Author Archives: Andrea Melluso

Fiume Sarno: rischi ed opportunità. Da Unione Mediterranea e comitati locali un chiaro no ad ogni forma di speculazione

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La tutela dell’ambiente ha una duplice valenza ossia ridurre il rischio di calamità naturali e la creazione di opportunità di sviluppo. Sul tema Unione Mediterranea ha organizzato per sabato 10 ottobre ore 9,30 presso lo Stabia Hall di Castellammare di Stabia (Via Regina Margherita 50/54) il convegno “Fiume Sarno: rischi ed opportunità”. Ricco il parterre degli interventi tra cui Franco Ortolani  (Ordinario di Geologia presso l’Università di Napoli Federico II), Vincenzo Adamo (Ingegnere esperto nella tematica ambientale), Emiddio Ventre (Portavoce Comitato No Vasche), Antonio Franza (Medico ) e Pasquale di Paolo (Storico).  Il rischio paventato è quello di interventi che la comunità ritiene assolutamente controproducenti. Sul punto Unione Mediterranea interviene con decisione.

Secondo Lucio Iavarone , Responsabile Dipartimento Ambiente di UM << dobbiamo imporre il principio, nel rispetto della convenzione europea di Aarhus, che qualsiasi progetto di impatto sul territorio debba prevedere il pieno coinvolgimento delle comunità locali da parte delle istituzioni. Nulla può essere più calato dall’alto senza il consenso dei cittadini consapevoli di tutte le possibili implicazioni sull’ambiente, la salute, l’assetto del territorio>>

Gli intervenuti dunque faranno il punto su tutte le peculiarità in termini di rischi/opportunità connesse ad una sana progettazione, illustrando anche come qualsivoglia manovra speculativa sul grande fiume sarà il primo segnale di gravissime ripercussioni ambientali ed economiche per il territorio, che giorno dopo giorno si confronta con il rischio di dissesti idrogeologici.

Catalogna: 5 domande a… Francesco Tassone

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Concludiamo il nostro giro di interviste a proposito del risultato delle recenti elezioni in Catalogna con il dott. Francesco Tassone.

Ci perdonerete se questa intervista sarà più lunga delle precedenti, ma ne vale la pena. Innanzitutto, per chi non lo conoscesse, ci teniamo a presentare in maniera più approfondita il nostro Presidente, Francesco Tassone, amico e compagno di lotte di Nicola Zitara.

La figura di Francesco Tassone coincide, come in un unicum, con i Quaderni del Sud – Quaderni Calabresi, un notevole strumento nel lavoro di crescita del sentimento di identità e di responsabilità dei Meridionali, da quasi mezzo secolo voce di quel Movimento Meridionale nato dall’impegno sociale e politico di un gruppo di intellettuali calabresi che ruotava attorno al “Circolo Salvemini” di Vibo Valentia. Unica entità che seppe dare una chiave di lettura originale e analitica dei moti di Reggio Calabria egemonizzati da fascisti e sodali.

Quaderni del Sud è rimasta ancorata alla concretezza dei luoghi e delle comunità meridionali, dove sempre di più si consuma lo scempio della democrazia e dei beni comuni, cercando di fornire al lettore strumenti di analisi per la realizzazione di strutture di lavoro che rispondano alle esigenze di libertà e un rapporto critico e costruttivo con i vari movimenti meridionali che vanno nascendo ovunque e che costituiscono terreno naturale per una dialettica unitaria.

La storia del Sud, le condizioni in cui oggi esso si trova sul piano politico, economico e sociale considerato nel suo rapporto di dipendenza, i problemi che lo travagliano (emigrazione, disoccupazione, mafia, inefficienza di servizi, invasione del territorio, inquinamento, etc.) sono i temi della rivista e la linea ideale dell’impegno politico sociale di Tassone con particolare attenzione a ciò che attualmente si fa nel Sud, ossia alle dinamiche dei rapporti interni tra movimenti e associazioni nella prospettiva di riterritorializzazione dei processi politici, economici e sociali. Francesco Tassone mantiene sempre uno sguardo attento ai rapporti del Sud con la realtà più ampia e più complessa del nostro tempo: come il  Sud vive la mondializzazione, come reagisce di fronte al processo di disgregazione sociale in atto e alla drammatica separazione, ogni giorno più reale, tra dimensione storica e politica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Non può sussistere dubbio sul fatto che il successo del movimento indipendentista in Catalogna abbia un grande valore simbolico – e quindi anche politico e morale – per tutti i movimenti indipendentisti o, più equivocamente, autonomisti, che operano nel mondo. E quindi, per concentrare il discorso sul nostro problema concreto, anche per noi. Tale successo dice che si può, che anche noi possiamo. Podemos.
L’avvio di riflessione su tale avvenimento posto con le cinque domande è quindi molto opportuno. Ma sotto altro aspetto, e cioè perché tale successo potrebbe indurre a conclusioni per noi erronee e fuorvianti. Ciò soprattutto per quanto riguarda la valutazione- o meglio la supervalutazione, allo stato delle cose – della portata della via elettorale nella riconquista da parte delle popolazioni del Sud della sovranità sul territorio che ad esse compete e che ad esse venne brutalmente tolta nel 1860 con una invasione di pretto stampo coloniale.
Peraltro, quella della via elettorale come via unica, prima che elettiva, a cui dedicare i nostri sforzi, è una idea radicata nei nostri movimenti, che ci preclude e fin qui ci ha precluso di vedere le linee di azione che possono portare alla difficile meta dopo 155 anni di devastazione del tessuto economico, sociale e culturale su cui si fonda e da cui nasce la nostra soggettività. La quale meta, appunto per questo, richiede l’assunzione di un lavoro di risanamento e disinquinamento di quel tessuto, cioè del nostro territorio di vita costituendo tale lavoro l’unica forma di presa di possesso di tale territorio per quanto oggi possibile; e quindi l’avvio concreto, nei fatti, del processo a ciò volto, attraverso un’azione condotta giorno per giorno, in modo capillare e diffuso, da tutto un popolo, in tutte le sue varie e minute articolazioni territoriali . L’unica che ne può rafforzare il radicamento, così gravemente minacciato.
Rispetto ad una tale linea, ben nota in altre situazioni analoghe con vari nomi, ed in particolare con quello di “processo di transizione” dalla dipendenza al pieno materiale possesso della sovranità, la via elettorale, allo stato delle cose non può che avere un ruolo collaterale, comunque mai sostitutivo. Si badi che non è in discussione la sua importanza perché è anch’essa indispensabile forma di esercizio della sovranità, come cittadini e come popolo, in quello spazio della vita di un popolo che è lo spazio istituzionale; ma è necessario rendersi una buona volta conto della sua radicale insufficienza se scollata dal processo sociale sopra accennato, priva di radici nelle popolazioni. Si discute della insidiosità di una tale strada, allo stato delle cose, per un movimento meridionale, chiamato ad attivare una soggettività pressoché sommersa, destinato ad esaurire le sue forze su una strada irrealizzabile se non radica la sovranità nell’operare di tutto un popolo.
Il modello catalano, se così si può dire, non è quindi riproducibile nel Sud; ed anzi la sua adozione – che in effetti è quella allo stato operante- deve ritenersi esiziale per i movimenti che in esso lavorano per costruire le premesse materiali e morali di una sua autonomia avente i caratteri della sovranità e quindi dotata delle strutture di carattere materiale e morale insieme, che ne costituiscono le colonne portanti.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Non vi sono punti di contatto tra il nostro Sud e la Catalogna. La cui situazione, all’interno del complessivo sistema economico e produttivo mondiale è simile a quella delle regioni padane; ferma restando, sul piano politico la non piccola differenza tra queste due situazioni –la tosco-padana e la catalana – costituita dal fatto che la Catalogna ha alle sue spalle la storia di una sua identità nazionale, rafforzata da un’espansione che oggi possiamo definire di carattere coloniale volta verso l’esterno; mentre l’espansione produttiva ed economica delle regioni padane, a scapito e con lo sfruttamento delle regioni del Sud trova la sua base nella stessa struttura politica costituita dallo Stato ( subdolamente definitosi) Unitario, ma in realtà fin dall’inizio costruito e via via modellato in funzione della concentrazione dell’accumulazione nelle regioni suddette e del connesso, doloroso, lungo, calvario dello smantellamento di tutte le strutture che al Sud erano state già costruite: con un’espansione diretta verso “l’interno”
Nell’una e nell’altra situazione comunque, i movimenti indipendentisti in essa formatisi, non nascono dalla esigenza di costruire unità e cooperazione tra i popoli, ma da quella di rafforzare le proprie strutture economico- produttive nel quadro di una concorrenza – o meglio, lotta di sopraffazione- tra i popoli. Anche se questo deve avvenire a scapito di popolazioni “interne”come quella del Sud; e, nel caso della Catalogna, a scapito di popolazioni allo stato parimente interne, come quelle dell’Andalusia.

3. Quali sono, invece, le differenze?

Non vi sono quindi, a mio giudizio, punti solidi di contatto tra le due situazioni, mentre le differenze sono organiche e sostanziali.
Tra di esse va annoverato il fatto che tra il movimento catalano e le classi dirigenti catalane, quelle economicamente e socialmente portanti, vi è omogeneità di interessi ( così come avviene nelle regioni padane).
Nel Meridione invece le classi dirigenti – o potenzialmente tali – sono alle dipendenze dello Stato Unitario, cioè di quella struttura politica montata e costruita per realizzare la costante concentrazione delle risorse nelle regioni della Tosco- Padania, come amava chiamarle Zitara.
In definitiva le classi dirigenti meridionali, o quelle che potenzialmente potrebbero essere tali, hanno dismesso le loro funzione, mantenendo il governo del territorio in quanto postesi, attraverso l’arruolamento nei partiti politici nazionali, al servizio dell’occupante. Degradando da classe politica, come tale dirigente, a ceto ascaro.
Le differenze tra le due situazioni sono pertanto profonde, perché riguardano la struttura sociale e produttiva delle due situazioni, e quindi organiche . Sicché a noi incombe di muovere da questa struttura di base, prendendola così come è, avvilita e dissestata, e costruire in essa, attraverso il lavoro di risanguificazione di cui essa ha bisogno oggi e non domani, la nuova classe dirigente meridionale a base popolare.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Come si configura la “opportunità” di una secessione nell’una e nell’altra situazione- catalana e meridionale- in ragione delle diversa “solidità dell’economia” in queste due “ macroregioni”, è la lettura della 4° domanda, la cui formulazione è stata leggermente modificata in funzione di mettere in evidenza tre termini – “opportunità”, “solidità dell’economia” e “ macroregioni” – a prima vista scontati nel loro significato e in realtà fortemente problematici.
Intanto non si tratta di “opportunità” ma di necessità, per un popolo come il nostro, reso dipendente, a cui la perdita delle dignità, ha insieme assegnato la via dello sradicamento e della dissoluzione.
Non si tratta quindi di “se”, ma di “come” e di “quando”, attraverso cioè quale cammino; si tratta solo di definizione dei fini e dei valori che rendono la “secessione” – cioè la riconquista della posizione di uomini e popolo liberi e cooperanti – necessaria e senza alternative per il popolo che la deve effettuare, cioè nell’ambito della costruzione di un mondo che si voglia salvare per l’unica via che ancora lo può salvare, che non è quella della rapina – e comunque dell’homo homini lupus – ma della giustizia.
Su questo piano il termine “solidità dell’economia” non trova spazio, non tanto perché esso rinvia a situazioni contingenti, quanto perché esso premia i popoli, come quello catalano o quello padano, che vogliono la secessione proprio per non restituire neppure le briciole di quanto dagli altri drenato e di quanto agli altri tolto.
Quanto poi al termine macroregioni, esso è utile, quanto al Sud, solo perché vale ad indicare l’ampiezza, la ricchezza e la complessità dei territori che nella parola Sud trovano il senso di una loro prima comunanza, tuttora operante nella loro vita. Ma non penso che essa debba far parte del nostro vocabolario, portando con sé, a differenza della parola popolo e popoli, una forte connotazione di carattere puramente naturalistico-territoriale.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Se l’Unione Europea fosse una unione di popoli non avrebbe difficoltà a riconoscere che tanto la Catalogna quanto il Sud hanno alle spalle una lunga storia di soggettività politica di carattere statuale; e comunque, per quanto riguarda il Sud, una sua notevole omogeneità di condizioni sociali, di cultura, di condizioni politiche – nel caso del Sud come area dipendente. E, quel che più conta, una diffusa coscienza di tutto ciò, che consente ad ognuno di noi di dire “io sono meridionale”, sapendo esattamente cosa vuole dire, e ad un milanese “tu sei un terrone”, sapendo esattamente anche lui cosa vuol dire e quale distanza, in termini di superiorità, intende con ciò definitivamente porre tra noi e loro.
Ma l’UE non è una unione di popoli,come prometteva di essere ( di quante menzogne si serve il dominio per legittimare, agli occhi di quelli che saranno poi i suoi schiavi, la sua natura di dominio!); ma è una combinazione politica a guida verticistica, la cui natura colonialista ( o comunque della stessa qualità di quella che ha guidato nelle sue intraprese il Piemonte prima e, in continuazione, lo Stato Unitario dopo) si è rivelata a pieno, da ultimo, con il trattamento riservato alle popolazioni greche, in esso compreso il sequestro dei migliori gioielli produttivi di quelle popolazioni, (gli aeroporti) effettuato il giorno dopo la loro capitolazione. Esattamente come fa lo strozzino con le sue vittime: stringerle progressivamente nella morsa dei debiti.
Questo non significa che il Sud non debba organizzarsi per difendere dalle distrazioni i fondi che la UE eroga per le aree sottosviluppate. Per difenderli e più ancora per utilizzarli a pieno e nel modo migliore. Anche questa è un tipo di azione che, se ben diretta, può rientrare a pieno, in quel processo di risanamento a cui ho accennato prima, volto a contrastare il processo di dissanguamento in atto: e, insieme con esso, a far crescere il processo di aggregazione che , per quanto molecolare e disperso, è pur sempre anch’ esso in atto – sia pure in modo sotterraneo, disperso e inconsapevole della sua portata- finché un popolo ha ancora respiro e un minimo di coscienza di sé.
Anche se quei fondi provengono da una struttura come la UE, e vengono erogati con altro intento, essi costituiscono comunque una possibilità nel processo di ricostruzione, che una buona volta dobbiamo pur avviare, come unica via, può che portare alla nostra liberazione.
In fondo si tratta solo di restituzione di una piccolissima parte di quello che ci è stato e ci viene tolto.

Continua il “razzismo alimentare” in Val Padana

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Ha fatto scalpore la foto che ritraeva un cartello, posto in uno degli stabili della Cooperativa Agricola Palazzetti di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna. Il cartello giustificava la mancanza in magazzino di alcuni tipi di verdure dovuta alle avversità climatiche patite da alcune regioni. Letto così, non sembra tanto drammatico tuttavia, ciò che ha fatto inferocire migliaia di utenti dei Social Network, è stata la premessa a tale affermazione, che ha rievocato in molti un clima da Germania nazista: “La Palazzetti, NON RIFORNENDOSI DI PRODOTTI CAMPANI, può essere carente di alcune verdure a causa delle avversità climatiche delle altre regioni”. Lo stampatello è originale del cartello che potete vedere di seguito riprodotto.

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Quindi, a giudicare ciò che ha voluto affermare la coop Palazzetti, San Lazzaro è un comune de-campanizzato, così come negli anni ’80 andava in voga dichiarare i comuni de-nuclearizzati, quando li si bonificava o li si interdiceva a ospitare siti e scorie nucleari. De-campanizzato, perché i prodotti campani potrebbero nuocere alla salute degli avventori di questa coop che opera, è giusto ricordarlo, nella Pianura Padana che è tra le aree più soggette a inquinamento d’Europa! Per i prodotti padani, però, nessun cartello, nessuno monito e, dunque, nessun danno ai fratelli dell’Alta Italia.

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Se, poi, consideriamo che in Campania i controlli sui prodotti agro-alimentari si fanno eccome, questo cartello ci sa tanto di “razzismo alimentare”, un po’ come quello che tempo fa pose in atto la padana Pomì, nel pieno del clamore sulla “Terra dei Fuochi”.

Naturalmente, il tutto è accaduto senza che la diretta interessata, l’amministrazione della Regione Campania, si fosse espressa esprima o avesse preso provvedimenti a propria tutela

A riguardo, la portavoce di Unione Mediterranea/ Lista Civica MO!, Flavia Sorrentino, ha dichiarato “Uno dei punti sui quali MO! ha incentrato la propria campagna elettorale riguardava la salute dei cittadini e la salvaguardia del comparto agro-alimentare.

Va garantita ai consumatori, si leggeva nel programma, la salubrità dei prodotti campani che oggi rischiano tutti di subire il danno economico dell’immagine negativa di un’intera regione. Nella prima fase sarà necessario ricorrere a una certificazione straordinaria internazionale che garantisca che “la Campania è sana”.

E non per caso: la Palazzetti di Bologna, per giustificare la mancanza di verdure sugli scaffali della cooperativa, precisa che non si fornisce di prodotti campani (inquinati).

Eppure la regione Campania vanta prodotti di eccellenza a garanzia DOP, la cui fama non può certo essere compromessa da chi attraverso il discredito altrui, sa di ottenere un tornaconto economico per se stesso, senza considerare che la zona più inquinata d’Europa, secondo le tabelle dell’ Agenzia Comunitaria dell’ambiente, è la pianura padana.

La Regione dovrebbe dare risposte. Il tempo delle domande è finito con le elezioni cinque mesi fa“.

Ipotetico dialogo tra il signor Gennaro ed il signor ISTAT

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ISTAT:
Presto arriveranno i sussidi economici per le famiglie povere con figli, promessi dal governo Renzi.
Un’ottima notizia, no? Finalmente le famiglie bisognose riceveranno l’aiuto di cui hanno bisogno per condurre una vita dignitosa e anche al Mezzogiorno, dove il disagio sociale si sente di più, arriveranno i soldi necessari a garantire alla prole un po’ di sicurezza, no?

GENNARO:
Sì, finalmente un po’ di giustizia!

Certo che lo Stato deve spendere proprio un sacco di soldi al Sud… ho letto che il disagio sociale si trova per il 65% nel Mezzogiorno.

ISTAT:
Sì, saranno un sacco di soldi, ma non preoccuparti per l’Italia! Al Mezzogiorno, il governo ha riservato soltanto il 45% dei sussidi, mentre il restante 55% va al Centronord.

GENNARO:
Ma come? Allora non è vero che al Sud c’è più povertà?

ISTAT:
Certo che c’è più povertà, ma noi dell’Istat abbiamo studiato la situazione e il governo è riuscito a trovare il modo per risparmiare al sud.

GENNARO:
Famm capì… com’è successo?

ISTAT:
Vedi, quando noi dell’Istat Studiamo il costo della vita nelle diverse zone d’Italia, valutiamo gli acquisti considerati socialmente indispensabili, per esempio un frigorifero, una lavatrice, la spesa alimentare, ecc… Solo che noi non calcoliamo i prodotti dal prezzo più basso, ma calcoliamo i prodotti maggiormente acquistati. Quindi se, per esempio, a Milano ci sono persone più benestanti che comprano lavatrici costose, sui nostri studi si leggerà che in quella zona il costo della vita è più elevato. Se invece scopriamo che a Napoli i prodotti acquistati più frequentemente sono più economici, perché la gente è mediamente più povera e tende a comprare cose di qualità più bassa, allora sui nostri studi risulterà che la vita costa meno.

GENNARO:
Ah, fammi vedere se ho capito: secondo voi essere poveri non significa non poter acquistare nemmeno prodotti economici, ma significa non potersi permettere gli stessi acquisti che fanno i vicini di casa?

ISTAT:
Ehm, sì. Effettivamente ci rendiamo conto che confrontare prezzi diversi sia errato, infatti nelle note metodologiche lo abbiamo riportato, è a pagina 69, vedi? «I prezzi elementari rilevati fanno quindi riferimento a specifiche molto diverse in termini di marche, varietà, packaging, non comparabili tra le differenti unità territoriali». Anche perchè… se proprio vogliamo dirla tutta, la vita non costa meno al sud. Pensa che tutti gli studi delle società di consumatori e della Nielsen certificano che gli identici beni industriali sono più cari nel Mezzogiorno.

GENNARO:
Ma come sono più cari nel Mezzogiorno?

ISTAT:
Di sicuro alcune cose costano più al Nord, per esempio il pane, il caffè al bar e gli ortaggi. Altre, come i prodotti industriali, nei supermercati del Nord costano meno. Per non sbagliare si dovrebbero calcolare sempre i prezzi più bassi e non i più acquistati

GENNARO:
Ma come? E quindi per molte cose dobbiamo pagare prezzi più alti?

ISTAT:
Eh sì, Gennaro caro, perché se tutte le produzioni si concentrano a nord è ovvio che trasportare i prodotti a sud abbia un costo, soprattutto perché…beh, lo sai… non esiste una rete efficiente di trasporti al meridione. La lavatrice che compri in Calabria magari ha dovuto prendere un treno e un camion… e il biglietto del viaggio glielo dovrai pur pagare, no?

GENNARO:
Eh certo, hai ragione. Ma certo che voi dell’Istat potevate essere più equi… che accidenti sono ste distinzioni tra nord e sud?!

ISTAT:
Ma Gennaro… non è colpa nostra! Fino al 2002 abbiamo misurato la povertà assoluta senza differenze. Poi però la Lega Nord ha chiesto le soglie territoriali e, dopo due anni di silenzio, nel 2005 abbiamo cominciato a dividere i poveri tra Nord, Centro e Mezzogiorno.

GENNARO:
Mi sa che ho capito: la Lega ha voluto fare delle distinzioni territoriali per attrarre a Nord le politiche sociali!

ISTAT:
Io questo non lo so, so solo che in base ai nostri calcoli, se due famiglie uguali ricevono lo stesso stipendio, diciamo 1.100 Euro, la famiglia di Milano riceverà un sussidio di 426 euro al mese, mentre quella di Napoli ne riceverà 76.

GENNARO:
Ma adesso la Lega non è più al Governo, e fino ad ora nessuno aveva distribuito sussidi economici sulla base dei calcoli discriminanti richiesti dalla Lega! Perché proprio Renzi è il primo Premier disposto ad attuare delle politiche sociali discriminatorie? Lui non aveva a cuore il Mezzogiorno?

 

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Catalogna: 5 domande a… Gigi Di Fiore

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Oggi vi proponiamo il punto di vista di Gigi Di Fiore, giornalista de “Il Mattino”, saggista ed autore di molti libri tra i quali ricordiamo: “Controstoria della Liberazione”, “1861. Pontelandolfo e Casalduni. Un massacro dimenticato”, “La Nazione napoletana. Controstorie borboniche e identità suddista”.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Si tratta di una storia che parte da lontano, con una componente indipendentista che affonda le sue radici almeno nell’800. Nelle guerre carliste, ad esempio, la Catalogna era la regione dove Don Carlos raccoglieva più simpatie. Il modello, almano oggi, non è riproducibile nel Mezzogiorno d’Italia dove, alla recente maggiore consapevolezza storica, non corrisponde un’adesione numericamente consistente all’idea indipendentista.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

La Catalogna è l’area di maggiore ricchezza industriale della Spagna ed è per questo che ha la forza di potere, con tranquillità, pensare ad un indipendentismo che il governo centrale mai concederà. Il Sud Italia ha meno forza economica, ma come mercato di consumo diventa nevralgico per l’intero Paese.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La differenza principale la vedo nella coscienza diffusa di identità autonoma e storia, che giustificano una politica indipendentistica: in Catalogna è diffusa, nel Sud Italia molto meno. Senza identità storica, è difficile difendere la dignità delle proprie radici. Su questo, nonostante la crescita di interesse per la nostra storia, c’è ancora molto da lavorare per diffondere conoscenza sulle nostre origini.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Sono d’accordo. E l’ho evidenziato, parlando di differenze e analogie tra le due realtà. Non vedo la praticabilità dell’ipotesi di secessionismo nel Sud Italia, soprattutto sul piano economico.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Il precedente della Scozia fa riflettere. In occasione delle elezioni, si diffuse il panico nell’Ue, si discusse delle ripercussioni sui mercati e sull’economia europea. Credo che, nell’attuale sistema finanziario, il problema di una secessione in qualche regione dei Paesi dominanti nell’Ue creerebbe non pochi problemi di tutto il sistema.

Catalogna: 5 domande a… Lino Patruno

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Oggi vi proponiamo il punto di vista di Lino Patruno, giornalista, scrittore, docente universitario, ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Se tutti i ricchi volessero diventare indipendenti, domani potrebbero chiedere l’indipendenza i quartieri centrali delle città rispetto alle periferie. E avrebbe ragione Bossi. Tante motivazioni storiche e tanti aneliti sono più fragili di quanto strillino. L’indipendenza dovrebbero chiederla i poveri che non ottengono giustizia dai ricchi. I Sud, per esempio, se continua così.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

La dimenticanza e l’indifferenza dello Stato centrale. Solo in questo senso la Catalogna ha diritti da vendere. E in questo senso ci sono punti in comune col nostro Sud.

3. Quali sono, invece, le differenze?

Con i dovuti distingui storici, la Catalogna rispetto al nostro Sud sembra come la cosiddetta Padania: ci teniamo i nostri soldi. Chiaro che discorso diverso sono forme più o meno accentuate di autonomia. Ma sempre per far funzionare meglio il tutto, non per appagare egoismi territoriali dopo essere cresciuti anche a danno altrui.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

In linea teorica, sì. Quando si pensa però che il Sud continua ad ottenere dallo Stato sempre meno degli altri (spesa pubblica, infrastrutture, servizi), non sarebbe esclusa una secessione come autotutela. Ma sempre tenendo conto che viviamo in un mondo di grandi numeri nel quale i piccoli soccombono. E’ complicato e difficile, si fa presto a dire secessione.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Dalle prime reazioni alla Catalogna, tutto lascia credere di no. Ma può essere una posizione strumentale per evitarne la secessione. Non nego le ragioni della Catalogna, laddove ci sono. E certo è difficile lasciar fuori Barcellona. Il fatto è che dovremmo acquisire sempre più la cittadinanza europea, e diventiamo catalani, baschi, scozzesi. Credo che non sia questa la via. In definitiva ritengo che le secessioni siano l’ultima spiaggia per chi non è rispettato altrimenti, non per i razzisti dalle tasche piene. E il nostro Sud ha tante belle spiagge.

Catalogna: 5 domande a… Enrico Inferrera

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Stasera vi proponiamo il punto di vista di Enrico Inferrera, Segretario di Unione Mediterranea.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

E’ sempre interessante osservare i processi culturali e politici di un popolo che cerca,con fatica,di riappropriarsi della propria identità.
Detto ciò,non mi sembra, che,malgrado il risultato ottenuto di una maggioranza ma con due partiti diversi insieme,ci sia stato un plebiscito per i sostenitori dell’indipendenza. C’è da prendere atto che la Catalogna è divisa a metà tra indipendentisti e non. E’ un processo che sia pure in fase avanzata,non è ancora completo.

Il nostro Sud è ancora fortemente soggiogato dalla pseudo cultura unitaria propinata in 154 anni,esiste ancora in larghi strati della popolazione un senso di “minorità” che impedisce quella presa di coscienza necessaria per intraprendere il cammino dell’indipendenza. Le disparità di trattamento tra centro-nord e Sud acuitesi negli ultimi venti anni stanno,tuttavia,producendo un nuovo senso di appartenenza che sebbene abbia i con connotati della rabbia e della disperazione, conduce alla conoscenza ed al cambiamento di mentalità. Poi c’è il problema della sudditanza rispetto ai centri di potere, non solo economico, del nord, che,indubbiamente,riesce ad addomesticare molti uomini del Sud desiderosi di fare carriera. E’un percorso iniziato da qualche anno,anche grazie ai libri di Pino Aprile che hanno avuto una significativa diffusione. Siamo molto in ritardo rispetto ai Catalani ma stiamo accelerando.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Non vedo molti punti in comune tranne quello di avere una forte identità territoriale ed una storia diversa dallo Stato di cui fanno parte. La Catalogna,anche con alterne vicende storiche,ha quasi sempre goduto di una certa autonomia. Il nostro Sud è stato brutalmente invaso e conquistato,e successivamente depredato delle sue ricchezze. Ancora oggi è mortificato con scarsi investimenti e falsi stereotipi.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La grande differenza è data dalle condizioni economiche completamente diverse. La Catalogna è la regione con l’economia più forte della Spagna,il nostro Sud ha grandi difficoltà. E poi, cosa molto importante, è diverso il senso di appartenenza: i catalani sono uniti,noi al Sud non riusciamo a sentirci ancora figli della stessa terra. Siamo stati divisi dal concetto antistorico delle regioni. Ci sentiamo campani,siciliani,calabresi,pugliesi,lucani. Addirittura esistono contrapposizioni all’interno della stessa regione. In Campania un avellinese non si sente napoletano e siamo a pochi chilometri di distanza. Come riuscire a trovare un’identità comune?

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Non dipende,quindi,solo dalle diversa ricchezza delle due macroregioni ma dalla diversa evoluzione del senso di appartenenza. Anzi,per una città come Napoli,un percorso di autonomia può essere importante per il suo rilancio economico e per responsabilizzare le classi dirigenti che inevitabilmente devono essere espressione del territorio. Tutto il Sud deve iniziare un processo di unificazione mettendo da parte i localismi e iniziando a parlare di Sud come un’unica terra,con storia e problemi comuni. Non parlerei di secessione ma di macroregione con norme comuni ed un progetto di sviluppo comune. Lavorare per un’ipotesi di forte aggregazione di tutto il Sud aprirebbe nuovi scenari.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

L’Unione Europea deve ritornare ad essere quella immaginata dai padri fondatori pertanto deve saper comprendere le istanze che nascono dai territori e le evoluzioni conseguenti. La battaglia dura per i catalani sarà l’indipendenza dalla Spagna,raggiunto questo obiettivo starà a loro scegliere se entrare o no nell’UE. Ma siamo sicuri che lo vorranno?

Soglie di povertà assoluta: aiuti solo al Nord. Renzi, il Robin Hood… dei ricchi

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In un paese che si definisce unito geograficamente e culturalmente, che condivide valori e propina retorica patriottica da mano sul cuore nei salotti tv pomeridiani, non esisterebbe alcuna forma di discriminazione territoriale.

Immaginiamo di venire a conoscenza del metodo di ripartizione dei fondi per le famiglie povere proposta dal premier Renzi e di scoprire che tale ripartizione avviene effettuando una grave forma di discriminazione verso una certa categoria. Sembra assurdo in un paese che vuol dirsi civile e democratico, eppure accade.

Fino al 2002 l’Istat ha misurato la povertà assoluta senza differenze territoriali, mentre dal 2005 le soglie di povertà vengono calcolate tenendo conto delle tre macroaree “Nord – Centro – Sud”, così come richiesto dalla Lega Nord, che proprio in quell’anno era molto forte politicamente, con cinque esponenti in ministeri chiave. Per ricordarne solo uno: Umberto Bossi prima e Roberto Calderoli dopo, al dicastero per le Riforme Istituzionali e Devoluzione.

Negli ultimi dieci anni il criterio delle soglie territoriali non ha avuto conseguenze sul piano pratico perché nessun governo è riuscito a mettere in atto un provvedimento sul calcolo delle soglie di povertà assoluta. Con la proposta di Renzi invece, tali soglie saranno operative.

A guardare nel dettaglio (lavoro svolto da Marco Esposito e pubblicato su Il Mattino del 1 Ottobre 2015), le soglie territoriali di ripartizione sembrano tener conto anche di un ipotetico stile di vita, un dato che falsa i valori, come la stessa Istat avverte: “Le ragioni ora esposte sconsigliano, quindi, l’utilizzazione dei dati sui livelli dei prezzi per confronti territoriali”.

Le soglie di povertà sono calcolate in modo che esse siano più alte al Nord, con la conseguenza che il 55% della povertà risulti al Centro Nord. In pratica un nucleo familiare composto da una coppia con due figli che dispone di 1200 euro al mese è considerata povera se vive al Nord e agiata se vive nel Mezzogiorno, quindi non necessita di aiuti.

Eppure ogni indagine sulla deprivazione materiale, cioè l’incapacità, per scarsità di risorse, di accedere a beni e servizi essenziali, mostra che le Regioni più povere sono quelle meridionali.

Una possibile obiezione potrebbe essere rappresentata dall’idea il costo della vita al Nord sia mediamente più alto, ma un’indagine dell’azienda Nielsen rivela che, a parità di prodotti, la Regione più cara è la Calabria. Dov’è il trucco allora?

Nel sistema di calcolo dei prezzi. Se immaginiamo la povertà assoluta come un paniere di beni da acquistare, nel paniere dei prodotti di una famiglia povera non rientrano beni ritenuti non necessari (vacanze e automobili), ma rientrano i così detti beni indispensabili tra i quali la cucina e il frigorifero, la tv e il cellulare, considerati socialmente indispensabili. E’ definita povera perciò la famiglia che non riempie il paniere, cioè che non può permettersi di acquistare i beni minimi necessari.

Seguendo l’esempio di Esposito, consideriamo il costo, o valore economico, di un televisore. Secondo le rilevazioni Istat il televisore più venduto al Nord costa 238 euro mentre al Sud 171. Risulta difficile credere che il prezzo dello stesso prodotto all’interno dello stesso paese vari addirittura del 30%. La ragione di questo gap sta nel fatto che i costi indicati riguardano lo stesso genere di prodotto (il televisore ad esempio), ma non dello stesso tipo, marca, risoluzione, ecc… La tv più venduta al Sud dal valore di mercato di 171 euro è forse tra le più economiche e di media qualità rispetto al bene più diffuso al Nord.

Risulta quindi evidente, che il metodo di confronto dei prodotti non si basa sul calcolo dei prodotti più economici ma sul calcolo dei prodotti più venduti. Per valutare il costo della vita al Nord, al Centro e al Sud, il confronto dei prezzi andrebbe fatto su un prodotto identico per tipologia, marca e qualità.

Confrontare semplicemente due prezzi, come ribadisce “l’Osservatorio Prezzi”, è sbagliato: “Le quotazioni possono riferirsi a diverse combinazioni di varietà, marca e confezione. Le ragioni ora esposte sconsigliano, quindi, l’utilizzazione dei dati sui livelli dei prezzi per confronti territoriali”.

Da queste osservazioni è quanto mai chiaro che i confronti territoriali generano un sistema iniquo della ripartizione dei fondi di aiuto alla povertà: a un nucleo familiare di Bari composto da due genitori e un bambino, con reddito mensile di 1000 euro non spetterà alcun aiuto, ma spetterà ai nuclei parimenti composti e di pari reddito se residente al centro nord. E’ come se alla famiglia settentrionale spettasse un aiuto maggiore perché ha il diritto di acquistare un prodotto più costoso o di miglior qualità a causa di un supposto stile di vita medio più alto che al sud.

Tale ragione per noi di MO/UM è del tutto inaccettabile. Fa specie constatare che il metodo di ripartizione descritto sarà fatto ad opera di un Governo che si definisce di sinistra e che afferma (a chiacchiere), di avere tanto a cuore il Mezzogiorno.

Tabella tratta da "Il Mattino" del 1 Ottobre 2015

Tabella tratta da “Il Mattino” del 1 Ottobre 2015

Catalogna: 5 domande a… Pino Aprile

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Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Stasera vi proponiamo il punto di vista di Pino Aprile, saggista, autore di libri di grandissimo successo quali Terroni, Giù al Sud, Mai Più Terroni, Il Sud Puzza, Terroni ‘ndernescional. Ha il grande merito di aver mostrato al grande pubblico quanto sia costata l’unità d’Italia ai meridionali.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Un lungo percorso, con la minaccia dell’indipendenza per ottenere, finora, risorse, infrastrutture dal governo centrale. Può essere una politica a lungo termine (strappare il più possibile, poi andarsene con la dote), o solo un ricordare: se non mi ci fai star bene, me ne vado. Non so. Ma non è sicuramente riproducibile per il nostro Sud: ognuno vive con la sua storia, come gli uomini con il proprio carattere. Ognuno traccia la sua strada e poi deve dimostrarsene capace. Anche copiando alcune buone idee, il modo di attuarle risentirebbe delle differenze.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Pochi punti in comune, forse, solo la voglia di “mandare quegli altri al diavolo” e la solarità mediterranea; più un pezzettino, ma ino ino, di storia, con la Sardegna.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La Catalogna ha saputo coltivare e ravvivare la sua identità; il Sud la vive inconsapevolmente e a volte la nasconde; solo di recente il fenomeno della riappropriazione culturale e storica ha assunto dimensioni di massa, virando verso i primi tentativi di buon uso politico di questi valori. Lo Stato centrale, in Spagna ha sempre corrisposto, per amore o per forza, poco importa, alle richieste della Catalogna, l’Italia mai a quelle del Sud; pur con tutte le frizioni campanilistiche del derby nazionale Barcellona-Madrid, il razzismo dei leghisti propriamente detti e di quelli non detti, nei riguardi dei meridionali non ha spazio in Spagna (e i Baschi, altri inquieti, usavano le armi…). La Catalogna è fra le aree più ricche del Paese, parla la sua lingua… Insomma, a parte un comune e forte sentire mediterraneo, c’è davvero poco in comune.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

A ragionare rasoterra, la secessione non conviene alla Catalogna, ma al Mezzogiorno italiano, dal momento che la prima, da Madrid acchiappa e se se ne va, non può farlo più; il secondo dal Nord, tramite e con Roma, viene fregato e, se se ne va, si libera di un ladro. Sul fatto che sia possibile, so una cosa sola: le volontà rendono possibili o no le cose.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Alla Ue non importerebbe nulla, basta stare nell’Unione, secondo le regole dell’Unione. E poco conta che la Scozia potesse entrarci del tutto, anche nell’euro, mentre il resto della Gran Bretagna si teneva la sua sterlina.

Consegnati i quesiti referendari contro le trivellazioni

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I quesiti referendari contro le trivellazioni, sostenuti e condivisi anche da Unione Mediterranea sono stati depositati questa mattina 30 settembre alla Corte di Cassazione a Roma  da una delegazione composta dai rappresentanti delle 10 Regioni di Italia che hanno detto NO alla trivellazione selvaggia lungo le nostre coste ed alla delegittimazione degli enti territoriali in tema energetico. La delegazione è stata accompagnata dal costituzionalista Enzo di Salvatore che ha lavorato alla stesure dei quesiti referendari. Ad aver votato all’unanimità la delibera referendaria sono state la Basilicata, la Puglia, Marche, Molise, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria ed infine la Campania e la Liguria, nelle delibere con le quali viene chiesto il referendum riguardano nello specifico l’abrogazione di una parte dell’articolo 38 del decreto “Sblocca Italia” che ridà potere decisionale alle Regioni in tema di energia e dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo, perché venga esteso all’interno delle 12 miglia dalle coste di tutta Italia il divieto di trivellazioni, senza alcuna eccezione. Entro un mese circa dovrà pronunciarsi la Corte di Cassazione per la regolarità dei quesiti ed entro il 10 febbraio la Corte Costituzionale per l’ammissibilità degli stessi. I territori hanno quindi deciso di riprendersi la possibilità di decidere delle proprie sorti e di dare voce ai  cittadini contro gli strapoteri dei Governi e elle multinazionali del petrolio. Si apre quindi fin da subito una campagna referendaria che ci vedrà protagonisti con iniziative volte alla sensibilizzazione su temi difficili ed estremamente importanti.

Nelle delibere sono contenuti i 6 quesiti: rispettivamente, un quesito unico (sull’art. 35 del decreto sviluppo) e cinque quesiti (tre sullo Sblocca Italia, uno sul decreto semplificazioni del 2012 e uno sulla legge n. 239 del 2004, che allo Sblocca Italia comunque si ricollegano).

I quesiti quindi interesserebbero tutte le Regioni, pertanto dovrebbero esserci ampi margini di possibilità di raggiungere il quorum, considerato che si dovrebbe fare anche il referendum confermativo per la riforma della Costituzione, come previsto dalla normativa.

Rosella Cerra

Responsabile Ambiente UM per la Calabria

In foto la delegazione che la mattina del 30  settembre ha depositato alla Corte di CAssazione i quesiti referendari.

In foto la delegazione che la mattina del 30 settembre ha depositato alla Corte di CAssazione i quesiti referendari.

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