Author Archives: Andrea Melluso

Catalogna: 5 domande a… Marco Esposito

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna. Nei prossimi giorni provvederemo a pubblicare le risposte che ci sono pervenute.

Iniziamo da Marco Esposito, giornalista, esperto di economia, autore di “Chi paga la devolution?”, “Federalismo Avvelenato” e “Separiamoci”. Candidato Presidente alle scorse elezioni regionali in Campania con la lista civica MO!, di cui è fondatore.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

La Catalogna è un modello per i popoli di tutto il mondo: un percorso pacifico, trasparente, inarrestabile. Potranno fermarlo solo i catalani stessi.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Non molti, purtroppo. Da noi c’è una progressiva presa di coscienza della forza e delle potenzialità della nostra terra che può far pensare, in nuce, a un percorso catalano. C’è anche lo sforzo di agire superando le tradizionali differenze tra destra e sinistra, come per “Convergencia i Union”. Ma, se siamo franchi, dobbiamo ammettere che oggi prevalgono le differenze.

3. Quali sono, invece, le differenze?

Il territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie ha subìto un’opera sistematica di cancellazione dell’identità che non ha paragoni in Europa. Anche perché Napoli, per dimensione e peso culturale, era una delle dieci città maggiori del mondo e, nel Continente, seconda solo a Parigi e Londra. L’umiliazione subita da un popolo si traduce, ancora oggi, nell’idea che non si possa fare, che non ci sia alcun “podemos” ma che il futuro sia segnato da quel passato. Ecco, credo che questa sia la sola differenza di rilievo.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

No. Il Sud Italia non è povero, più povero della Bulgaria o della Polonia, e non era più povero di quanto non lo fossero la Spagna o la Catalogna stessa pochi decenni fa. C’è stata una sistematica sottrazione di risorse – si pensi alla mancata spesa dei fondi europei – e oggi ci sono azioni governative che indeboliscono il Sud, a partire dall’attacco al sistema universitario e da quello fiscale. Ecco: un percorso verso l’indipendenza permetterebbe di liberare tutte le risorse che abbiamo. Il Sud dovrebbe proclamare l’indipendenza per autodifesa.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

E’ comprensibile che i singoli stati non vedano di buon occhio le secessioni e che quindi facciano pressione sulla Ue, come ha fatto la Spagna, per creare incertezza sul futuro di chi è tentato dall’indipendenza. L’Unione europea, in realtà, ha dimostrato nel tempo di essere quanto mai pragmatica cioè di prendere atto delle situazioni di fatto. Se la Catalogna diventerà indipendente dovrà ricontrattare l’ingresso nella Ue, certo, ma ciò avverrà nel periodo di transizione che ogni separazione pacifica comporta. Non è immaginabile un’Europa che faccia a meno di Barcellona, di Edimburgo così come di Atene e, ovviamente, di Napoli. 

Piuttosto, ma qui il discorso si fa lungo, si dovrebbe cogliere l’occasione delle secessioni macroregionali per ripensare l’Europa, cosa della quale si avverte la necessità. Diciamo che è una ragione in più per guardare con simpatia a quel che accade in Catalogna. E per costruire un sentiero di libertà anche da noi.

Uno Stato omertoso mostra ancora una volta il suo lato più oscuro: la collusione coi poteri mafiosi

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Uno Stato omertoso che non spende una sola parola di vicinanza e solidarietà per restare accanto ad uno dei suoi servitori più fieri. Al suo servitore più esposto, oggi, contro la Mafia: il pm palermitano Nino Di Matteo.

In questi giorni un nuovo pentito (Francesco Chiarello, ex boss di Borgo Vecchio) ha confermato la notizia del tritolo pronto a Palermo per il magistrato siciliano: dopo Antonino Zarcone, Carmelo D’Amico e Vito Galatolo è un’ulteriore conferma sull’attentato preparato per il PM che sta indagando sulla trattativa Stato-mafia in cui sarebbero stati coinvolti pezzi importanti del nostro Paese.

Il silenzio è calato su questa non-notizia, non ripresa da alcun telegiornale, nascosta nelle pagine interne dei maggiori quotidiani nazionali, esclusa dal dibattito politico-mediatico.

Né il capo dello Stato, che per storia personale dovrebbe essere quantomeno attento a quanto sta succedendo attorno al pm siciliano, né il premier Renzi, sempre pronto ad intervenire su qualsiasi cosa favorisca la sua narrazione iper-ottimistica del paese, né il ministro dell’interno Alfano hanno ritenuto doveroso esprimere una solidarietà anche solo di facciata verso un uomo dello spessore di Nino Di Matteo.

Silenzio anche da parte del presidente della commissione antimafia, quella Rosi Bindi pronta a dare patenti di “camorrosità” ad alcune città, molto meno solerte quando si tratta di far sentire la presenza delle istituzioni al fianco di un magistrato che ha avuto il coraggio di indagare nel fondo torbidissimo delle trattative tra Stato e Mafia, nei terribili anni delle stragi.

Unione Mediterranea ritiene indispensabile, essenziale, irrinunciabile, esprimere la propria vicinanza ad uno dei figli migliori del nostro Sud, un uomo coraggioso che ha sempre anteposto la ricerca della verità alle proprie convenienze.

Nino Di Matteo è un cittadino onorario dell’intero meridione, perché dimostra ogni giorno, coi fatti, col suo impegno forte e costante, che le parole di Paolo Borsellino non sono utopie: sarà grazie ad uomini come lui, al loro coraggio, alle loro battaglie per la verità, che questa Terra un giorno tornerà ad essere bellissima, e che respireremo di nuovo quel fresco profumo di libertà, e non più il puzzo del compromesso mafioso.

Rai Uno: “tedeschi imbroglioni come i napoletani”. Grave il mutismo della autorità di vigilanza.

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“Continuiamo a chiederci quale sia il ruolo dell’Autorità di Vigilanza della RAI, di fronte alle diffamazioni che nei programmi della rete nazionale vedono oggetto Napoli ed i suoi cittadini. Mi riferisco all’ultima perla del servizio della trasmissione “La Vita in Diretta” a firma Marina Viro dove viene esplicitamente accostato lo stereotipo italiota negativo del napoletano truffatore allo scandalo Volkswagen. Il riferimento al gioco delle tre carte prima e successivamente il raffronto tra i ritardi nei lavori allo scalo aeroportuale di Berlino ad una presunta indole lavativa del nostro popolo sono dei passaggi che una televisione nazionale,  sostenuta anche con il nostro canone pubblico non può permettersi. Devo desumere che al Presidente Roberto Fico non interessino questi attacchi alla nostra storia e cultura, del tutto gratuiti e pretestuosi”: sono queste le dichiarazioni rilasciate da Enrinco Inferrera, Segretario Nazionale di Unione Mediterranea a fronte dell’ennesimo scandalo in casa RAI , non nuova a questa vera e propria diffamazione nei confronti del popolo napoletano.

Flavia Sorrentino, portavoce nazionale di Unione Mediterranea aggiunge: “Chi fa informazione, o ne ha l’ambizione, deve essere accorto e preciso nelle parole che utilizza, perché ha il dovere della correttezza formale nei confronti dei lettori. Dobbiamo constatare che il Presidente della commissione parlamentare vigilanza Rai, tace non solo da politico ma da uomo del Sud. Non si possono infuocare le piazze in tempi di campagna elettorale e non spendere nemmeno una parola davanti alla reiterazione di attacchi gravissimi ed ingiustificati. Con MO/ Unione Mediterranea per contrastare l’azione denigratoria sistematica nei confronti dei meridionali e a tutela della loro dignità, abbiamo già denunciato il Tg2 e il quotidiano Libero per la natura diffamatoria di due servizi giornalistici.”

MO/Unione Mediterranea si riserva di valutare tutte le vie legali di possibile intervento a tutela della città di Napoli e del suo popolo. Una forte campagna diffamatoria vede infatti Napoli costantemente al centro di attacchi di tipo mediatico a fronte dei quali nessun politico sente la necessità di intervenire. Ecco l’ennesima riprova di come il Sud non sia politicamente rappresentato e di come sia necessaria la formazione di una classe dirigente consapevole che faccia gli interessi del proprio territorio.

Napoli dice no ai commissari di Renzi

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Con un vero e proprio atto di forza, così come nello spirito dello Sblocca Italia, il governo Renzi ha commissariato Bagnoli ed espropriato Napoli di un pezzo del suo territorio, e del suo futuro.

Un atto d’imperio, la nomina del commissario Nastasi, del quale si ignorano tra l’altro le competenze in materia di bonifiche, che dovrebbe essere il requisito minimale per chiunque sia chiamato ad occuparsi di un territorio tanto inquinato.

Napoli, simbolo di un Sud che continua ad essere trattato da colonia, ha però voglia di reagire: alla durissima presa di posizione del sindaco De Magistris, che ha denunciato “l’abuso di potere” e l’atto “prepotente del premier Renzi”, si associano le reazioni del presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, e dei comitati e dei movimenti presenti sul territorio.

MO/Unione Mediterranea si unisce con forza alla legittima protesta di Napoli e dei suoi massimi esponenti istituzionali.

Riteniamo infatti che il modello del commissariamento, della perpetua colonizzazione della città, delle nuove mani che si allungano su di essa come in tanti periodi dei decenni passati, sia una pratica che va combattuta e relegata alle peggiori pagine della storia della Capitale del Mezzogiorno.

MO/Unione Mediterranea lotterà sempre per l’autonomia della città, un’autonomia piena, non solo economica, ma anche culturale, urbanistica, etica.

Sogniamo una città autenticamente connessa alle altre capitali mediterranee, che possa fungere da guida per il riscatto del Mezzogiorno devastato dall’Italia. Partire dall’opposizione ad un modello di sviluppo centralistico ed autoritario, come quello del commissariamento di Bagnoli e dello Sblocca Italia, significa anche avere la consapevolezza che per Napoli e per tutto il Sud c’è bisogno con forza ed urgenza della crescita di una nuova classe dirigente, che abbia a cuore unicamente lo sviluppo e il progresso del proprio territorio.

Una classe dirigente non cooptata e non ricattabile, che non riceva ordini da lontano, da Firenze, Roma o Genova: Napoli e il Sud, oggi più che mai, hanno estrema necessità di salvarsi da soli.

Elisabet Nebreda (Junts Pel Sí): “Vi spiego come la Catalogna otterrà l’indipendenza il prossimo 27 settembre”

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di Mattia Di Gennaro

Elizabeth Nebreda, esponente di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), è intervenuta lo scorso 19 settembre al “Forum dell’Europa dei Popoli”, organizzato in provincia di Varese conto di European Free Alliance (EFA), dove Unione Mediterranea Lombardia l’ha incontrata per voi (al convegno su delega Segretaria come osservatori).

ERC parteciperà, il prossimo 27 settembre, alle elezioni per il governo della “Generalitat” della Catalogna, in alleanza con Convergència Democràtica de Catalunya, partito di Artur Mas (‘attuale governatore catalano e leader indipendentista), Demòcrates de Catalunya, Moviment d’Esquerres e altri movimenti identitari catalani.

Dall’incontro di queste voci e idee è nata l’alleanza “Junts Pel Sí” e il “Si” che si vuole affermare insieme, domenica prossima, è quello all’indipendenza della Catalogna dalla Spagna.

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Elisabet Nebreda (che è anche consulente del Dipartimento relazioni internazionali di EFA), intervistata da Leonardo Facco, ha spiegato l’origine del movimento indipendentista catalano: “Il processo di indipendenza in Catalogna è ad uno stato di maturità avanzata grazie soprattutto a quattro fattori che caratterizzano il popolo catalano: la consapevolezza e l’orgoglio di sentirsi una nazione diversa da quella spagnola e un popolo dell’Europa; la voglia di autogovernarsi; l’amore per la propria lingua e la propria cultura; la volontà di non fermarsi davanti a nulla”.

Quanto all’autogoverno, la Catalogna non è nuova a simili esperienze e, proprio per questo, i catalani vogliono lasciarsi definitivamente indietro le date in cui fu sancita, per ben due volte, la perdita di questo diritto: 11 settembre 1714, quando Barcellona e la Catalogna vennero conquistate dai Borbone e annesse con forza allo Stato Spagnolo e il 1976 quando, in seguito alla morte del generale Franco, iniziò la discussione della nuova Costituzione. Proprio durante questo processo costituente, fu prevista la concessione di Statuti di Autonomia alle regioni facenti parte della Spagna franchista aventi un’identità propria, seppur sancendo il riconoscimento di un’unica nazionalità (e sovranità), quella spagnola.

Da buoni testardi, i catalani non si arresero e, dopo innumerevoli tentativi, nel 2006 riscrissero l’”Estatut”, il proprio Statuto di Autonomia, introducendo la nozione di “nazionalità catalana”. Il documento fu sottoposto al popolo della Catalogna e approvato con referendum da una larga maggioranza. Tuttavia, quando lo stesso fu esaminato a Madrid, furono richieste ed eseguite molte modifiche, fino a che, nel 2010, il PPE del premier Mariano Rajoy impugnò lo Statuto presso la Corte Costituzionale Spagnola. Il “Tribunal Constitucional” emise una sentenza con la quale reinterpretava diversi articoli dello Statuto, affossandone definitivamente i contenuti originali.

Questo atto, vissuto dai catalani come un affronto alla propria autonomia, scatenò un’ondata patriottica senza precedenti che sfociò in manifestazione di protesta il 10 luglio 2010 a Barcellona. Il popolo catalano sentì che il peso del governo di Madrid era diventato insopportabile e, da quel giorno, ogni 11 settembre, in occasione della “Diada” (il giorno in cui si commemora la caduta di Barcellona nel 1714 dopo 14 mesi d’assedio), la capitale catalana è invasa da una folla vestita a strisce giallo e rosse che manifesta il proprio orgoglio nazionale e che chiede a gran voce l’indipendenza.

Proprio questa spinta dal basso è il segreto del successo del movimento indipendentista catalano; è stata la spinta dal popolo a convincere i leader dei principali partiti indipendentisti e identitari a confluire in “Junts Pel Sí”, superando diversità e dissidi in nome dell’obiettivo supremo della secessione da Madrid.

E se chiedete alla Nebreda cosa succederà se “Junts Pel Sí” vincerà le elezioni del 27 settembre, il giovane avvocato non ha dubbi: “Se l’esito delle elezioni vedrà vincere “Junts Pel Sí” con la maggioranza assoluta dei votanti (50%+1), alla cerimonia d’insediamento del nuovo Parlamento Catalano verrà fatta una dichiarazione solenne con l’obiettivo di aprire il processo di distaccamento dallo Stato Spagnolo, da concludere entro i successivi 18 mesi”.

Dalla dichiarazione solenne partiranno due processi paralleli: uno, istituzionale, che provvederà alla formazione di un Governo di Unità Nazionale con l’obiettivo di creare le istituzioni di cui uno stato indipendente ha bisogno (e.g. Ministeri, Banca Centrale, Relazioni diplomatiche), l’altro, costituente, che coinvolgerà tutto il popolo catalano provvedendo a scrivere la nuova Costituzione della Catalogna.

Una volta a buon punto il processo di costruzione delle nuove istituzioni, il Governo di Unità Nazionale proclamerà unilateralmente l’Indipendenza della Catalogna dalla Spagna; con quest’atto, Mas intende vendicarsi del provvedimento con il quale il Governo Rajoy stroncò con la forza il referendum indetto il 9 Novembre 2014, per sottoporre al popolo catalano il quesito sull’indipendenza.

Agli indipendentisti di “Junts Pel Sí” non sembra spaventare neppure lo spettro di un’uscita dall’Unione Europea. La Catalogna è una regione che vive di esportazione ed è solida economicamente. Quanto a Juncker, presidente della Commissione Europea, se è vero che il suo portavoce si è dichiarato contro la secessione catalana, è anche vero che, secondo quanto riportato da Elisabet Nebreda, alla domanda “Cosa pensa di una Catalogna indipendente in Europa?” il diretto interessato abbia risposto “Perchè no?”

Insomma, scenari imperscrutabili che potrebbero trovare un epilogo proprio tra qualche giorno, quando la Storia (e la geografia) d’Europa potrebbe cambiare di nuovo, restituendo a un popolo la dignità di autodeterminarsi.

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da sinistra Domenico Oliveti, Mattia Di Gennaro, Elisabet Nebreda e Martino Grimaldi

Napoli sola contro il crimine. Autonomia la strada da percorrere.

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Ieri sera si è consumato l’ennesimo atto criminoso a Napoli, nel quartiere Fuorigrotta. Una banda di malviventi ha crivellato di colpi d’arma da fuoco un’auto civetta della polizia appostata nei pressi della stazione della ferrovia Cumana, probabilmente in servizio per una operazione antiestorsione. Mentre la dinamica dell’episodio non è ancora chiara, una delle poche certezze è che un’agente di polizia è rimasto gravemente ferito ed è stato operato nella notte.

Unione Mediterranea vuole innanzi tutto esprimere solidarietà alle Forze dell’Ordine impegnate senza sosta sul territorio ed augurare una pronta guarigione all’agente ferito.

Un pensiero però ci sorge spontaneo: se civili e poliziotti devono essere lasciati soli di fronte alla criminalità, se Napoli e i napoletani devono risolvere da sé i loro problemi, che i rappresentanti locali e nazionali dei partiti evitino qualunque passerella in tempo di elezioni. Quando i soliti noti verranno a Napoli a sciorinare le loro ricette anti criminalità, ricordiamoci anche di questo episodio, degli spari tra la folla, dell’agente ferito, e chiediamoci, loro, i politici, dove sono stati e cosa hanno realmente fatto per questa città.

«Siamo al fianco dei tanti cittadini onesti che possono e devono contare sullo Stato a difesa della legalità e nella lotta alla criminalità» ha detto pochi giorni fa il Ministro dell’Interno Alfano (NCD), disponendo l’invio di 50 unità di rinforzo della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri. Evidentemente il provvedimento non basta e il Ministro non ha inquadrato con esattezza il problema, prova ne è l’episodio di ieri a Fuorigrotta, l’ennesimo dall’iniziativa del Ministro, e l’agente ferito da un’arma da fuoco.

Nemmeno l’onorevole Rosy Bindi (PD), presidente della Commissione Antimafia, sembra avere il pieno controllo della situazione, necessario a predisporre misure adeguate. Dall’onorevole Bindi in particolare, per il ruolo che ricopre, durante la sua visita a Napoli ci saremmo aspettati parole più dure verso i malviventi e soprattutto una vera e propria dichiarazione di guerra contro la camorra.

Parole e maggiori controlli non bastano. Chi delinque non teme né le une né gli altri. La prevenzione del crimine va certamente fatta dalle Forze dell’Ordine, ma noi crediamo che i Ministri del governo Renzi e lo stesso Premier dovrebbero prestare più attenzione a ciò che Unione Mediterranea sottolinea da tempo.

Sviluppo, lavoro, istruzione, sono alla base di qualunque forma di prevenzione del crimine, a Napoli come altrove. Non esiste una ricetta diversa e più efficace. Invece abbiamo una distribuzione a dir poco iniqua delle risorse dello Stato, anche a discapito dei bambini in età d’asilo e nessun esponente politico locale ne fa menzione. Nessun Lettieri, nessuna Ciarambino, nemmeno il presidente della Regione De Luca e l’ex sindaco di Napoli Bassolino, che conosce benissimo Napoli e i suoi problemi.

Il capo del governo Renzi lo scorso 7 agosto ha convocato gli stati generali del PD per parlare del Meridione dopo la diffusione dei dati Svimez. Si sono prodotte zero idee e tante chiacchiere. Si è tenuto persino un insensato seminario con Debora Serracchiani a Milano. Ci aspettavamo un piano di rilancio entro il 15 settembre, così almeno era stato dichiarato, e lo stesso Ministro Delrio aveva affermato in precedenza che “il 2015 sarà l’anno del Sud”, ma siamo quasi ad ottobre ed il Governo invece ci sembra distratto. Anzi, apprendiamo che per il sottosegretario allo Sviluppo Economico De Vincenti il rilancio del Mezzogiorno ci sarà in tre anni.

Troppo comodo lavarsene le mani, abbozzare parole di condanna e costernazione e poi chiedere il voto.

Appare sempre più chiaro che una Napoli autonoma e indipendente sia una possibile soluzione.

Giancarlo Siani e gli altri: la mafia teme la verità più delle leggi

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di Eva Fasano

Il 23 settembre dovrebbe essere lutto nazionale in un paese che combatte realmente le mafie e non dimentica i suoi martiri. Oggi ricorre il trentesimo anniversario della morte del giovane Giancarlo Siani, giornalista napoletano assassinato sotto casa sul sedile della sua auto, una Citroen Mehari verde.

Siani è morto per amore, quello per la verità, perché egli non era un semplice cronista di nera, ma uno che scavava, collegava, cercava e denunciava. Su di lui sappiamo tutto. Conosciamo il suo volto, la sua auto, le sue preziose inchieste e anche i nomi dei suoi assassini. Quello che spesso dimentichiamo è che la verità raccontata così com’è, nuda e cruda, spaventa i sistemi mafiosi, politici ed affaristici molto più dei presidi militari.

Sicuramente spaventano più di una commissione antimafia presieduta da una presidente, l’onorevole Rosy Bindi, che in visita nella Napoli che si ribella, quella di Siani e tanti altri, afferma fatalista “La camorra è un dato costitutivo della città partenopea” ma non dichiara guerra vera alla malavita, non la colpisce negli interessi come suggerivano gli indimenticati Falcone e Borsellino. Prova ne sono i 2351 gornalisti italiani minacciati dal 2006 ad oggi, alcuni dei quali attualmente sotto scorta, con un picco di 506 nel 2014.
(dati consultabili su www.ossigenoinformazione.it)

Cosa fa lo stato italiano a parte insultare la nostra intelligenza e disquisire sul DNA dei napoletani ignorando la verità storica? Discute la cosìdetta legge bavaglio sulle intecettazioni, senza le quali inchieste come Mafia Capitale e scandali corruzione dell’Expo non sarebbero mai esistiti.

Tante parole abbiamo speso su Siani. Ben vengano i premi, le iniziative di commemorazione, i film, le targhe, ma noi di Unione Mediterranea preferiamo credere che Siani lotti ancora grazie al lavoro di giornalisti come lui, minacciati e screditati.
A loro va la nostra immensa gratitudine e proprio oggi vogliamo ricordarne solo alcuni. Vogliamo celebrare grazie a loro e a Siani l’amore per la vita e la verità.

Sandro Ruotolo, napoletano, dal maggio 2015 sotto scorta dopo aver ricevuto minacce da Michele Zagaria, boss dei Casalesi, a causa delle sue inchieste sul traffico di rifiuti tossici in Campania.

Lirio Abbate, palermitano, nel 2012 con un’inchiesta giornalistica su l’Espresso ha svelato, due anni prima dell’inchiesta giudiziaria,l’esistenza di “mafia Capitale” e il potere del clan di Massimo Carminati che per questo motivo inizierò a minacciarlo. L’organizzazione internazionale Reporters Without Borders nel 2014 lo ha inserito nella “top dei 100 eroi dell’informazione nel mondo” perché «Le minacce di morte e la sua presenza nella lista nera di Cosa nostra non lo hanno intimidito». Nel 2015 l’associazione Index on Censorship lo ha nominato fra le 17 persone al mondo che lottano per la libertà di espressione.

Salvatore Minieri, casertano, da anni si occupa di inchieste eco ambientali, in particolare dell’area tra Casal di Principe e Castel Volturno. A Calvi Risorta scopre una delle più grandi discariche illegali d’Europa. Nel 2012 da un’auto in corsa sotto casa sua vengono urlati insulti e minacce.

Gennaro Tedesco, foggiano di San Giovanni Rotondo, in trincea per le vicissitudini della sua città e dintorni, quest’anno ha subito un attentato incendiario.

Storia, cultura, economia e vision: è il Mediterraneo la nostra Europa

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di Leonardo Lasala

Il concetto di Europa unita è molto simile a quello che da oltre centosessanta anni viene proposto in Italia: un’unione fittizia, caratterizzata dall’assenza di una programmazione politica uniforme ed orientata ad uno sviluppo comune ed impostata più che altro su motivazioni economico–finanziarie, dove l’egemonia di pochi Stati condiziona il presente e futuro dei più. Non si vuole qui mettere in discussione il concetto di Unione Europea che idealizzava De Gasperi o altri padri fondatori di un qualcosa che è assolutamente distante da ciò che è oggi lo scenario europeo. Si prende semplicemente atto di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti: l’Europa delle banche e della finanza non corrisponde a quella dei Popoli. Ma la finanza internazionale è forte ed orienta la politica, nel momento in cui la stessa è debole. E qui l’Europa si presenta ai giorni del giudizio molto debole: manca una classe politica internazionale in grado di controllare la finanza e non esserne la diretta emanazione.

In questo scenario apocalittico, dove anche la sovranità dei Paesi è messa in discussione dal concetto di debito pubblico, nel momento stesso in cui si tenta con assenza assoluta di risultati e pochezza di programmi di unire popoli dalla storia, cultura e visione presente e futura eterogenea , si ignora una vera grande ed unica popolazione: quella del Mediterraneo.

Il mare più antico e prezioso della Storia, ritornato oggi politicamente ed economicamente determinante è conteso dalle grandi potenze mondiali nella assoluta incapacità di Paesi come Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e perché no anche le realtà dell’Africa Settentrionale di mettere in piedi la più grande unione naturale che la storia conosca: l’Unione Mediterranea.

Accade così che la Germania compra gli scali greci, che l’Italia dismetta di fatto i porti di Taranto e Gioia Tauro (già oggetto di attenzione da parte della Cina). Ed ancora qualcuno “crei” di fatto ISIS e la renda forse il più grande ostacolo ma al tempo stesso la più grande ragione concreta contemporanea, accanto a tutti i fattori storico-culturali di cui abbiamo parlato, per una grande unione.

E proprio oggi qualche illuminato inizia a comprendere come l’ISLAM non sia un nemico, come la fratellanza dei popoli è la vera penicillina contro il virus cancella-storia filo bancario. E’ bene chiarirlo per evitare strumentalizzazioni: si fa riferimento a quelle civiltà islamiche che hanno influenzato tanto della storia europea, che sono le radici di fatto della nostra cultura e di quella ellenica. Non abbiamo nulla in comune con ISIS, ma abbiamo tanto in comune con l’Africa, Grecia, Turchia, Marocco, Tunisia.

Così mentre politici strategicamente distruttivi continuano ad utilizzare il disastro annunciato e programmato dei profughi come tamburello per diffondere paure insiste nella piccolezza umana solitamente poco incline alla misericordia (concetto cristiano di cui sembriamo aver perso dimensione), continuiamo a cercare la strada del PIL, del punto e mezzo in più di occupazione (a fronte di numeri spaventosi di disoccupazione) ignorando il valore del Mediterraneo.

Tutti i popoli possono essere vicini e fratelli, ma l’operazione Euro A – Euro B è una ghettizzazione di questi e non una costruzione basata su DNA comune. Dunque appare molto più intelligente la rincorsa di una Unione Mediterranea che quella di una Europa senza storia e mordente, senza cultura e totalmente sotto il controllo della finanza.

Ciò che oggi ignoriamo o ci spaventa è la nostra vera ricchezza. Quelli che oggi definiamo “predoni” rimbambiti da programmi televisivi spazzatura e demagoghi possono essere i nostri fratelli.  Quei paesi da cui fuggono possono essere aiutati e divenire parte integrante di una grande rete MED caratterizzata da forti basi identitarie, politica di reale sviluppo condiviso e comune ed assoluto controllo del “demone” finanza.

Oggi possiamo fare la storia e cambiare le sorti di un mondo che giorno dopo giorno rischia di implodere in una guerra mondiale il cui unico obiettivo è la ricostruzione di egemonie di lontana memoria. Oggi o mai più Mediterraneo.

Unione Mediterranea all’Accademia di Svezia: Erri De Luca, premio Nobel per la Letteratura

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Lo scrittore Erri De Luca, napoletano di nascita, cosmopolita per vocazione, rischia di essere condannato a 8 mesi di reclusione per aver difeso e applicato il diritto alla “parola contraria”.
Secondo il pubblico ministero, De Luca ha istigato al reato di terrorismo quando è sceso in campo e ha prestato le sue parole alla lotta degli abitanti della Val di Susa, condannati a ospitare un’infrastruttura, la linea alta velocità Torino-Lione, che aveva l’unica utilità di poterci speculare sopra.

Nella sua opera, Erri De Luca ha sempre inteso difendere la natura e la libertà degli uomini a decidere e delle idee di poter essere espresse.

“Nell’aula del tribunale di Torino il 28 gennaio 2015 non sarà in discussione la libertà di parola. Quella ossequiosa è sempre libera e gradita. Sarà in discussione la libertà di parola contraria, incriminata per questo. Per questo diritto sto nell’angolo degli imputati. Ho detto le mie convinzioni a un organo di stampa e i pubblici ministeri le hanno fatte rimbalzare su tutti gli altri. Se quelle frasi istigavano, la pubblica accusa le ha divulgate molto di più, ingigantendole e offrendo loro un ascolto di gran lunga maggiore. Quelle parole dette a voce al telefono sono state messe tra virgolette e dichiarate capo d’imputazione. Quelle virgolette attorno alle mie parole sono delle manette. Non posso liberarle da lì, ma quelle manette non hanno il potere di ammutolirle. Posso continuare a ripeterle e da quel mese di settembre 2013 lo sto facendo su carta, all’aria aperta e ovunque.
“Se la mia opinione è un reato, continuerò a commetterlo.”

Per questo Unione Mediterranea, movimento meridionalista impegnato nella battaglia per i diritti civili del popolo del Mezzogiorno e di tutti i Sud del Mondo, chiede all’Accademia Svedese, titolare dell’assegnazione del Nobel per la Letteratura, di valutare la produzione letteraria di Erri De Luca e di consacrare il diritto alla parola contraria con il premio più prestigioso per un uomo di opinione.

Per firmare la petizione, CLICCA QUI

Suez: le opportunità che navigano il Mediterraneo, ma non sbarcano al Mezzogiorno

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di Beatrice Lizza

Lo scorso 6 Agosto è stato inaugurato il nuovo canale di Suez: il canale che collega il Mar Rosso e il Mediterraneo è stato “raddoppiato”, nel senso che è stato ampliato e approfondito, oltre alla costruzione ex novo di un canale parallelo a quello preesistente, lungo 35 km.

Il progetto, realizzato in tempi da record sotto il governo di Abdel Fattah al Sisi, risulta estremamente promettente: ogni giorno il canale può essere attraversato da un numero doppio di navi, il tempo di transito è minore e non esistono più limiti per la grandezza degli scafi.

I lavori effettuati sono stati in grado di incrementare la convenienza di passaggio attraverso Suez, soprattutto per le rotte asiatiche dirette verso la costa occidentale degli Stati Uniti, precedentemente vincolate al passaggio dell’intero Pacifico e poi attraverso Panama. Il raddoppio del canale di Suez, quindi, non rappresenta semplicemente un’opportunità per l’economia egiziana, ma è una vera e propria svolta per tutto il Mediterraneo, che torna ad essere il centro delle rotte commerciali intercontinentali.

Nel terzo millennio, dove il costo dei trasporti è proporzionale al tempo impiegato, è necessario che ad ogni porto commerciale sia collegato un sistema di strutture che permettano di caricare e scaricare la maggior quantità di container possibile, sul medesimo mezzo di trasporto: ciò che rende più appetibile un porto rispetto ad un altro, quindi, non è semplicemente la fortunata condizione di vicinanza alle rotte principali, ma un ruolo fondamentale è giocato dalle attrezzature di cui dispone il territorio e dalle reti ferroviarie che permettano alle merci di essere trasportate con il minor dispendio di tempo ed energie.
Ad accaparrarsi il titolo di primo porto del Mediterraneo per traffico container è stata Algeciras, una città dell’Andalusia di appena 170.000 abitanti. La forza di questa nuova potenza portuale non è la semplice vicinanza con Gibilterra: grazie al giusto investimento dei fondi Europei, la Spagna è riuscita a trasformare una città più piccola di Salerno nel punto di partenza del cosiddetto Corridoio del Mediterraneo, ovvero una linea di grande comunicazione che arriva a Lione per poi proseguire per il centro Europa.
Mentre la domanda del traffico merci che da Algeciras va verso il cuore dell’Europa è destinato a crescere del 100% nel 2016, come si sta preparando l’Italia a cogliere le opportunità offerte dal nuovo canale?

Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica», approvato dal governo un mese fa, si specifica la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto (se le condizioni di mercato lo consentiranno) e Napoli-Salerno. Spicca tra questi il vantaggio geografico di Gioia Tauro: rispetto ai porti del Nord Adriatico, per esempio, si risparmierebbero oltre due giorni di navigazione, mentre rispetto a Algeciras ci sarebbe un vantaggio di mille chilometri per il cuore della Germania. Al momento però, i porti di Gioia Tauro e Taranto sono adibiti esclusivamente al trasbordo su altre navi, poichè non dispongono dei collegamenti via terra adeguati alle nuove esigenze commerciali, dei quali ancora non si è parlato nei documenti ufficiali.

suez raddoppio

Le opportunità di sviluppo per il meridione sembrano non interessare il governo italiano, il quale non ha annunciato alcun investimento a sud di Livorno nemmeno al Cef, Connecting Europe Facility, lasciando ancora una volta il Mezzogiorno fuori dal «Meccanismo per collegare l’Europa», le cui opere andrebbero realizzate entro il 2020.
Per fortuna, però, non tutto il Belpaese è rimasto fuori dai corridoi europei del traffico merci su ferro, anzi ce ne sono ben quattro: il primo coinvolge Genova, il secondo coinvolge i porti del Nord Adriatico, il terzo comprende il tratto Torino-Trieste e gode di uno straordinario sviluppo: le prenotazioni per il 2016 vedono una crescita dei traffici del 100% rispetto al 2015.

L’ultimo dei corridoi è diretto a Sud, è in fase di studio e non è stato ancora attivato.

Una cosa è certa, mentre per il tratto Torino-Trieste si lavora per permettere la circolazione di treni di almeno 750 metri, a Napoli nessun treno merce supera i 400 metri. E dopo Napoli? Il buio a Mezzogiorno.

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