Monthly Archives: Ottobre 2015

Il Sud muore, anzi no. Il gioco delle tre carte di Renzi

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

A soli due mesi dall’allarme sulle catastrofiche condizioni economiche del Sud, oggi la Svimez corregge il tiro, fotografando una situazione leggermente diversa: non è solo il Nord che cresce del 1%, anche il Sud, dopo sette anni di caduta libera, è in ripresa, ma dello 0,1%. Insomma, si sarebbe fermata la spirale negativa, dopo aver toccato il fondo nel 2014, con risultati da incubo: disoccupazione generale al 20,2%, disoccupazione giovanile oltre il 60%, emigrazione di 120.000 unità l’anno, investimenti del 40% inferiori a quelli del Nord e reddito pro capite altresì inferiore del 40% a quello dei cugini che vivono da Roma in su, inferiore persino a quello dei fratelli greci.

Ma, seppure veritiera la fotografia della Svimez, è cambiato veramente qualcosa in positivo in questi mesi al Sud? Repubblica ne approfitta per sparare articoli trionfalistici: “Dopo sette anni, il Sud cresce. Nel secondo trimestre del 2015, rispetto allo stesso periodo del 2014, gli occupati crescono al Sud di 120 mila unità (+2,1%) e di 60 mila unità nel Centro-Nord (+0,4%)”. La ripresa “riguarda tutte le regioni tranne la Calabria, e interessa essenzialmente i settori agricolo e terziario”. Il tasso di disoccupazione “flette leggermente scendendo a livello nazionale al 12,1%: la riduzione riguarda esclusivamente le regioni del Centro-Nord (-0,2 punti), mentre al Mezzogiorno resta al 20,2%”.
Strano, come mai se l’occupazione al Sud è cresciuta di 120.000 unità, il tasso di disoccupazione resta fisso al 20,2%? C’è qualcosa che non quadra, ad esempio il diverso modo di conteggiare gli occupati in virtù della nuova legge sul lavoro, da Renzi pomposamente chiamata “jobs act” (sapete, il primo inganno sta nelle parole).

Noi crediamo che in questi mesi per il Sud non sia cambiato nulla, zero nuovi investimenti dello Stato, zero incentivi del governo per favorire l’occupazione, zero interventi per migliorare la condizione sociale, s’è mai visto che lo zero moltiplicato per qualcosa aumenti il risultato? Tant’è che lo stesso rapporto Svimez riporta questi dati: “Se sul fronte occupazione si registrano segnali di miglioramento, la situazione sul fronte retributivo non accenna a migliorare: il Sud è sempre più povero con il 62% dei cittadini che guadagna al massimo il 40% del reddito medio.”

A conti fatti, il Sud cresce dello 0,1%, dieci volte in meno che al Nord, esattamente quanto gli investimenti destinati al Sud dal governo, la disoccupazione resta al 20,2%, il reddito pro capite è sempre del 40% inferiore al Nord e il governo continua ad infischiarsene del Mezzogiorno. Vero, c’è il dato “incoraggiante” dei consumi “cresciuti dello 0,1% al Sud”, corrispondente per l’appunto alla cosiddetta crescita del Pil, ma lo stesso rapporto Svimez invita alla cautela, l’impalpabile aumento dei consumi sarebbe dovuto agli 80 euro di aumento dello stipendio. Per chi ce l’ha, al Sud. Per il resto, buio pesto.

Dopotutto, un risultato il promesso e mai visto masterplan del governo per il Sud sembra averlo ottenuto: quello di convincere i giornali “amici” che le cose vanno bene anche quando vanno male. E’ l’illusionistico gioco delle tre carte di Renzi.
Ad essere drammatici, l’inganno mediatico è la tipica procedura dei regimi autoritari, cui l’Italia sembra andare incontro a tappe accelerate. Se restiamo invece nel campo della commedia, diciamola con il magnifico fiorentino antenato di Renzi: “Chi vuol essere lieto sia, di doman non c’è certezza”.

Vabbè al Sud neanche del presente.

La Mala Setta, storie degli intrecci Stato-Mafie nei primi anni dell’Italia una

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“Ormai non è più possibile raccontare la Storia dell’Unità d’Italia senza parlare di mafia e camorra” ha affermato Nando Dalla Chiesa intervenuto sabato scorso alla presentazione del libro “La Mala Setta” del professor Franco Benigno nell’ambito degli eventi “Book City 2015”, tenutisi a Milano, che il circolo MO-Unione Mediterranea Lombardia ha seguito per voi.

Franco Benigno, siciliano e professore ordinario di metodologia della ricerca storica presso l’Università degli Studi di Teramo, riporta nel suo libro un’accurata analisi storiografica della nascita dei fenomeni della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia e come questa s’intreccia alla storia della nascente “Italia una”. “La Mala setta”, destinati a diventare un grande classico delle “controstorie del Risorgimento” ha, tra i tanti meriti, quello di illuminare con una luce scientifica ma appassionatamente narrativa uno dei periodi più torbidi della storia italiana, cancellando l’aura di Padre della Patria a molti esponenti della Destra Storica e raccontando di come ci si serviva dei delinquenti per mantenere l’ordine (la cosiddetta “teoria delle classi pericolose”).

Entusiasti delle tesi di questo saggio, abbiamo rivolto una domanda all’autore: “Professor Benigno, alla luce del suo lavoro, di assoluto valore scientifico, che ha inteso illuminare un contesto troppo affumicato dalla retorica del Risorgimento, cosa si sentirebbe di rispondere al presidente della Commissione Antimafia, Rosi Bindi, che qualche settimana fa ha definito la Camorra tratto costitutivo della città di Napoli e del suo popolo? A quanto emerge dalla sua ricerca, si potrebbe forse affermare che la malavita organizzata è costitutiva dell’intero stato unitario, giusto?”

“Innanzitutto bisogna premettere che in quest’epoca di slogan e di social network, i politici tendono spesso a semplificare concetti molto complessi. E, per questo motivo, bisognerebbe che gli stessi si responsabilizzassero di più quando lasciano dichiarazioni o mettono giù i 140 caratteri di un tweet.

Per quanto riguarda Napoli, ma il discorso si può ben applicare alla mia Sicilia, la Camorra non è tratto costitutivo della città o del popolo, assolutamente no. La camorra è, tuttavia, tratto costitutivo dell’immaginario che, purtroppo, si è inteso diffondere della città di Napoli”

Combattere contro i pregiudizi, dunque, è l’unico modo per contrastare le idee delle menti approssimative di far coincidere una città come Napoli con l’idea ricolma di stereotipi negativi che se ne ha. Ben vengano, dunque, opere di ricerca storica come quella del professor Benigno che nel confutare tesi storiografiche ormai consolidate fanno emergere verità che possono sembrare rivoluzionarie nel tentativo di scardinare la retorica risorgimentale che troppi ancora vedono come un valore irrinunciabile.

LaMalaSetta