le persone registrate in provenienza dall’estero.
Oltre agli ingressi temporanei, sono continuati i flussi in entrata per insediamento stabile: il maggior numero di visti è stato rilasciato per motivi familiari (49.013), studio (44.114), lavoro subordinato (17.611), motivi religiosi (4.066), adozione (1.640) e residenza elettiva (1.274) e, in totale, sono stati rilasciati 131.559 visti nazionali che autorizzano a una permanenza superiore ai 3 mesi. Seppure estremamente ridotte, le quote programmate per i nuovi lavoratori non comunitari sono state 13.000 per gli stagionali e 17.850 per tutti gli altri comparti, in larga misura (14.250) riservate a cittadini già presenti in Italia e interessati a convertire il proprio titolo di soggiorno (ad esempio, da studio a lavoro). Intanto, gli arrivi in Italia via mare sono passati dai 153.842 del 2015 ai 181.436 del 2016 (+17,9%) e le richieste d’asilo, secondo Eurostat, da 84.085 a 122.960 (+46,2%). L’Italia si colloca a livello mondiale subito dopo la Germania, gli Stati Uniti, la Turchia e il Sudafrica per domande d’asilo ricevute (Unhcr).
In particolare tra gli sbarcati, i minori non accompagnati sono stati 25.843, mentre sono 6.561 quelli che, censiti, si sono poi resi irreperibili.
Si sono invece trasferiti all’estero, cancellandosi dalle anagrafi comunali, 42.553 cittadini stranieri e 114.512 italiani. In entrambi i casi si tratta di una sottostima dei movimenti reali. L’Istat ha cancellato d’ufficio (in quanto irreperibili) altri 122.719 stranieri, mentre, sulla base degli archivi dei paesi nei quali si sono indirizzati in prevalenza gli emigrati italiani (Germania e Regno Unito), il Dossier stima che, complessivamente, nel 2016 siano espatriati almeno 285.000 italiani. Sono poco meno di 200 le nazionalità degli stranieri residenti in Italia. I cittadini comunitari sono il 30,5% (1.537.223, di cui 1.168.552 romeni, che hanno in Italia il loro maggiore insediamento), mentre 1,1 milioni provengono dall’Europa non comunitaria. Africani e asiaticisono, rispettivamente, poco più di 1 milione. Solo 13 paesi hanno più di 100.000 residenti: Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, India, Moldavia, Bangladesh, Egitto, Pakistan, Sri Lanka e Senegal.
ANDAMENTO DEMOGRAFICO E IMMIGRAZIONE
Nel 2016, tra i cittadini italiani le morti sono prevalse sulle nascite di 204.675 unità (tendenza in corso da diversi anni). Anche l’intera popolazione residente (italiani e stranieri) è diminuita (-76.106) seppure in maniera più contenuta grazie alla compensazione assicurata dai nuovi arrivi (per quanto meno numerosi rispetto al passato) e alle nascite da genitori stranieri (69.379, il 14,7% del totale). Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, tale scenario caratterizzerà l’intero periodo 2011-2065. L’ipotesi più probabile (scenario mediano) prevede 300mila ingressi netti annui dall’estero all’inizio del periodo e 175mila alla fine. Nel corso di questo mezzo secolo la dinamica naturale sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi e 5,9 milioni di uscite). Il margine d’incertezza finale è tutto sommato contenuto: le entrate si collocano tra i 16,7 milioni nell’ipotesi bassa e i 19,3 milioni nell’ipotesi alta, mentre le uscite tra i 5 e i 7 milioni. Complessivamente, la popolazione residente non diminuirà e si assesterà sui 61,3 milioni, ma sarà molto diversa la sua composizione: l’incidenza degli ultra65enni sfiorerà il 33%, si ridurranno i minori e le classi di popolazione in età lavorativa, aumenterà l’incidenza degli stranieri. Alla fine del periodo potranno essere 14,1 milioni i residenti stranieri e 7,6 milioni i cittadini italiani di origine straniera: nell’insieme più di un terzo della popolazione. Alla luce di queste precisazioni a preoccupare maggiormente dovrebbe essere la scarsa capacità dell’Italia di attrarre e integrare i cittadini dall’estero.
MERCATO OCCUPAZIONALE
Il Dossier 2017 offre dei focus su alcuni comparti occupazionali: • agricoltura: i 345.015 lavoratori nati all’estero hanno svolto il 25% di tutte le giornate lavorative dichiarate in questo ramo di attività nel 2016. Il settore resta però esposto allo sfruttamento, nonostante per contrastarlo sia stata varata una legge più severa (n. 199 del 2016);
• lavoro domestico: 739mila gli occupati, di cui i tre quarti stranieri. Nell’ultimo biennio, mentre gli stranieri sono diminuiti di 54.000 unità, vi è stato un lieve aumento del personale italiano (12.000);
• settore turistico: presso le 312mila imprese complessivamente operanti nel comparto si contano 1,7 milioni di posti di lavori diretti e 900mila nell’indotto; gli occupati nati all’estero in alberghi e ristoranti (242.447) hanno inciso per il 23,2% su tutti gli occupati del settore (ma per oltre il 28,5% sui nuovi assunti). Tra gli occupati stranieri il 13,4% svolge un lavoro autonomo-imprenditoriale (tra i cinesi il 50,4%). Alla fine del 2016 sono 571.255 le imprese a gestione immigrata (+3,7% in un anno rispetto a -0,1% delle imprese gestite da italiani, da anni in diminuzione); di queste, 453.000 sono a carattere individuale.
L’incidenza sul totale sfiora il 10% (9,4%), ma sale al 16,8% tra le nuove imprese. È alta anche la percentuale di imprese immigrate su quelle che nell’anno hanno cessato l’attività (12,0%), per cui, nell’insieme, si evidenzia una maggiore vitalità e un più elevato turn over. Nonostante il positivo andamento, soprattutto in diversi territori metropolitani del Mezzogiorno (Napoli, Reggio Calabria e Palermo, in primis),sono le regioni del Centro-Nord a segnalarsi per consistenza dell’imprenditoria immigrata.
Le collettività più coinvolte sono, nell’ordine, Marocco, Cina, Romania e Albania, con sensibili differenziazioni nella distribuzione per settori di attività. Nel 2015 gli occupati stranieri hanno prodotto una ricchezza di 127 miliardi di euro, vale a dire l’8,8% della ricchezza complessiva, e hanno dichiarato in media redditi di 11.752 euro annui a testa, pari a un totale di 27,3 miliardi di euro. Essi hanno versato Irpef per 3,2 miliardi di euro, in media 2.265 euro a testa (gli italiani 5.178 euro).
È in continua crescita anche l’inserimento bancario degli immigrati. Per il Cespi nel 2015 erano 2.515.100 i conti correnti intestati a cittadini immigrati presso le banche italiane e BancoPosta, con il coinvolgimento del 73% della popolazione adulta (nel 45% dei casi donne). L’evoluzione è stata positiva anche per quanto riguarda altri prodotti bancari, creditizi e assicurativi.
Continua a essere notevole il beneficio finanziario assicurato dagli immigrati ai conti pubblici, compreso tra 2,1 e 2,8 miliardi di euro a seconda del metodo di calcolo. Si tratta di una valutazione condotta da diversi anni dagli esperti di IDOS e della Fondazione Leone Moressa. Considerata la più giovane età degli immigrati, l’Italia potrà contare ancora per molti anni su questo vantaggio.
A livello mondiale i migranti, con le loro rimesse verso i paesi in via di sviluppo (429 miliardi di dollari nel 2016, 11 miliardi in meno rispetto al 2015) sostengono circa 800 milioni di familiari (ben 1 su 7 tra tutti gli abitanti nel mondo); in Italia i 5,6 miliardi di euro inviati nel 2016 risultano in diminuzione da 6 anni consecutivi (erano stati di 7 miliardi nel 2011). Circa la metà di questo flusso va nelle aree rurali, quelle più povere.
Altri dati si possono trovare cliccando a questo link del pdf completo del Dossier Statistico IMMIGRAZIONE 2017
Ognuno è giusto che si prenda i complimenti che si merita
Sarà la Spagna ad accogliere, nel porto di Valencia, la nave Aquarius con a bordo 629 migranti, tra cui 7 donne incinte e 11 bambini. A sbloccare, a sorpresa, la situazione di stallo – dopo il no di Italia e Malta – è stato il premier iberico, Pedro Sanchez .
Accolti dalla Spagna, e Marine Le Pen si complimenta con il nuovo governo italiano e (aggiungo io) con i suoi elettori.
Ognuno, dopotutto, è giusto che si prenda i complimenti che si merita…
bisogna prendere atto che Salvini ha mantenuto quanto promesso, sento affermare da più parti . Atto di cosa dico io? Che i problemi di Rosarno, San Ferdinando, Gioia Tauri sono i negri? Lo sono? Allora appena li manderà via vedremo che le infrastrutture terrestri che mancano, ad esempio, allo sviluppo per il porto di Gioia Tauro (50% del pil della Calabria) appariranno come per magia? Sta incredibilmente gabbando tutti, convincendo i più che i problemi sono i negri…
È semplicemente puro marketing comunicativo politico: ti trovo un nemico, ti convinco che è la causa dei tuoi mali, ti prometto di sconfiggerlo e tu contento ti sei già dimenticato dei reali problemi che ti affliggono.
La Calabria è l’ultima Regione tra le 270 della UE, è colpa degli immigrati? Bene allora è quasi tutto risolto.
Con MO Unione Mediterranea abbiamo fatto il congresso nazionale a Riace, alcuni iscritti che dovevano arrivare in aereo a Lamezia Terme hanno dovuto rinunciare perché non ci sono collegamenti con mezzi pubblici che dall’aeroporto portano, in tempi minimamente degli di un paese membro dell’UE, nella zona ionica della Calabria.
In Europa le vogliamo dire queste cose? Noi le abbiamo dette con una petizione in occasione delle elezioni europee di Maggio 2014 e saremo pronti a ribadirle alle prossime elezioni europee del 2019
Non si può andare in un territorio svuotato di tutti i diritti, ignorato, ad esempio dall’articolo 3 della Costituzione (cosa che abbiamo detto quando, in occasione delle scorse politiche, abbiamo depositato il simbolo di MO Unione Mediterranea al Viminale) per dire che i problemi sono i negri. La politica, quella vera, non deve farsi gioco della disperazione di un popolo come quello calabrese. Nel mio paese d’origine, Calimera (VV) le scuole hanno chiuso quasi 20 anni fa, adesso lo stesso rischio lo corrono i paesi limitrofi, esempi che dimostrano come il vero problema sia il rischio desertificazione umana e industriale che sta portando la Calabria al punto di non ritorno… e intanto ‘nda pijjamu chi nigri…
Il sud deve avere le stesse opportunità, infrastrutture, servizi del resto d’Italia, è importante saper scegliere le giuste battaglie per cui spendere l’impegno politico utile al Sud.
Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea





