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Salvini è incredulo, io no. Un popolo abbandonato dallo Stato è alla mercé degli imbonitori.
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di UM
Matteo Salvini è incredulo dei 53.000 voti ottenuti dalla Lega in Calabria, 7.000 nella Piana di Gioia Tauro. L’8,4% a Lamezia Terme, 11,2% a Tortona, l’11,7% a Nocera Terinese. Il 13% a Rosarno, il paese con la baraccopoli di immigrati che vengono “usati” per raccogliere le arance a 20/25 euro al giorno.
“Chi poteva immaginare che sarei tornato a Rosarno come senatore della Lega?” Salvini è incredulo, è bastato convincere i calabresi (quelli che lo hanno votato) che i problemi della Calabria fossero gli immigrati e promettere che lui li avrebbe mandati via per racimolare 53 mila creduloni.
Eppure a Rosarno e dintorni non esiste quasi nessun agricoltore, azienda o privato che non faccia ricorso a questa riserva di mano d’opera a basso costo, che si tratti della raccolta degli agrumi o delle olive non fa differenza: l’importante è non farsi beccare con uno di questi clandestini in macchina o su un altro qualsiasi mezzo privato, si rischierebbe una denuncia per favoreggiamento di immigrazione clandestina. Questa situazione permane nonostante il clamore della “rivolta degli immigrati” del gennaio 2010, che la portò all’attenzione delle cronache nazionali. La rivolta urbana vide contrapposti per due giorni forze dell’ordine, cittadini e immigrati, con 53 persone ferite: 18 poliziotti, 14 rosarnesi e 21 immigrati, otto dei quali ricoverati in ospedale. Nonostante le istituzioni avessero detto «mai più Rosarno», oggi Rosarno è come ieri. Forse peggio.
Otto anni dopo la rivolta, a Rosarno non è cambiato nulla: un pollaio di esseri umani, immigrati che vivono come bestie nelle baraccopoli, una bidonville che grida scandalo. Non c’è acqua corrente, non c’è elettricità, non ci sono bagni. I bisogni si fanno all’aperto. Se piove diventa l’inferno. Sono tra i 1.500 e i 3.000 questi abitanti “domiciliati” a pochi chilometri dal luogo di nascita del Ministro Minniti, probabilmente ignaro (?) che qui i braccianti low cost vivono in attesa dei caporali. “Ssht…” non ditelo a nessuno, ma qui ci sono ancora, nonostante le leggi. Qui la giustizia non arriva, lo Stato è un optional ed è tra quell’apostrofo rosa tra Stato e optional che si è infilato Salvini con in mano la soluzione delle soluzioni: mandare via tutti gli immigrati, liberare gli agrumeti di Rosarno da questi parassiti a basso costo e voilà con questa operazione rilanciare l’economia locale, risolvere il problema della disoccupazione, delle infrastrutture extra portuali mancanti al vicino porto di Gioia Tauro, magari facendo dirottare gli investimenti attualmente previsti per quelli di Genova e Trieste.
Ma non di solo agrumeti vive la Calabria (chi li raccoglierà ancora non si sa, ma questa è un’altra storia) e l’attento Salvini ha promesso anche di difendere l’olio calabrese. Da chi? Dal collega della Lega Luca Zaia? Che quando era Ministro dell’agricoltura scelse i marchi italiani da tutelare nel trattato commerciale tra Unione europea e Canada. Lo fece indicando quattro marchi dop per l’olio d’oliva inseriti dall’Italia nel Ceta: tutti veneti, tre indicati direttamente da Zaia e il quarto (il dop Garda) aggiunto successivamente.
Popolo calabrese il vostro nuovo senatore vi ridarà il lustro perduto della nobile Magna Grecia… Campa cavallu ca l’erba crisci.
Mai così poveri negli ultimi 27 anni, rischio di emarginazione in un Paese in cui crescono le disuguaglianze.
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
Questo è l’identikit dei nuovi poveri: giovani e principalmente residenti al Sud.
Lo scenario emerge dall’indagine di Bankitalia sui bilanci 2016 di oltre 7mila famiglie italiane.
Secondo l’indagine, nel 2016 è aumentata la quota di individui a rischio di povertà, ma l’incidenza di questa condizione, interessa per lo più le famiglie e i giovani del Mezzogiorno, dove il 13,3 per cento degli individui vive in famiglie senza alcun percettore di reddito da lavoro rispetto al 6,1 nel Nord e 6,9 nel Centro.
Il peggioramento della situazione emersa dall’indagine di Bankitalia amplia ancora di più, sembrava impossibile, la disomogeneità nazionale già di per se unica all’interno della UE.
Secondo l’Istat, i dati sullʼoccupazione migliorano ma solo al Nord: al Sud il tasso è quasi il triplo.
La media del 2017 dice che al Mezzogiorno il tasso di disoccupazione è il 19,4% mentre al Settentrione ci si ferma al 6,9%.
La situazione nel Sud Italia è drammatica – Nella media del 2017 il tasso di disoccupazione si riduce in tutte le aree territoriali del Paese ma “i divari rimangono accentuati: nel Mezzogiorno (19,4%) è quasi tre volte quello del Nord (6,9%) e circa il doppio di quello del Centro (10,0%)”.
Ufficio Studi CGIA 24 giugno 2017
AUMENTA IL DIVARIO ECONOMICO E SOCIALE TRA IL NORD E IL SUD. NEL MEZZOGIORNO QUASI 1 PERSONA SU 2 E’ A RISCHIO POVERTA’.
In questi ultimi anni di crisi, il divario economico e sociale tra il Nord e il Sud del Paese è aumentato. A questo risultato è giunto l’Ufficio studi della CGIA che ha messo a confronto i risultati registrati da 4 indicatori:
Il Pil pro capite;
il tasso di occupazione;
il tasso di disoccupazione;
il rischio povertà o esclusione sociale.
In termini di Pil pro-capite, ad esempio, se nel 2007 (anno pre-crisi) il gap tra Nord e Sud del Paese era di 14.255 euro (nel Settentrione il valore medio era di 32.680 e nel Mezzogiorno di 18.426 euro), nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) il differenziale è salito a 14.905 euro (32.889 euro al Nord e 17.984 al Sud, pari ad una variazione assoluta tra il 2015 e il 2007 di +650 euro)
Al Sud le variazioni percentuali più negative si sono registrate in Sardegna (-2,3 per cento), in Sicilia (-4,4 per cento), in Campania (-5,6 per cento) e in Molise (-11,2 per cento). Buona, invece, la performance della Basilicata (+0,6 per cento) e della Puglia (+0,9 per cento).
Sul fronte del mercato del lavoro, invece, le cose non sono andate meglio. Anzi… se nel 2007 il divario relativo al tasso di occupazione era di 20,1 punti a vantaggio del Nord, nel 2016 la forbice si è allargata, registrando un differenziale di 22,5 punti percentuali (variazione +2,4 per cento). Nella graduatoria regionale spicca la distanza tra la prima e l’ultima della classe. Se l’anno scorso la percentuale di occupati nella Provincia autonoma di Bolzano era pari al 72,7 per cento, in Calabria si attestava al 39,6 per cento (gap di oltre 33 punti).
La divaricazione più importante, tuttavia, emerge dalla lettura dei dati relativi al tasso di disoccupazione. Se nel 2007 era di 7,5 punti percentuali, nel 2016 è arrivata a 12 (gap pari a +4,5 per cento). Sebbene tutte le regioni d’Italia abbiano visto aumentare in questi ultimi 9 anni la percentuale dei senza lavoro, spiccano però i dati della Campania e della Sicilia (entrambe con un +9,2 per cento) e, in particolar modo, della Calabria (+12 per cento).
Anche in materia di esclusione sociale, infine, la situazione è peggiorata. Se nel 2007 la percentuale di popolazione a rischio povertà nel Sud era al 42,7 per cento, nel 2015 (ultimo anno in cui il dato è disponibile a livello regionale) è salita al 46,4 per cento. In pratica quasi un meridionale su due si trova in gravi difficoltà economiche. Al Nord, invece, la soglia di povertà è passata dal 16 al 17,4 per cento. Il gap, pertanto, tra le due ripartizioni geografiche è aumentato in questi 8 anni di 2,2 punti percentuali.
“Il Mezzogiorno – dichiara il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – ha delle potenzialità straordinarie ed è in grado di contribuire al rilancio dell’intera economia del Paese. Pensiamo solo al patrimonio culturale, alle bellezze paesaggistiche-naturali che contribuiscono a renderla una delle aree potenzialmente a più alta vocazione turistica d’Europa. Certo, bisogna tornare a investire per ammodernare questa parte del Paese che, purtroppo, presenta ancora oggi delle forti sacche di disagio sociale e di degrado ambientale che alimentano il potere e la presenza delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. A nostro avviso, inoltre, bisogna riprendere in mano il tema del federalismo fiscale. Grazie al compimento di questa riforma potremmo avvicinare i centri di spesa ai cittadini, responsabilizzando maggiormente la classe dirigente locale che avrebbe sicuramente meno trasferimenti dallo Stato centrale ma, in cambio, beneficerebbe di una maggiore autonomia fiscale, elevando così l’efficienza della macchina pubblica. Il saldo per il Sud sarebbe comunque positivo: grazie anche alla solidarietà praticata dalle regioni più ricche, potrebbe beneficiare di maggiori risorse finanziarie di quante ne usufruisce adesso, innescando un meccanismo virtuoso che avrebbe delle ripercussioni positive anche nel resto del Paese”.
Il 4 marzo l’Italia si è recata alle urne con questa forte condizione di iniquità ed il risultato elettorale appare scontato quanto si riesce a capire che con questi presupposti la scelta degli elettori del sud non poteva che andare nell’unica direzione possibile: tutto quello che rappresentava una novità rispetto al già visto e, per ciò stesso ritenuto a ragione responsabile rispetto ai dati sopra indicati.
Riuscirà il nuovo governo nazionale che si insedierà (Prima o poi dovranno trovare una soluzione) ad incidere dove altri hanno fallito? Perché di tentativi per una soluzione nazionale, con partiti nazionali, di questa maledetta (sarà mica una maledizione?) Questione Meridionale ne abbiamo visti tanti illudendoci che ogni volta fosse finalmente arrivata quella giusta.
Da Aldo Moro, che provò a tradurre il proprio meridionalismo in azione politica, ad Antonio Bassolino che nel marzo del 2000 firma il Patto di Eboli insieme ad altri rappresentanti politici delle sei regione del Mezzogiorno, a Gaetano Quagliariello che parla di Macroregione, solo per fare alcuni esempi. In tanti hanno provato ad affrontare la nostra Questione dall’interno di un partito nazionale, ma i dati dimostrano implacabilmente che questa vecchia Questione non può essere affrontata da partiti nazionali non fosse altro perché essa diviene Meridionale nel momento stesso in cui ad occuparsene furono proprio i partiti nazionali.
Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
La partita elettorale è ancora aperta ma già sappiamo chi, in ogni caso, perderà
Il voto della massa, soprattutto meridionale, verso la novità rappresentata dal M5S era scontato; questa massa ( non i pochi che si studiano i programmi elettorali e hanno le capacità di valutarne la fattibilità) non si sarebbe mai rivolta a chi riteneva che in questi anni l’avesse tradita, dal Pd (compreso il surrogato LeU) a Berlusconi (cacchio ancora Berlusconi) che probabilmente ha favorito proprio per la sua eterna presenza che i moderati del centrodestra cedessero il passo ad un Salvini rinvigorito dall’emergenza migranti.
Questa congiuntura negativa dei moderati del centrodestra e del centrosinistra sommata alla novità del M5S ( sempre in crescita dalle precedenti tornate elettorali) e alla politica della paura della Lega non poteva che portare a questo risultato.
Che questo diventi spendibile anche per la nostra Questione Meridionale non può essere che una scommessa, una partita a poker con tanto di jolly e bluff e i pochi che si studiano i programmi elettorali e hanno le capacità di valutarne la fattibilità suppongo ne siano consci rispetto alla massa che non poteva che usare la pancia in questa scelta senza badare troppo a chi in questa mano di poker elettorale era seduto al tavolo verde, tanto i perdenti nelle partite (elettorali) precedenti erano stati comunque e sempre gli stessi: i meridionali.
MO Unione Mediterranea non vuole partecipare a questa partita dove il sud rischia di perdere per l’ennesima volta.
Il sud non ha mai avuto nulla di quanto promesso, punto. Il 4 marzo cambierà qualcosa?
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
Ci furono i liberali meridionali che credendo nei loro ideali e convinti della buona fede delle loro lotte, si batterono per l’Italia unita.
La Questione Meridionale nata al dì dell’avvenuta Unità si palesò come un grande tradimento.
Probabilmente però il vero problema della Questione Meridionale non fu tanto il primo tradimento subito dai liberali meridionali, quanto il perseverare delle successive generazioni nel credere in un modello di Unità rivelatosi fin da subito troppo sbilanciato a nord.
Ancora oggi, come in un continuo ripetersi degli eventi, nuovi liberali, che non si battono più per l’unità nazionale bensì per la successiva mancata equità, si lasciano (ri)illudere dalle promesse, di chi li ha già traditi e ha continuato a farlo, di un cambiamento mai arrivato.
Promesse che si protraggono di governo in governo e che nella loro puntuale smentita hanno portato progressivamente il sud Italia ad avere le Regioni più povere di tutta la UE.
In quale recondito angolo di fede politica si possa ancora trovare un barlume di fiducia in queste ulteriori promesse rimane un mistero e chi oggi lo sottolinea viene con supponenza additato di revanscismo.
Il sud non ha mai avuto nulla di quanto promesso, punto.
Vogliamo scommettere che dopo il 4 marzo, ad esempio, il porto di Gioia Tauro continuerà a non avere le infrastrutture di terra che ne permetterebbero un normale sviluppo? Che Matera continuerà ad essere un capoluogo di provincia senza autostrada e senza ferrovia? Che i docenti meridionali, “cortesemente” invitati a svolgere anni e anni di precariato al nord, continueranno a fare su e giù per la penisola a bordo di pullman? Che il Mezzogiorno rimarrà incollato a quel fondo di ingiustizia sociale che lo pone agli ultimi posti in Europa?
COSA MANCA AL SUD
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
Cosa manca al Sud? una vera coscienza meridionalista. E non perché non amiamo la nostra terra, ma perché anni di colonizzazione ci hanno convinti che da soli non saremmo capaci di salvarci e perché nessuno si metterebbe a fare il ragionamento perverso del “Prima il Nord” dell’Homo padanus. Non tanto per educazione, quanto per la convinzione che nulla possa cambiare, che non valga la pena lottare.
Tanto per cominciare, il Sud non si è mai reso conto che sono i suoi voti a decidere le elezioni in Italia, né che con i suoi voti abbia sempre mantenuto in piedi un sistema che lo danneggiava incrementando il divario col Nord. Forse che ai meridionali vada bene così: assistenzialismo e qualche condono in cambio di voti ?
Quando la Lega Nord era ancora brutta e cattiva e con il coso duro urlava “separiamoci”, non solo nessuno gli ha risposto che stava usando un tono fortemente anticostituzionale, ma con il suo “coso” duro è arrivata a governare l’Italia al motto di Prima il Nord.
Mentre il Sud, che sul suo “coso” duro ha sempre mantenuto una certa privacy, se prova ad alzare il ditino per prendere la parola viene additato di revanscismo.
Anche questa volta il Sud va al voto elemosinando attenzione dagli stessi distratti partiti nazionali, speranzoso che prima o poi qualcuno gli porga la mano per tirarlo fuori dalla palude degli ultimi posti dell’intera Comunità Europea, e magari, nella migliore tradizione del cornuto e mazziato, la mano spera che gliela porga l’ex partito secessionista fautore della Padania libera, oggi però pentito e convertito sulla via della Salerno/Reggio Calabria a nuovo Salvatore del povero popolo meridionale.
Avendo il Sud un problema comune: il dramma del lavoro che non c’è, servizi , infrastrutture, ferrovie, strade, ospedali, inefficienti ( ignorati da sempre da tutte le forze in campo, e per questo presenti da decenni ) non vedo come la soluzione possa arrivare dalla possibilità di poter acquistare un’arma per la difesa personale o dalla lotta, giusta o sbagliata non è argomento di quest’articolo, degli immigrati arrivati quando oramai Garibaldi &co. avevano già obbedito. I problemi del meridione c’erano prima degli immigrati e ci sono anche adesso. I nostri nonni furono costretti a emigrare per gli stessi motivi per cui oggi lo fanno i loro nipoti. Questo non vuol dire che non esiste il problema della regolamentazione dell’immigrazione, ma dubito che sia il primo problema del Mezzogiorno.
I meridionali che osannano Salvini (alleato con Berlusconi e Meloni) dovrebbero ricordare che pizzo e mazzette le pretende la mafia locale, con la collusione della stessa politica, non certo lo straniero che raccoglie pomodori e arance nei campi.
La Questione Meridionale, rimane uno storico problema nazionale, vecchio almeno quanto gli stessi soliti partiti che oggi ci offrono con l’ennesima legislatura la stessa soluzione riscaldata.
TRIVELLE NEL MAR JONIO, I TERMINI PER IL RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO SONO SCADUTI?
COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV
R.A.S.P.A. – RETE AUTONOMA PER SIBARITIDE E POLLINO PER L’AUTOTUTELA
MO UNIONE MEDITERRANEA
COMUNICATO STAMPA
TRIVELLE NEL MAR JONIO, I TERMINI PER IL RICORSO AL CONSIGLIO DI STATO SONO SCADUTI?
IL PRESIDENTE OLIVERIO DICA ESATTAMENTE COME STANNO LE COSE E COSA FARA’ LA REGIONE
Con sentenza pubblicata il 27 novembre 2017, il TAR Lazio ha respinto il ricorso proposto dalla Regione Calabria contro i Ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente e dei Beni Culturali, nei confronti della compagnia americana Global Med, per l’annullamento di due distinti decreti del 15 dicembre 2016 («F.R 41.GM» e «F.R 42.GM») con cui il MISE ha accordato il permesso di cercare gas e petrolio nel Mar Ionio, in un’area di circa 1.500 kmq nell’off shore della provincia di Crotone.
Il TAR Lazio ha sentenziato che «[…] il ricorso è irricevibile ed infondato e deve essere respinto».
La Regione Calabria ha la possibilità di proporre appello dinanzi al Consiglio di Stato entro il termine del 27 maggio 2018, sempre che nel frattempo la sentenza del TAR Lazio non sia stata notificata, nel qual caso il termine sarebbe di 60 giorni dalla notifica. I cittadini possono sapere se i termini per proporre il ricorso sono scaduti? Si possono ancora fidare delle istituzioni?
Per le vie informali, le strutture territoriali del Coordinamento Nazionale No Triv hanno già da tempo sollecitato più volte la Regione a muovere passi concreti e immediati contro le pretese di Global Med e gli atti del MISE.
Ad oggi, tuttavia, non si registrano né prese di posizioni ufficiali da parte del Presidente Oliverio, né fatti concreti che autorizzino a pensare che la Regione intenda far sul serio. I precedenti non giocano certamente a favore della comunità calabrese: basta leggere le motivazioni della sentenza del TAR Lazio per capirlo.
Dei tre motivi addotti dal TAR per respingere il ricorso, due appaiono, infatti, fondati. Ci si chiede come sia stato possibile averli citati nel ricorso quando anche un avvocato in erba sa bene che per progetti “petroliferi” in mare la legge non prevede alcuna Intesa tra Stato e Regione, e che per far valere questioni più strettamente ambientali si sarebbe dovuto ricorrere contro i decreti di compatibilità ambientale.
MA NON È FINITA QUI. Gobal Med è in attesa di ottenere un terzo permesso di ricerca (istanza denominata «d 87 F.R-.GM»), sempre nello Ionio, in un’area contigua alle due oggetto dei permessi «F.R 41.GM» e «F.R 42.GM». Il Ministero dell’Ambiente si è già pronunciato a favore della compatibilità ambientale del terzo progetto con Decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 3 ottobre 2017, contro cui la Giunta si è ben guardata dal proporre ricorso anche grazie alla disattenzione di tutte le forze politiche.
Il Coordinamento Nazionale No Triv, per il tramite di RASPA (Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autotutela), ha tra l’altro offerto alla Regione Calabria il supporto giuridico gratuito di Enzo Di Salvatore, noto costituzionalista e padre dei quesiti referendari No Triv, che garantirebbe un ricorso che non abbia fini esclusivamente elettorali o di facciata.
La domanda sorge spontanea: si vuol concedere al Ministero e a Global la possibilità di vincere a mani basse su tutti i fronti? Vogliamo regalare 2.200 kmq di mare a Global Med? La Regione Calabria vuol farsi ridere dietro dal resto d’Italia o intende prendere la cosa veramente sul serio?
In occasione del ricorso al TAR, il Presidente Oliverio scrisse al MISE che «Il nostro mare è una risorsa da salvaguardare e valorizzare. Una risorsa per alimentare lo sviluppo sostenibile». Bene: alle parole faccia seguire passi seri e concreti e non ricorsi mal fatti.
Roma, 17 febbraio 2018
Coordinamento Nazionale No Triv
RASPA- Rete Autonoma Sibaritide e Pollino per l’Autonomia
MO Unione Mediterranea
SE SADISMO E RINCOGLIONISMO CI TAPPANO GLI OCCHI
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
I sondaggi elettorali indicano che, anche a ragione della complessa legge elettorale, il Mezzogiorno avrà un peso preponderante sul risultato finale. Vediamo come chi oggi cerca voti ha ridotto il Mezzogiorno.
L’ Eurostat, all’interno del suo volume annuale dedicato alle 270 regioni dell’ Unione Europea, ci dice che:
In UE il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione entro tre anni, in Italia ci riesce appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7% e in Calabria la percentuale crolla addirittura al 20,3%, dati peggiori si trovano solo per la Guyana francese 44,7% (è una regione e un dipartimento d’oltremare della Francia che si trova nell’America meridionale) e per la regione bulgara di Severozapaden 46,5%.
Calabria, Sicilia, Campania e Puglia, sono in Europa le regioni in cui lavora meno di una persona su due fra i 20 e i 64 anni. Il digitale è ormai indispensabile per la maggior parte delle occupazioni ma nel Sud Italia e nelle isole solo il 57,5% ,fra i 16 e i 74 anni, usa regolarmente internet, quasi 20 punti percentuali meno della media Ue (79%). E appena il 27% lo fa da dispositivi mobili come smartphone o tablet (media Ue 59%).
Una donna residente al Sud ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud.
A questi dati vanno sommati quelli Svimez che danno un sud a rischio desertificazione umana e industriale e portano a una disomogeneità territoriale tra il nord e il sud d’Italia che non ha eguali in Europa.
Se non riusciamo a leggere questi dati che, seppur nell’ultima legislatura sono assai peggiorati, storicamente accompagnano e condannano il Mezzogiorno e ci facciamo (ri)fottere da chi in questi decenni (ma potremmo dire secolo) ha già governato con questi tristi numeri e oggi ci promette che con una pensione da 1000 €, con il “mandiamo via gli stranieri che ci rubano il lavoro” (quale?), con la (ri)modifica dell’art. 18 (per chi ha un lavoro), con un reddito di cittadinanza, ecc.ecc, il sud si staccherà dal fondo di questa deprimente classifica, non saremo antropologicamente inferiori ma un pochino di sadismo da cabina elettorale sicuramente lo possediamo.
I Governi italiani sono sordi da 160 anni, MO Unione Mediterranea, dopo aver presentato una petizione a Bruxelles per denunciare le condizioni del Mezzogiorno, vuole iniziare un percorso per rivolgere, con le prossime elezioni Europee, le istanze del Mezzogiorno direttamente a Bruxelles.
Se non capiamo che solo una coscienza meridionalista può contribuire alla nostra causa, oltre che sadismo probabilmente soffriamo anche di rincoglionismo.
Il 4 MARZO SI VOTA, IL MEZZOGIORNO È NEI PROGRAMMI ELETTORALI ?
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
Basta dare uno sguardo ai programmi dei partiti per accorgersi che, salvo Potere al Popolo (punto 14 – UNA NUOVA QUESTIONE MERIDIONALE) che inserisce la sua questione meridionale tra le universali battaglie contro capitalismo e neoliberismo, in nessuna forza politica si affronta quella storica Questione Meridionale che da Giustino Fortunato a Gramsci fino a Nicola Zitara è rimasta tuttora irrisolta.
Passi pure la new Lega di Salvini che, da statuto, ha fatto dell’antimeridionalismo e dell’egoismo territoriale nordista un punto fermo e che ora, in cerca di consenso, si presenta nelle regioni meridionali come l’ennesimo nuovo salvatore disceso, non dal cielo, ma dal più vicino nord. Ma le altre forze politiche che, travestite nel significato stesso della parola ipocrisia, hanno versato fiumi di lacrime sul destino del Mezzogiorno, come si pongono verso la questione meridionale, che sia quella storica o quella attuale?
Per Berlusconi, ovvero Forza Italia, nulla è cambiato rispetto alla discesa in campo del 2004: promessa più, promessa meno, sono le stesse che nell’ormai storico salotto di Bruno Vespa consegnò sotto forma di contratto con tanto di autografo agli italiani, le stesse clamorosamente smentite negli anni successivi dai dati sull’aumento della disoccupazione e la progressiva desertificazione delle aree meridionali.
Più a destra del Cavaliere, Giorgia Meloni e suoi Fratelli d’Italia ricorrono ai ricordi della letteratura, del grande impegno, nei fatti tradito, del dopoguerra per il recupero delle differenze infrastrutturali tra il nord e il sud.
Il PD è alle prese con il bilancio di fine legislatura e con le varie aree politiche staccatesi. Queste, in vista delle prossime politiche, sono confluite nel cartello elettorale di LeU, pur avendo governato e proposto insieme varie inconcludenti soluzioni per il Mezzogiorno. Come, ad esempio, la creazione di un ministero per il Mezzogiorno (a proposito: il ministro uscente si candiderà al centronord…), le Zes e l’ultimo provvedimento “Resto al Sud”: tutto inutile se non si “tolgono i sassi” per migliorare i collegamenti! Infine il masterplan, presentato come la panacea di tutti i mali meridionali, ma penosamente fallito: come dimostrato dai recenti dati dell’Eurostat, che ha piazzato la Calabria, la Sicilia, la Campania e la Puglia tra le sei Regioni europee con i più bassi tassi di occupazione tra le 270 nelle quali l’Eurostat stesso divide l’Unione Europea.
Proseguono tutti, compatti e divisi, nell’ignorare che senza giustizia sociale e senza lavoro non c’è libertà e nel nostro Sud non si respira aria di libertà da oltre un secondo e mezzo.
Mentre il mondo politico tutto si concentra sul problema immigrazione: accogliamo, respingiamo, identifichiamo, integriamo. Quello della emigrazione interna non si è mai arrestato e da generazione in generazione ha portato il sud al rischio concreto di desertificazione umana e industriale (dati Svimez).
Deve essere chiaro il concetto che alcuni provvedimenti dei partiti nazionali seppur universalmente condivisibili ( Legge Fornero, art. 18, reddito di cittadinanza, ecc.) non possono confondersi con le specifiche istanze necessarie per il Mezzogiorno dove solo con un’azione meridionalista si può contribuire alla causa della Questione Meridionale.
Cosa c’entra il fascismo con il meridionalismo? Niente.
di Raffaele Vescera
Che c’entra il fascismo con il meridionalismo?
Se qualcuno crede che l’ormai impetuosa consapevolezza neo-meridionalista possa avere un’anima reazionaria, nostalgica, fascista o comunque violenta si sbaglia di grosso. La cultura della violenza politica, del razzismo, del nazionalismo esasperato e del militarismo si è storicamente affermata al Nord dello stivale. Il fascismo, come universalmente riconosciuto, è un fenomeno violento nato tra gli agrari padani che organizzavano squadre armate per reprimere il forte movimento bracciantile. Stessa cosa, è vero, accadeva al Sud, dove gli agrari facevano ricorso alle bande mafiose, ma questo sistema segreto non poteva affermarsi come ideologia politica, cosa che invece avvenne al Nord, dove il fascismo conquistò presto il consenso degli industriali che lo usarono per fermare la ribellione della classe operaia, anche questa violenta in verità. Ma forse quest’ultima aveva l’attenuante della legittima difesa.
Consenso ricevuto anche dal liberalismo italiano, compreso quello di Benedetto Croce, che seppur pentito, ha prodotto danni enormi alla sua gente.
Insieme al controllo degli operai, il capitalismo italiano, uscito rafforzato dalla grande guerra, (costata un milione di morti vieppiù meridionali mandati al macello nelle trincee poiché i settentrionali servivano quale forza lavoro nel triangolo industriale) mirando all’ulteriore espansione produttiva, sposava in pieno la vieta ideologia “imperiale” dei Savoia, coltivata da secoli in Piemonte. Piemonte definito dal Amadeo Bordiga, sodale di Gramsci, “uno staterello militarista”. Il modello coloniale adottato dal Piemonte, a partire dal ‘700 in Sardegna, una terra letteralmente desertificata, con i Sardi, trattati quale razza inferiore da sfruttare, fu riproposto un secolo dopo nelle Due Sicilie, e il secolo successivo in Africa e nei Balcani.
“L’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”. Scriveva Antonio Gramsci, e ancora: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”
Ma la sinistra italiana dimenticava presto queste elementari verità storiche enunciate da Gramsci e sposava essa stessa la teoria interessata di un Sud colpevole della propria povertà. La classe operaia del Nord veniva così messa contro i contadini del Sud, impedendo l’alleanza propugnata da Gramsci, mentre il capitalismo industriale del Nord, votato al fascismo, ben si saldava con quello agrario del Sud. Ancora una volta a rimorchio degli interessi subalpini, dopo l’alleanza “risorgimentale”.
Quando il Piemonte, in guerra permanente da decenni, munito di un esercito mercenario al servizio delle potenze europee, invase le Due Sicilie, si trovò di fronte uno stato pacifico da secoli, dove la retorica militarista di stampo franco-prussiano non aveva mai attecchito tra le classi colte, più propense alla crescita intellettuale illuminata e all’uso delle arti più che delle armi, com’è giusto che sia in uno stato civile. Questa propensione, unita alle convinzioni cristiane della dinastia borbonica, facevano delle Due Sicilie uno stato moderato, comunque in crescita economica e proiettato verso traguardi di civile modernità, com’è accaduto ad altri stati europei di pari condizione che non hanno subito tale devastante, ancorché “fraterna”, occupazione.
L’animo pacifico dei meridionali cozzava con la retorica militarista fascista, capeggiata in gran parte da gerarchi di provenienza padana, come lo stesso Mussolini che, come riporta il diario di Giuseppe Bottai, nel 1935 sosteneva: “Bisognerà fare una marcia su Napoli, per spazzare via chitarre, mandolini, violini e cantastorie.” Poi, nel luglio del 1941, quando Napoli fu colpita dai primi attacchi aerei degli Alleati, Mussolini, secondo quanto riportato nel diario di Galeazzo Ciano, disse: “Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura. La guerra farà dei napoletani un popolo nordico”.
Non è un caso che, il divario economico tra Nord e Sud, inesistente nel 1860, come dimostrato da vari studi economici, cresciuto via via a causa dello sfruttamento coloniale imposto al Sud dall’Italia unita, raggiunse il suo massimo storico, durante il ventennio nero: il 50%. Risalito al 68% negli anni ’80, grazie alla pur vituperata azione della Cassa del Mezzogiorno, e ridisceso in seguito, tornava all’attuale 53% . Ciò grazie all’azione politica, in accordo col berlusconismo e la complicità della sinistra, della Lega Nord, altra creatura del capitalismo subalpino, utile a stroncare sul nascere lo sviluppo industriale del Sud, concorrenziale a quello settentrionale. I valori adottati, sempre gli stessi del fascismo: razzismo e disprezzo verso gli “indolenti meridionali”. Tanto indolenti da essere estranei alla violenza fascista e al successivo terrorismo, di sinistra o di destra che fosse, ma tanto coraggiosi da essere stati i primi a ribellarsi, nel ’43 a Napoli, alla belve naziste, cacciate dalla città da donne e scugnizzi partenopei. Ma questa è un’altra storia.
I giovani del Sud costituiscono il peggiore incrocio possibile per i partiti nazionali, perché ?
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.




