Author Archives: Andrea Melluso

Qualcosa non funziona

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Sergio Ragone è un blogger attualmente molto quotato e – nonostante orbiti in area PD – molto attento alle tematiche meridionali.

Se anche lui cede alla trappola del “piagnisteo”, allora è proprio il caso di dire che qualcosa non sta andando per il verso giusto, eufemisticamente parlando. In un articolo del 15 marzo pubblicato sull’Huffington Post Ragone parla della “pentola a pressione”, ovvero di quelle potenzialità che il meridione sta portando in ebollizione da tempo, e che non aspettano altro se non di essere liberate. Chiede ai suoi referenti politici, però, di non cedere al c.d. “piagnisteo”. Lui la chiama “retorica del riscatto” dipingendo implicitamente come un disfattista rassegnato chi denuncia le solite storture che gravano sul meridione.

Se è vero (e purtroppo lo è) che l’azione politica del meridionalismo moderno si esaurisce spesso nei rivoli dispersivi delle frasi fatte e dello sventolio autoreferenziale di vessilli della Real Casa, è altrettanto vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio. Anzi, non si deve, perché oltre a questo atteggiamento ne esiste uno più costruttivo, basato su attente analisi e sull’impegno concreto. Parlare semplicisticamente di “retorica del riscatto” appiattisce una realtà estremamente variegata e complessa, e derubrica l’attivismo meridionalista di stampo più concreto a “buffonata per nostalgici o rassegnati”.

Negare la legittimità di certe istanze significa, indirettamente, negare gli stessi problemi che quelle istanze intendono affrontare. Come fa, Ragone, a spacciare per risolta la questione meridionale?

Questo Mezzogiorno non deve riscattarsi da nulla, anzi ha già pagato lo scotto di errori fatti da altri, ma ne è venuto fuori con la forza delle proprie idee, con la passione che lo racconta, con le intelligenze che lo animano“.

Si rimane molto perplessi a leggere certe frasi, soprattutto se – come ripetiamo – si tende a riconoscere una certa attenzione a chi le scrive. Concordiamo naturalmente sull’estrema presenza e vitalità delle nostre forze, ma come si può dire che il Sud sia “venuto fuori” se le infrastrutture sono inesistenti a causa del totale disinteresse della classe politica meridionale? Come si fa ad assolvere tale classe politica facendo passare per buono il fatto che se errori ci sono stati essi sono avvenuti nel passato?

Non abbiamo capito, leggendo Ragone, come mettere a frutto le nostre innegabili qualità in assenza di una infrastruttura produttiva equipollente a quella settentrionale fermo restando che – a quanto pare – chiedere di ottenerla si configura come “retorica del riscatto”.

Qualcosa non funziona. Non si capisce cosa però. Sarà un calo d’attenzione di Ragone, o il fatto che la nostra fonte di notizie sul sud sia diversa dalla sua, ma non ci capacitiamo di come si possano deresponsabilizzare i nostri amministratori, sostenendo che tanto bastano “le idee, la passione, l’intelligenza”. Sarà, molto più probabilmente, la solita, dannata colonizzazione mentale che ci impedisce di ritenere legittima la nostra voglia di riscatto.

Una classe politica “normale”, ovvero l’esigenza eccezionale del Meridionalismo moderno

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Se guardiamo alla normalità politico-amministrativa occidentale (e questo esclude l’Italia, dall’analisi) vediamo che pressoché ovunque, la politica locale si fa espressione degli interessi della comunità che rappresenta. Secondo il paradigma della sussidiarietà, più particolare è l’ambito geografico, più ristretto sarà l’ambito territoriale delle istanze proposte. Viceversa più ampio diventa il raggio e più inclusiva e “generica” diventa l’azione politica.

Naturalmente questa è una brutale semplificazione, ma si può affermare che il modello “regge” il confronto con la realtà di parecchi paesi europei, ad esempio. In strema sintesi, la politica è – a vario livello, ed a varie quote – rappresentativa della comunità che la esprime. Come dimostrato chiaramente dalla cronaca quotidiana, però, non tutto fila sempre per il verso giusto. Se non ci si fa accecare da facile retorica giustizialista si vedrà chiaramente che la politica è un fenomeno umano, ed in quanto tale non perfetto. Globalmente parlando il sistema sembra reggere e farlo in maniera equa perché, a fronte dei casi in cui l’individuo sceglie di servire gli interessi specifici più che quelli collettivi, se ne conta una schiacciante maggioranza in cui i delegati rendono effettivo conto alla cittadinanza che ha accordato quella delega.

I disonesti ci sono dappertutto, insomma, ma quando sono “diffusi” in ambienti generalmente sani il loro impatto è minimo, e questo garantisce una diffusa e corretta tutela politica, indipendentemente dalle aree geografiche o dai settori che esprimono le varie deputazioni.

Nel paese che ci ospita non funziona così. La classe politica nazionale fa – in genere – gli interessi di un’unica area geografica, e questo è dovuto al più banale dei fattori: chi deve tutelare il settentrione lo fa, chi deve tutelare il meridione NON LO FA. Al contrario di quanto avviene nei paesi “normali” la classe politica meridionale cura ESCLUSIVAMENTE E MASSICCIAMENTE interessi particolari facendo mancare al Sud il necessario set di tutele da contrapporre ai politici “nordcentrici”.

Intendiamoci: non che la classe politica del settentrione d’Italia sia più onesta, anzi… Quantomeno, però, ha la decenza di affiancare ai suoi appetiti pantagruelici un minimo di attaccamento al territorio. L’esercizio aritmetico risulta nel più facile dei “quattro”. Il confronto politico così avviene fra due filosofie politiche che condividono la truffaldineria, ma non l’attenzione al territorio ed a farne le spese siamo noi cittadini Meridionali, ovvero quelli che non sono riusciti ed esprimere dirigenti interessati alla propria realtà locale.

Dai gattopardi ottocenteschi in qua, la classe dirigente meridionale ha SEMPLICEMENTE FATTO ACQUA in merito alla tutela della propria gente.

Ed allora se si vuole risolvere la questione meridionale, bisogna fare ciò che non si è mai provato a fare. Bisogna fare qualcosa di RIVOLUZIONARIO: cercare la NORMALITA’.

Formare una classe politica meridionale che sia NORMALE nel suo impegno di tutela; NORMALE nei meccanismi di avvicendamento; NORMALE nell’adattarsi al civile e democratico controllo del proprio operato; NORMALE, e quindi RIVOLUZIONARIA.

Non è un paese per statistici – Illazioni in libertà sulle esenzioni dal ticket sanitario

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Ed i cattivi siamo noi, come al solito…

Domenica 12 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo, firmato da Michele Bocci, che mette in risalto le differenze di entrate da ticket sanitario tra nord e sud. Il ticket altro non è che una tassa pagata dai cittadini per la prestazione sanitaria pubblica, con un sistema di esenzioni previste per particolari patologie, fasce di età e di reddito.

Nel fantastico mondo del giornalismo italiano (o toscopadano, fate voi) non capita raramente di leggere titoloni del tipo “Così i veneti pagano il quadruplo dei siciliani”. Dati alla mano il giornalista avrebbe potuto scrivere anche “Così i valdostani pagano più del doppio dei lombardi”, ma tra i due titoli, entrambi veri, ha scelto il primo. Come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso si fa centro. Per fugare ogni dubbio basta leggere come vengono interpretati nell’articolo i dati forniti da Agenas (l’Agenzia nazionale delle Regioni); senza nessun dato a supporto viene sentenziato che la differenza di spesa pro capite per il ticket sia dovuta ad una maggiore presenza di esenzioni false nel meridione.

L’unico dato inoppugnabile è che la differenza di entrate da ticket esiste, ma invece di cercare di capirne le cause si salta ad una conclusione che non è dimostrata nè, probabilmente, dimostrabile. Il parametro che forse ci aiuta maggiormente ad interpretare i numeri, più del reddito pro capite, è la percentuale di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Se prendessimo in considerazione il reddito avremmo un’indicazione su quali regioni siano più povere ma non su quanti poveri ci siano nella stessa, ed è quest’ultimo dato che incide maggiormente sulle esenzioni. Facile fare confronti impietosi tra Sicilia e Veneto sulla spesa pro capite per il ticket (9€ la prima contro i 36€ della seconda, da qui il titolone), più difficile prendere in considerazione i dati Istat sull’incidenza di povertà, che vedono la Sicilia al 25,3% contro il 4,9% del Veneto (2015). Stesso discorso per il paragone fatto tra Campania ed Emilia Romagna.

Eppure nemmeno questo basta per comprendere differenze così marcate tra una regione e l’altra; ci sono casi in cui regioni con basse percentuali di povertà, come Lombardia e Lazio, incassano meno di ticket rispetto ad altre con percentuali di povertà maggiori, come il Friuli. Quali altri parametri entrano in gioco allora? Evidentemente oltre alle esenzioni per reddito bisognerebbe analizzare un quadro più ampio, come considerare le differenze di costo del ticket stesso tra le varie regioni, o mettere in conto che nelle regioni più ricche ci si affida di più alla sanità privata (questo potrebbe spiegare i casi di Lombardia e Lazio riportati sopra), o ancora valutare la cosiddetta migrazione sanitaria (quanti meridionali vanno a curarsi al nord e quante volte avete visto fare il contrario?).

Troppe carte in gioco per riuscire davvero ad avere la risposta in tasca… a meno che non siate un giornalista di un qualsiasi giornale italiano; in quel caso potrete addirittura scrivere un articolo su Repubblica, sostenendo per ben 4 volte che le esenzioni siano false senza avere nessuna prova. Nulla di nuovo, il solito giornalismo italiano tendenzioso fatto di pregiudizi ed illazioni.

L’interpretazione efficace del dato potrebbe aiutarci a risolvere il problema, ma tira meno in termini di copie vendute.

Questo non è un paese per statistici o analisti, ma per giornalai (sia che svolgano onestamente questo mestiere, sia che invece si definiscano impropriamente giornalisti).

Insegnanti e scuola: il Sud come una colonia.

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di Ciro Esposito

Oggi su “Repubblica” e “Fatto Quotidiano” si parla di scuola. Sono notizie che si tengono per mano perché evidenziano la disparità di trattamento tra Nord e Sud nelle politiche scolastiche e mostrano come esse non siano il frutto di provvedimenti circoscritti e occasionali, ma il risultato di una strategia di lungo periodo.

Cominciamo con “Repubblica”, che annuncia: ”Prof meridionali al Nord, poche chance di ritorno vicino a casa”. Sono gli effetti collaterali della “Buona Scuola” applicata al Meridione che gli insegnanti del Sud denunciano, inascoltati,  da tempo.  Quando la legge venne varata, gli insegnanti indotti al trasferimento parlarono di “deportazione”. Una parola forte che suscitò polemiche perché la deportazione non prevede l’assenso di chi  viene trasferito.  Tuttavia, se l’alternativa al trasferimento è il depennamento dal piano delle assunzioni, magari dopo venti e passa anni di precariato e dopo aver costruito carriera (e famiglia) altrove,  si capirà come la protesta fosse pienamente legittima. Vogliamo parlare delle retribuzioni? Lasciamo perdere, sono di dominio pubblico. Ora la doccia fredda: le illusioni di un rapido ritorno a casa, alimentate anche dalle voci sindacali più moderate,  vengono smentite dai freddi numeri pubblicati dal quotidiano romano. Chi è partito resterà lontano, il rientro è affidato alla lotteria di trasferimenti centellinati.

I media ripetono con tono colpevolizzante che “i posti sono al Nord”. “Il Fatto Quotidiano” ci dice che potrebbero essere pure al Sud. Quasi a completamento dell’articolo di “Repubblica”, F.Q, ci ricorda che a scuola “il tempo pieno è una prerogativa solo del Settentrione”, dove ne usufruiscono il 38% degli studenti a fronte dell’11% del Sud (e del 4,2% della Sardegna!). Vale la pena ricordare che il tempo pieno venne introdotto negli anni Settanta per rispondere ai bisogni sociali dei territori, per recuperare lo svantaggio sociale degli studenti attraverso tempi di apprendimento più distesi e una più varia e attenta offerta scolastica.

Paradossalmente, la scuola manca dove servirebbe di più. Un governo che fosse attento a sanare gli squilibri territoriali impegnerebbe gli insegnanti meridionali “a casa loro” anziché spostarli di centinaia di chilometri, impoverendo ancora di più i loro luoghi di origine. A ben vedere, anche in questo caso, siamo – a piedi uniti – dentro una logica coloniale.

La calata dei lanzichenecchi leghisti è fallita, ma…

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LA “MARCIA SU NAPOLI” E’ FALLITA, MA CONTRO SALVINI SI POTEVA FARE DI MEGLIO

Facciamola breve. La marcia (dell’11/03 ndr) su Napoli dei leghisti è fallita. Qualche centinaia di amici di Salvini provenienti dalle regioni del Sud, composti da capiclan elettorali del centrodestra che offrono i loro voti al miglior acquirente e i pochi fascisti e neonazisti che condividono l’ideologia xenofoba dei leghisti, si sono rintanati nei padiglioni della Mostra d’Oltremare protetti da 1200 poliziotti, mentre fuori un grande corteo di protesta contro la sua venuta sfilava pacificamente, a parte i soliti esagitati che, scatenando episodi violenti hanno dato modo a Salvini e ai giornali di oscurare tutto il resto.

Il corteo ha visto uniti napoletani di ogni ideologia, dai militanti di DeMa, il movimento di De Magistris, che ripropone i temi classici della sinistra, ai neomeridionalisti che, ponendosi al di là di sinistra e destra si battono per il riscatto del Mezzogiorno, rifacendosi ai temi enucleati, seppure con sfumature politiche diverse, da Gramsci, Salvemini, Nitti, Dorso, Zitara e altri, fino ai “neoborbonici” che fanno del recupero della verità storica sulle reali condizioni di civiltà delle due Sicilie e sulla malfatta unità d’Italia il loro cavallo di battaglia. Tutti uniti da un sentimento trasversale di avversione a Salvini e alla lega Nord, memori degli insulti razzisti antimeridionali e del dirottamento verso le regioni del Nord di fondi europei e statali destinati al Sud, di cui gli eredi di Bossi si sono resi responsabili. Dai fondi Fas utilizzati per pagare le quote latte, fino alla ripartizione del 95% dei fondi ferroviari al Centronord, per alta velocità e altre note ruberie, lasciando il Sud in condizioni infrastrutturali e sociali pietose.

Un sentimento trasversale che, per queste ragioni, va oltre l’avversione a Salvini, debordando in un diffuso convincimento sulle ragioni del Sud, che conquista anche la jacquerie dei centri sociali i quali, paladini della lotta alle ingiustizie planetarie, riconoscono nella questione meridionale la più grande ingiustizia italiana. Peccato solo per la loro estrema esagitazione che li spinge alla degenerazione dei metodi della protesta civile mettendoli dalla parte del torto e rendendo, a loro e all’insieme dei manifestanti, un cattivo servigio.

E’ pur vero che il giornalista antifascista Francesco Maratea, mio conterraneo garganico, segretario degli “aventiniani” nel 1924, ricordando le giornate della “mala” marcia su Roma, diceva: “Se dieci persone fossero uscite decise da Aragno con ombrelli e bastoni, puntando su Montecitorio, non avremmo avuto il fascismo”.
Tuttavia, per fortuna non siamo, perlomeno non ancora, a quel punto di violento assalto del potere della destra estrema. Non credo che al Sud si possa arrivare a tanto. Una nuova calata padana del fascismo non troverebbe le condizioni sociali, il blocco storico industriali del nord-agrari del sud, denunciato da Gramsci, non esiste più, e a parte neonazisti e venditori di voti clientelari legati alle mafie, non vedo una grande possibilità di affermazione al sud per un partito che ha “prima il nord” come motto.

A Napoli i movimenti anti Salvini potevano e dovevano fare di meglio. Rinunciando magari al classico corteo, che solitamente permette infiltrazioni di ogni genere, per convocare a Piazza del plebiscito una grande kermesse con la trentina di artisti aderenti al manifesto contro Salvini, da Eugenio Bennato ai 99Posse, a Gragnaniello e altri grandi musicisti, kermesse, questa sì, che avrebbe raccolto decine di migliaia di napoletani, i quali avrebbero potuto seppellire Salvini con un colossale pernacchio corale di eduardiana memoria. Uccide più il ridicolo che la spada.

A proposito di Piazza del plebiscito, Salvini ha dichiarato che il suo prossimo raduno lo farà proprio nella piazza principale, “per liberare Napoli”, dice. La battuta che circola tra i napoletani, in larghissima maggioranza a lui avverso, è “ma chi l’ha liberato a ‘sto Salvini?”

Raffaele Vescera

Delitto di cronaca

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A guardare i telegiornali, quella di oggi a Napoli è stata una manifestazione violenta e, per questo, degna di essere respinta, delegittimata, magari irrisa come velleitaria e buona ad essere contrapposta alla serietà, sana passione e festosità del comizio di Salvini alla Mostra d’Oltremare.

Fin qui l’informazione ufficiale che, come sappiamo, concentra sistematicamente le sue telecamere e i suoi commenti sui pochi violenti, trascurando (di proposito, ritengo) la grande massa dei manifestanti che, con la loro presenza pacifica e appassionata, lanciano un messaggio di protesta e di cambiamento.

Come si dice in questi casi: “Io c’ero” e ho visto un’altra cosa. Ho visto bandiere di tanti colori diversi, striscioni e cartelli soprattutto ironici, ho visto gente che suonava e, soprattutto, non ho visto le scene di guerriglia: perché il corteo era lungo, molto lungo e chi non era nelle immediate vicinanze degli scontri, neppure se n’è accorto.
Già, era tanto lungo: anche questo non è stato riferito dai telegiornali.

Più che di diritto di cronaca, a me pare un delitto di cronaca.
E una vecchia vignetta di Marco Marilungo spiega meglio di mille parole la dinamica di questo delitto.

Antonio Lombardi

Salvini via dal sud. Dal 1989 a oggi: tutte le ragioni per scendere in piazza l’11 marzo.

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Una nota di Pierluigi Peperoni,
segretario nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Troppo semplice identificare nelle ragioni del razzismo antimeridionale le vere ragioni di un’opposizione a Salvini. Nessuno dimentica o sminuisce l’importanza di quel coro cantato a Pontida:

“senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”.

Oppure il suo illuminato intervento al congresso dei giovani padani del 2013:

Ho letto sul Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

Uscite come queste sono solo la punta dell’iceberg di un processo ben più profondo e radicato di cui la lega nord è il principale attore. E’ noto che il razzismo antimeridionale si è tramutato nel corso degli anni in un’azione continua di boicottaggio ai danni del mezzogiorno che ha portato ad un dimezzamento degli investimenti in opere pubbliche a sud. Siamo passati da circa 10 miliardi nel 1989 (anno della fondazione della Lega Nord) a circa 2 miliardi nel 2014.

Il partito di cui Salvini è segretario nazionale ha mostrato una fortissima capacità di incidere trasversalmente su tutti i partiti che si sono succeduti al governo. Che fossero di destra o di sinistra poco importa. Ma l’azione leghista non si è limita a questo. I padani hanno strategicamente occupato ogni spazio politico a propria disposizione per boicottare qualsiasi iniziativa potesse dare prospettive di rilancio a sud.

Il seguente prospetto parla chiarissimo.

Un esempio su tutti: le zone franche urbane. La proposta di istituire delle zone a fiscalità di vantaggio fu accettata dall’UE nel 2008, quindi nel 2009 pareva che dovessero finalmente partire. A 2 giorni dell’entrata in vigore il governo decise di introdurre alcune modifiche all’impianto normativo che aveva ottenuto l’ok, vanificando di fatto tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Cosa successe? Pare che i comuni scelti, dislocati principalmente al centrosud, non fossero graditi ad alcuni membri dell’allora Governo che preferirono mandare a rotoli l’intero lavoro svolto, piuttosto che accettare l’idea che una parte del Paese potesse godere di un importante vantaggio fiscale.

Il rinnovato Salvini che pure vuole dimostrare di essere cambiato, finge di non sapere che la commissione tecnica sul federalismo fiscale è presieduta da Giancarlo Giorgetti, leghista. Finge quindi di non aver alcun ruolo nelle assegnazione delle risorse basate su parametri-capestro per il sud. Parliamo ad esempio delle risorse per la manutenzione stradale basate sul numero di occupati, oppure della “formula Calderoli” che assegna le risorse per il servizio sanitario in misura MINORE là dove si muore prima.

Un meridionale che spera nell’aiuto di Salvini è come il derubato che spera che il ladro gli restituisca la refurtiva.

L’unica risposta sensata da dare a Matteo Salvini è che noi non ci caschiamo, che il suo tentativo di rubare voti al sud per diventare premier non andrà a buon fine.

Stavolta non ci caschiamo.

Come il lupo tra le pecore – Salvini a Il Mattino di Napoli

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L’apparizione di Matteo Salvini al Mattino ha del fiabesco. I toni morbidi e sognanti della fiaba hanno accompagnato le parole del segretario leghista, assoluto protagonista del forum organizzato dal quotidiano napoletano in vista della manifestazione attesa in città l’undici marzo e promossa da “Noi con Salvini”.

Una chiacchierata fiabesca nei toni. Moderazione, rispetto e cortesia. Salvini è stato squisito, negando prepotentemente il registro utilizzato nella sua comunicazione politica usuale. Ostentando una sicurezza ed un savoir faire degno dei più raffinati salotti, ha speso parole d’ammirazione per Napoli. I maliziosi avranno pensato alla più banale captatio benevolentiae ma sarà bene non prestare orecchio a questi livorosi pignoli.

Fiabesco all’inverosimile nei temi. Buonsenso elargito a piene mani su (quasi) tutti i punti trattati. Chi non vorrebbe liberarsi di una classe politica cialtrona ed inefficiente al punto tale da non riuscire a spendere le casse di dobloni che ogni anno arrivano al sud? Chi non vorrebbe vedere il porto di Napoli in pieno sviluppo? Chi non vorrebbe vedere un “generico” sviluppo infrastrutturale al mezzogiorno? Chi potrebbe non simpatizzare per l’uomo che ha pietà dei nostri emigrati?

Insomma, Matteo ci vuole bene. Basta far fuori la Merkel (che lui sostituirebbe con Marine LePen), l’Euro ed i tanto vituperati, mostruosi migranti, per far decollare le sue idee di sviluppo ecumenico e perequante. Spiace non aver avuto una scheda elettorale sottomano. Si sarebbe votato Lega Nord senza pensarci un attimo.

Ma visto che non avevamo matite copiative ed urne elettorali nei paraggi, forse è bene che ci si fermi un attimo a riflettere sulla fiaba salviniana, perché potrebbe non essere esattamente aderente alla realtà.

Innanzitutto ci chiediamo come mai il segretario leghista abbia eluso tutte le domande direttamente poste da Marco Esposito. Domande tecniche, più concrete di quelle necessariamente generiche poste nell’arco del dibattito da Barbano e Perone. Nei casi in cui si è trovato, suo malgrado, a non poter evadere, l’arrembante padano si è rifugiato in comode ammissioni di ignoranza. Ammissioni che risultano un po’ sconfortanti se prodotte da chi si prende la briga di venire a Napoli a “salvarci da noi stessi”, a maggior ragione se certi argomenti recano in calce l’ingombrante firma di Roberto Calderoli, vera e propria eminenza leghista.

A corroborare i dubbi sulla sincerità organica della trama salviniana ci si mette l’incidente sul residuo fiscale. Braccato sull’argomento della odierna sperequazione economica nel bel paese, la prima ed immediata difesa che sgorga sulle labbra del bel Matteo assomiglia pericolosamente ad un vecchio refrain della lega più oltranzista. Marco Esposito non fa quasi in tempo ad articolare la domanda sui criteri del federalismo fiscale che Salvini vomita quasi istintivamente la manfrina delle povere regioni del nord depredate dal famelico e parassitario sud.

Non appena gli si fa notare che se chi è più ricco non investe su chi è più povero lo sviluppo infrastrutturale che fino poco prima lui stesso caldeggiava rimarrebbe lettera morta, il verdissimo si ravvede. Fa marcia indietro facendo passare per rivoluzionaria una banalità: “molta della tassazione dovrebbe rimanere in loco, e poi chi sta meglio aiuterà chi sta peggio”. Incredibile la facilità con la quale il funambolo lombardo riesca a passare in poco più di due frasi dalle geremiadi sul principio di solidarietà fiscale invalso nell’occidente moderno, alla pleonastica e convinta affermazione dello stesso.

Un caso esemplare del famoso “tutto e contrario di tutto”.

Sorge quasi il sospetto che questo contorsionismo sia stato dettato dall’incoerenza di base del presunto buonsenso salviniano. Costretto a prendere pubblicamente le parti del sud per raccattare voti, ma intimamente consapevole di giocare per un’altra squadra.

Il tutto appare abbastanza grottesco anche tralasciando il siparietto durante il quale il nostro nega che il federalismo fiscale sia mai stato applicato. Naturalmente lo scivolone gli procura le giuste bacchettate dagli interlocutori

L’ultima domanda che ci poniamo riguarda l’argomento apparentemente più “leggero”, ma che invece è estremamente rivelatorio.

Ci chiediamo infatti come Salvini possa continuare a giustificare il fattaccio dei cori razzisti con cui dimostrava, tempo fa, le proprie doti canore. Prima prova a negare, e poi riduce tutto a bighellonate per le quali ha già chiesto scusa. La cosa fastidiosa è che – mentre ribadisce scuse non troppo convinte – riesce a trattare la questione con quel tono paternalistico di chi, ad esempio, giustifica il bullismo a scuola col più sospetto dei “so’ regazzi”.

Per levarsi le castagne dal fuoco deve necessariamente minimizzare amenità del calibro di “Vesuvio lavali col Fuoco”, sdoganandole ed equiparandole al normale sfottò da stadio (come se un vaffan* fosse in qualche misura paragonabile all’augurare catastrofi naturali). Nessuna presa di posizione reale, insomma, ma artifici retorici atti a “ripulire” il tronco razzista dell’albero ed agghindarlo con le foglie di una contrizione insincera e di circostanza. Le foglie di plastica dell’ipocrisia.

Questo piccolo ed apparentemente secondario elemento da in realtà la cifra del personaggio Salvini: predicare meravigliosamente ma essere incapaci di razzolare altrettanto bene. Raccontare la fiaba più rassicurante e benevola, ma avallare e rappresentare l’esatto contrario quando i nodi vengono al pettine. La lega ha avuto mille ed una occasioni per occuparsi di un’equa distribuzione delle risorse e dunque per favorire la transizione verso forme giuste di federalismo. In nessuna di queste occasioni si è rivelata diversa da se stessa, ovvero una forma di sindacato politico degli interessi tosco-padani più gretti. Oggi Matteo Salvini ci chiede un atto di fede. Noi dovremmo credere alla conversione radicale della Lega sulla base di mezz’oretta di “sani principi” e belle parole.

Salvini ci chiede di credere alle fiabe!

Secondo noi, invece, la narrazione leghista si sgretola ai primi raggi del sole napoletano. Si sente puzza di bruciato a grande distanza ed a ben vedere questo è naturale perché Salvini vende fumo, e per produrre fumo devi bruciare qualcosa. In questo caso ad andare fra le fiamme è stato il pudore di chi rappresenta da anni un serio ostacolo al nostro sviluppo, mentre oggi viene in casa nostra e pretende di insegnarci a risorgere.

Il segretario della lega nord rimane fiabesco in un’unico elemento: Salvini è il lupo. Il lupo travestito da pecora che pretende di intrufolarsi nel gregge per mangiare più comodamente.

Solo che a noi, di fare le pecore, non va più.

156 anni fa sono sbarcate le camicie rosse, ed oggi sbarcano quelle verdi. Se in mezzo ci mettiamo il colore delle camicie di “Noi con Salvini” (bianche, con lunghe maniche legate dietro la schiena) otteniamo un’infausta cromìa che al Sud ha portato solo ed unicamente sventura.

L’11 Marzo, alle 14, in piazza Sannazaro a Napoli, portiamo l’azzurro del nostro mare ed usiamolo per lavare via questo tricolore di disgrazie.

PIANO DELLE AREE – Una posizione chiara a tutela dei nostri territori

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di Nicola Manfredelli

Il Piano delle Aree è innanzitutto un fattore di coesione sociale e territoriale che mette mano agli squilibri non più accettabili tra cittadini e amministrazioni pubbliche. A MO! – Unione Mediterranea sta molto a cuore il ripristino di un provvedimento che va nella direzione di individuare nei territori la sovranità decisionale sull’uso delle risorse e sulla salvaguardia dell’ambiente.

D’altronde non si chiede nulla di straordinario ma soltanto di dare attuazione a uno degli orientamenti più importanti dell’UE (purtroppo solo in minima parte preso in considerazione) che è il Principio della sussidiarietà, non solo quella verticale, che quasi sempre è a prevalenza centralistica, ma soprattutto quella orizzontale, che assegna voce in capitolo alle popolazioni locali.

Nelle regioni meridionali in particolare lo strumento del Piano delle Aree assume una valenza di notevole rilievo poiché siamo in presenza di una situazione di rischio ambientale non più sostenibile, denunciata dal nostro movimento con una PETIZIONE presentata al Parlamento Europeo, con la quale, ai sensi dell’art. 44 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE abbiamo chiesto l’istituzione di una Commissione Speciale per verificare il rispetto di tali Diritti Fondamentali nelle regioni del SUD. Sono note le vicende della Terra dei Fuochi in Campania, così come quelle delle violazioni in tante altre zone del Sud. Non ultime le violazioni in materia di concessione delle licenze offshore in Calabria e quelle che riguardano le ipotesi di disastro ambientale nei territori della Lucania dove l’impatto delle attività petrolifere sta compromettendo le risorse naturali di vaste zone.

Per tutelare i nostri territori si rende necessario introdurre strumenti normativi, regolamentari, programmatori, in grado di scongiurare ulteriori interventi che potrebbero procurare danni irreversibili. Considerato che in aggiunta alla già rilevante attività estrattiva dell’Eni e della Total, che riguarda all’incirca il 20% dell’intero territorio regionale su cui si estraggono oltre 100.000 barili al giorno di petrolio, sono in essere ulteriori richieste di autorizzazione di pozzi petroliferi da parte della Shell nell’area del Potentino. In Basilicata è in corso un’azione del consiglio regionale per concordare con le altre regioni l’approvazione di un testo di legge che possa essere presentato al Parlamento su proposta dei Consigli regionali per reintrodurre il Piano delle Aree, che nell’immediato può rappresentare un utile strumento per superare lo stato di confusione che si è determinato e le preoccupazioni circa un quadro autorizzativo che lascia campo aperto a qualsiasi intervento a forte impatto sull’ambiente.

Più in generale le azioni di sfruttamento eterodirette sul territorio si scontrano (specialmente a sud) col diritto all’autodeterminazione di chi quei territori li vive. Troppo spesso si è sacrificato un patrimonio paesaggistico, naturalistico e culturale nel nome di un presunto sviluppo che pure non ha lasciato ricchezza là dove questi processi di sfruttamento hanno avuto luogo.

NIMBY – Not In My Backyard (non nel mio giardino). Se n’è parlato anche durante il referendum del 17 aprile. L’accusa di particolarismo serve solo ad attaccare e delegittimare chi si oppone alle trivelle, togliendo peso invece alle istanze propositive di cui il piano delle aree fa parte a pieno titolo.

Tuttavia MO! – Unione Mediterranea fa presente che oltre al ripristino del Piano della Aree si rende necessario introdurre nella normativa anche strumenti di Partecipazione attiva dei cittadini prevedendo, almeno per le attività maggiormente sensibili per l’ambiente e la salute delle popolazioni, di introdurre forme obbligatorie di iniziative pubbliche, sia informative (Conferenze semestrali sullo stato dell’Ambiente) che consultive (Parere Popolare tramite consultazione dei cittadini residenti) in modo da restituire alle comunità locali la sovranità degli orientamenti sugli interventi che incidono sulla conservazione e sulla tutela dell’ambiente in cui vivono”.

La storia (della s.s. 106) si ripete

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Meno di un mese fa denunciavamo qui lo stato di abbandono in cui versano le infrastrutture meridionali. Purtroppo veniamo a conoscenza che la delibera n°41 del 10/08/2016, riguardante il progetto di realizzazione del Megalotto 3° della S.S. 106 Jonica, dall’innesto con la S.S. 534 fino a Roseto Capo Spulico, è stata ritirata ancor prima che la Corte dei Conti potesse esprimersi sulla sua validità.

Secondo una procedura non ufficiale, il cui scopo è quello di tendere a perfezionare ogni progetto coinvolgendo i diversi attori istituzionali, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) emana delibere di rilevanza economia strategica e le trasmette al DIPE (Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della Politica Economica), che redige un testo definitivo dei provvedimenti adottati e li passa al Ministero dell’Economia e delle Finanze.

In seguito, dopo un iter di formalizzazione che coinvolge anche il Presidente del Consiglio dei Ministri, le delibere sono inviate alla Corte dei Conti per dovute verifiche prima di approdare in Gazzetta Ufficiale in caso di riscontri positivi. Ebbene, la delibera riguardante il Megalotto 3° della S.S. 106 aveva raggiunto l’ultimo step, essendo ormai sottoposta al giudizio della Corte dei Conti, proprio nel momento in cui la petizione promossa dall’associazione “Basta Vittime Sulla Strada Statale 106” e diretta al Presidente della Repubblica aveva raggiunto oltre le 24000 firme.

Peccato che ci si sia resi conto di qualcosa che non andasse prima che la Corte si pronunciasse e la delibera è stata ritirata. Secondo il direttivo della stessa associazione, da quanto dichiarato tramite comunicato stampa dell’01/03/16 ( e che può essere rintracciato sulla pagina fb dell’associazione), la responsabilità di quella che si può a tutti gli effetti considerare come una presa in giro è soltanto di natura politica.

Sembrerebbe che la volontà dell’ormai ex-Presidente del Consiglio Renzi di avviare l’iter per l’approvazione del progetto fosse stata solo una trovata per raccogliere voti a favore del referendum costituzionale di dicembre 2016 che come tutti sappiamo, suo malgrado, lo ha costretto alle dimissioni. In altre parole, si sapeva che il progetto non fosse pronto ma il mese di agosto non era il momento giusto per dire di no alle richieste dei Calabresi. E nel frattempo, nel 2017, le vittime sulla S.S. 106 sono già due, che si sommano alle 32 del 2016.

Si conferma inoltre, l’incapacità e la subalternità del governatore Oliverio ai capibastone del PD che, a fatti compiuti – dicendosi stupito di quanto è avvenuto -, tramite nota stampa fa sapere di voler chiedere urgentemente un tavolo col Ministro delle Infrastrutture Delrio per fare il punto sulle motivazioni che hanno portato a questo dietrofront.

Delle due, l’una: Oliverio è in cattiva fede, oppure no. Nel primo caso, inutile aggiungere commenti a condimento della farsa confezionata dal partito antimeridionale per eccellenza. Nella seconda ipotesi, si conferma – in seno ai partiti nazionali – un disinteresse ed una preoccupante disaffezione nei confronti del mezzogiorno. Una disaffezione talmente tanto istituzionalizzata da costituire un freno all’azione amministrativa di elementi che – nominalmente – ricoprono posizioni di spicco nelle gerarchie partitiche, ma che evidentemente hanno la colpa di amministrare “a Sud”.

Noi non vogliamo più farci prendere in giro. In nessuno dei due casi, il PD ci serve. MO! basta!

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