Monthly Archives: Settembre 2015

Campania tra orgoglio e pregiudizio, e Saviano…

Share Button

di Raffaele Vescera

Saviano, stamattina su Repubblica.it, lamenta il rifiuto dei comuni campani di concedere il permesso per girarvi le scene della nuova serie tv di Gomorra. Lo scrittore accusa i sindaci di “ipocrisia” poiché il problema camorra esiste, e parlarne non significa sputtanare la Campania, come lamentano i primi cittadini. Di più, Saviano si dice d’accordo con la Bindi sul fatto che la camorra sia un “elemento costitutivo” della regione. Saviano ha molti meriti nell’aver creato un diffuso sentimento contro la camorra, ma da alcuni viene rimproverato di mostrare solo una faccia, quella negativa, del Sud e di oscurare la grande volontà di riscatto civile che oggi lo anima.
La camorra in Campania, e non solo, esiste, vero, allora perché tanta indignata reazione da parte dei napoletani, non solo sindaci che difendono l’immagine della propria città, ma anche movimenti e pagine meridionaliste e intellettuali di calibro, quali lo scrittore Erri De Luca e il filosofo Aldo Masullo? Perché improvviso scende in campo tanto orgoglio “sudista”, dopo lunghi anni di accettazione a testa china di qualunque aggettivo antimeridionale propalato dai media, uno per tutti “meridionali mostri” di Giorgio Bocca, senza contare i barbari epiteti leghisti?

Si sarebbero mai lamentati i milanesi della vecchia serie cinematografica “Milano violenta?” O i newyorkesi della serie infinita di film internazionali che mostrano il verme del crimine infettare la Grande Mela? Certamente no, perché a nessuno verrebbe in testa di dire che a Milano e New York la delinquenza è “un elemento costitutivo”, in assenza del pregiudizio, gli spettatori riescono mentalmente a definire il racconto per quello che è, un episodio di malavita e basta, e guardano la città nella sua interezza e bellezza.

Stessa cosa non può accadere in una città schiacciata da mille pregiudizi: Napoletani sporchi, puzzolenti, ladri, bugiardi, plebei, scansafatiche, furbi, topi di fogna da sterminare, e “costituzionalmente camorristi”. Pregiudizi a uso antimeridionale, che oscurano la grandezza, passata e presente, dell’antica civiltà del Sud, utili a stabilire un rapporto di superiorità da parte del nord italiano e a giustificare ogni vessazione nei confronti del Mezzogiorno. Pregiudizi che hanno radicato nella mente dei più lo stereotipo negativo di una città, a prescindere, per cui ogni episodio malavitoso conduce inevitabilmente alla totale negatività del luogo.

Dell’uso politico del pregiudizio, parla il prof. dell’Un. di Milano Antonino De Francesco, nella sua “Storia del pregiudizio antimeridionale”. il libro riporta una lettera dello scrittore verista siciliano Luigi Capuana all’amico Giovanni Verga, in cui si lamenta che ogni descrizione di un carattere negativo venga usato dai giornali del nord come pregiudizio contro tutti i meridionali. Se compare Turiddu uccide per amore, tutti diventano assassini, se Mastro don Gesualdo è patologicamente attaccato alla “roba” tutti diventano avidi. L’opera d’arte sminuita a macchietta, come il Gattopardo, travisando il quale l’Italia condanna tutti i siciliani al gattopardismo.

Molti pensano che chi parla di Sud debba farlo stando attento a non alimentare pregiudizi e chi racconta la società meridionale la debba mostrare per intero. Secondo tale punto di vista, quando in una narrazione si mostra solo la faccia criminale di una terra così vessata, è inevitabile la condanna pregiudiziale, ai limiti del razzismo, di un popolo intero. Ovvero, quando si evidenziano solo i sintomi di una malattia, senza dirne le cause, in questo caso lo stesso stato italiano, si fa un’operazione superficiale. Insomma, sputare addosso a un cane malato di tigna è facile, se non si capisce che, visibilmente denutrito, è stato percosso, umiliato e abbandonato da chi doveva accudirlo.

Secondo il sindaco di Napoli, abusando dell’aggettivo “costitutivo”, ignorandone il significato di elemento sostanziale di un organismo, senza il quale tale organismo non potrebbe esistere, si rende un brutto servizio alla lingua e alla società meridionale.
E’ vero, oltre la Bindi, antimafiosa per caso, come la definisce De Magistris, hanno concordato con l’aggettivo Roberti, capo dell’Antimafia, e Cantone, dell’anticorruzione, anche se quest’ultimo, più sagace, specifica che per lui costitutivo non significa genetico, e fa risalire l’exploit della camorra all’arrivo di Garibaldi a Napoli e ai suoi patti scellerati.
In totale disaccordo con la Bindi si dice invece il procuratore capo di Napoli Colangelo, insieme ad altre personalità libere. Ciò significa che la Bindi, Roberti e Cantone, non sarebbero liberi? In parte è vero, costoro non ricoprono forse cariche decise dalla politica, da partiti che per definizione sono “di parte”? Non è forse ai loro protettori politici che devono dar conto, anche se nel caso di Cantone e altri tentano di smarcarsi dalle posizioni più servili?
A proposito di uso politico del pregiudizio, in alcuni osservatori napoletani è sorto un dubbio: il nuovo attacco a Napoli non potrebbe essere utile a demolire De Magistris in vista delle prossime elezioni? Secondo questi, De Magistris è un sindaco che ha risanato le disastrate finanze comunali, ha ridato splendore internazionale e turistico all’immagine di Napoli, ha spezzato in città le connessioni tra camorra e politica.
Ma la Bindi, contro l’amato “Giggino”, esalta Bassolino e Iervolino. Se a pensare male si fa peccato, allora bisogna peccare molto per guadagnare la verità.

Beatrice, 19 anni, di Milano, ci spiega perché lotta per il Sud

Share Button

di Beatrice Lizza

E mo’, come ve lo spiego?

Come vi spiego perché una ragazza di diciannove anni, nata e cresciuta a Milano, diventa meridionalista? Essere figli di partenopei spesso non basta, ma io, in più, sono stata fortunata ad avere una famiglia che mi lasciasse scoprire il meglio e il peggio dei due mondi.

Sin da quando ero piccola il ritorno a Milano dai viaggi a Napoli ha sempre avuto il potere di stordirmi: sapete quando ti chiedi dov’è quella luce che sembra inseguirti attraverso le persiane, anche nella stanza più buia della casa? Dove sono gli amici che si presentano alla porta senza preavviso? Dov’è il panettiere, il fruttivendolo, il bicchiere d’acqua quando ordini il caffè? Dove sono il mare, le chiese nascoste tra i vicoli, il profumo della frutta che inonda tutta la cucina? Lo smarrimento del ritorno mi ha sempre fatto pensare di essere figlia di un’altra terra, anche se ne abitavo ormai lontano. La verità, però, è che nulla di tutto questo è il motivo essenziale della mia scelta: non voglio parlare né di mare, né di arte, né di calore umano, né di gastronomia. O forse sì, ma non basterebbe.

Quello che ti fa sentire meridionale sono le sfumature che solo chi conosce il Sud riesce a cogliere: sono le leggi non scritte che regolano la vita di ogni giorno, quello che ai forestieri sembra caos, e invece per noi ha un ordine ben preciso.

Sono molto grata a Milano per avermi reso – almeno in parte – la persona che sono, tuttavia, alla mia vita al Nord, è sempre mancata la musica in macchina, il culto ossessivo dell’umorismo e dell’ospitalità, la fantasia, i film di Troisi, le piante che esplodono di vita tra antichi mattoni di tufo giallo.

Nei miei giorni milanesi ci sono troppi semafori, troppa serietà, vita confinata tra aiuole intoccabili e agende. Sì, il Sud fa venire il mal di pancia, fa sentire impotenti, eppure, anche quando i palazzi fatiscenti sembrano volerti crollare addosso, non puoi fare a meno di sentire che quell’angolo di mondo è ancora tuo. Il Sud è paradosso, è sole, è unione di culture, è splendore e decadenza. Il Sud è vita. Sto esagerando? Non importa, questa è bellezza! E a me la bellezza fa venire la gioia di vivere.

Abbracciare la causa del meridionalismo non è stata una conseguenza del “richiamo del sangue”. Imparare a difendere il Sud è stata una scelta fatta con la testa, non con il DNA, e non importa se sono milanese per qualcuno e napoletana per qualcun’altro: io sento che quell’angolo maltrattato del Mondo è anche casa mia. Vorrei studiare a Napoli, laurearmi, trovare una casa lì, vivere quella quotidianità che tanto mi è mancata.

Perché tornare a quella che sento casa mia deve essere tanto pericoloso per il mio futuro? Perché le opportunità devono volare tutte a Nord? Cos’è che non funziona? Perché i giovani continuano a fare le valigie mentre resta il degrado indotto da una classe dirigente incurante, ignorante e parassitaria?

La politica ha prima depredato e poi dimenticato la terra nostra: i sedicenti politici italiani vogliono farci credere che non ci siano alternative alle loro bugie, vogliono allontanarci dalla democrazia insegnandoci che “tanto non cambierà mai”. Eppure, la buona scuola (quella vera) mi ha insegnato che occuparsi di politica significa occuparsi della vita di tutti e non di onorevoli particolarismi. Per questo, mi rifiuto di perdere fiducia nella politica. Ho diciannove anni e sono troppo giovane per farmi rubare anche la speranza: dico sì al meridionalismo perché il Sud ha bisogno di riconquistare un suo spazio nella politica e cominciare ad alzare la voce.