Tutte le notizie dal mondo del meridionalismo
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Al sud vogliono il reddito di cittadinanza perché sono sfigati poveracci nullafacenti che si grattano il ventre. Questo quello pensa, e lo scrive su Libero, Vittorio Feltri
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.
Una delle poche note positive dell’età che avanza è la contemporanea saggezza che con lo scorrere degli anni si acquisisce o meglio si dovrebbe acquisire.
Ci sono delle eccezioni dove la saggezza appare inversamente proporzionale al numero degli anni, decrescendo mano a mano che questi aumentano, un esempio eclatante è quello di un anziano signore di Bergamo, tal Vittorio Feltri, che probabilmente ignaro di questa sua simil-demenza senile si sente “Libero” di scrivere su un “Quotidiano” di dubbia qualità che nel sud Italia chi non trova lavoro non è un comune disoccupato ma uno sfigato, poveraccio e lazzarone.
Secondo costui i corregionali del governatore De Luca, del governatore Pittella, del governatore Emiliano, del governatore Olivierio e del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella alle prossime elezioni politiche del 4 marzo saranno orientati a votare il Movimento 5 stelle perché sedotti dalla possibilità di ricevere, grazie alla loro proposta elettorale del reddito di cittadinanza, denaro senza lavorare, e che per la loro naturale indole di nullafacenti accoglieranno, Di Maio, Napoletano e affamato pure lui, quale Salvatore della Patria e della pancia, preferendo un illusorio intascamento in massa dell’obolo, al rischio che le altre forze politiche alzino le tasse per mantenerli.
Questi Terroni, sempre secondo il parere dell’anziano bergamasco, dopotutto sono stati abituati dal “laurismo” a grattarsi il ventre piuttosto che a rompersi i coglioni lavorando.
A questo punto noi non sappiamo se il più asservito dei pennivendoli italiani, vero e proprio insulto vivente al concetto di Giornalismo, che scrive nelle pause fra una salamelecco ed un inchino ai propri padroni, sia realmente intaccato da qualche sintomo di demenza senile e questo si traduca spesso in isteriche arringhe destituite di ogni fondamento razionale o documentale, ma se esiste una pena per diffamazione della dignità del popolo meridionale, mi aspetto che i governatori delle Regioni del sud reagiscano a questo insulto dei loro cittadini e che Sergio Mattarella, se pensa di essere Presidente anche del popolo meridionale, ponga un freno a questo continuo insulto perpetrato ai danni dei meridionali, definiti ancora oggi con estrema leggerezza “Terroni”.
Noi di MO Unione Mediterranea non accetteremo più nessun insulto razzista di marca Feltriana.
No meridionalismo? no sud
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.
Solo chi matura una coscienza meridionalista può contribuire alla nostra causa. Il resto pur, essendo battaglie condivisibili, non possono essere declinate al concetto di meridionalismo.
Tra un mese dovremo scegliere a quale partito o movimento dare il nostro voto, ho sia amici che “tendono” a sinistra, sia amici che “bazzicano” a destra o che “credono” nei cinquestelle, tutti loro hanno le loro convinzioni e su alcuni punti ognuno di loro ha anche argomenti condivisibili, ma nessuno verte verso la più grande questione italiana irrisolta: la Questione Meridionale.
Non è retorica, l’Italia ha nel suo sud le Regioni più povere d’Europa e seppur ogni nazione abbia al suo interno territori più o meno ricchi la disomogeneità territoriale presente in Italia non ha eguali in Europa.
Flax Tax, espulsioni, altri 80 euro, università gratis, reddito di cittadinanza, creeranno più occupazione nel Mezzogiorno o quanto meno renderanno almeno equa la disoccupazione?
Miglioreranno le infrastrutture ferroviarie autostradali?
Renderanno degna di uno Stato civile la sanità anche nel sud ?
No, nessuna delle proposte, condivisibili o meno, presente nei programmi dei partiti nazionali, sembra andare incontro alle esigenze di un meridione a rischio desertificazione umana e industriale; i bus che da sud a nord trasportano gli emigrati “Terroni” non subiranno improvvisi cali di clientela; il porto di Gioia Tauro, il più grande porto in Italia per il throughput container, il 9° in Europa ed il 6° nel Mediterraneo, continuerà a non avere le infrastrutture di terra che ne garantirebbero un futuro certo; Matera continuerà ad essere un capoluogo di provincia senza autostrada e senza ferrovia.
L’ elastico della disomogeneità tra il nord e il sud non si accorcerà ed il rischio che si spezzi diventa sempre più concreto.
Solo chi matura una coscienza meridionalista può contribuire alla causa del sud. Il resto saranno anche battaglie condivisibili ma non possono essere declinate al concetto di quel meridionalismo necessario, se non fondamentale, per le necessità del Mezzogiorno.
Attacco alla Calabria, Istituzioni non stiano a guardare
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterrranea
Un anno fa il Ministero dello Sviluppo Economico ha rilasciato due nuovi permessi di ricerca di idrocarburi, denominati rispettivamente «F.R 41.GM» ed «F.R 42.GM», in favore della società petrolifera statunitense GLOBAL MED LLC per cercare gas e petrolio nel Mar Ionio in due aree contigue pari, rispettivamente, a 748,6 kmq e 748,4 kmq., per complessivi 1.497 kmq.
Gli enti interessati dai decreti di conferimento dei due permessi di ricerca sono:
Regione: Calabria
Province: Crotone, Catanzaro
Comuni: Strongoli, Cropani, Montepaone, Soverato, Borgia, Staletti’, Ciro’ Marina, Sellia Marina, Melissa, Crucoli, Catanzaro, Crotone, Isola di Capo Rizzuto, Botricello, Cutro, Simeri Crichi, Ciro’, Montauro, Squillace, Belcastro.
I due provvedimenti ministeriali (DECRETO MINISTERIALE 15 dicembre 2016 – Numero di Pubblicazione 180 e DECRETO MINISTERIALE 15 dicembre 2016 – Numero di Pubblicazione 181), pubblicati sul BUIG – Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse – Anno LX N. 12 – 31 Dicembre 2016, eludono palesemente il divieto fissato dal Decreto Legislativo n. 625 del 25 novembre 1996 che vieta che un singolo operatore possa avere la titolarità di un permesso di ricerca in un’area (terraferma o mare) estesa più di 750 kmq.
Per eludere il divieto di legge, dunque, Global Med ha diviso artificiosamente un’unica area da destinare al medesimo progetto industriale, di estensione pari a 1.497 kmq., in due porzioni contigue, in modo da porsi di sotto della soglia prevista dalla legge.
Sempre al largo delle coste di Crotone e Provincia, Global Med sta per incassare un terzo permesso di ricerca: l’istanza è convenzionalmente denominata d 87 F.R-.GM e la sua area è contigua a quella dei due permessi già rilasciati. Ha un’estensione di 729,5 km2.
A quanto pare, nessuno ha vigilato e monitorato lo stato del procedimento dell’Istanza d 87 F.R-.GM e, adesso, scaduti i termini per fare ricorso al Tar Lazio contro il Decreto di Compatibilità Ambientale (D.M. n. 252 del 26.09.2017), non resta che prepararsi al ricorso al TAR Lazio contro il futuro decreto MISE che accorderà il TERZO Permesso di Ricerca nello Jonio calabrese al medesimo operatore.
Regione Calabria e Comune di Crotone non stiano a guardare, il rischio che corrono le future generazioni di una terra già martoriata è molto alto, le responsabilità delle istituzioni che devono tutelare il territorio sono facilmente individuabili e non assumersele è sinonimo di complicità.
Dopo l’esito negativo della sentenza del Tar Lazio le istituzioni interessate ricorrano al Consiglio di Stato, affidandosi a persone esperte, non a consulenti occasionali poco esperti in materia.
Deve essere rispettata la volontà di tutti i cittadini che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare.
Minori che delinquono
di Antonio Lombardi
Proprio in questo anno appena cominciato, ricorrerà il trentennale dell’approvazione del Codice di procedura penale per i minorenni (D.P.R. n. 448 del 22/9/1988). L’occasione è buona per riflettere un po’ sulla risposta dello Stato in presenza di reati commessi da minori, considerando che gli ultimi episodi di cronaca, a Nord come a Sud, rilanciano fortemente il tema.
I nodi problematici sono molteplici, ne introduciamo alcuni che sembrano fondamentali e che necessiterebbero di un approfondimento e di un eventuale intervento da parte del legislatore. In effetti, questo è un tema scarsamente, o per nulla, affrontato nel corso delle campagne elettorali, ma il Parlamento che si insedierà con le prossime elezioni politiche dovrà probabilmente mettere mano ad una riforma del suddetto codice, partendo dai 30 anni di esperienza sviluppatisi.
In Italia chi non ha compiuto 14 anni al momento in cui ha commesso il reato non è imputabile (art. 97 c.p.). Ciò significa che non può essere processato; verso costui o costei possono essere solo assunti provvedimenti di carattere civile o amministrativo, al fine di facilitare interventi educativi ed eventualmente allontanarlo/la dalla famiglia. In ambito penale, agli infraquattordicenni può al massimo essere applicata una misura di sicurezza, fintantoché perdura la sua eventuale pericolosità sociale: le prescrizioni, cioè delle limitazioni alla libertà (ad esempio: la sera rientrare a casa entro una certa ora, non utilizzare motorini, ecc.) o il collocamento in una comunità educativa, se fugge dalla quale (basta aprire la porta e andarsene) non risponde del reato di evasione, ma certo ne prolunga la durata in ragione del fatto che ancora non si mostra affidabile.
Questo dell’età nella quale si diventa imputabili è un tema delicato e fondamentale, perché in tensione tra due poli: da un lato la consapevolezza che un minore non sempre è pienamente responsabile dei suoi agiti (induzione da parte degli adulti, modelli educativi negativi, ecc.) dall’altro il diritto della collettività ad essere tutelata da giovanissimi che delinquono e, talora, lo fanno in maniera estremamente violenta.
È il caso del tredicenne che nel veronese ha ucciso un senza fissa dimora dandogli fuoco: non imputabile.
Forse è giunto il momento di valutare se abbassare la soglia dell’imputabilità (che, tra l’altro, per effetto dell’art. 98 c.p. potrebbe anche non essere riconosciuta tra i 14 ed i 18 anni se, nel momento in cui ha commesso il fatto, il minore non aveva capacità d’intendere e di volere). Come ci si regola all’estero? Il discorso sarebbe in realtà complesso, perché andrebbe articolato con i differenti sistemi giudiziari e sanzionatori, ma comunque, semplificando, facciamo qualche esempio. In Svizzera e in Grecia si diventa imputabili a 7 anni; in Scozia ad 8, in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord a 10; in Portogallo ed in Olanda a 12 anni; in Germania la soglia dell’imputabilità è fissata a 14 anni come in Italia, in Finlandia è elevata a 15. Negli Stati Uniti l’età imputabile varia da stato a stato, fino ad un limite minimo di 7 anni. Si badi bene che le statistiche non rivelano alcuna correlazione tra bassa soglia di imputabilità e diminuzione dei reati commessi dai minori: questa precisazione serve a comprendere che un eventuale abbassamento in Italia non va concepito come azione di prevenzione, ma semplicemente (e comunque non è poco) come misura di contenimento finalizzata alla protezione della comunità e all’attivazione di una risposta sanzionatoria –e in quanto tale educativa- nei confronti del minore.
Uno degli istituti cui si fa sovente ricorso nei procedimenti penali a carico di imputati minorenni è la cosiddetta “messa alla prova” (art. 28 D.P.R. 448/88), talvolta anche per gravi reati. In pratica il processo viene sospeso e il minore deve impegnarsi in un progetto educativo che preveda attività di formazione, socializzazione, riparazione, attraverso l’intervento dei servizi sociali.
Se l’esito è positivo il reato viene estinto (in pratica cancellato, senza lasciare alcuna traccia nella vita del minore); viceversa, se l’andamento è negativo, si riprende il processo fino alla sua naturale conclusione. La messa alla prova è stata introdotta in Italia proprio con il nuovo codice di procedura penale per i minorenni e rientra in quella filosofia della “giustizia riparativa” (ti sollecito a riparare il danno che hai fatto, per riabilitarti) che dovrebbe sostituire la “giustizia retributiva” (hai fatto un danno e ti punisco) che, non c’è dubbio, almeno formalmente è un elemento di progresso giuridico. Il problema, dunque, non si pone sul piano ideale, ma su quello sostanziale di un ricorso a tale istituto forse troppo esteso.
Il legislatore potrebbe prevedere, ad esempio, limiti alla sua applicabilità con riferimento a tipologie di reato e/o alle circostanze in cui esso è stato commesso, per dare un segnale educativo forte di condanna del gesto compiuto e al fine di prevenire un pericoloso senso di impunità che il minore potrebbe percepire, in tal caso con una possibile ricaduta sullo sviluppo della sua personalità in senso antisociale.
Il carcere, che attualmente risulta un’ipotesi residuale sia in fase cautelare che esecutiva, potrebbe essere rivalutato nella sua funzione di tutela della comunità, senza naturalmente rinunciare ad un suo orientamento educativo e non meramente contenitivo.
Subire un reato è già di per sé una sventura; subirlo da un minore è una sventura più grande. In generale la vittima del reato è troppo assente nella giustizia in Italia. Esistono servizi pubblici che si prendono specificamente cura dei colpevoli (ed è una buona cosa) ma non delle loro vittime (ed è una pessima cosa), le quali difficilmente possono accedere a qualche forma di aiuto che non sia solo di natura economica.
E comunque, anche in quest’ultimo caso, se a commettere il reato è stato un minorenne, la vittima non può neppure costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico di costui “per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato” (art 10 D.P.R. 448/88): uno sbilanciamento in favore dell’imputato minore che può suonare come una sorta di vessazione sulla vittima del reato. Questa norma andrebbe forse cancellata. Con le parti civili presenti ed operanti nel procedimento, infatti, la responsabilità del minore verrebbe maggiormente enfatizzata e la risposta dello Stato potrebbe essere, non tanto più sanzionatoria, quanto più esigente sul piano riparativo (e dunque educativo).
Non dimentichiamo che anche una collettività può essere vittima di un reato. Immaginiamo un gruppo di tifosi minorenni che insultano e cantano cori razzisti e violenti (Oh Vesuvio, lavali col fuoco! Napoletani colerosi!); immaginiamo che finalmente vengano identificati e denunciati: il Comune -che rappresenta i napoletani- non può costituirsi parte civile nel procedimento penale a loro carico per ottenere un risarcimento del danno, ma deve eventualmente avviare una causa civile separatamente: spese, tempi lunghi e minore incisività del processo penale stesso sui minori imputati. Tanto più, poi, se parliamo di uno stupro o di una rapina o di un omicidio.
È evidente che queste minime riflessioni lasciano tranquillamente il tempo che trovano se lo Stato non si impegna nell’operazione più importante ed urgente: l’educazione delle comunità all’esercizio della responsabilità educativa. Educare ad educare. Urgono percorsi per l’apprendimento della pratica competente e responsabile della genitorialità, servizi ed iniziative sul territorio tesi a sottrarre i bambini e gli adolescenti agli influssi nefasti degli adulti maldestri o malevoli nel dare il buon esempio e trasmettere valori positivi, e ogni altra azione creativa, seria e ben organizzata, finalizzata a rendere le comunità locali delle comunità educanti. E dove non arriva la buona volontà degli adulti deve arrivare lo Stato a escludere quegli adulti stessi –senza troppe cerimonie- dal contatto con i minori a rischio.
L’ipergarantismo degli adulti e in particolare dei genitori, nel settore della tutela dei minori, può rappresentare un duro colpo al diritto di crescita costruttiva di questi ultimi e, alla fine, rivelarsi una ferita inferta alla maggioranza onesta ed inerme dei cittadini.
MO – Unione Mediterranea e la Questione Ambientale.
di Massimo Mastruzzo
Com è strana la politica italiana
Lombroso e lo stato senza nazione
di Antonio Lombardi
Dobbiamo in qualche modo ringraziare i tifosi dell’Atalanta se, in questi giorni, sta riemergendo la figura inquietante di Cesare Lombroso (che in realtà si chiamava Marco Ezechia Lombroso), il medico di fine ottocento considerato il fondatore dell’antropologia criminale. Li dobbiamo ringraziare –dopo aver abbondantemente stigmatizzato il loro comportamento offensivo allo stadio San Paolo di Napoli il 2 Gennaio, dove hanno esposto una bandiera della loro squadra con l’effige appunto del Lombroso- perché hanno srotolato sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere, la persistenza nella società italiana dell’idea di improbabili giustificazioni biologiche del razzismo.
Nei suoi studi criminologici, Lombroso si opponeva alla cosiddetta scuola classica che ascriveva un’importanza fondamentale alla libertà dell’individuo nel determinarsi, nello scegliere tra azioni criminose e non criminose. Egli, invece, focalizzava l’attenzione su caratteristiche ereditarie (“l’atavismo criminale”) che facevano del delinquente un involuto a stadi primitivi della razza umana e perciò ineluttabilmente spinto, destinato, a delinquere: un delinquente nato.
Il segno chiaro e decisivo di questa degenerazione biologica in senso criminogeno, Lombroso ritenne di scorgerlo durante l’autopsia del calabrese Giuseppe Villella, nella “fossetta occipitale mediana”: correva l’anno 1870.
In realtà, come scrive Maria Teresa Milicia docente di antropologia culturale all’università di Padova, quella dell’autopsia a Villella fu parte della costruzione mediatica del personaggio Lombroso, dal momento che il cosiddetto “brigante” morì nel 1864 e il medico veronese non effettuò l’autopsia, ma solo ebbe a disposizione il cranio [“Lombroso e il brigante”, 2014]. Questo la dice lunga sul rapporto tra autopromozione e inconsistenza, tema quanto mai attuale in politica.
L’interpretazione lombrosiana del fenomeno criminale è stata ampiamente smentita, gli stessi suoi risultati sono basati su criteri metodologici distanti dai moderni approcci e inficiati da approssimazione, grossolanità, assenza o errori nei gruppi di controllo. Tuttavia ci fu un influsso delle idee lombrosiane non solo sulla scienza criminologica per decenni, ma anche sulla politica e –persino oggi lo rileviamo con l’episodio dei tifosi bergamaschi- sull’immaginario razzista.
Lombroso espresse i suoi interessi e studi in materia in un’Italia che si era appena costituita –con i mezzi che attualmente la ricerca storica sta evidenziando nella loro crudeltà – e che vanamente cercava un collante per unire e un supporto per distruggere. Suzanne Stewart-Steinberg, docente di Italian Studies and Comparative Literature alla Brown University di Providence, ha pubblicato un poderoso studio sulla produzione scritta di alcuni autori dell’Italia postunitaria fino all’avvento del fascismo [“The Pinocchio Effect. On making Italians, 1860-1920”, 2007], attraverso il quale esplora la complessità di uno stato appena fondato, alla ricerca di una nazione inesistente: quella italiana.
Tra gli autori che la studiosa rilegge, c’è anche Lombroso, che sembra l’epigone della paura del diverso, della maledizione oscura dell’altro perduto e ritrovato nei suoi dettagli che lo decostruiscono da essere umano moderno e lo ricostruiscono, primitivo, come folle e criminale: uno stigma indelebile come un tatuaggio.
E nell’Italia unita, forzatamente unita e pertanto perdutamente disunita, l’opera di Lombroso sembrava adatta a fornire un sostrato utile a quella ricerca disperata di un’idea di italianità e di un disfacimento di tutto ciò che la negava, anzi che ne mostrava l’impossibilità. Il meridionale delinquente per nascita, sovversivo per arretratezza, biologicamente irredimibile, offriva una sponda forte ad uno stato senza nazione, che tale è rimasto dopo 157 anni.
Politiche 2018 – La questione per noi è MO!
di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea
Dopo quasi 160 anni, non solo non sono stati fatti gli italiani, ma – senza nessuna retorica e stando al riscontro dei dati concreti -, non è stata fatta neanche l’Italia. Almeno a Sud non ce ne siamo accorti.
Ma tralasciamo l’antica questione della mala unificazione ottocentesca. Quelli sono fatti assodati. Concentriamoci sulla fase repubblicana di questa nazione: neanche in questo caso il Sud ne esce bene, e basta constatare quanto la carta costituzionale sia disattesa. Leggiamo l’articolo 3:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.”
Appurata, si spera, l’assenza di responsabilità antropologiche a carico dei meridionali, vi sembra che oggi ci siano le condizioni per poter affermare che questa Repubblica abbia rimosso “ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini“?
Ultimamente non è riuscita nemmeno a rimuovere quattro sassi per provare a ridurre l’ iniquità tra le infrastrutture autostradali e ferroviarie del sud e del nord. Nel solo 2016 hanno lasciato l’Italia 124mila giovani: il 40 per cento ha tra i 18 e i 24 anni e parte per lo più dalle grandi città del sud. Cosenza, Salerno, Agrigento, Napoli, Catania e Palermo sei tra le prime dieci città che si svuotano senza che ci sia un ricambio (Rapporto Caritas-Migrantes).
Quanto alla crescita, nel terzo trimestre del 2017 il tasso di occupazione dei giovani under 34 in Italia è del 41,3, solo che al Nord è del 50,7 e a Sud 29,5, dice l’Istat. Una donna residente al Sud ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud.
Tra gli under 34 i disoccupati a Sud sono “solo” il 27,9…“solo” perché l’Istat considera “disoccupati” quelli che cercano lavoro. I Neet, quelli che non studiano e non lavorano, sono aumentati in modo vertiginoso negli anni della crisi: sono 3 milioni e 300 mila in totale, un giovane italiano su 4, e un milione e 800mila solo a Sud.
Ma non è finita, andando avanti con gli anni il dato peggiora: nella fascia tra i 25 e i 29 anni, a Sud, quelli che hanno terminato gli studi e che ancora non hanno trovato un lavoro sono il 46 per cento del totale. Nella fascia tra i 30 e i 34 anni la quota sale al 47 per cento del totale e al 57 per cento tra le donne.
Il sud è, secondo dati Svimez, a rischio concreto di desertificazione umana.
Non ci sarà nessuna salvezza senza una razionale politica di rilancio del Mezzogiorno che investa e si assuma i rischi di questo investimento. Lo stato a Sud si vede quando deve venire a proteggere gli interessi (certi) di qualcun altro. La questione TAP è emblematica: opera certamente strategica, dal ritorno sicuro, utile a tutti (senza distinzione di latitudine), dannosa per pochi (sempre i soliti, geograficamente ben loclizzati). Ma questo non è un investimento. Queste opere non hanno prospettiva. Il sud non crescerà facendo da culla ai tubi interrati. Bisogna chiedere politiche coraggiose, fidarsi delle popolazioni meridionali. Almeno una volta, in 160 anni.
Abbiamo bisogno di uno stato che si assuma il rischio dell’investimento; uno stato che – ad esempio -, ritenga strategica una rete autostradale e ferroviaria sulla costa ionica calabrese, che punti sullo sviluppo interportuale dell’hub di Gioia Tauro oltre che su quello di Genova e Trieste.
Nella probabilmente inutile attesa di questa assunzione di responsabilità non ci sembra sbagliato affermare che finora non si è realizzata nessuna Italia e questa non è retorica ma triste realtà.
MICHELE CONIA, quando l’amore per il territorio va oltre le bandiere politiche
Nasce il quattro agosto del 1976 a Taurianova (RC), da bambino ha vissuto in Germania, trasferito con il padre, quando i migranti eravamo noi ed il muro, con malta leghista, andava fatto per fermare i terroni. Vi rimarrà dall’età di 2 mesi fino a 6 anni per ritornare poi a Cinquefrondi, da dove non andrà più via e nel 2015 ne diventerà il Sindaco con la lista civica Rinascita,offrendo un nuovo volto non solo a Cinquefrondi, 6500 anime all’interno dell’area protetta del Parco nazionale dell’Aspromonte, nella Piana di Gioia Tauro, ma dando una immagine positiva di una Calabria che vuole emergere e che volta pagina, della quale molto spesso non si parla perché non fa notizia.
Laureato in giurisprudenza con una tesi sul lavoro e lo sfruttamento minorile, nel 1993 è tra i fondatori nonchè il portavoce del Kollettivo Onda Rossa, nel 1994 si iscrive al partito della Rifondazione Comunista ricoprendo nel tempo vari incarichi dirigenziali a livello provinciale, regionale e nazionale. Crede fortemente in una sinistra unita come alternativa reale all’attuale Pd, e nel febbraio del 2017 viene eletto nel direttivo nazionale di Sinistra italiana.
L’impegno nella lotta alle ecomafie, la difesa dei beni comuni che lo ha visto negli anni aderire, sostenere e partecipare, con piena convinzione, ai movimenti di difesa del territorio contro gli speculatori ed i vari colonizzatori (No PONTE, No Rigassificatore, No Inceneritore). l’amore concreto per il territorio che lo ha portato a schierarsi al fianco dei lavoratori del porto di Gioia Tauro, unico sindaco della piana di Gioia Tauro presente a Roma presso il Ministero delle Infrastrutture, come al Movimento 14 luglio una realtà che combatte sul territorio per il diritti dei cittadini di Nicotera, e per ultima la risposta al sindaco di Como che ha deciso di impedire la distribuzione anche di un bicchiere di latte caldo alle persone in difficoltà economica, definita da Michele Conia « una scelta inaccettabile e vergognosa che cozza con i valori della solidarietà e con i principi fondamentali della Costituzione italiana » e concretamente organizzando nella cittadina di Cinquefrondi, insieme ai volontari dell’associazione Senza Frontiere una “colazione solidale” distribuendo non solo bevande calde e prodotti alimentari, ma principalmente amore, accoglienza e abbracci.
Sono stati probabilmante tra gli elementi che lo hanno spinto tra i primi 6 nelle primarie de L’altroCorriere per la poltrona di governatore (virtuale) della Regione Calabria, e sono sicuramente i motivi che ci fanno seguire con attenzione e stima questo sindaco che negli anni si è contraddistinto nella realizzazione di progetti concreti a difesa, tutela e valorizzazione del territorio, battaglie che non possono che avere una visione comune ad un movimento come Unione Mediterranea che ha nel riscatto del Mezzogiorno il suo principale obiettivo.
Il Consiglio Di Stato Dice No Alle “Gae” Ai Diplomati Magistrali
Dopo ben cinque sentenze favorevoli, la Plenaria, con un colpo di spugna, ha fatto piazza pulita di quanto stabilito precedentemente, smentendo anche se stessa (sentenza del CdS n. 1973 del 16 aprile 2015)
Un pauroso dietrofront su tutta la linea che sta spaccando in modo irreversibile il mondo della scuola.
In sintesi è questo che ha stabilito la Plenaria: i diplomati ante 2001/2002 non hanno diritto ad essere collocati, al pari dei diplomati successivamente nelle graduatorie ad esaurimento poiché i due diplomi non sono equiparabili, nonostante i cinque ricorsi accolti favorevolmente.
La sentenza, lunga trenta pagine, ha gettato nel panico 50mila insegnanti che, al contrario, si aspettava ben altro dal CdS visto appunto i presupposti degli anni precedenti.
Scuola & Università Lombardia.
Adesso cosa succederà? Licenzieranno tantissime insegnanti della primaria?
I numeri parlano chiaro:
55.000/60.000 sono i ricorrenti inseriti con riserva in Gae;
2.300 i ricorsi passati già in giudicato tra immissioni in ruolo ed inserimento in Gae;
1.300 circa i ricorrenti immessi in ruolo con riserva;
80% dei ricorrenti provengono dal Centro/Sud ma quasi tutti inseriti nelle graduatorie del Nord.
La situazione che si è creata è complessa e di difficile soluzione. Attendiamo una dichiarazione del Ministro Fedeli su questa drammatica sentenza.
Abbiamo chiesto a Luigina, una insegnante della scuola primaria di Brindisi se questa decisione del Consiglio di Stato la preoccupa.
Si, io e altri 55 mila docenti non avremo diritto alla graduatoria per il ruolo, saremo declassati in seconda fascia. E al sud questo significa non lavorare più, Io ho vinto pure il concorso e sono in questa situazione.
A breve potrebbe esserci il più grande licenziamento di massa della storia della pubblica amministrazione, abbiamo tutti un contratto che verrà rescisso da qui a pochi settimane.
Qual’è la sua situazione?
Insegno alla primaria. Sono vincitrice concorso 1999 infanzia ma mai assunta a tempo indeterminato.
Vincitrice concorso per la primaria 2016 ma i posti messi a bando in Puglia sono misteriosamente spariti. Lavoro da 3 anni in primaria con contratti da Gae con riserva poiché il mio diploma è ante 2002.
L’ordinanza ci aveva concesso inclusione in gae e diritto a stipula di contratto. Ora il Cds ci disconosce questo diritto e ad uno ad uno verranno revocati i contratti persino quelli di ruolo.
Chi occuperà quei posti? I docenti di seconda fascia? Siamo comunque sempre noi. Quindi siamo o non siamo idonei ad insegnare?
Cosa pensate di fare?
Alcuni sindacati e il gruppo La scuola invisibile si sono già dati appuntamento a Roma il giorno 8 Gennaio per manifestare il proprio dissenso. Da lì in poi procederemo con la disobbedienza civile finché la politica non si prenderà seriamente ed in maniera repentina la responsabilità del reclutamento dei docenti.
Sarete con Noi?

