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Suez: le opportunità che navigano il Mediterraneo, ma non sbarcano al Mezzogiorno

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di Beatrice Lizza

Lo scorso 6 Agosto è stato inaugurato il nuovo canale di Suez: il canale che collega il Mar Rosso e il Mediterraneo è stato “raddoppiato”, nel senso che è stato ampliato e approfondito, oltre alla costruzione ex novo di un canale parallelo a quello preesistente, lungo 35 km.

Il progetto, realizzato in tempi da record sotto il governo di Abdel Fattah al Sisi, risulta estremamente promettente: ogni giorno il canale può essere attraversato da un numero doppio di navi, il tempo di transito è minore e non esistono più limiti per la grandezza degli scafi.

I lavori effettuati sono stati in grado di incrementare la convenienza di passaggio attraverso Suez, soprattutto per le rotte asiatiche dirette verso la costa occidentale degli Stati Uniti, precedentemente vincolate al passaggio dell’intero Pacifico e poi attraverso Panama. Il raddoppio del canale di Suez, quindi, non rappresenta semplicemente un’opportunità per l’economia egiziana, ma è una vera e propria svolta per tutto il Mediterraneo, che torna ad essere il centro delle rotte commerciali intercontinentali.

Nel terzo millennio, dove il costo dei trasporti è proporzionale al tempo impiegato, è necessario che ad ogni porto commerciale sia collegato un sistema di strutture che permettano di caricare e scaricare la maggior quantità di container possibile, sul medesimo mezzo di trasporto: ciò che rende più appetibile un porto rispetto ad un altro, quindi, non è semplicemente la fortunata condizione di vicinanza alle rotte principali, ma un ruolo fondamentale è giocato dalle attrezzature di cui dispone il territorio e dalle reti ferroviarie che permettano alle merci di essere trasportate con il minor dispendio di tempo ed energie.
Ad accaparrarsi il titolo di primo porto del Mediterraneo per traffico container è stata Algeciras, una città dell’Andalusia di appena 170.000 abitanti. La forza di questa nuova potenza portuale non è la semplice vicinanza con Gibilterra: grazie al giusto investimento dei fondi Europei, la Spagna è riuscita a trasformare una città più piccola di Salerno nel punto di partenza del cosiddetto Corridoio del Mediterraneo, ovvero una linea di grande comunicazione che arriva a Lione per poi proseguire per il centro Europa.
Mentre la domanda del traffico merci che da Algeciras va verso il cuore dell’Europa è destinato a crescere del 100% nel 2016, come si sta preparando l’Italia a cogliere le opportunità offerte dal nuovo canale?

Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica», approvato dal governo un mese fa, si specifica la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto (se le condizioni di mercato lo consentiranno) e Napoli-Salerno. Spicca tra questi il vantaggio geografico di Gioia Tauro: rispetto ai porti del Nord Adriatico, per esempio, si risparmierebbero oltre due giorni di navigazione, mentre rispetto a Algeciras ci sarebbe un vantaggio di mille chilometri per il cuore della Germania. Al momento però, i porti di Gioia Tauro e Taranto sono adibiti esclusivamente al trasbordo su altre navi, poichè non dispongono dei collegamenti via terra adeguati alle nuove esigenze commerciali, dei quali ancora non si è parlato nei documenti ufficiali.

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Le opportunità di sviluppo per il meridione sembrano non interessare il governo italiano, il quale non ha annunciato alcun investimento a sud di Livorno nemmeno al Cef, Connecting Europe Facility, lasciando ancora una volta il Mezzogiorno fuori dal «Meccanismo per collegare l’Europa», le cui opere andrebbero realizzate entro il 2020.
Per fortuna, però, non tutto il Belpaese è rimasto fuori dai corridoi europei del traffico merci su ferro, anzi ce ne sono ben quattro: il primo coinvolge Genova, il secondo coinvolge i porti del Nord Adriatico, il terzo comprende il tratto Torino-Trieste e gode di uno straordinario sviluppo: le prenotazioni per il 2016 vedono una crescita dei traffici del 100% rispetto al 2015.

L’ultimo dei corridoi è diretto a Sud, è in fase di studio e non è stato ancora attivato.

Una cosa è certa, mentre per il tratto Torino-Trieste si lavora per permettere la circolazione di treni di almeno 750 metri, a Napoli nessun treno merce supera i 400 metri. E dopo Napoli? Il buio a Mezzogiorno.

Ischia: inquinamento delle acque e sistema fognario in default. Il Comune programmi ed intervenga a tutela dei cittadini.

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“L’inquinamento e la salute dei cittadini devono essere una priorità per la popolazione.  Chiedo dunque alla comunità ischitana di fare chiarezza sulla possibile situazione di gravissima pericolosità che si ravvisa al Porto di Forio, dove sembra che animali entrati in contatto con le acque reflue muoiono, mettendo in evidenza uno stato di chiaro degrado. Parliamo di un luogo non lontano dalle spiagge e dunque ulteriormente pericoloso. Ciò che chiediamo sono controlli e rassicurazioni”: così Enrico Inferrera, Segretario Nazionale Unione Mediterranea, interviene sulla segnalazione di un gruppo di attivisti presenti ad Ischia, coordinati da Gigi Lista.

Secondo Lista, le anatre che sfortunatamente sguazzano nello sfocio delle acque piovane miste ad acque di fogna, stanno morendo. Ciò è un potenziale indice di inquinamento delle acque che sono a non più di 50 metri da una spiaggia ad alta frequentazione di bagnanti.  Ad aggravare la situazione un funzionamento dubbio del sistema fognario nella zona porto, da cui si emanano odori che allontano turisti e residenti.

Una situazione dunque da monitorare ed acclarare. Alcune foto scattate da persone del luogo evidenziano aspetti di grave mancanza di condizione di salubrità dei luoghi, che non possono e devono essere lasciate al caso , ma necessitano di monitoraggio ed intervento immediato.

Gatti (IlSole24Ore) “RC più caro a Sud? Se lo meritano, se vivono nell’illegalità!”

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di Mattia Di Gennaro

Ormai è chiaro: Cesare Lombroso, a più di un secolo dalla sua giusta morte, continua a mietere fan. No, questa volta non parliamo di Rosy Bindi ma di un giornalista romano da decenni trapiantato negli USA, dove fa l’inviato speciale per “IlSole24Ore”. Stiamo parlando del signor Claudio Gatti e del suo articolo apparso su “IlSole” domenica scorsa, intitolato “RC auto, il Sud paga il conto dell’illegalità”, un concentrato di approssimazioni tendenziose che non rendono affatto giustizia alla eppur luminosa carriera del giornalista emigrato.

Ma andiamo per gradi e proviamo a commentare con lucidità questo pezzo che, vi assicuro, non sfigurerebbe sulle pagine leghiste de “La Padania”.

Claudio Gatti inizia col prendere di mira Marcello Taglialatela, deputato di Fratelli d’Italia, reo di aver presentato lo scorso marzo, un’interrogazione parlamentare con la quale aveva chiesto che fosse fatta chiarezza sui motivi per i quali le compagnie assicurative applicano tariffe più alte in Campania e, in generale, nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree della Penisola. Ebbene, per il nostro giornalista, il tentativo di Taglialatela di capire le cause di quella che per tanti ormai sembra una discriminazione territoriale bella e buona viene apostrofato come uno “schiamazzo etnico-politico”.

Ma siamo appena all’inizio. L’inviato speciale de “IlSole” cita, poi, un’inchiesta condotta dallo stesso quotidiano economico sulla base delle più recenti rilevazioni sugli incidenti e i comportamenti stradali degli italiani. Secondo Gatti, tale inchiesta porterebbe “a concludere che il divario tra Nord e Sud non è attribuibile a volontà discriminatorie o, peggio, all’ingordigia degli assicuratori del Sud, bensì a fattori oggettivi sui quali, volendo, si potrebbe intervenire”. Ora, a parte che di assicuratori del Sud, intesi come compagnie assicurative con sede legale nelle regioni meridionali, non ne esistono proprio (e basta andare sul sito dell’Istituto di Vigilanza sulle Assicurazioni per credere), siamo davvero curiosi di conoscere quali siano questi “fattori oggettivi” che incidono appesantendo le polizze degli automobilisti mediterranei. Secondo il giornalista romano sono: le tasse , i costi dei sinistri, le frodi e i comportamenti degli automobilisti.  Ma se sulle tasse, udite udite, “non ci sono differenze tra Nord e Sud, […] ci siamo concentrati sul costo dei sinistri, il rischio frodi e i comportamenti di guida. Ebbene, l’analisi fatta da IlSole24Ore, senza un singolo dato in controtendenza, dimostra che in tutte e tre le categorie i numeri del Sud sono peggiori di quelli del Nord, e quindi spiegano o giustificano economicamente premi più alti”.

Il primo dato che il nostro “inchiestista” d’esportazione analizza è la frequenza dei sinistri, definita come il totale degli incidenti diviso il totale delle auto circolanti: dai dati forniti dall’Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici (Ania), relativi a non si sa bene quale periodo, il valore al Nord è del 5,67%, al Centro del 6,64% e al Sud del 6,23%. Lette con equidistanza, queste cifre lascerebbero esclamare al lettore medio che siamo in una situazione di sostanziale equità, in cui addirittura il Centro Italia ha una frequenza media dei sinistri maggiore del Mezzogiorno; tuttavia, il nostro Gatti ha un obiettivo preciso che è quello di convincere il lettore che al Sud vive una tribù di automobilisti imbroglioni e fuori dalle regole che per forza devono pagare di più l’assicurazione. E il nostro, infatti, ammette che il Sud ha una frequenza dei sinistri del 6,23% ma aggiunge tra parentesi “con punte del 10,43% a Napoli”. Certo, e come poteva mancare la citazione a Napoli quando di incidenti, truffe e altri reati.

Pure Salvini, in un recente post su Facebook, ha incoronato Napoli “capitale italiana delle truffe alle assicurazioni auto”, ennesima prova della totale disinformazione in merito all’argomento. Il peggio è che ha incassato migliaia di “mi piace” e condivisioni che avranno l’effetto di aumentare ulteriormente il pregiudizio verso i napoletani e i mediterranei. in generale.

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Per amore di verità e per combattere l’odioso pregiudizio verso la capitale del Mezzogiorno, abbiamo analizzato gli ultimi rapporti annuali dell’Ania, in particolare l’ultimo del 2014-2015, nella speranza di trovare i dati citati dal nostro segugio ma non li abbiamo trovati. Evidentemente, Gatti avrà richiesto direttamente all’Ania dati più aggiornati. Quello che abbiamo, invece, trovato nel rapporto Ania è questo passaggio molto meno “lombrosiano” di quello apparso domenica scorsa su “IlSole” ed enormemente più efficace per comprendere la distribuzione della frequenza dei sinistri durante il 2014: “Analizzando la distribuzione dell’indicatore di frequenza sinistri a livello territoriale, si nota che la provincia dove si è registrato il valore più elevato nel 2014 è Napoli (10,02%) […]. Anche in alcune province della Toscana, tuttavia, la frequenza sinistri ha mostrato valori superiori alla media nazionale: in particolare a Prato (8,52%), a Firenze (6,93%) e a Pistoia (6,60%). Più in generale, in molte delle città più grandi, dove evidentemente la circolazione e quindi l’esposizione al rischio di incidente è più elevata, a prescindere dalla zona geografica, si sono osservati valori della frequenza sinistri oltre la media nazionale (Genova, Roma, Torino, Palermo e Milano)”. In pratica, è sostanzialmente normale che in città grandi come Napoli, ma anche Milano o Roma la frequenza dei sinistri sia più elevata della media. E ancora: “Poche sono le province invece dove la frequenza sinistri ha evidenziato, seppur in modo contenuto, un aumento. A Verbania ed Enna l’indicatore è salito in media del 3%, mentre a Sondrio, Novara e Caltanissetta l’aumento medio è stato del 2,4%”. Insomma, Verbania vale Enna, Novara o Sondrio valgono Caltanissetta, eppure per qualcuno è giusto che i cittadini a sud di Roma paghino di più.

Nella figura sotto riportata, tratta dal rapporto Ania, risulta semplice osservare quanto sia sostanzialmente omogenea la distribuzione della frequenza dei sinistri in Italia.

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Claudio Gatti, poi, si cimenta in un sapiente uso delle percentuali con l’intento di esaltare il civilissimo Nord ai danni del selvaggio Sud: “L’incidenza dei veicoli non assicurati al Nord è di 6,8% e al Sud è addirittura del 15,2% (si pensi che la media europea si attesta attorno al 3%)”. Pur ammettendo la veridicità dei dati, riteniamo che il dato sia stato preso con troppa leggerezza e desideriamo fare maggiore chiarezza.

Nel Mezzogiorno i redditi sono mediamente più bassi che nel resto d’Italia, mentre le tariffe RCA in media più elevate. La conseguenza di questa situazione è che per alcune famiglie l’auto diventa sempre più un bene di lusso a cui, purtroppo, non si può rinunciare, considerando anche il livello cronicamente mediocre delle infrastrutture e dei trasport pubblici al Sud. Intendiamoci, non stiamo assolutamente dicendo che sia giusto non pagare l’assicurazione, ma se un padre di famiglia ha bisogno necessariamente dell’auto per recarsi al lavoro e non riesce a permettersi il costo della polizza e tenta in tutti i modi di evitare di fare incidenti, non ci sentiamo di condannarlo.

Ci chiediamo, piuttosto, cosa spinga quasi sette automobilisti settentrionali su cento a non assicurare il proprio mezzo, dato il livello mediamente più elevato del reddito, dei servizi pubblici e dei trasporti e, soprattutto, le tariffe RCA mediamente più basse.

Per cercare di capire se il vizio di non assicurare l’auto è un “fattore costitutivo” del popolo mediterraneo, abbiamo ancora una volta spulciato i dati dell’ultimo report Ania. Ciò che abbiamo scoperto è che il numero dei veicoli non assicurati è in trend crescente consideranto tutte le macroaree italiane, e non solo nel Sud-maglia nera che, come abbiamo visto, seppur non sia del tutto innocente, ha sicuramente delle attenuanti.image004

Dove Claudio Gatti da il meglio di sé nel denigrare il popolo mediterraneo è nella declinazione degli episodi di frode ai danni delle assicurazioni che, secondo il nostro emigrato eccellente, hanno “una diffusione più sistematica al Sud”. Per dimostrare questo teorema riporta due episodi di truffe organizzate ai danni delle compagnie assicurative, di cui assolutamente non dubitiamo l’esistenza, avvenuti a Taranto e nella provincia di Caserta. Peccato, che il nostro distratto giornalista (per carità, vivere negli States non aiuta ad avere un occhio attento sui fatti italiani) abbia dimenticato di citare, ad esempio:

  • i Novanta a processo a Torino per truffa alle assicurazioni (tutti figli di terroni, nè?);
  • assicurazioni truffate in Lombardia: anche due aborti per aumentare il risarcimento truffe;
  • Roma, maxi-truffa alle assicurazioni: 67 rischiano processo. Ci sono anche medici e avvocati;
  • finti incidenti in Veneto, scoperta truffa da 200mila euro (organizzati da un pugliese e da un veneto di Dolo (nomen omen).

Come avete visto, frodare le compagnie di assicurazione non è un malcostume solo del Sud ma è un aspetto piuttosto diffuso in tutta la Penisola. Dopotutto, a una lettura più attenta dell’articolo di Gatti, questa sostanziale “unità d’intenti” emerge, anche se il nostro giornalista, con mestiere, è abile a celarla, in nome della sua tesi denigratoria.

“E veniamo all’annoso problema delle frodi. L’ANIA ci ha fornito i numeri dei sinistri esposti a rischio frode, e al Nord sono lo 0,895% mentre al Sud il 2,039 percento”. Per, far emergere che i meridionali sono delle brutte persone che vanno in giro a fare truffe e imbrogli, Claudio Gatti  si spinge fino alla terza cifra decimale della percentuale dei sinistri sospettati di frode: 0,895%, praticamente quasi 1% di sospette frodi al Nord contro il 2,039 percento (si, scritto per esteso, così sembra più grave), ovverosia il 2% al Sud. 1% contro il 2%, anche qui sostanziale uguaglianza che, a nostro avviso, non giustifica affatto la differenza tra le tariffe RCA tra Nord e SUD.

Ma Gatti continua “L’IVASS ha invece appositamente estrapolato per noi la percentuale di sinistri contestati per frode nel 2014 sul totale di quelli denunciati: al Nord sono lo 0,9% e al Sud quasi il quadruplo: il 3,5%. L’IVASS inoltre elaborato i dati dei sinistri oggetto di specifiche istruttore per sospette frode ma non contestati [l’ortografia, questa sconosciuta] accertando che sul totale di 222mila, meno di 66mila sono avvenuti al Nord e oltre 82mila al Sud”. Parliamo, non di frodi accertate ma di sospetti, ma il Gatti cita i numeri come se fossero delle prove schiaccianti di colpevolezza. Addirittura, utilizza le migliaia in luogo delle sue amate percentuali. Questa volta le usiamo noi e scopriamo che 66mila sospette frodi a Nord sul totale di 222mila fa circa il 30%, 82mila su 222mila fa circa 37% al Sud. Anche qui, tra 30% e 37 % non ci vediamo tutta questa differenza, considerando specialmente che le differenze di tariffe tra Sud e Nord sfiorano spesso il 50%.

Eppure Umberto Guidoni, responsabile auto di Ania, ha affermatio “Se in alcune zone del Sud le polizze RC auto sono care è perché i sinistri sono più frequenti e costosi. Tanto è vero che a Potenza, dove la frequenza dei sinistri è pari a quella di Vercelli, si paga di meno di altre città del Sud”. Però, per un arcano motivo a Potenza la polizza RC auto costa in media più di Vercelli ed è tutto in questo dettaglio la palese discriminazione territoriale applicata dalle assicurazioni.

Guidoni non si accontenta e va giù duro “In certe aree del Paese la frode assicurativa non viene considerata un atto illegale. Come dice il Censis è una specie di ammortizzatore sociale. Aggravato dalla presenza della criminalità organizzata e da condizioni economiche peggiori”. Dopotutto cosa ci si aspettava da un esponente dell’associazione di categoria delle assicurazioni, che ammettesse forse che qualcosa nel loro modo di calcolare le tariffe va a svantaggio degli assicurati, riempiendo in modo ingiustificato le casse delle compagnie?

Torniamo al nostro Claudio Gatti che, in ultima istanza, analizza i comportamenti di guida dei meridionali e lo fa citando i dati tratti da uno studio sull’utilizzo di alcuni dispositivi di sicurezza e del cellulare alla guida, finanziato dal Ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità.

La premessa dello studio è tutta un programma “Poiché erano attese, anche sulla base delle osservazioni effettuate negli anni precedenti, maggiori criticità nel Sud del Paese, ci si è concentrati soprattutto in quest’area”, che parafrasando significa “al Sud non ne abbiamo fatta passare liscia neppure una, abbiamo rilevato tutte le infrazioni”.

Difatti, lo studio ha rilevato che quanto a uso di cinture di sicurezza e seggiolini per bambini il Nord è più virtuoso del Sud. Sostanzialmente in pareggio, invece, il dato sull’uso dei cellulari alla guida e dei caschi (99,7% al Nord, 93,2% al Sud), ma, udite udite, al Sud “una quota marcata di utenti delle 2 ruote, pur indossando il casco, lo teneva slacciato o non correttamente allacciato”. Capito, state attenti la prossima volta che vedete qualcuno col casco slacciato, sappiate che sta facendo lievitare anche il costo della vostra polizza assicurativa.

“A questo punto non c’è da sorprendersi se il costo medio dei sinistri e di 4.218 euro al Nord e di 4.977 al Sud”, sentenzia con sicumera l’inviato in America con il pallino della RCA., senza indicare da quale fonte ha preso i dati.

Giusto per fare chiarezza, il costo medio di un sinistro rappresenta l’esborso atteso da parte della compagnia, quando un proprio assicurato commette un incidente e, in linea di principio, sembra giusto che laddove gli esborsi siano stati mediamente più alti si paghi di più per la RC auto. Il problema è: quanto di più?

Per risolvere questo dilemma e cercare di capire meglio le dinamiche attorno alla definizione dei prezzi delle polizze RCA, nel Marzo 2013, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (anche Agcm o Antitrust) ha emesso la relazione denominata “Indagine conoscitiva riguardante la Procedura di Risarcimento Diretto e  gli assetti concorrenziali del Settore Rc Auto” (AGCM IC42). In questo documento si evidenzia come sia possibile che in due città come Napoli e Milano, comparabili in termini di densità abitativa, alta frequenza di sinistri e medio “costo medio”, le compagnie assicurative applichino prezzi più alti di circa il 60% a sfavore della città partenopea, il tutto senza una chiara definizione delle tariffe. Emblematica la figura, tratta dalla relazione dell’Agcm, che mostra il rapporto tra il livello medio dei premi e la frequenza dei sinistri. L’analisi dei dati sottolinea la marcata esistenza di una correlazione positiva tra questi due fattori, ovvero nelle province dove i sinistri sono più frequenti il livello dei premi è mediamente più elevato; tuttavia, tale principio non sembra valere per tutte le province considerate. Se prendiamo, a titolo esemplificativo, i pallini relativi alle province di Milano e Napoli, si vede chiaramente che, nonostante per entrambe vi sia la medesima frequenza (elevata) sinistri, i premi a Napoli sono di oltre il 60% più salati che a Milano, dove un assicurato paga non solo meno della media ma meno, ad esempio, di Caserta, provincia caratterizzata da una frequenza di sinistri addirittura più bassa!

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Pure l’immagine sotto che mostra la relazione esistente tra il livello dei premi e il costo medio dei sinistri non lascia dubbi nell’indicare l’esistenza di una correlazione positiva tra le due variabili (le province dove i sinistri sono più costosi sono caratterizzate da livelli dei premi mediamente più elevati), tuttavia ciò che sconcerta è l’elevata variabilità dei premi medi provinciali a parità di costo medio dei sinistri. Per esempio, il premio medio a Napoli è più del doppio di quello di Mantova, pur avendo entrambe le province lo stesso costo medio dei sinistri. Una spiegazione di tale differenza (Mantova vs. Napoli) può essere solo in parte ottenuta dal confronto della figura 2 con la precedente figura 1, dalla quale si può vedere come, rispetto a Mantova, Napoli è una provincia caratterizzata da una frequenza sinistri elevata, il che tende a riverberarsi sul livello dei premi.

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Come si è potuto vedere, i dati riportati dalle analisi dell’Antitrust evidenziano l’esistenza di un ingiustificato pregiudizio verso gli assicurati meridionali che le compagnie assicurative applicano nella determinazione delle tariffe; ingiustificato alla luce anche della mancanza di trasparenza, per la quale non è chiaro quali siano i fattori determinanti nel calcolo dei prezzi delle polizze. E il discorso della maggiore incidenza delle frodi assicurative nelle regioni meridionali è un discorso che non regge. È, invece, nota, attraverso la stessa indagine dell’Antitrust “AGCM IC42”, l’esistenza di una serie di inefficienze operative nelle politiche adottate delle compagnie assicurative per combattere il fenomeno delle frodi.

Unione Mediterranea è da sempre schierata in prima linea per combattere la discriminazione tariffaria RC auto che le compagnie assicurative applicano nei confronti degli automobilisti mediterranei. Anche Mario de Crescenzio, presidente dell’associazione “MO BAST!”, da anni impegnata contro le discriminazioni territoriali, soprattutto in tema RC auto, ha commentato per noi l’articolo di Gatti

“Che dire, fare un’inchiesta sulle assicurazioni al Sud chiedendo i dati e il parere di Ania è come, diciamo a Napoli, chiedere all’acquaiolo com’è l’acqua? Che volete che risponda, che è freschssima anche se poi tando fredda non è. Così come l’acquaiolo, l’Ania, l’associazione delle compagnie assicurative, si fabbrica i dati in casa e li diffonde per i proprii scopi, tra i quali, appunto, c’è quello di mettere in cattiva luce gli assicurati meridionali, campani e napoletani in primis, per giustificare l’applicazione di tariffe spropositate e far passare il messaggio che, addirittura, sia pure una cosa giusta.

Ma i dati statistici dell’IVASS, nonostante provengano dalle stesse compagnie, non parlano affatto di una maggior sinistrosita’ nelle province meridionali; anzi, il rapporto S/P (rapporto tra sinistri pagati e premi incassati) osservato negli ultimi 5 anni nelle diverse province italiane, ci dice che città come Milano o Napoli sono, più o meno, sugli stessi livelli. Abbiamo paragonato Milano e Napoli poichè hanno caratteristiche sicuramente piu’ omogenee. Anche l’Antitrust, nell’ultima indagine conoscitiva sul mercato delle assicurazioni, pubblicata nel 2013, ha evidenziato come Napoli e Milano siano sugli stessi livelli considerando frequenza di sinistri e costo medio degli stessi. Tuttavia, a Napoli si pagano centinaia di euro in più che a Milano!

Un altro aspetto fondamentale su cui puntare l’attenzione è sicuramente il discorso sulle frodi. In realtà, non esistono dati statistici che permettano di di affermare con certezza che in una città come Napoli si commettano più frodi che altrove; tutto ciò viene millantato dalle compagnie assicurative sulla base di proprie valutazioni di eventi sinistrosi che le stesse giudicano frodi; e qui ritorniamo al discorso dell’acquaiolo a cui se chiedi perchè a Napoli si paga di più la RC auto, ti risponderà perchè secondo me, fate troppe frodi. Opinioni, dunque!

E dico che non è possibile accertare la fraudolenza degli assicurati napoletani, perchè queste presunte frodi non vengono denunciate quasi mai dalle compagnie, venendo a mancare una valutazione di un organo terzo, la magistratura nella fattispecie, che accerti la natura fraudolenta del sinistro. E l’Antitrust, nella succitata relazione, dice a chiare lettere che le compagnie non hanno interesse ad esercitare azione di contrasto alle frodi in quanto per loro è più semplice scaricarne i costi sulle tariffe applicate ai cittadini.

Come si vede, a loro è concesso di non dimostrare NULLA, di dire stupidaggini e, soprattutto, di raccontare queste cose ai giornalisti che a loro volta diventano la loro grancassa.

Spesso mi è capitato di osservare l’evidente volontà delle assicurazioni a non esercitare azioni di contrasto alle frodi; le compagnie hanno, invece, interesse a pagare i sinistri di piccoli importi, per ragioni di tipo fiscale e tariffario.

Poi ci si mette anche Salvini, a cui ho risposto che se vuole che dire Napoli è la capitale delle truffe assicurative che produca e pubblichi i dati statistici a supporto di quanto detto. Nessuna risposta da parte sua e, temo, che non ne arriveranno mai”.

Unione Mediterranea: verso il referendum NO TRIV

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Unione Mediterranea aveva già espresso la propria opinione riguardo la necessità di referendum “NO-TRIV” ed alla luce delle ultime evoluzioni rilancia l’appello rivolto ai singoli consiglieri di approvare la delibera referendaria. L’Assemblea plenaria della Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali, l’11 settembre 2015, ha approvato all’unanimità la predisposizione dei quesiti referendari in materia petrolifera, relativi all’art. 35 del decreto sviluppo del 2012 e all’art. 38 del decreto Sblocca Italia. Prendiamo atto quindi della considerazione del coordinatore dell’Assemblea delle Regioni, Franco Iacop, secondo cui: “L’unanimità condivisa nella decisione di predisporre i quesiti referendari sottolinea come indipendentemente dall’essere direttamente toccati dal tema delle trivellazioni, tutte le Regioni hanno voluto esprimersi in merito alla difesa dei territori e alla rivendicazione della loro partecipazione alle decisioni che riguardano la loro sostenibilità economica e sociale“. Ricordiamo che varie Regioni hanno impugnato davanti la Corte Costituzionale il decreto Sblocca Italia, riguardo proprio all’articolo 38 che di fatto esautora le Regioni del potere decisionale e legislativo nelle politiche energetiche. L’articolo 35, comma 1, invece riapre le procedure di diverse istanze di ricerca che erano state precedentemente congelate dal Decreto Prestigiacomo all’interno delle 12 miglia, ossia a ridosso delle coste italiane.

Unione Mediterranea quindi, nel rilanciare l’appello ai consiglieri che in questi giorni saranno chiamati a discutere e deliberare in merito, rimarca il proprio impegno e la propria caratterizzazione nella difesa dei territori e del mare dallo sfruttamento coloniale insensato e devastante delle multinazionali del petrolio.

Dipartimento Ambiente UM

Rosella Cerra – Lucio Iavarone

Unione Mediterranea: dimissioni immediate di Rosi Bindi

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<<Chiediamo le dimissioni immediate della signora Bindi da una carica che dimostra con i fatti di non poter onorare, offendendo la storia di una vera capitale come Napoli e di milioni di napoletani che da anni combattono le mafie in maniera concreta e non per incarico di partito>>: così Enrico Inferrera, Segretario Nazionale di Unione Mediterranea chiede ufficialmente le dimissioni del Presidente dell’Antimafia, dopo le gravissime dichiarazioni rilasciate dalla Bindi.

<< Ancora una volta le personalità che dovrebbero rappresentare lo Stato – tuona Inferrera – dimostrano di non avere alcuna conoscenza del Sud e della storia della città di Napoli. Mi chiedo come può il Presidente dell’Antimafia affermare contenuti così diffamatori e denigratori nei confronti di una città che non si è mai piegata alla malavita e che ha sempre combattuto , con vittime anche eccellenti, la camorra e le mafie.  In questi giorni ricorre l’anniversario di Giancarlo Siani, un napoletano morto in nome della verità urlata e non sussurrata. Siamo una capitale per storia, per cultura e per vissuto e pretendiamo di avere un rappresentante nella lotta alla mafia che sia in grado di rispettare tutto ciò.  Tra l’altro dichiarazioni come queste non fanno altro che dare forza alla malavita diffondendo l’idea che la battaglia è persa.  La signora Bindi scenda nelle strade di Napoli, anche in periodo non elettorale, combatta realmente la malavita accanto alle persone che quotidianamente sono opposizione vera per il malaffare . Siamo stufi di questa politica auto celebrativa, priva di contenuti, assolutamente lontana dal Sud raccontato e sfruttato come colonia, quella stessa terra in cui politici espressione della vecchia partitocrazia come la Bindi sono i principali responsabili di un contrasto alla malavita fatto esclusivamente sulle pagine dei giornali. Per tutta questa serie di ragioni, chiediamo a gran voce le dimissioni della Presidente Antimafia, ritenendo la stessa assolutamente e palesemente incompatibile con il ruolo istituzionale che riveste>>.

Per Rosy Bindi Napoli è camorra

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di Raffaele Vescera

Rosy Bindi, in visita a Napoli in seguito all’omicidio del giovane Genny Cesarano, ha dichiarato che la camorra è un dato costituivo della Campania.

Pronta la reazione del procuratore capo di Napoli, Colangelo: “La camorra non è nel Dna dei napoletani che non hanno una propensione al crimine. La criminalità rappresenta una minima percentuale della popolazione rispetto ai cittadini che vogliono vivere in pace. La criminalità è una manifestazione patologica e non fisiologica della società napoletana, la delinquenza fa più rumore dei cittadini perbene. Si avvertono comunque i segni di un mutamento in meglio”.

Pronta anche la risposta del sindaco, Luigi de Magistris: “La frase di Rosy Bindi? Non la condivido per nulla. Quando l’ho letta sono saltato dalla sedia. La cultura, la storia, il teatro, l’umanità sono l’elemento costitutivo della città di Napoli, della Regione Campania e del Mezzogiorno. Non so quale fosse il pensiero del presidente Bindi. Altra cosa è dire che la camorra è diventata forte come le mafie perché per troppo tempo sono andate a braccetto con la politica e con centri di potere. Questo è un altro dato… Non si può dire che la camorra è elemento costitutivo quasi genetico della città. A Napoli, pur con tutti i problemi, è iniziato un riscatto culturale, un risveglio civile, una ribellione che porterà alla sconfitta della camorra. La presidente Bindi dovrà spiegare quella frase”

Così il sindaco della città, mentre la Bindi afferma che le sue parole sono stata travisate, che lei non voleva parlare di Dna camorristico dei napoletani e non è tenuta a chiedere scusa, poi rispondendo a De Magistris, ha preso le difese dei precedenti sindaci Pd, Rosa Russo Iervolino e Bassolino, che a suo dire non hanno mai avuto nulla a che fare con la camorra.

Comunque sia, è noto che la camorra a Napoli, pur già esistente, prese forza solo nel 1861, quando, gli occupanti sabaudi, mediante il ministro Liborio Romano le affidarono l’ordine pubblico, destituendo la polizia napoletana da ogni incarico in quanto “borbonica”. La camorra garantì infatti l’ingresso “trionfale” a Napoli di Garibaldi. Stessa cosa era avvenuto in Sicilia con la mafia qualche mese prima.

Sui social, molti i commenti negativi dei napoletani alle parole della Bindi, tra questi ne riportiamo uno molto significativo: “On. Bindi, invece di scaricare la croce sui napoletani, forse non sarebbe più corretto dire che il patto stato-mafia è un elemento costitutivo dello stato italiano? Se la camorra fosse un dato costitutivo della Campania, la massoneria deviata della loggia P2 alleata con le mafie, non sarebbe un dato costitutivo della sua Toscana?”

Renzi a Bari ? No scappa a New York…

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di Raffaele Vescera

Aveva annunciato la sua partecipazione all’inaugurazione oggi a Bari della Fiera del Levante, dove sarebbe venuto per svelare il suo piano, anzi il masterplan, per la rinascita del Sud. E invece vola a New York, per assistere alla finale mondiale di tennis delle due pugliesi Pennetta e Vinci, per l’occasione “sorelle d’Italia”. Guarda un po’ che cosa deve fare Renzi per vedere due meridionali, andare fino a New York. Sai com’è, quelli che abitano a Sud sono rompiscatole. I sagaci baresi non risparmiano battute: “Invece di raccontare palle a noi, è andato a vedere quelle da tennis a New York”, e anche: “Renzi a New York, fornitore ufficiale di palle al Sud”.

A Bari, lo aspettavano imprenditori preoccupati del precipitare della situazione economica e amministratori spauriti dalla caduta di quella politica, ma lo aspettavano anche i contestatori dei “comitatini” come li chiama il fiorentino, sul piede di guerra per gridargli in faccia no alle trivelle, no al Tap, all’Energas, al carbone, all’Ilva inquinante, agli inceneritori, alla frode xylella, ai depositi scorie nucleari e a tutti i progetti che devastano la terra più bella del mondo. E lo aspettava anche Emiliano per dirgli che le trivelle a mare non le vuole, perché il turismo è ormai tutto per la Puglia e per dirgli anche che la “buona scuola” a lui sembra proprio una cattiveria.

Aspettavamo tutti di sentirgli dire con quella bocca ciò che avrebbe fatto per il Sud, condannato ormai a essere la regione più povera d’Europa, come la Svimez gli ha ricordato, rovinando le vacanze a sua eccellenza. Che cosa avrebbe detto l’emissario della finanza del nord che noi non sappiamo? Avrebbe forse promesso equità di investimenti tra nord e sud? Avrebbe garantito l’arrivo dell’alta velocità ferroviaria a Lecce e a Palermo? Avrebbe presentato un piano per migliorare i porti, aprire nuovi aeroporti, magari internazionali, fare nuove strade e rifare quelle vecchie, impedire il fallimento delle università meridionali programmato dal governo, dare una fiscalità di vantaggio alle imprese che investono al Sud per creare lavoro, debellare la mafia e concesso altri benefici che riscattino il Pil del Mezzogiorno?

Non lo sappiamo, anzi sì, ha detto tutto a De Tomaso, direttore della Gazzetta del Mezzogiorno, nella lunga intervista pubblicata oggi. Ha detto che bisogna sbloccare i lavori per il tratto ferroviario Napoli Bari, ma per farlo bisogna che si accetti lo “sblocca Italia” e ha detto che verranno accelerati i lavori sulla tratta adriatica, ma niente alta velocità sia chiaro, si tratta solo di vecchi lavori di raddoppio del binario unico, previsti da oltre un secolo. Ha detto che il Tap è solo un tubo, e poi ha detto che il Sud deve riprendere fiducia in se stesso, smetterla di piangere e “rimboccarsi le maniche”, imparando dai pugliesi, perché esistono diversi Sud, uno per ogni regione, e non va bene che le regioni meridionali si uniscano per fare fronte comune.

Insomma, sfottuti a casa nostra con una caterva di allucinanti banalità, di chiacchiere un tanto al chilo, meno male per lui che è volato in America, sospettiamo che se queste cose le avesse dette a Bari, ci sarebbe stata una mezza rivolta.

A contorno, ci ha finiti di sfottere l’amministratore di Trenitalia, Elia, che ha fatto esporre sul binario uno di Bari il Frecciarossa Mennea, il treno più veloce d’Italia che non correrà mai né al Sud e né tantomeno in Puglia, la regione di Mennea, che in cambio avrà solo un vecchio Frecciarossa, uno solo che farà su e giù da Milano a Bari correndo sul vecchio binario adriatico a metà della velocità che gli consentirebbero i motori se ci fosse un binario per l’alta velocità, e che per passare una mattinata di lavoro a Milano, obbligherà i baresi a due pernottamenti. Per protesta, molti amministratori pugliesi hanno disertato la cerimonia. Fosse che il Sud cominci a svegliarsi sul serio?

L’alta velocità non arriva a Reggio Calabria? Alfano, il ministro del “non sapevo”

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di Raffaele Vescera

“Voglio il ponte sullo stretto, Non vedo perché l’Alta velocità arrivi a Reggio Calabria e poi ci si debba tuffare in mare”. Come riportato da ilfatto.it, lo ha detto Alfano Angelino, di mestiere ministro della repubblica italiana, che così angelicamente ha relazionato ai suoi uomini di partito l’Ncd, di cui è capo, durante la conferenza per il rilancio del Sud, senza che nessuno gli suggerisse che in realtà Cristo con l’Alta Velocità non arriva neanche a Eboli, si è fermato a Salerno.

Ma che volete, i politici viaggiano in auto blu e per i viaggi transpeninsulari a volte c’è l’aereo di stato. Che volete, Angelino è stato ingannato una trentina di anni fa, quand’egli, ancora bambino, sentì dire che l’alta velocità ferroviaria sarebbe arrivata a Palermo passando da Reggio Calabria. In seguito, poiché al ministero nessuno gli dice mai niente, non è stato mai informato del fatto che i soldi destinati per l’alta velocità fino a Palermo, nonché per le strade calabresi e siciliane, per i porti e gli aeroporti, e volendo anche per il ponte, erano stati spesi tutti per fare l’alta velocità da Roma a Milano, e da questa a Torino e poi a Venezia. E poiché invece di costare 10 milioni di euro a km, come in Francia, era costata 60 mln a km, sei volte tanto, pur correndo nella piana padana, non c’era più un picciolo per il Sud.

E insomma che volete, è vero che lui è siciliano, e un po’ di promesse alla sua gente le deve pur fare, e non c’era negli ultimi vent’anni quando costruivano l’alta velocità in Italia, ah era al governo con Berlusconi, e c’’era per modo di dire al governo con Renzi, nell’ultimo anno quando il suo collega di governo Delrio ha detto che fare l’Alta velocità al Sud è difficile perché ci sono le rocce. Aveva i suoi problemi e nemmeno allora ha capito che al Sud l’alta velocità non c’è, e non ci sono neanche le strade, gli aeroporti, i porti necessari, e soprattutto non c’è il lavoro. Visto che ora il ministro del non sapevo ha deciso finalmente di occuparsi di Sud, è necessario che qualcuno gli dica come stanno le cose nella sua Sicilia e in tutto il Mezzogiorno.

Seminario sul Sud: niente piagnistei, ma niente proposte concrete

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di Beatrice Lizza

Il seminario sul Sud è apparso last minute nell’agenda della Festa nazionale dell’Unità, in programma a Milano a cavallo tra agosto e settembre. Sabato mattina, ai giardini di Porta Venezia, abbiamo assistito a interventi incerti, un po’ vaghi, talvolta contraddittori, che hanno riempito un seminario di oltre tre ore, in pieno stile PD. A quanto pare, a risvegliare la coscienza del partito di maggioranza, e non solo, è stato l’ultimo rapporto Svimez: parlamentari europei, senatori, presidenti di regione, Confindustria e Invitalia, tutti pronti, finalmente, ad affrontare la spinosa questione meridionale.
La prima pietra, però, è stata scagliata dal professor Pirro proprio contro la Svimez, a cui non è stato perdonato di aver stillato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della noncuranza in cui sta annegando il meridione. Il tutto mentre il PD sembra ancora una volta trovarsi al potere nel momento sbagliato: dopo tanti anni di opposizione, qualcuno poteva lecitamente pensare che i democrat avessero avuto il tempo di preparare qualche buona idea per la ripresa del Mezzogiorno, invece, l’unica idea resta ancora l’evanescente masterplan invocato da Renzi per il salvataggio del sud.

La carne a cuocere era tanta: nonostante l’atteggiamento da salotto culturale, sono stati toccati temi come il problema dei trasporti, della disoccupazione giovanile e dei fondi europei. I vari addetti ai lavori che si sono alternati sul palco sembravano sinceramente sconvolti da quanto rivelato dai recenti studi sul gap nord-sud; sconvolti si, ma senza stare li a soffrire, a cercare il pelo nell’uovo o il responsabile di questa situazione drammatica. Il mantra è sempre il solito: nessun mea culpa, “nessun piagnisteo”, ma anche nessuna proposta concreta! Tuttavia, una cosa positiva c’è stata: era da tempo immemore che Milano non sentiva parlare di meridione non solo come il figlio storpio della Repubblica, nato povero e degradato per un brutto scherzo del fato. Siamo sicuri, invece, che uno sguardo paternalisticamente preoccupato si poserà sulle regioni del sud anche da parte dei settentrionali. Per incentivare la cosa qualcuno ha ricordato addirittura che al Centro-Nord conviene incentivare lo sviluppo del Sud, poichè il 50% degli investimenti nel Mezzogiorno ritorna agli investitori centro-settentrionali, una frase che se da una parte strizza l’occhio alla retorica del virtuoso nord, ammette distrattamente la politica di colonialismo che affligge il meridione, che può attrarre investimenti solo se s’ingrazia la parte ricca del paese.

Non è mancato, infine, l’elogio alle eccellenze dell’economia meridionale, “non semplici fiori nel deserto” ma, a quanto pare, vere potenze capaci di ergersi al vertice di una produzione viva e piena di potenzialità.

Alla fine, sono state tre ore di banalità per chi già conosce la vita del sud, ma qualche spettatore che non ha mai attraversato i confini del Po magri ne sarà rimasto sorpreso: forse, non è proprio tutta colpa dei meridionali! Un seminario è poco più di una chiacchierata ma questi seppur flebili segnali che la politica sta cominciando a comprendere che non si può più raccontare agli italiani la favola del Sud brutto e cattivo, anche perchè il Nord ha bisogno più che mai di conoscere la verità al di là della retorica. Purtroppo, sembra averlo capito anche Salvini, che ha recentemente spostato il confine immaginario del suo elettorato dalle sponde del Po a quelle del Mediterraneo. Ma in questi casi di speculazione politica, bisognerebbe chiedersi: chi ha davvero bisogno di chi?

Investimenti Infrastrutture: Mezzogiorno rimandato a Settembre

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di Mattia Di Gennaro

Ricordate la direzione del PD sul Mezzogiorno del 7 agosto scorso? Ricordate Graziano Delrio che pontificava circa il suo impegno per lo sviluppo del Sud?
Bene, siamo pronti a saggiare le bontà delle sue intenzioni!

Come riportato nell’articolo di Alessandro Arona su “Il Sole 24 Ore” del 23 Agosto, entro il 30 Settembre il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, lo stesso che dichiarò “non s’investe in infrastrutture al Sud perché ci sono troppe rocce”, potrà dimostrare la propria serietà politica nei confronti del Mezzogiorno, dato che in questa data sarà presentato al CIPE la nuova versione dell’allegato “Infrastrutture” al Documento di Economia e Finanza.

Giusto per ricordarlo, l’allegato “Infrastrutture” è quel documento che nella versione 2014 prevedeva, tra le altre cose, progetti in infrastrutture “Connecting Europe Facility” per 7 Miliardi e 9 Milioni di euro ripartiti 7 Miliardi e 5 Milioni al Centro-nord e solo 4 milioni a Sud.

In materia di infrastrutture, Settembre è un mese cruciale. E’ infatti in fase di finalizzazione l’aggiornamento al 2015 del contratto di programma per la Rete Ferroviaria Italiana, sottoscritto da Trenitalia e dal Ministero per le Infrastrutture e i Trasporti. Le cifre in ballo sono interessanti: gli investimenti ammontano a 4 miliardi di euro!
Secondo voi, come saranno state allocate le risorse? La risposta è, purtroppo, ormai scontata:
– 3 Miliardi alla TAV Brescia-Verona-Padova, che detiene il record della più costosa linea ad alta velocità del mondo con 70 milioni di euro a km (piuttosto, un treno ad alta voracità…di soldi pubblici);
– 600 Milioni al terzo valico di Genova così che i treni possano trasportare merci da e verso il porto di Genova, affossando definitivamente Gioia Tauro e gli altri scali del Sud;
– 400 milioni all’ammodernamento generale della rete ferroviaria nazionale non meglio precisamente allocati tra Nord e Sud.

Qualche buona notizia, teoricamente, c’è. Uno dei punti chiave su cui il CIPE sarà chiamato ad analizzare è quello relativo alle politiche per il Sud che il Governo ha promesso ma che non ha ancora formalizzato e, con tutta probabilità, neppure ipotizzata. A riprova di ciò, le dichiarazioni del premier Renzi, il quale durante la direzione PD ha ammesso candidamente che quell’incontro era solo un incontro preliminare, quasi a confessare che prima d’ora il Governo non aveva mai discusso di Mezzogiorno!

Intanto i 54 miliardi di Fondi per lo Sviluppo e la Coesione previsti nella legge di stabilità 2014 si sono ridotti già ai 42 miliardi degli Accordi di partenariato. Una drastica cura dimagrante per un paziente già anemico e sottopeso, il tutto per distogliere i fondi per le aree sottosviluppate ad altri scopi, alla maniera della Lega Nord e di Tremonti, che con i fondi FAS destinati al Mezzogiorno ci pagava le multe per le quote latte dei produttori padani.
Per non parlare, di altri provvedimenti che hanno contribuito a dividere ancora di più l’Italia tra cittadini di serie A e B. Ad esempio, i fondi per il piano di prevenzione del dissesto idrogeologico, che nonostante la strage di Rossano in Calabria o del Gargano sono state destinate in maggioranza al Centro-nord.
Qualcosa destinata in maggioranza al Sud, però, c’è: il famigerato PON “Infrastrutture e reti”, approvato dalla Commissione Europea lo scorso 29 luglio, che si occuperà di finanziare progetti infrastrutturali a valere sulle tratte ferroviarie Napoli-Bari, Catania-Palermo oltre ad investimenti per la Salerno-Reggio Calabria e per alcuni porti del Mezzogiorno. Un bel librone di 120 pagine abbondanti che da un lato spiega quali sono i gap infrastrutturali del Sud e dall’altro fornisce le ricette per la loro soluzione. Tuttavia, la dotazione del PON Infrastrutture e Reti è di 1 Mld e 800 Milioni per tutto il Mezzogiorno, poco più della metà di quanto stanziato per la TAV Brescia-Verona-Padova. Questo vale il diritto alla connessione delle città del Sud, meno di una connessione tra tre province del Nord.

Opinabili, inoltre gli obiettivi che tale programma di investimenti rivendica: a fronte di una distanza tra Napoli e Bari di poco più di 200 KM, l’obiettivo è portare gli attuali 185 minuti del viaggio ferroviario a 167; giusto per un confronto, Napoli e Roma sono distanti circa 190 KM e in FrecciaRossa sono lontane appena 70 minuti! Per non parlare delle politiche relative al rilancio dei porti mediterranei, senza mai la pretesa di fare diventare un porto meridionale il principale scalo merci del Paese.

Il PON “Infrastrutture e Reti” è, dopotutto chiarissimo negli intenti. Come si può leggere a pagina 17, il Centro-Nord è “naturalmente” destinatario degli investimenti al Sud, spettano solo le briciole.

Insomma, le solite politiche anti-meridionali, soltanto in apparenza tese a risolvere i problemi strutturali del Mezzogiorno, procurando nei fatti un aggravio del divario Nord-Sud, con il primo destinatario della fetta importante degli investimenti. Intanto nel resto del Mondo la TAV sta diventando sempre più lo standard di trasporto pubblico, il Canale di Suez raddoppiato incrementa il traffico, mentre da Napoli è ancora impossibile raggiungere in treno Bari senza dover cambiare treno, così come è impossibile che uno dei più importanti porti del Mediterraneo, Gioia Tauro, non sia adeguatamente collegato alla rete ferroviaria.

Tanto cosa importa, presto da Brescia si andrà a Verona in un (costosissimo) batter d’occhio. Tanto cosa importa se a Matera, Capitale Europea della Cultura 2019, ancora non arriva il treno nazionale! Altro che‪#‎zerochiacchiere‬, il Governo ancora una volta ha dimostrato che quando si tratta di Mezzogiorno è bravo a fare ‪#‎solochiacchiere‬!

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