Monthly Archives: Ottobre 2015

Catalogna: 5 domande a… Enrico Inferrera

Share Button

Abbiamo chiesto a vari esponenti del mondo meridionalista cosa ne pensano della recente elezione in Catalogna.

Stasera vi proponiamo il punto di vista di Enrico Inferrera, Segretario di Unione Mediterranea.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

E’ sempre interessante osservare i processi culturali e politici di un popolo che cerca,con fatica,di riappropriarsi della propria identità.
Detto ciò,non mi sembra, che,malgrado il risultato ottenuto di una maggioranza ma con due partiti diversi insieme,ci sia stato un plebiscito per i sostenitori dell’indipendenza. C’è da prendere atto che la Catalogna è divisa a metà tra indipendentisti e non. E’ un processo che sia pure in fase avanzata,non è ancora completo.

Il nostro Sud è ancora fortemente soggiogato dalla pseudo cultura unitaria propinata in 154 anni,esiste ancora in larghi strati della popolazione un senso di “minorità” che impedisce quella presa di coscienza necessaria per intraprendere il cammino dell’indipendenza. Le disparità di trattamento tra centro-nord e Sud acuitesi negli ultimi venti anni stanno,tuttavia,producendo un nuovo senso di appartenenza che sebbene abbia i con connotati della rabbia e della disperazione, conduce alla conoscenza ed al cambiamento di mentalità. Poi c’è il problema della sudditanza rispetto ai centri di potere, non solo economico, del nord, che,indubbiamente,riesce ad addomesticare molti uomini del Sud desiderosi di fare carriera. E’un percorso iniziato da qualche anno,anche grazie ai libri di Pino Aprile che hanno avuto una significativa diffusione. Siamo molto in ritardo rispetto ai Catalani ma stiamo accelerando.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Non vedo molti punti in comune tranne quello di avere una forte identità territoriale ed una storia diversa dallo Stato di cui fanno parte. La Catalogna,anche con alterne vicende storiche,ha quasi sempre goduto di una certa autonomia. Il nostro Sud è stato brutalmente invaso e conquistato,e successivamente depredato delle sue ricchezze. Ancora oggi è mortificato con scarsi investimenti e falsi stereotipi.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La grande differenza è data dalle condizioni economiche completamente diverse. La Catalogna è la regione con l’economia più forte della Spagna,il nostro Sud ha grandi difficoltà. E poi, cosa molto importante, è diverso il senso di appartenenza: i catalani sono uniti,noi al Sud non riusciamo a sentirci ancora figli della stessa terra. Siamo stati divisi dal concetto antistorico delle regioni. Ci sentiamo campani,siciliani,calabresi,pugliesi,lucani. Addirittura esistono contrapposizioni all’interno della stessa regione. In Campania un avellinese non si sente napoletano e siamo a pochi chilometri di distanza. Come riuscire a trovare un’identità comune?

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Non dipende,quindi,solo dalle diversa ricchezza delle due macroregioni ma dalla diversa evoluzione del senso di appartenenza. Anzi,per una città come Napoli,un percorso di autonomia può essere importante per il suo rilancio economico e per responsabilizzare le classi dirigenti che inevitabilmente devono essere espressione del territorio. Tutto il Sud deve iniziare un processo di unificazione mettendo da parte i localismi e iniziando a parlare di Sud come un’unica terra,con storia e problemi comuni. Non parlerei di secessione ma di macroregione con norme comuni ed un progetto di sviluppo comune. Lavorare per un’ipotesi di forte aggregazione di tutto il Sud aprirebbe nuovi scenari.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

L’Unione Europea deve ritornare ad essere quella immaginata dai padri fondatori pertanto deve saper comprendere le istanze che nascono dai territori e le evoluzioni conseguenti. La battaglia dura per i catalani sarà l’indipendenza dalla Spagna,raggiunto questo obiettivo starà a loro scegliere se entrare o no nell’UE. Ma siamo sicuri che lo vorranno?

Soglie di povertà assoluta: aiuti solo al Nord. Renzi, il Robin Hood… dei ricchi

Share Button

In un paese che si definisce unito geograficamente e culturalmente, che condivide valori e propina retorica patriottica da mano sul cuore nei salotti tv pomeridiani, non esisterebbe alcuna forma di discriminazione territoriale.

Immaginiamo di venire a conoscenza del metodo di ripartizione dei fondi per le famiglie povere proposta dal premier Renzi e di scoprire che tale ripartizione avviene effettuando una grave forma di discriminazione verso una certa categoria. Sembra assurdo in un paese che vuol dirsi civile e democratico, eppure accade.

Fino al 2002 l’Istat ha misurato la povertà assoluta senza differenze territoriali, mentre dal 2005 le soglie di povertà vengono calcolate tenendo conto delle tre macroaree “Nord – Centro – Sud”, così come richiesto dalla Lega Nord, che proprio in quell’anno era molto forte politicamente, con cinque esponenti in ministeri chiave. Per ricordarne solo uno: Umberto Bossi prima e Roberto Calderoli dopo, al dicastero per le Riforme Istituzionali e Devoluzione.

Negli ultimi dieci anni il criterio delle soglie territoriali non ha avuto conseguenze sul piano pratico perché nessun governo è riuscito a mettere in atto un provvedimento sul calcolo delle soglie di povertà assoluta. Con la proposta di Renzi invece, tali soglie saranno operative.

A guardare nel dettaglio (lavoro svolto da Marco Esposito e pubblicato su Il Mattino del 1 Ottobre 2015), le soglie territoriali di ripartizione sembrano tener conto anche di un ipotetico stile di vita, un dato che falsa i valori, come la stessa Istat avverte: “Le ragioni ora esposte sconsigliano, quindi, l’utilizzazione dei dati sui livelli dei prezzi per confronti territoriali”.

Le soglie di povertà sono calcolate in modo che esse siano più alte al Nord, con la conseguenza che il 55% della povertà risulti al Centro Nord. In pratica un nucleo familiare composto da una coppia con due figli che dispone di 1200 euro al mese è considerata povera se vive al Nord e agiata se vive nel Mezzogiorno, quindi non necessita di aiuti.

Eppure ogni indagine sulla deprivazione materiale, cioè l’incapacità, per scarsità di risorse, di accedere a beni e servizi essenziali, mostra che le Regioni più povere sono quelle meridionali.

Una possibile obiezione potrebbe essere rappresentata dall’idea il costo della vita al Nord sia mediamente più alto, ma un’indagine dell’azienda Nielsen rivela che, a parità di prodotti, la Regione più cara è la Calabria. Dov’è il trucco allora?

Nel sistema di calcolo dei prezzi. Se immaginiamo la povertà assoluta come un paniere di beni da acquistare, nel paniere dei prodotti di una famiglia povera non rientrano beni ritenuti non necessari (vacanze e automobili), ma rientrano i così detti beni indispensabili tra i quali la cucina e il frigorifero, la tv e il cellulare, considerati socialmente indispensabili. E’ definita povera perciò la famiglia che non riempie il paniere, cioè che non può permettersi di acquistare i beni minimi necessari.

Seguendo l’esempio di Esposito, consideriamo il costo, o valore economico, di un televisore. Secondo le rilevazioni Istat il televisore più venduto al Nord costa 238 euro mentre al Sud 171. Risulta difficile credere che il prezzo dello stesso prodotto all’interno dello stesso paese vari addirittura del 30%. La ragione di questo gap sta nel fatto che i costi indicati riguardano lo stesso genere di prodotto (il televisore ad esempio), ma non dello stesso tipo, marca, risoluzione, ecc… La tv più venduta al Sud dal valore di mercato di 171 euro è forse tra le più economiche e di media qualità rispetto al bene più diffuso al Nord.

Risulta quindi evidente, che il metodo di confronto dei prodotti non si basa sul calcolo dei prodotti più economici ma sul calcolo dei prodotti più venduti. Per valutare il costo della vita al Nord, al Centro e al Sud, il confronto dei prezzi andrebbe fatto su un prodotto identico per tipologia, marca e qualità.

Confrontare semplicemente due prezzi, come ribadisce “l’Osservatorio Prezzi”, è sbagliato: “Le quotazioni possono riferirsi a diverse combinazioni di varietà, marca e confezione. Le ragioni ora esposte sconsigliano, quindi, l’utilizzazione dei dati sui livelli dei prezzi per confronti territoriali”.

Da queste osservazioni è quanto mai chiaro che i confronti territoriali generano un sistema iniquo della ripartizione dei fondi di aiuto alla povertà: a un nucleo familiare di Bari composto da due genitori e un bambino, con reddito mensile di 1000 euro non spetterà alcun aiuto, ma spetterà ai nuclei parimenti composti e di pari reddito se residente al centro nord. E’ come se alla famiglia settentrionale spettasse un aiuto maggiore perché ha il diritto di acquistare un prodotto più costoso o di miglior qualità a causa di un supposto stile di vita medio più alto che al sud.

Tale ragione per noi di MO/UM è del tutto inaccettabile. Fa specie constatare che il metodo di ripartizione descritto sarà fatto ad opera di un Governo che si definisce di sinistra e che afferma (a chiacchiere), di avere tanto a cuore il Mezzogiorno.

Tabella tratta da "Il Mattino" del 1 Ottobre 2015

Tabella tratta da “Il Mattino” del 1 Ottobre 2015