Monthly Archives: Settembre 2015

Napoli dice no ai commissari di Renzi

Share Button

Con un vero e proprio atto di forza, così come nello spirito dello Sblocca Italia, il governo Renzi ha commissariato Bagnoli ed espropriato Napoli di un pezzo del suo territorio, e del suo futuro.

Un atto d’imperio, la nomina del commissario Nastasi, del quale si ignorano tra l’altro le competenze in materia di bonifiche, che dovrebbe essere il requisito minimale per chiunque sia chiamato ad occuparsi di un territorio tanto inquinato.

Napoli, simbolo di un Sud che continua ad essere trattato da colonia, ha però voglia di reagire: alla durissima presa di posizione del sindaco De Magistris, che ha denunciato “l’abuso di potere” e l’atto “prepotente del premier Renzi”, si associano le reazioni del presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, e dei comitati e dei movimenti presenti sul territorio.

MO/Unione Mediterranea si unisce con forza alla legittima protesta di Napoli e dei suoi massimi esponenti istituzionali.

Riteniamo infatti che il modello del commissariamento, della perpetua colonizzazione della città, delle nuove mani che si allungano su di essa come in tanti periodi dei decenni passati, sia una pratica che va combattuta e relegata alle peggiori pagine della storia della Capitale del Mezzogiorno.

MO/Unione Mediterranea lotterà sempre per l’autonomia della città, un’autonomia piena, non solo economica, ma anche culturale, urbanistica, etica.

Sogniamo una città autenticamente connessa alle altre capitali mediterranee, che possa fungere da guida per il riscatto del Mezzogiorno devastato dall’Italia. Partire dall’opposizione ad un modello di sviluppo centralistico ed autoritario, come quello del commissariamento di Bagnoli e dello Sblocca Italia, significa anche avere la consapevolezza che per Napoli e per tutto il Sud c’è bisogno con forza ed urgenza della crescita di una nuova classe dirigente, che abbia a cuore unicamente lo sviluppo e il progresso del proprio territorio.

Una classe dirigente non cooptata e non ricattabile, che non riceva ordini da lontano, da Firenze, Roma o Genova: Napoli e il Sud, oggi più che mai, hanno estrema necessità di salvarsi da soli.

Elisabet Nebreda (Junts Pel Sí): “Vi spiego come la Catalogna otterrà l’indipendenza il prossimo 27 settembre”

Share Button

di Mattia Di Gennaro

Elizabeth Nebreda, esponente di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), è intervenuta lo scorso 19 settembre al “Forum dell’Europa dei Popoli”, organizzato in provincia di Varese conto di European Free Alliance (EFA), dove Unione Mediterranea Lombardia l’ha incontrata per voi (al convegno su delega Segretaria come osservatori).

ERC parteciperà, il prossimo 27 settembre, alle elezioni per il governo della “Generalitat” della Catalogna, in alleanza con Convergència Democràtica de Catalunya, partito di Artur Mas (‘attuale governatore catalano e leader indipendentista), Demòcrates de Catalunya, Moviment d’Esquerres e altri movimenti identitari catalani.

Dall’incontro di queste voci e idee è nata l’alleanza “Junts Pel Sí” e il “Si” che si vuole affermare insieme, domenica prossima, è quello all’indipendenza della Catalogna dalla Spagna.

12046742_10207530606973726_7552179586576611875_n

Elisabet Nebreda (che è anche consulente del Dipartimento relazioni internazionali di EFA), intervistata da Leonardo Facco, ha spiegato l’origine del movimento indipendentista catalano: “Il processo di indipendenza in Catalogna è ad uno stato di maturità avanzata grazie soprattutto a quattro fattori che caratterizzano il popolo catalano: la consapevolezza e l’orgoglio di sentirsi una nazione diversa da quella spagnola e un popolo dell’Europa; la voglia di autogovernarsi; l’amore per la propria lingua e la propria cultura; la volontà di non fermarsi davanti a nulla”.

Quanto all’autogoverno, la Catalogna non è nuova a simili esperienze e, proprio per questo, i catalani vogliono lasciarsi definitivamente indietro le date in cui fu sancita, per ben due volte, la perdita di questo diritto: 11 settembre 1714, quando Barcellona e la Catalogna vennero conquistate dai Borbone e annesse con forza allo Stato Spagnolo e il 1976 quando, in seguito alla morte del generale Franco, iniziò la discussione della nuova Costituzione. Proprio durante questo processo costituente, fu prevista la concessione di Statuti di Autonomia alle regioni facenti parte della Spagna franchista aventi un’identità propria, seppur sancendo il riconoscimento di un’unica nazionalità (e sovranità), quella spagnola.

Da buoni testardi, i catalani non si arresero e, dopo innumerevoli tentativi, nel 2006 riscrissero l’”Estatut”, il proprio Statuto di Autonomia, introducendo la nozione di “nazionalità catalana”. Il documento fu sottoposto al popolo della Catalogna e approvato con referendum da una larga maggioranza. Tuttavia, quando lo stesso fu esaminato a Madrid, furono richieste ed eseguite molte modifiche, fino a che, nel 2010, il PPE del premier Mariano Rajoy impugnò lo Statuto presso la Corte Costituzionale Spagnola. Il “Tribunal Constitucional” emise una sentenza con la quale reinterpretava diversi articoli dello Statuto, affossandone definitivamente i contenuti originali.

Questo atto, vissuto dai catalani come un affronto alla propria autonomia, scatenò un’ondata patriottica senza precedenti che sfociò in manifestazione di protesta il 10 luglio 2010 a Barcellona. Il popolo catalano sentì che il peso del governo di Madrid era diventato insopportabile e, da quel giorno, ogni 11 settembre, in occasione della “Diada” (il giorno in cui si commemora la caduta di Barcellona nel 1714 dopo 14 mesi d’assedio), la capitale catalana è invasa da una folla vestita a strisce giallo e rosse che manifesta il proprio orgoglio nazionale e che chiede a gran voce l’indipendenza.

Proprio questa spinta dal basso è il segreto del successo del movimento indipendentista catalano; è stata la spinta dal popolo a convincere i leader dei principali partiti indipendentisti e identitari a confluire in “Junts Pel Sí”, superando diversità e dissidi in nome dell’obiettivo supremo della secessione da Madrid.

E se chiedete alla Nebreda cosa succederà se “Junts Pel Sí” vincerà le elezioni del 27 settembre, il giovane avvocato non ha dubbi: “Se l’esito delle elezioni vedrà vincere “Junts Pel Sí” con la maggioranza assoluta dei votanti (50%+1), alla cerimonia d’insediamento del nuovo Parlamento Catalano verrà fatta una dichiarazione solenne con l’obiettivo di aprire il processo di distaccamento dallo Stato Spagnolo, da concludere entro i successivi 18 mesi”.

Dalla dichiarazione solenne partiranno due processi paralleli: uno, istituzionale, che provvederà alla formazione di un Governo di Unità Nazionale con l’obiettivo di creare le istituzioni di cui uno stato indipendente ha bisogno (e.g. Ministeri, Banca Centrale, Relazioni diplomatiche), l’altro, costituente, che coinvolgerà tutto il popolo catalano provvedendo a scrivere la nuova Costituzione della Catalogna.

Una volta a buon punto il processo di costruzione delle nuove istituzioni, il Governo di Unità Nazionale proclamerà unilateralmente l’Indipendenza della Catalogna dalla Spagna; con quest’atto, Mas intende vendicarsi del provvedimento con il quale il Governo Rajoy stroncò con la forza il referendum indetto il 9 Novembre 2014, per sottoporre al popolo catalano il quesito sull’indipendenza.

Agli indipendentisti di “Junts Pel Sí” non sembra spaventare neppure lo spettro di un’uscita dall’Unione Europea. La Catalogna è una regione che vive di esportazione ed è solida economicamente. Quanto a Juncker, presidente della Commissione Europea, se è vero che il suo portavoce si è dichiarato contro la secessione catalana, è anche vero che, secondo quanto riportato da Elisabet Nebreda, alla domanda “Cosa pensa di una Catalogna indipendente in Europa?” il diretto interessato abbia risposto “Perchè no?”

Insomma, scenari imperscrutabili che potrebbero trovare un epilogo proprio tra qualche giorno, quando la Storia (e la geografia) d’Europa potrebbe cambiare di nuovo, restituendo a un popolo la dignità di autodeterminarsi.

11137166_10207530608013752_8188004895887954395_n

da sinistra Domenico Oliveti, Mattia Di Gennaro, Elisabet Nebreda e Martino Grimaldi

Napoli sola contro il crimine. Autonomia la strada da percorrere.

Share Button

Ieri sera si è consumato l’ennesimo atto criminoso a Napoli, nel quartiere Fuorigrotta. Una banda di malviventi ha crivellato di colpi d’arma da fuoco un’auto civetta della polizia appostata nei pressi della stazione della ferrovia Cumana, probabilmente in servizio per una operazione antiestorsione. Mentre la dinamica dell’episodio non è ancora chiara, una delle poche certezze è che un’agente di polizia è rimasto gravemente ferito ed è stato operato nella notte.

Unione Mediterranea vuole innanzi tutto esprimere solidarietà alle Forze dell’Ordine impegnate senza sosta sul territorio ed augurare una pronta guarigione all’agente ferito.

Un pensiero però ci sorge spontaneo: se civili e poliziotti devono essere lasciati soli di fronte alla criminalità, se Napoli e i napoletani devono risolvere da sé i loro problemi, che i rappresentanti locali e nazionali dei partiti evitino qualunque passerella in tempo di elezioni. Quando i soliti noti verranno a Napoli a sciorinare le loro ricette anti criminalità, ricordiamoci anche di questo episodio, degli spari tra la folla, dell’agente ferito, e chiediamoci, loro, i politici, dove sono stati e cosa hanno realmente fatto per questa città.

«Siamo al fianco dei tanti cittadini onesti che possono e devono contare sullo Stato a difesa della legalità e nella lotta alla criminalità» ha detto pochi giorni fa il Ministro dell’Interno Alfano (NCD), disponendo l’invio di 50 unità di rinforzo della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri. Evidentemente il provvedimento non basta e il Ministro non ha inquadrato con esattezza il problema, prova ne è l’episodio di ieri a Fuorigrotta, l’ennesimo dall’iniziativa del Ministro, e l’agente ferito da un’arma da fuoco.

Nemmeno l’onorevole Rosy Bindi (PD), presidente della Commissione Antimafia, sembra avere il pieno controllo della situazione, necessario a predisporre misure adeguate. Dall’onorevole Bindi in particolare, per il ruolo che ricopre, durante la sua visita a Napoli ci saremmo aspettati parole più dure verso i malviventi e soprattutto una vera e propria dichiarazione di guerra contro la camorra.

Parole e maggiori controlli non bastano. Chi delinque non teme né le une né gli altri. La prevenzione del crimine va certamente fatta dalle Forze dell’Ordine, ma noi crediamo che i Ministri del governo Renzi e lo stesso Premier dovrebbero prestare più attenzione a ciò che Unione Mediterranea sottolinea da tempo.

Sviluppo, lavoro, istruzione, sono alla base di qualunque forma di prevenzione del crimine, a Napoli come altrove. Non esiste una ricetta diversa e più efficace. Invece abbiamo una distribuzione a dir poco iniqua delle risorse dello Stato, anche a discapito dei bambini in età d’asilo e nessun esponente politico locale ne fa menzione. Nessun Lettieri, nessuna Ciarambino, nemmeno il presidente della Regione De Luca e l’ex sindaco di Napoli Bassolino, che conosce benissimo Napoli e i suoi problemi.

Il capo del governo Renzi lo scorso 7 agosto ha convocato gli stati generali del PD per parlare del Meridione dopo la diffusione dei dati Svimez. Si sono prodotte zero idee e tante chiacchiere. Si è tenuto persino un insensato seminario con Debora Serracchiani a Milano. Ci aspettavamo un piano di rilancio entro il 15 settembre, così almeno era stato dichiarato, e lo stesso Ministro Delrio aveva affermato in precedenza che “il 2015 sarà l’anno del Sud”, ma siamo quasi ad ottobre ed il Governo invece ci sembra distratto. Anzi, apprendiamo che per il sottosegretario allo Sviluppo Economico De Vincenti il rilancio del Mezzogiorno ci sarà in tre anni.

Troppo comodo lavarsene le mani, abbozzare parole di condanna e costernazione e poi chiedere il voto.

Appare sempre più chiaro che una Napoli autonoma e indipendente sia una possibile soluzione.