Monthly Archives: Ottobre 2015

La sfida dell’autonomia. Contro la corruzione del sistema Italia

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di Salvatore Legnante

Se volessimo utilizzare le logiche perverse della politica italiana, non avremmo alcuna difficoltà a definire il ‘dato costitutivo’ (cit.) della classe politica lombarda e settentrionale in generale: è il continuo e ininterrotto legame con la tangente il tratto distintivo del loro agire.

La ‘mazzetta’ è un’ istituzione, nella presuntissima Capitale morale d’Italia. Dalla Milano da bere degli anni socialisti a quella più ‘ruspa…nte’ del leghismo dei giorni nostri, un’unica costante muove i fili della città meneghina: il malaffare in politica. Il malaffare, lì, è politica. La corruzione è politica.

L’ultimo caso riguarda la giunta regionale del verde Maroni, quel politico che con una scopa in mano prometteva di far pulizia in un partito che in pubblico gridava Roma ladrona e Sud straccione, mentre in privato coi soldi della collettività acquistava lauree in Albania e diamanti in Africa.

Limitandoci a ragionare all’italiana, però, commetteremmo da Sud lo stesso errore che si commette sempre da Nord: cercare quasi lombrosianamente una ragione geografica alla delinquenza, al malaffare, alla mala gestio della cosa pubblica.

Non è così: non esistono popoli geneticamente ladri, geneticamente mafiosi, geneticamente corrotti. Esiste però una consolidata consuetudine del potere, che in Italia, dal momento dell’Unità in poi, ha sempre previsto che un diritto del cittadino sia trasformato in un favore concesso.

E di più: esiste una consolidata impostazione culturale coloniale che in Italia prevede che il diritto di un meridionale sia visto come un favore concesso da un settentrionale: ciò che al Nord è andato o va, nei decenni, sotto la voce investimenti, al Sud è sempre stata considerata una spesa. Al Nord si investe, al Sud si assiste.

Ha sempre ragionato così, il potere nell’Italia falsamente unita. E ha sempre alimentato, attraverso questi meccanismi, il giogo della corruzione, a qualsiasi latitudine.

E’ anche per questo che è da Sud che va lanciata, finalmente, la sfida dell’autonomia: autonomia innanzitutto culturale rispetto al modo di fare politica di tutti i partiti radicatisi in Italia, che da destra, da sinistra o dal centro hanno comunque introiettata l’impostazione coloniale prima descritta.

Dal Sud meridiano, centro del mediterraneo, va finalmente lanciata una proposta forte di auto-governo, che non vada nel solco ipocrita e chiuso del leghismo, che ne faceva una semplice questione di soldi, di ricchezza da non voler redistribuire.

Un’autonomia che parta da Sud vuole dire farla finita con le pratiche corruttive, vuol dire eliminare la parola ‘assistenzialismo’, vuol dire riprendersi in mano il proprio destino, per un territorio che non vuole più fare affidamento su presunti salvatori che vengono da altrove.

Autonomia significa, infine, creare finalmente una classe dirigente meridionale e meridionalista, cosciente della propria storia millenaria, della propria  identità e disposta a condurre la più affascinante delle battaglie, ambientali culturali sociali e politiche: rendere finalmente bellissima questa nostra terra, nobile e disgraziata.

Risveglio civile del SUD? No, terrore del terrone

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni

Un fantasma s’aggira per lo Stivale, seppur esorcizzato da opinionisti ben pagati, politici servili e (i)mprenditori interessati del nord, lo spirito del Sud non svanisce, si presenta davanti alla porta dello Stato italiano e bussa forte per chiedere il conto di 155 anni di discriminazioni economiche, vessazioni sociali, povertà galoppante, disoccupazione da terzo mondo, migrazioni bibliche, mafie mai combattute, pregiudizi subiti e razzismo leghista mai stigmatizzato.

Seppur bollato e scacciato come “nostalgico neoborbonismo” prima e come “revanscismo meridionale” poi, lo spirito del nuovo Sud aleggia in centinaia di comitati e associazioni popolari, che dagli Appennini abruzzesi al Manzanarre siciliano, dicono no alla devastazione di una terra di ineguagliabile bellezza, rovinata da finanziamenti statali negati, estrazioni petrolifere selvagge, sversamento di rifiuti tossici, fabbriche monstre, grazie a un ceto politico complice degli interessi finanziari di mafie e grande finanza del nord.

Il risveglio civile del Sud è sotto gli occhi di tutti, se n’accorge persino l’università britannica del Kent, mentre il terrore dei nostri potentati è rappresentato dal cosiddetto “revanscismo borbonico”. Strano che quando i leghisti lombardo-veneti e gli “intellettuali” veneziani più a la page, come l’ex sindaco e filosofo di barba Massimo Cacciari, inneggiano al passato “buongoverno” asburgico, nessuno gli ricorda che gli austriaci, sebbene più progressisti dei Savoia, erano ben più conservatori dei Borbone, ai quali imposero nel 1821 di abolire la costituzione democratica promulgata da re Ferdinando I. E strano anche che, mentre il Sud si ribella contro la devastazione ambientale e sociale, il nord, pur subendo le stesse piaghe, non si ribelli. Sarà forse perché il cittadino settentrionale, come sostiene qualcuno, è ben compensato economicamente, e a pancia sazia e portafoglio pieno non s’accorge dell’aria malsana che respira, a partire da quella emessa dalla impressionante corruzione politica che l’affligge?

Ora che il Sud si pensa da sé, senza affidarsi al pre-giudizio dell’intellettualità tardo crociana italiana, le cui analisi, stranamente quando si parla di Sud, da storico-sociologiche si fanno “antropologiche”, come avviene per tribù e popoli sconosciuti, la ribellione del Mezzogiorno viene bollata con marchi infamanti, come a suo tempo si faceva con quella dei briganti. Come ce ne dava contezza Antonio Gramsci, intellettuale anticrociano per eccellenza.

Non capiscono, o peggio non vogliono ammettere, che è in atto un risveglio civile, frutto dell’alto tasso di nuova scolarizzazione e di antica cultura dei meridionali che, reagendo all’alto tasso di disoccupazione e discriminazione sociale, si fa coscienza politica, attraverso il recupero dell’autostima, ridotta al lumicino da un secolo e mezzo di accuse infondate e di pregiudizi razziali, da parte del dominante potere economico-politico-culturale italiano. Coscienza politica che passa attraverso la consapevolezza della condizione semi coloniale cui è stata ridotta la loro terra dallo stato italiano.

C’è chi sostiene, a parziale ragione, che l’azione politica meridionalista vada preceduta da una lunga battaglia culturale che restituisca consapevolezza identitaria “duosiciliana” ai meridionali. Verità parziale perché, se così fosse, non si capirebbe perché la lega nord, sprovvista di identità storica, poiché la cosiddetta padania è un’invenzione, e sprovvista finanche di cultura, abbia riscosso velocemente tanto consenso nelle regioni del nord. La spiegazione è che hanno saputo unirsi rivendicando interessi economici, beceri, di pancia, egoisti e ingiustificati quanto si vuole, ma concreti, inventandosi un nemico immaginario quale il “terrone”. In questo sostenuti e finanziati dai gruppi industriali del nord che temevano la nascente concorrenza industriale del Sud.

La politica, è marxianamente economia politica, ciò che occorre alla formazione di un partito meridionalista è un chiaro progetto economico agitato da leader preparati e carismatici. Al momento invece, lo spirito del Sud, lacerato da divisioni interne, individualismi puerili, manie di protagonismo, visioni ancora immature, nonostante i molti tentativi, è ancora lontano dal farsi spirito politico organizzato. Quando questo, com’è prevedibile, accadrà e il Sud si darà un movimento politico forte, come reagirà lo Stato nordcentrico italiano? Accetterà le giuste rivendicazioni meridionaliste come fa da trent’anni con quelle ingiuste del nord leghista o passerà alla repressione feroce? Non lo sappiamo, ma è giusto che si capisca che il Sud non può andare più avanti così e che l’Italia senza Sud è condannata alla disfatta.