MO in quinta – comunicazione sulle verifiche sulla qualità della refezione scolastica

Riportiamo la comunicazione di servizio pubblicata dal presidente di Municipalità Paolo De Luca in merito alle verifiche sulla qualità della refezione scolastica, messe in atto a seguito di alcune segnalazioni. Il nostro consigliere Mimmo Cerullo era presente all’ASL dove sono pervenuti i campioni.

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Pochi minuti fa presso L’unità operativa dell’ASL competente, per la municipalità era presente il cons. Cerullo, si è provveduto alla constatazione dei campioni di cibo prelevati ieri presso la scuola Piscicelli con riferimento al servizio di refezione in essere. Le indagini condotte hanno evidenziato la presenza di un corpo animale da 4mm in uno dei campioni prelevati; in tutti gli altri vi erano solo residui vegetali. Nel pomeriggio di oggi e nei giorni a seguire continueranno le indagini tese a capire anche se il corpo animale è penetrato contestualmente alla cottura degli alimenti o successivamente; contestualmente presso la società erogatrice del servizio si provvederà a verificare ulteriormente tutti i requisiti necessari e di cui al bando di gara. L’Assessore Palmieri lunedì riunirà la Commissione Mensa Centrale cui verranno riferite le indagini condotte; successivamente Assessorato, Municipalità 5 e ASL, che seguono da vicino le operazioni, terranno un incontro pubblico per riferire lo stato delle cose nonché gli eventuali provvedimenti adottati e/o da adottarsi.

Addio al Milano-Lecce, si ferma a Bari. Durata 7 mesi la presa in giro del finto frecciarossa

di Gianluca Coviello dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Sembra di essere in un film comico ma è tutta realtà. Dopo sette mesi il Frecciarossa da Milano alla Puglia non arriverà più a Lecce ma si fermerà a Bari. L’allungamento della tratta era stato accolto con entusiasmo dai salentini e dalla stampa nonostante, da Salerno in giù, Frecciarossa non sia sinonimo di alta velocità. L’abbiamo spiegato più volte su questa pagina ma probabilmente è utile ripeterlo: cambia il treno, è più bello e tutto rosso come quelli che sfrecciano al Nord, ma viaggiando sui vecchi binari non sono veloci. Si era aggiunto poco o nulla al servizio.

Trenitalia e il Governo sin dall’inizio non avevano alcuna intenzione di investire nell’allungamento del finto Frecciarossa. Hanno ceduto alle pressioni del territorio salentino per poi, sette mesi dopo, usare i numeri e dire “avevamo ragione noi”. Serviva, però, una giustificazione a Trenitalia per attuare il piano. Eccola apparecchiata a proposito: il mercato. Il Milano-Lecce nel tratto pugliese è anti economico. Deve fermarsi a Bari tornando all’impostazione iniziale, quella che avevano in mente dall’inizio.

Come in altri casi simili, in questi mesi non si è promosso in alcun modo la nuova tratta né sono stati proposti biglietti a prezzi competitivi con altre tipologie di viaggio. Questo Trenitalia non lo dirà mai, così come non ci sarà una conferenza stampa in pompa magna per annunciare la nuova “inattesa” decisione (i viaggiatori l’hanno scoperto andando ad acquistare i biglietti sul sito).

Quando si parla di mercato a perdere qualcosa è sempre il Sud, sin dai tempi in cui fu progettata la Salerno-Reggio Calabria (se non hanno la macchina i meridionali a cosa serve quella strada?!).
Il provvedimento di oggi di Trenitalia smentisce lo stesso ministro delle infrastrutture Graziano Delrio che pochi giorni fa, in occasione dell’inaugurazione del nuovo tratto Taranto-Potenza-Milano, aveva confermato l’allungamento fino a Lecce anche per il 2017.

Quel che è certo è che i salentini oggi hanno imparato una importante lezione: non ha senso perseguire finti obiettivi campanilistici non vedendo (o non volendo vedere) il disegno nazionale che vuole un Sud silenzioso e sottomesso. Era evidente fin dall’inizio che il Frecciarossa farlocco sarebbe stata una vittoria di Pirro che prima o poi si sarebbe ritorta contro anche ai “finti masanielli”. Quel Frecciarossa è finto, una F-I-N-Z-I-O-N-E.

Bisogna pretendere, invece, lo stesso diritto alla mobilità che è garantito dalla Costituzione ma che è riconosciuto solo ai cittadini del Nord. Ovunque, a Bari come a Trapani. Questo vuol dire alta velocità, quella vera, laddove è sensato realizzarla ma anche Intercity e treni regionali dignitosi.
Il Sud se si salva si salva insieme e ottenendo l’equa distribuzione delle noccioline. Non esultando per quella vuota caduta dalle mani di chi poi tornerà a riprendersela.

De Luca chiede le dimissioni dei medici dell’ospedale di Nola? Noi invece chiediamo le sue!

De Luca chiede le dimissioni dei responsabili che hanno fatto soltanto il proprio dovere soccorrendo dei pazienti e cercando di accomodarle al meglio in un ospedale già ben oltre il limite della propria capienza.
 
Ricordiamo che il ministero della salute finanzia 3,7 posti letto ogni mille abitanti pesati.
Pesati significa che questo dato viene modificato in base ad alcuni parametri. Abbiamo parlato spesso dell’età media, per cui nelle regioni dove si muore prima la sanità viene finanziata in minor misura. Altro parametro utilizzato è quello della mobilità: se le persone non si fanno curare nella propria regione, determinano uno spostamento di fondi.
Questi meccanismi innescano un circolo vizioso che determina un progressivo peggioramento della qualità dell’assistenza sanitaria nelle regioni del sud, a vantaggio di quelle del nord.
Il risultato è che nelle regioni del sud il numero di posti letto è notevolmente inferiore, tra i 3,5 e i 3,2 ogni 1000 abitanti.
 
Tra i governatori che hanno siglato l’accordo Stato-Regioni di fine 2015 che sancisce l’entrata in vigore di queste logiche c’è lo stesso De Luca.
 
Lo stesso De Luca che attualmente è anche commissario della sanità campana.
 
Lo stesso De Luca che invece di assumersi le proprie responsabilità, tenta di scaricarle su degli operatori sanitari che hanno fatto soltanto il loro dovere.

Quando il “Modello Gomorra” viene esportato. Nicotera ed il Movimento 14 Luglio

MO! – Unione Mediterranea esprime il più totale supporto al Movimento 14 Luglio, impegnato sin dalla sua nascita in battaglie a favore della Legalità e della difesa del territorio di Nicotera.

MO! – Unione Mediterranea esprime una forte perplessità nei confronti dell’operato dei media locali e nazionali. Per l’ennesima volta viene commesso il grossolano errore di fidarsi di colleghi che per un motivo o per un altro preferiscono imitare il “Modello Gomorra”, alimentando pregiudizi col solo scopo di acquisire notorietà.

E’ così che a Nicotera, attraverso una vera e propria mistificazione, si è dato adito ad una assurda campagna tesa ad accostare fatti torbidi, vicende scandalose e personaggi loschi a chi ha sempre fatto di abnegazione e specchiata onestà vere e proprie bandiere.

Attraverso il tam tam “giornalistico” si è riusciti a trasformare una legittima richiesta di rettifica in un atto di intimidazione mafiosa. Una civilissima raccolta firme per chiedere la correzione di alcune inesattezze e la rimodulazione di frasi fuori luogo (precedentemente espresse sul Quotidiano del Sud) è riuscita a diventare

una raccolta firma che ha il sapore della delegittimazione nei confronti della cronista da anni in prima linea contro le cosche locali

fornendo al tritacarne mediatico il pretesto per buttare in un unico orribile calderone la ‘Ndrina dei Mancuso e le persone per bene che invece le ‘Ndrine le affrontano da anni, silenziosamente e con eroico coraggio. Poco importa se questa collocazione risulta stretta ed odiosa. Poco importa se qualche esponente di primo piano del Movimento 14 Luglio ha in passato ricevuto gli avvertimenti che la ‘Ndrangheta consuetamente riserva alle persone oneste che la avversano.

Invece di mettere in luce quanto di buono ed esemplare è stato creato da persone come Arturo Lavorato e Felice D’Agostino si cerca di battere vie tristemente note e di sperimentata efficacia, dando in pasto all’opinione pubblica vere e proprie narrazioni più vicine alla retorica di certi “Liristi della minorità” che alla realtà fattuale.

Il “Modello Gomorra”, si sa, garantisce tirature maggiori.

MO in Quinta – Dicembre

Nel mese delle luci e del Natale la Municipalità ha ospitato diversi eventi, tra cui: ‘Merliani in musica’, il solidale ‘pranzo dell’ amicizia’ ed il ‘Christmas Show’, tenutosi il 23 dicembre in piazza Vanvitelli con spettacoli, cori Gospel, musica e con Lino D’Angiò a presentare.

Sul fronte dell’ igiene ambientale abbiamo già parlato del progetto ‘Natale Pulito‘. La municipalità inoltre ha avuto incontri con l’ asìa per discutere delle criticità riscontrate nella raccolta differenziata.

Ci si appresta inoltre ad affrontare la questione dell’ area dell’ ex gasometro, tema di un ordine del giorno del 20 dicembre , proposto dai consiglieri Nasti e Greco e per il quale il consigliere Mimmo Cerullo ha richiesto ulteriori passaggi in commissione affinchè si possano prendere decisioni con il giusto background di conoscenze e meditazione, dedicando all’ argomento un consiglio ad hoc, invitando magari l’ assessore comunale competente.

Le nostre feste del ritorno.

“Paola, stazione di Paola”. I Calabresi che rientrano la conoscono bene. Ma quante stazioni metaforiche esistono nel nostro Sud?

Natale per molti vuol dire casa.

Puoi vivere altrove, costituire in altri luoghi il centro dei tuoi interessi, la casa è però dove sta il cuore; e puoi andar lontano, molto lontano con le gambe, ma il tuo cuore resterà sempre a Sud.

In quegli odori, in quei sapori, in quei riti che si fanno e ripetono ogni anno. Il fumo dai comignoli che rilasciano quel tipico “odore di camino” per le strade, il saluto della gente, caldo e appassionato.
Gli anni passano, ma certe cose no, e i falò sulle strade si fanno ancora con la gente intorno a scaldarsi e sorridersi, alla Vigilia di Natale.

“Sembra che tutto nasca da quel fuoco crepitante e dallo sciame di scintille sollevate dal vento notturno”, scrive Carmine Abate a proposito della sua festa del ritorno.
Ma chi di noi, non ha una sua festa, o qualcuno che torna per la festa del ritorno.
La storia che si ripete, siamo migranti figli di migranti, spesso immersi in vite che in realtà non del tutto ci appartengono, ma ci sovrastano. In fondo lo sappiamo, ma d’altra parte, cos’altro possiamo fare?
Catapultati in un’altra storia, il Natale ci permette di rientrare con un piede nella nostra reale storia.

E allora chiudiamo gli occhi e pensiamo alla nostra futura festa del ritorno, quella che c’è già stata, ci sarà, oppure quella che per quest’anno non si verificherà. Se anche quest’anno non possiamo viverla, proviamo a riviverla nella nostra mente: sentire gli odori, vederne i colori.

I rami possono essere tagliati, ma le radici no, non vengono sradicate. Non importa quanto lontano saremo, quanto i nostri piedi cammineranno: ci sarà sempre una festa del ritorno.

Carmen Altilia

Dossier federalismo fiscale: svelati i trucchi per fregare il Sud.

L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO SMONTA IL FEDERALISMO FISCALE

di Marco Esposito (articolo pubblicato su Il Mattino il 15/12/2016)

Il federalismo fiscale funziona al contrario: toglie ai Comuni in regioni povere e dà con generosità ai Comuni ricchi. E l’effetto cresce nel tempo, con un balzo già nel 2017 se saranno approvati i nuovi fabbisogni standard comunali.
Ecco: se il governo cerca un dossier simbolo dal quale ripartire per segnare una svolta in favore del Mezzogiorno, lo ha già sul tavolo. È la durissima relazione presentata in Parlamento dall’economista Alberto Zanardi, dell’Ufficio parlamentare di bilancio. L’Upb è una struttura tecnica e indipendente voluta dalla Ue per tenere d’occhio i conti degli Stati aderenti all’Unione europea. Zanardi ha messo a punto un dossier denso di dati e di osservazioni critiche che svela (o conferma, per i lettori del Mattino) i trucchi messi in atto per favorire le aree ricche anche quando scatta la solidarietà.

Zanardi, milanese e bocconiano, non si fa scrupolo a tirare in ballo la sua Milano. La quale, è cosa nota, è una città molto ricca e quindi le spetta contribuire non poco al Fondo di solidarietà comunale. In particolare, per la cosiddetta perequazione delle capacità fiscali, Milano versa un gettito di oltre 400 euro per abitante. Non sono pochi soldi, ma a chi vanno? Sono destinati, com’è giusto, a Comuni che ne hanno più bisogno. E chi ha fabbisogni particolarmente elevati? Milano! Che quindi si restituisce 350 euro a testa riducendo l’effettiva solidarietà ad appena 50 euro. «La determinazione dei fabbisogni standard – spiega Zanardi – essendo in parte basata sui servizi effettivamente forniti, rispecchia le capacità fiscali di ciascun Comune». In pratica se un Comune ha alte capacità fiscali (cioè è ricco) fornisce più servizi, da cui si afferma che ha più bisogni e quindi le ricchezze se le tiene, almeno in massima parte.

Tale sistema è già scattato per il 2016 e aveva come paradosso più evidente l’assegnazione di un fabbisogno zero ai Comuni dove nel 2010 (anno di riferimento) non c’era l’asilo nido. Nel 2017, continua Zanardi, il riferimento è aggiornato al 2013 ma c’è stato un «potenziamento dell’attenzione ai servizi effettivamente forniti». L’economista non fa esempi, ma i lettori del Mattino già sanno: a Caserta nel 2013 non c’era servizio di autobus perché la società di trasporto pubblico era fallita e così si è deciso di assegnare alla città fabbisogno zero di trasporto pubblico per il 2017. Come a dire: «Non passa l’autobus? Vuol dire che non ti serve».

Tale regola, va ricordato, è talmente contraria al buon senso e agli obiettivi del federalismo che la Commissione bicamerale per il federalismo fiscale ha chiesto al governo di togliere per il 2017 quegli zeri sul trasporto pubblico locale e sugli asili nido. Il governo Renzi non ha avuto il tempo di dare una risposta. Ecco perché l’esecutivo Gentiloni, che ha fatto dell’attenzione al Sud un proprio marchio di fabbrica, ha l’occasione di dare un segnale concreto, anche perché la relazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio documenta, al di là di ogni ragionevole dubbio, la deriva che ha preso il federalismo, fino a calcolare il punto di arrivo, con Napoli – già oggi la città più colpita – che a regime si vedrebbe tagliato «il 24,3% delle risorse» mentre «Roma accrescerebbe la sua dotazione di risorse del 23%».

Zanardi poi puntualizza che molti problemi nascono dal fatto che siamo «in assenza della fissazione da parte del governo centrale di Lep», ovvero livelli essenziali di prestazioni sociali da garantire in tutta Italia. Con la conseguenza che «si indeboliscono gli incentivi agli enti in ritardo a promuovere un adeguamento delle loro forniture pubbliche» mentre cresce il «rischio di cristallizzare le disparità». Infine, accusa Zanardi, non è mai partita la perequazione delle infrastrutture previste dalla legge 42 del 2009, cioè gli interventi statali per superare i divari storici.

Come hanno reagito i parlamentari della Bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale dopo aver ascoltato il j’accuse di Zanardi? Sono intervenuti in tre. Il presidente della Commissione, il deputato leghista Giancarlo Giorgetti, si è detto allarmato perché, a suo dire, i Comuni della Liguria e quelli della provincia di Sondrio ne uscirebbero «massacrati». Ha preso poi la parola la senatrice del Pd Magda Angela Zanoni che ha chiesto i dettagli regionali: «A me ovviamente interessa il Piemonte», ha precisato. Infine è intervenuta un’altra senatrice del Pd, Maria Cecilia Guerra, la quale pur affermando che a lei come emiliana «va anche bene» si è posta il problema che si stanno assegnando a dei tecnici (la Sose, la Commissione tecnica fabbisogni standard) delle scelte che dovrebbero essere politiche. E i parlamentari meridionali? Assenti o silenti.

Fiume Sarno: la Regione Campania tace e abbandona ancora i cittadini

Le acque inquinate del Sarno scorrono ancora indisturbate sotto gli occhi del Presidente De Luca e del vicepresidente della Giunta regionale Fulvio Bonavitacola, i quali, dopo aver dichiarato e millantato guerra alle esondazioni tossiche del fiume, si sono prontamente defilati per dedicarsi a questioni più urgenti, come la pittoresca propaganda per il Sì a base di fritture.

Il piano, prima che finisse nel dimenticatoio, era quello di arginare (senza risolvere) i danni della bomba ecologica più famosa d’ Europa.

Il piano è tuttora compreso nel Grande Progetto Sarno, inserito nella programmazione europea FERS 2014/2020 – Asse 5 con un investimento di 217 milioni di euro.

Il Progetto, grazie ad una petizione popolare presentata da vari soggetti sul territorio, ha fortunatamente subito un arresto il 23 marzo 2016, grazie alla risoluzione approvata dalla VII Commissione Consiliare Permanente presieduta da Gennaro Oliviero, dopo la quale però la Regione non ha più dato segnali di interesse.

L’impiego dei 217 milioni è rimasto un’incognita e ancora, a distanza di nove mesi, non si vede l’ombra della progettazione di nuove strategie per la risoluzione del problema idrogeologico.

Ben sette Sindaci dei comuni più a rischio (Striano, Poggiomarino, San Giuseppe Vesuviano, Terzigno, Palma Campania, San Valentino Torio e Sarno) hanno indetto un consiglio comunale congiunto  nell’ottobre scorso con l’intento di sollecitare l’intervento della Regione Campania, per:
1) completamento dei sistemi fognari dei comuni ricadenti nel bacino del Sarno;
2) Bonifica delle vasche borboniche Fornillo, Pianillo e ripristino della loro funzione originaria di assorbimento delle acque meteoriche;
3) rifunzionalizzazione idraulica del Canale Conte Sarno;
4) eliminazione delle vasche di Laminazione previste dal Grande Progetto Sarno.

La Regione rimane tuttora chiusa in un assordante silenzio. Eppure qualcosa ha fatto anche De Luca: a causa della Spending Review, la Regione ha dovuto anche sciogliere l’ARCADIS, Agenzia Regionale a difesa del suolo, originariamente preposta proprio a occuparsi di materie come il Progetto Grande Sarno.

I nostri dirigenti-cicala hanno cantato per tutta l’estate, e adesso che l’inverno porta con sé la pioggia e con questa il rischio di esondazioni, a loro poco importa se i fanghi e le acque che allagano i nostri terreni aumentano esponenzialmente il rischio di malattie neoplastiche, principale causa di mortalità nella zona.

Quasi un anno è passato invano e i fondi europei rischiano di fare la stessa fine dei buoni propositi della Regione, la questione ambientale e l’emergenza sanitaria pongono innegabilmente l’attenzione sull’ennesima insolvenza dell’amministrazione campana.

De Luca, se ci sei batti un colpo!

Mezzogiorno: prospettive e sviluppo posticipate al 2020

Lo scorso 10 Dicembre, in un articolo di Andrea Del Monaco pubblicato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, l’esperto di Fondi Europei ha denunciato l’ultimo schiaffo italico alle prospettive del Sud: la manovra 2017, colpo di coda renziano, ha deciso la ripartizione dei 46 miliardi di investimenti previsti per il periodo 2014-2020 del Fondo di sviluppo e coesione.
Il Fondo di sviluppo e coesione, così denominato nel 2011, è finalizzato a dare unità programmatica e finanziaria all’insieme degli interventi aggiuntivi a finanziamento nazionale, che sono rivolti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del Paese. Una nobile intenzione, come forse era quella del governo Letta che, nel 2014, aveva destinato l’80% del fondo al Mezzogiorno.
Cosa ha stabilito la manovra? I miliardi del fondo sono stati ripartiti in modo da rimandare l’investimento di più del 75% del Fondo al 2020. Più precisamente è stato disposto che, in termini di cassa, le autorizzazioni di spesa saranno pari a 2,6 miliardi per il 2017, a 3,5 miliardi per il 2018 e a 3,8 miliardi per il 2019. Il resto, più di 35 miliardi, è stato lasciato ai “posteri”, coloro che disporranno del Fondo tra quattro anni.
Nessun taglio al Fondo, e allora che c’è di male?
C’è di male che al Mezzogiorno sono numerose le opere infrastrutturali che rimarranno quantomeno incomplete nei prossimi anni. Nell’articolo emerge che la posticipazione degli investimenti implica “che non ci sono i soldi per concludere le dorsali ferroviarie Napoli- Bari- Lecce- Taranto, Salerno- Reggio- Calabra, Messina- Catania- Palermo, oppure l’autostrada Sassari Ogliastra”.
Del Monaco imputa tanta scelleratezza all’austerità della cancelliera Merkel e al suo Ministro dell’economia, Schauble, i quali avrebbero imposto di azzerare il deficit strutturale di bilancio nel 2019 ma, che la colpa sia di Renzi o dei diktat, ciò che rimane al Mezzogiorno è una condizione di sottosviluppo infrastrutturale imperdonabile. Mentre al centro-nord crescono i treni ad alta velocità, a Sud si subisce giorno per giorno un vistoso calo dell’offerta: non solo l’alta velocità resta un miraggio, ma negli ultimi sei anni regionali e intercity hanno visto una riduzione dei servizi del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi.
Com’è possibile immaginare sviluppo dove un turista, uno studente o un prodotto impiegano il triplo per spostarsi rispetto a un nord Italia ben collegato, o rispetto a un’Europa dotata di corridoi ferroviari velocissimi e treni merci lunghi due o anche tre volte tanto? E se anche il debito fosse zero, cosa investirebbe il governo per creare opportunità a Sud?
Era meno di un anno fa che il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Graziano Delrio, dichiarava di voler “recuperare il ritardo di decenni per le infrastrutture al Sud”, sempre omettendo che allo sviluppo ferroviario del Mezzogiorno sarebbe stato destinato solo l’ 1,2 % degli stanziamenti dello Sblocca Italia e della legge di Stabilità.
I rapporti Svimez, l’atteso (e disatteso) proposito di un Masterplan per il Sud, l’orribile scontro fra treni sul binario unico del luglio scorso, con le sue 23 vittime, le opportunità offerte dalla rinnovata centralità del Mediterraneo nelle rotte commerciali intercontentali: nulla sembra essere abbastanza convincente da incoraggiare gli investimenti a Sud.
Eppure forse c’è speranza: due meridionali su tre hanno votato NO al referendum, segno inequivocabile che la classe dirigente non gode più della fiducia del Mezzogiorno, e forse sta perdendo un treno che non passerà mai più.

Dossier Pendolaria 2016

di Salvatore Merolla

In attesa del Rapporto Pendolaria 2016, che sarà presentato a gennaio, Legambiente anticipa un dossier in cui mostra le 10 peggiori linee ferroviarie per i pendolari italiani. Dai primi dati presentati arriva la conferma che per il trasporto su ferro, come praticamente per ogni servizio fornito in questo paese, se c’è un Nord messo male, ci sarà un Sud messo peggio. Il perchè è semplice, gli investimenti degli ultimi anni sono stati destinati quasi esclusivamente al potenziamento delle linee ad alta velocità… e di queste linee il meridione di certo non abbonda (per usare un eufemismo). La totale assenza di una strategia di potenziamento non può che portare a una differenza di offerta sempre maggiore tra la rete AV e quella ordinaria; ed è così che mentre sulla linea alta velocità Roma-Milano l’incremento di offerta dal 2007 è stata del 276%, regionali e intercity vedono tagli sui trasferimenti che hanno causato una riduzione dei servizi dal 2010 del 6,5% per i primi e del 19,7% per i secondi. Ogni giorno lavoratori e studenti sono costretti a subire gli effetti di questi tagli: diminuzione delle corse, aumento dei tempi di percorrenza, degrado dei treni e delle stazioni; disservizi che, sebbene presenti in tutto il territorio italiano, insistono maggiormente nelle regioni meridionali creando una forte disomogeneità che dovrebbe essere contrastata con interventi massicci da parte dello Stato.

Emblematico l’incidente del 12 luglio 2016, il drammatico scontro fra treni su una linea a binario unico tra Andria e Corato, che evidenziò ancora una volta la diversa situazione delle linee regionali nel paese, anche in termini di sicurezza. Proprio la regione pugliese piazza una linea all’ottava posizione tra le 10 peggiori: la Bari-Martina Franca-Taranto, 112 km quasi tutti a binario singolo (e un’imbarazzante velocità media di appena 41 km/h) per una linea che secondo la Regione Puglia dovrebbe servire 700 mila utenti tra pendolari e turisti.

Osservando le tabelle di Legambiente salta subito all’occhio la differenza tra regioni come Lombardia e Sicilia: la prima vanta 2300 corse al giorno per 10 milioni di abitanti; la seconda, nonostante di abitanti ne abbia 5 milioni, arriva a malapena a 429 corse giornaliere. Nel dossier la situazione siciliana viene definita testualmente “indegna di un paese civile che fa parte dell’Unione Europea”. La Sicilia sfiora il podio piazzando al quarto posto la Messina-Catania-Siracusa, linea che ha visto negli ultimi 15 anni una diminuzione dei treni del 41% e un abbassamento drastico della velocità media.

Medaglia di bronzo per la linea jonica che collega Reggio Calabria a Taranto. In questo caso “collega” è un parolone, parliamo di 4 corse giornaliere (di cui 1 sola diretta, con oltre 7 ore di viaggio), la più veloce impiega 6 ore e 15 minuti con 3 cambi (l’ultimo addirittura in pullman). Una linea disastrata, a binario unico e non elettrificata, che dal 2010 ha subito ulteriori tagli con la cancellazione di 2 intercity, 4 intercity notte, 5 treni espresso, 7 treni espresso cuccetta, 2 treni interregionali.

Sfiora il triste primato, superata solo dalla Roma-Ostia Lido, la Circumvesuviana. La rete ferroviaria, che si estende per 142 km distribuiti su 6 linee e 96 stazioni, fa parte del gruppo EAV e viene definita da Legambiente “la vergogna della mobilità in Campania”. I pendolari che si servono della Circumvesuviana devono fare i conti con i ritardi quotidiani, le corse soppresse (a centinaia in un anno), il degrado di treni e stazioni, la scarsa sicurezza. Negli ultimi anni il numero di treni a disposizione è sceso da 94 a 56, le corse da 500 al giorno a quasi la metà. Quasi identica la situazione delle altre linee gestite da EAV… e stiamo parlando di linee che servono un’area metropolitana di 3,5 milioni di abitanti! Ovviamente il calo di passeggeri dopo anni di disservizi non è tardato ad arrivare, i numeri dal 2010 ad oggi sono impietosi: da 40 a 27 milioni per la Circumvesuviana, da 20 a 11 milioni per Circumflegrea e Cumana, da 67 a 40 milioni per MetroCampania Nordest. L’altra linea del gruppo, l’Alifana, vede ormai l’utilizzo di solo 8 treni diesel, sostituiti nei festivi dal servizio bus.

Altro capitolo nero è quello dell’età dei treni. L’età media in Italia è 17,2 anni, migliorata rispetto allo scorso anno (18,6) solo perchè alcune regioni (come Lombardia, Toscana e Veneto… chi se lo può permettere insomma) hanno rinnovato il parco rotabile. Le prime 4 regioni nella mortificante classifica dei treni più obsoleti sono Abruzzo, Basilicata, Sicilia e Calabria, con un’età media che oscilla dai 22 ai 24 anni. Parliamo di treni dove manca il riscaldamento in inverno e l’aria condizionata d’estate, dove i servizi igienici lasciano a desiderare e la parola comfort diventa pura utopia. L’innalzamento dell’età media dei convogli ha portato anche a un sensibile rallentamento su alcune linee che, come nel caso della Siracusa-Gela, ha riportato i tempi di percorrenza a quelli di 20 anni fa!

Il dossier si chiude marcando bene la situazione del meridione, non occorre aggiungere altro a queste parole:
“Si tratta di un’Italia a due velocità: il successo dei Frecciarossa da una parte e i tagli a intercity e treni regionali dall’altra con una forte emergenza al Sud. In Italia aumentano le persone che viaggiano in treno, ma con dinamiche molto diferenti da Nord a Sud. Un Paese dunque con sempre più treni di serie A e B, dove si evidenzia in alcune città una vera e propria emergenza per i pendolari, mentre al sud come una grande questione nazionale”.

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