Author Archives: Andrea Melluso

Timeo Danaos et dona ferentes

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale di MO Unione Mediterranea

Disse Laocoonte ai Troiani, che volevano far entrare il famoso cavallo entro le mura della città: “Timeo Danaos et dona ferentes“. La prudenza non è mai troppa.
Vittorio Feltri con uno slancio che rischia di far traballare il suo personaggio di moralizzazione dei terroni, scopre, e scrive, che questi non sono antropologicamente inferiori ed il problema del non lavoro non è legato all’indole dei terroni, ma è la carenza di infrastrutture, che sono il propellente dell’economia, la prima causa del sottosviluppo del Mezzogiorno.
Sottolinea come la prima autostrada italiana, la Torino-Milano-Bergamo-Brescia, sia stata il trampolino per far decollare l’economia di quel territorio.

Se avesse anche aggiunto che da contro l’ultima è stata la Salerno-Reggio Calabria ( difatti non completamente terminata) e che intere aree del sud sono scoperte di una rete autostradale e ferroviaria degna di una nazione europea, domani come riconoscimento compravo un numero del suo quotidiano.
Stavo per lasciare il pc e andare in edicola quando scorrendo l’articolo di Feltri, nel passaggio dove fa riferimento alla Calabria, leggo: “Lo Stato unitario non ha spinto lo sviluppo della Regione, non ha dato strade e ferrovie, nessuna infrastruttura indispensabile per lo sviluppo
Poi ho letto dei trecentomila calabresi che dopo il trattamento sono risultati degni dei costumi Lombardi addirittura indistinguibili dagli indigeni,( Poteva almeno resistere fino all”ultimo) e riflettuto sul fatto che in fondo il lettore medio di Feltri sicuramente non avrebbe gradito questo scostamento dal pregiudizio che fa del quotidiano di Feltri la sua lettura preferita, ed ogni giornale si rivolge alla sua platea per mantenere quel rapporto di fiducia che è tra le fondamenta della vita del giornale stesso, ed ho quindi deciso di aspettare per vedere se la mutazione genetica di Feltri è un incidente di percorso lungo la comunicazione di Libero o una vera svolta rispetto al fango versato fino ad ora sui Terù.

Fonte: Vittorio Feltri: “Calabria e Meridione, il problema non è l’indole dei terroni. Ma…”

Un monumento a Napoli per ricordare le vittime del risorgimento

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Patrizia Stabile intervista Annamaria Pisapia su il “Roma”. 

Annamaria Pisapia non è solo un’instancabile ed indomabile donna del Sud che sin dai primi anni ’90 ha abbracciato nel concreto la causa meridionalista, ma è anche l’ideatrice e promotrice di ‘O Monumento, cioè dell’idea di erigere un monumento in memoria delle vittime perpetrate dall’esercito sabaudo durante l’invasione del 1860 a Napoli.

Tale proposta ha fatto molto scalpore, da dove nasce l’esigenza di erigere tale monumento e quali ne sono le finalità. 
L’idea di dedicare un monumento alle vittime del Risorgimento mi accompagna da 26 anni, da quando appresi un’altra storia o meglio, da quando scoprii che quanto avevo studiato sui libri scolastici, in cui veniva mostrato un sud arretrato, povero, analfabeta, nient’affatto industre, tendente alla delinquenza e per questo erano venuti a liberarci nel 1860, non corrispondeva a verità. E soprattutto, scoprii che le vittime dei massacri, che si erano perpetrati per il raggiungimento dell’Unità d’Italia, erano state destinate all’oblio. Nessun ricordo di quel sacrificio, nessuna elaborazione del lutto venne concessa al popolo del Regno delle Due Sicilie, il cui grido di dolore è ancora intrappolato nello spazio e nel tempo. E’ indubbio che un popolo non può costruire la propria identità se non dalla memoria del suo passato, passaggio che serve a rafforzare ed accrescere la propria autostima, tanto più se è stato glorioso. Oltretutto, in molti paesi sono stati eretti monumenti in ricordo del sacrificio dei vinti, che mi sembra del tutto doveroso e naturale erigerne uno anche nel nostro. Inoltre, a mio avviso, rappresenta un punto imprescindibile per il riscatto del Sud”.

Lei è stata promotrice anche della raccolta dei fondi necessari a coprire le spese vive dell’opera realizzata, a titolo gratuito, dall’artista Domenico Sepe: quali sono state le difficoltà legate alla realizzazione di un progetto iniziato ormai 20 mesi fa?
Lanciai l’idea in seno al Movimento Unione Mediterranea, di cui sono coordinatrice, che appoggiò l’iniziativa 19 mesi fa. Il progetto venne presentato al sindaco De Magistris e agli assessori Calabrese e Piscopo che appoggiarono l’iniziativa. Ovviamente necessitava di uno scultore e non potevo che scegliere uno tra i migliori, Domenico Sepe, sia per l’amicizia che ci lega sia per l’amore che nutre verso la sua terra e che traspare nelle sue opere. Egli accettò con entusiasmo la mia proposta e anche la richiesta di produrre l’opera gratuitamente. Ovviamente si è resa necessaria una raccolta fondi a copertura delle spese materiali calcolate in 3.000 euro, e a tal scopo abbiamo aperto una pagina Facebook che abbiamo chiamato ‘O Monumento

Il monumento sarà firmato dal popolo napoletano: quali sono le ragioni di tale scelta e perché è importante che sia realizzato proprio a Napoli?
Il monumento sarà firmato dal popolo napoletano perché vedrà la luce nella città di Napoli, ma esso rappresenta tutto il popolo di una terra che un tempo andava sotto la denominazione di Regno delle Due Sicilie

Una questione a parte è rappresentata dal tema del luogo in cui verrà collocato.
Sul luogo prescelto, la galleria commerciale della stazione centrale, c’è il rifiuto da parte della società Grandi Stazioni di Roma. Oggi si chiede di porla all’aperto. Certo potrò dire di essere finalmente sicura di aver raggiunto l’obiettivo, quando firmerò l’ultimo documento che sancirà l’atto di donazione alla città di Napoli. Sarà scaramanzia? Dopotutto sono napoletana!”.


Su il Roma il 9 novembre 2017.

 

Scuola infanzia, il 74% dei fondi assegnato al nord

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale MO Unione Mediterranea

Vito De Filippo (Sant’Arcangelo PZ Basilicata, 27 agosto 1963) presidente della Regione Basilicata dal 2005 al 2013, Sottosegretario di stato alla salute nel Governo Renzi dal 28 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016 e dell’istruzione, dell’università e della ricerca nel Governo Gentiloni dal 29 dicembre 2016.

Mi interessa poco l’appartenenza politica di questo sottosegretario (La Margherita fino al 2007, Partito Democratico dal 2007), ritenengo responsabili in egual misura, per le condizioni in cui versa il Mezzogiorno, tutti i partiti nazionali, tuttavia vado sempre curiosamente alla ricerca delle origini di chi rappresenta un determinato territorio per vedere come questi ne affronta e ne difende gli interessi.

Valeria Fedeli (Treviglio BG Lombardia, 29 luglio 1949) è una sindacalista e politica italiana, ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca dal 12 dicembre 2016 nel Governo Gentiloni.
La ministra Valeria Fedeli, per potenziare il sistema d’istruzione per l’infanzia ha ripartito 209 milioni di euro destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini che non hanno ancora compiuto sei anni.

Il riparto proposto dal ministero dell’Istruzione è stato approvato dagli enti locali nella Conferenza unificata del 2 novembre scorso, riunione nella quale le istituzioni dei territori meridionali non hanno brillato per capacità di difendere gli interessi dei cittadini che vanno a rappresentare.
Per il governo era presente il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo, lucano.
Per il sottosegretario della Basilicata, «stiamo costruendo insieme, ciascuno per la propria parte, percorsi di crescita eguale su tutto il territorio, a partire dall’infanzia».
Per la ministra della Lombardia, che parla di standard uniformi su tutto il territorio nazionale:” : «Con questo Piano – dichiara la Ministra Valeria Fedeli – stiamo garantendo alle bambine e ai bambini pari opportunità di educazione, istruzione, cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali».
Ma veniamo al dunque anche per capire dovo voglio arrivare con questa premessa «territoriale»:
La fascia di età 3-6 anni non ha forti squilibri territoriali e raggiunge una copertura del 90%. Inoltre la scuola materna statale è più presente al Sud che al Nord, visto che il 45% degli iscritti si trova nel Mezzogiorno. Quindi considerare solo l’età delle materne e soltanto i non iscritti alle scuole dell’infanzia statali non porta affatto un riequilibrio territoriale e, in ogni caso, non in favore del Mezzogiorno.

In pratica per la perequazione si è utilizzato il solo parametro dove il Sud ha risultati più consistenti del Nord: le materne statali. Ignorando tutti gli altri.

Cosa ha fatto il ministero? Come principale criterio (peso del 50%) ha considerato gli iscritti agli asili al 31 dicembre 2015, iscritti che ovviamente sono più al Nord. Per il secondo parametro (peso del 40%) ha contato i bambini reali. Come criterio marginale (10%) ha considerato la popolazione di età 3-6 anni non iscritta alla scuola dell’infanzia statale «in modo da garantire un accesso maggiore».


Il risultato, soddisfacente (giustamente) per la ministra lombarda ma avallato (incredibilmente) anche dal sottosegretario della Basilicata, porta nello stesso momento in cui assegna 90 euro per ogni bambino in Emilia Romagna ad assegnarne 43 per uno in in Campania.

Il doppio, un bambino in Emilia romagna vale il doppio del suo coetane in campania, alla faccia degli “standard uniformi su tutto il territorio nazionale”.

Il Centronord ha fatto così la parte del leone con il 74,23% delle risorse assegnate, sebbene i bambini residenti in quell’area siano il 65,52%. Il Mezzogiorno si è dovuto accontentare del 25,77% delle risorse nonostante la quota di bambini sia del 34,48%.

La Campania è il territorio più penalizzato visto che è seconda per numero di piccoli e appena settima per risorse assegnate.
Una presa in giro che viola la legge. Il decreto 65/2017 infatti impone, all’articolo 4, di avviare un progressivo riequilibrio territoriale per l’altra fascia di età, quella da 0 a 3 anni, dove la carenza di asili nido nel Mezzogiorno è fortissima.

Inoltre, all’articolo 12, si indica nei criteri di riparto la «capacità massima fiscale» dei territori. Il principio cui si ispira la legge è chiaro: non è logico assegnare risorse aggiuntive a territori che hanno già cospicue entrate fiscali proprie, mentre le risorse vanno concentrate nelle aree dove il gettito fiscale, anche alzando le aliquote al massimo, non è sufficiente a pagare i servizi per l’infanzia.
Un principio di riequilibrio che avrebbe favorito le famiglie del Mezzogiorno, ma che è sparito del tutto nei conteggi del Miur.
Un’offesa ai diritti dell’infanzia, un calcio ai principi d’uguaglianza e una violazione neppure ben nascosta della legge , una infame operazione già usata dalla Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale che ha approvato le tabelle che assegnano zero agli asili nido nei Comuni del Mezzogiorno.
Se si fossero conteggiati 90 euro per i maschi e 43 euro per le femmine ci sarebbe stata una clamorosa violazione delle pari opportunità; altrettanto grave però è ripartire 90 euro agli emiliani e 43 euro ai campani, i quali già partono in posizione svantaggiata.
Fino a prova contraria, assegnare più risorse dove ci sono più asili allarga le differenze, non le riduce. Farlo ai danni di bambine e bambini di 0-6 anni è iniquo, illegale e immorale.
Veder i figli spuri di questa nazione continuare ad essere marchiati con il segno meno davanti ad ogni diritto, farlo anche con i bambini così da istruirli fin da piccoli alla minorità, mentre i rappresentanti del popolo del Mezzogiorno approvano quando non plaudono, fa comprendere la necessità di creare una forza rappresentativa indipendente dai partiti nazinali ma soprattutto dagli ascari locali, pedine fondamentali per le strategie utili al «bene nazionale»


Fonte: Articolo di Marco Esposito cui va il nostro ringraziamento per il suo lavoro di divulgazione

 


Salvate quei sessantacinque condannati – Una storia di sfacciata sperequazione istituzionale

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di Domenico Santoro

Per quanto tempo vorremo baciare la mano del padrone? Per quanto tempo accetteremo il folle contratto che ci impone di nascondere e considerare accettabile una situazione così sfrontatamente sperequante in cambio delle carezze del carnefice?

Il cane addomesticato torna sempre a casa perché trova rassicurante il collare. Per quanto tempo difenderemo il confortante guinzaglio della mitologia risorgimentale?

Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico – secondo fonti dello stesso ministero – ha chiesto ai vertici di Almaviva di sospendere la dislocazione di 65 (sessantacinque!) lavoratori dalla sede di Milano a quella di Rende. Di per se l’intervento del ministero a difesa dei lavoratori Milanesi è lodevole. Ci si chiede però quale criterio permetta di tollerare la deportazione massiccia di menti e braccia dal meridione ed invece si intervenga celermente e da tanto in alto per salvare 65 (sessantacinque!) persone.

Salvarle da cosa, poi, non si capisce. E’ inquietante rilevare quanto questa sciagurata sottoforma di nazione ritenga svantaggioso il trasferimento d’ufficio in un particolare territorio (da lei nominalmente amministrato) a tal punto da dovere “salvare” un numero così esiguo di persone, mentre la desertificazione demografica di quello stesso territorio non occupi alcun posto nell’agenda politica romana.

L’abdicazione dello stato è sfacciata. Si è rinunciato a portare il meridione nel 2017 e la rinuncia è tale che le migliaia di partenze sono considerate naturali, mentre 65 (sessantacinque!) arrivi sono una iattura tale da dover scomodare un ministro.

L’opinione pubblica italiana dimostra di considerare accettabile questa idiozia sociopolitica, peraltro. Non molto tempo fa lo snobismo tricolore aveva bollato come esagerata la retorica della deportazione, delegittimando le proteste di decine di migliaia di insegnanti meridionali costretti al trasferimento. Oggi 65 (sessantacinque!) possibili trasferimenti in senso inverso diventano un caso di stato nella assonnata indifferenza del belpaese.
Fin quando ci sentiremo “fratelli” e non figliastri? Fin quando questi palesi indicatori di disparità rimarranno lettera morta nelle menti delle vittime? Difendiamo più volentieri il mito di peppino garibaldi e dei goal di Paolo Rossi in Spagna che noi stessi.

Fin quando preferiremo baciare la mano del padrone invece che abbracciare i nostri figli?
Rivolgiamo questa domanda alle nostre stesse coscienze mentre – sia chiaro! – speriamo sinceramente che l’intervento di Calenda sia efficace. A noi, infatti, piace accogliere in nostri amici Milanesi quando essi decidono di venire a farci visita, e non quando sono costretti a farlo. Allora che possa valere anche per loro il nostro auspicio secondo il quale si cominci a vivere in un mondo che abbatta l’emigrazione e le preferisca una virtuosa e VOLONTARIA mobilità.

Rosatellum: la legge elettorale che non ci serviva

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di Pierluigi Peperoni

Approvata a colpi di fiducia dalla Camera, la nuova legge elettorale ora passa al vaglio del Senato. Tralasciando le ovvie considerazioni legate al fatto che si modifichi una legge elettorale soltanto a pochi mesi dalla fine della legislatura, ci sono troppe cose che non convincono e suonano come una condanna per il sud.

Anzitutto i listini bloccati. Non è possibile esprimere preferenze: l’elettore può scegliere un simbolo oppure un nome, ma i voti verranno conteggiati comunque nell’ordine in cui il partito avrà scelto di candidare i propri rappresentanti. Questo significa che l’elettore non avrà alcuna possibilità di poter scegliere chi vuole eleggere. A peggiorare la situazione c’è il fatto che sarà possibile per un candidato essere inserito fino a 5 collegi differenti. Questo significa che se un candidato è presente in più collegi, l’elettore di un dato collegio voterà senza sapere se verrà eletto come riferimento nel proprio territorio o in altri, lasciando spazio a chi è più indietro nella lista. Si ripropone lo scenario delle umilianti elezioni del 2013 dove in tutto il sud Italia (e soltanto nei collegi meridionali) il PD ha imposto ai meridionali dei capilista del centro-nord (Bindi, Epifani, Finocchiaro, Letta, …)

A questo si aggiunge l’assurdo delle liste civetta che torneranno a fiorire. Infatti è previsto che i voti ottenuti dalle liste che non raggiungono la soglia di sbarramento del 3%, vengono assegnati agli altri partiti della stessa coalizione. Vedremo quindi nascere molti nuovi simboli civici, o presunti tali, che avranno il solo scopo di racimolare qualche punto percentuale in più a favore dei grandi partiti con cui saranno in coalizione.

Per la prima volta si voterà in un sistema misto fatto da collegi uninominali maggioritari e collegi plurinominali proporzionali. La presenza del candidato uninominale maggioritario è sicuramente interessante: per la prima volta si potrà scegliere un candidato ed essere sicuri che – se raggiunge la maggioranza assoluta nel proprio collegio – verrà eletto a prescindere dal fatto che il suo partito o la sua coalizione superi lo sbarramento. Questo potrebbe premiare persone davvero vicine al territorio. I collegi plurinominali, invece, mantengono le soglie di sbarramento del 10% per la coalizione e del 3% per il singolo partito. Di seguito un’interessante infografica che consente di capire meglio il meccanismo.

Scheda elettorale: clicca per ingrandire

C’è qualcuno che risulta avvantaggiato da una legge elettorale di questo tipo? Noi meridionali tutti dobbiamo temere l’avanzata della Lega Nord. Per la prima volta i leghisti sono in vantaggio rispetto alle componenti più moderate del centrodestra. Con la logica dei collegi maggioritari, considerato il maggior radicamento territoriale dei candidati leghisti, il partito di Bossi, Salvini, Calderoli, Borghezio rischia di fare il pieno di eletti nei collegi uninominali settentrionali. Se dovessero ottenere un buon risultato anche nei maggioritari rischieremmo di avere un parlamento con una forte componente leghista. E sarebbe l’ennesimo disastro.

È Brescia la vera terra dei fuochi?

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di Massimo Mastruzzo

La provincia di Brescia smaltisce 57 milioni di metri cubi di rifiuti tossici, quella di Caserta, nella Gomorra di Saviano, 10 milioni. La verità fa male se si mettono in fila altri dati: l’incanto delle colline moreniche dei laghi, quelle dolci e succose di Franciacorta, le bellezze della Brescia antica attorniate da cave piene di amianto, pcb, metalli ferrosi.»

Questo è quanto dichiarava nel giugno 2015 Marino Ruzzanenti, ambientalista fondatore di «Cittadini per il riciclaggio»

Oggi a Brescia, dove in una città già avvelenata dalla Caffaro, c’è anche l’inceneritore più potente d’Europa, il procuratore aggiunto Sandro Raimondi dichiara:”Brescia nuova terra dei fuochi“.

Brescia nuova terra dei fuochi” , il procuratore aggiunto della magistratura cittadina Raimondi, lo ha detto durante l’audizione alla commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti a Montecitorio parlando dell’inchiesta di luglio sui rifiuti ( Qui il link del testo completo )

Un incendio sviluppatosi nell’ottobre 2014 al capannone di trattamento della spazzatura alla Trailer di Rezzato, un comune limitrofo a Brescia, aveva portato alla luce 100 tonnellate di rifiuti in balle e altri 200 senza alcun imballo, questo in sintesi quello che aveva fatto avviare l’indagine.

Diversi rifiuti speciali, ma non pericolosi, erano finiti anche negli impianti di A2a a Brescia. Il lavoro prodotto dall’indagine era poi arrivato al giudice di Brescia Alessandra Sabatucci che a luglio aveva firmato l’ordinanza di arresto per due persone e indagato altre 26, mentre i gruppi per il trattamento dei rifiuti coinvolti erano 24.

L’inchiesta della magistratura sta arrivando a conclusione e lunedì 9 ottobre è stato dato spazio alla prima udienza dopo una richiesta arrivata dallo stesso procuratore Sandro Raimondi.

I rappresentanti di alcuni gruppi coinvolti nell’indagine, compresa A2a, si sono presentati in camera di consiglio davanti al giudice. È in questa occasione il magistrato ha chiesto al gip di interdire temporaneamente dall’attività le aziende coinvolte, tra queste anche A2A Ambiente a Brescia, oppure imporre il divieto di fare contratti pubblici o ancora di procedere con il commissariamento.

Il prossimo 25 ottobre ci sarà il prosieguo dell’udienza, l’8 novembre il giudice si esprimerà sulla richiesta del procuratore.

Dall’audizione alla commissione bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti del procuratore Raimondi si comprendeva anche come le stesse aziende NON hanno dovuto fare ricorso alla criminalità organizzata “perché ormai hanno imparato e sanno come si fa, lo fanno in autonomia“.

La stoccata è arrivata quando ha fatto riferimento ai rapporti tra amministratori pubblici e i vertici delle aziende indagate: “Ci sono rapporti inquietanti tra amministratori pubblici e i vertici di queste aziende. Il coniuge del presidente di una provincia del NORD ha avuto una Fiat da 30 mila euro pagati con finte consulenze e che avrebbero permesso ad A2a di comprare una società, la Aral, che con il traffico illecito di rifiuti è riuscita ad andare in attivo dopo il pesante passivo“.

Questa vicenda per me, è doppiamente triste, il territorio dove sono nato e cresciuto e quello dove sono stato costretto ad emigrare per lavorare da una nazione con una disomogeneità territoriale unica in Europa accomunati dallo stesso tragico destino scritto da industriali-criminali che lucrano sulla pelle dei cittadini.

Un rammarico però mi ferisce, forse, ancora di più: il pregiudizio nazionale post unitario che ha cercato di pulirsi la coscienza attraverso l’accusa dell’erba marcia del vicino, non vedendo così quella ancora più marcia sotto i propri piedi.

Questa deviazione della realtà prosegue incredibilmente anche dopo che diverse inchieste, come quella di Legambiente che ha presentato il dossier LE ROTTE DELLA TERRA DEI FUOCHI (qui scarica il dossier) hanno evidenziato quanto l’accusatore fosse in realtà più “sporco” dell’accusato, ed è così deviante che, ad esempio, all’immediata ed ingiustificata fobia della mozzarella di bufala nell’immediato post terra dei fuochi, nessuna giustificabile attenzione è stata rivolta al territorio con maggior produzione di inquinanti. Uno squilibrio tra eccessivo allarmismo da una parte ed eccessiva protezione del tessuto economico dall’altra che è sintomatico di questa nazione: il sud e i suoi figli spuri sono quelli sporchi, il nord non può esserlo.

Questo nonostante localmente è risaputo che fino agli anni ’80 non c’era una legge sullo smaltimento dei rifiuti speciali e le cave di terra e sabbia nel bresciano erano buche perfette.

Le aziende pagavano il proprietario e le riempivano soprattutto con scarti dell’industria siderurgica .

Sembra che questo secolo e mezzo di pregiudizio nei confronti del sud, abbia totalmente alterato la visione dell’opinione pubblica da modificarne geneticamente la capacità di giudizio critico, altrimenti non si spiega come mai si continui a pensare che il “nemico” arrivi da lontano e non dal territorio italiano più industrializzato e di conseguenza il maggior produttore di rifiuti industriali: il lombardo-veneto.

 

Avranno Memoria anche per le altre Questioni?

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di Massimo Mastruzzo

Il fascino del meridionalismo sembra aver abbagliato anche gli “attenti partiti nazionali” di colpo illuminati da una Questione Meridionale in realtà ben identificabile nel suo periodo storico di nascita: all’indomani dell’Unità d’Italia.

L’impegno del movimento 5 stelle in favore di una giornata dedicata alle vittime meridionali dell’Unità è indiscutibilmente lodevole, al Consiglio regionale pugliese il M5S ha promosso una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e i paesi rasi al suolo» per il 13 febbraio, il giorno in cui nel 1861 cadde per ultima Gaeta, ed  è  già stata approvata.

Una mozione su cui si è registrato il consenso anche di Michele Emiliano, e anche Nunzia De Girolamo di Forza Italia ha presentato una proposta per il ricordo delle vittime innocenti.

A una prima lettura, si potrebbe essere contenti che finalmente anche la “politica che conta” si sia accorta che il Sud esiste, vederla abbracciare battaglie che, ad esempio, Il Movimento neoborbonico combatte fin dalla sua nascita nel 1993, fa comunque piacere.  Ma dopo 157 anni di distrazione di tutti i partiti nazionali, un mah vogliamo concedercelo: senza voler apparire schizzinosi e sottolineando che meglio tardi che mai, sorge spontaneo sospettare, e solo l’amore per la nostra terra sa quanto vorremmo sbagliarci, che qualcuno possa pensare che regalare una, sacorosanta e auspicabile anche per noi,  giornata della Memoria possa distrarci dai, non me ne voglia nessuno, concreti problemi di una irrisolta Questione Meridionale .

Unione Mediterranea nasce per affermare un  Meridionalismo 2.0 che denunci la disomogeneità nazionale unica in Europa.

Marco Esposito fondatore e primo segretario di Unione Mediterranea ha tracciato con le sue denunce il percorso che intendiamo percorrere, questo percorso non esclude assolutamente iniziative come quelle della giornata della memoria, che è anche la nostra memoria e che quindi appoggiamo indiscutibilmente, ma se dai partiti nazionali, dai quali abbiamo imparato dopo quasi 160 anni a difenderci diffidando a priori da ogni qualsivoglia promessa, soprattutto nei periodi pre-elettorali, ci aspettiamo che oltre alla gradita giornata della Memoria, si espongano su altre Questioni come quella che vede due porti del nord collegati dalla TAV e all’interno degli stessi confini nazionali il più importante porto del sud, quello di Gioia Tauro che  al contrario il suo futuro lo vede fortemente precario per l’assoluta assenza delle necessarie infrastrutture extraportuali.

In  un articolo del 2015 Beatrice Lizza scriveva come Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica», approvato dal governo, si specificasse la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno.

Ancora oggi però, i porti di Gioia Tauro e Taranto sono adibiti esclusivamente al trasbordo su altre navi, poichè non dispongono dei collegamenti via terra adeguati alle nuove esigenze commerciali, ed i sassi trovati da Delrio sembra abbiano defitivamente indotto Gentiloni a consigliare ai cinesi di puntare sui porti di Genova e Trieste.

Ad onor del vero, bisogna però ricordare che in Cina anche il sud ha ricevuto le dovute attenzioni: alla cerimonia di apertura del Forum non è mancato nella ‘scaletta’ dello spettacolo previsto un tenore che intonava ‘O sole mio’… A riguardo i partiti nazionali fulminati dal meridionalismo come si sentono di intonare?

Rispetto al gennaio 2015 quando La Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale ha approvato le tabelle che assegnano zero asili nido nei Comuni del Mezzogiorno (La relazione finale  del provvedimento è stata scritta a quattro mani dalla relatrice del Pd di Modena, la senatrice Maria Cecilia Guerra e per i Cinquestelle dal deputato di Belluno Federico D’Incà), è cambiato qualcosa? Nella Bicamerale sul federalismo fiscale (dove si parla di asili nido, per capirci) i 5 Stelle hanno quattro rappresentanti.

Se lo spirito meridionalista è sincero, potrebbero iniziare a battere un colpo lì, visto che un pochino, quando ne avevamo denunciato l’anomalia, si erano risentiti e l’On. Luigi  Gallo aveva seccatamente affermato: “Cerchiamo di fare chiarezza su una balla che sta circolando in rete e su un giornale perchè strumentale a screditare il M5S nelle regioni del SUD…”  Affermazioni alle quali il Dott. Marco Esposito che aveva sgamato l’inghippo ,  rispose con chiarezza e trasparenza a quanto affermato dal parlamentare dei Cinquestelle.

Altra questione di interesse meridionale:  rispetto alla prospettiva di un percorso politico meridionalista quale la creazione di una Macroregione del sud, i partiti nazionali come si pongono? Nel caso volessero approfondire trovano indicazioni da pagina 111 del libro SEPARIAMOCI di Marco Esposito.

In ultimo, solo per non apparire troppo schizzinosi,  di fronte all’esodo di decine di migliaia di insegnanti del Sud costretti a migrare perchè sembra che “i posti sono al Nord” e di conseguenza davanti alle cifre fornite dalla Svimez relative al rischio desertificazione demografica del meridione, quali provvedimenti la politica nazionale intende prendere?

Fonti:

Viaggio in Neoborbonia tra i nostalgici del Regno del Sud (il venerdì di Repubblica del 29 settembre)

Grillo-Neoborbonici: la strana alleanza “per difendere il Sud” (Repubblica.it di martedì 3 ottobre )

Separiamoci: ci conviene?

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Il seguente passaggio è tratto dal libro Separiamoci di Marco Esposito

I numeri chiave sui quali ragionare sono in fondo elementari. Nel Sud (qui riferito per comodità di ripartizione statistica a 8 Regioni, isole comprese) vive il 34% degli italiani, circa un terzo. La ricchezza prodotta, per le note ragioni, è solo il 24%, ovvero circa un quarto del totale. Le tasse versate nella cassa comune – nonostante si dica che il Sud sia il regno dell’evasione – sono appunto circa un quarto del totale nazionale. In base al principio che ciascuno dà in proporzione alle proprie possibilità e riceve in proporzione ai propri bisogni, il Sud dà (e in effetti dà) il 24% e dovrebbe ricevere il 34%, ovvero una quota vicina al numero di bambini, anziani, persone cui assegnare servizi sociali. In realtà lo Stato, fino al 2010, svolgeva un effetto di parziale riequilibrio nella distribuzione delle risorse, sia pure decrescente nel tempo (la spesa complessiva in conto capitale, cioè per investimenti, destinata al Mezzogiorno è scesa dal 40% del 2001 al 34% del 2010). Tuttavia, dopo le manovre finanziarie del 2011-2012, tale effetto si è attenuato o si è addirittura ribaltato e ormai destina al Sud un valore vicino al 24% come spesa corrente (stipendi e pensioni, in primo luogo) comprensiva degli interessi sul debito; mentre spende un po’ di più, il 30%, come quota di investimenti. Il beneficio degli investimenti è solo in apparenza dovuto alla volontà dello Stato italiano, in quanto è legato per oltre metà al flusso di fondi europei, per cui il bonus rispetto alla quota di tasse versate dal Sud proviene da Bruxelles e non da Roma. Senza il contributo di Bruxelles, la quota di investimenti ordinari destinata al Mezzogiorno è scesa dal 2010 al 2011 di quasi 7 punti, dal 25,5% al 18,8%, e ancora non sappiamo con precisione cosa sia accaduto nel 2012, se non che la tendenza si è confermata. Fatto sta che, per la prima volta da quando esistono le statistiche, nel 2011 non è stato il Nord ricco a dare qualcosa al Sud, ma il Sud povero a girare qualcosa al Nord. Purtroppo non è una sciocchezza o una provocazione dire che con le proprie tasse i contribuenti del Sud contribuiscono ad aumentare il divario con il Nord, visto che dal 2011 ricevono una quota di investimenti pubblici vistosamente più bassa rispetto allo sforzo fiscale. Ed ecco perché parlare oggi di separazione non è più un esercizio intellettuale o una provocazione, bensì una delle possibili risposte alla rottura di fatto dei principi cardine di uno Stato: l’Italia ha smesso di credere che le persone hanno diritti in quanto individui e non in base alla ricchezza personale.

Le classifiche 

Con 14 milioni e 500.000 residenti, Mediterranea – il Mezzogiorno senza la Sicilia e la Sardegna, ma con gli ex distretti di Gaeta, Sora e Cittaducale – sarebbe uno Stato europeo di media grandezza e tra i 27 della UE – a quel punto 28, se non di più – si posizionerebbe al 9° posto, subito dopo l’Olanda e prima della Grecia, del Portogallo, del Belgio, della Repubblica Ceca, dell’Ungheria, della Svezia, dell’Austria, della Bulgaria, della Danimarca, della Slovacchia, della Finlandia e di altri 7 Stati ancora più piccoli. In base alla superficie, con i suoi 75.000 chilometri quadrati, sarebbe soltanto 16a, in quanto più piccola della Repubblica Ceca e un po’ sopra l’Irlanda. Se dalla Spagna si dovesse staccare la Catalogna, quest’ultima avrebbe la metà degli abitanti e della superficie di Mediterranea. In termini demografici, la capitale, Napoli, non sfigurerebbe, visto che è la settima area urbana europea per popolazione, a pari quota con Barcellona. Nella classifica per ricchezza complessiva, Mediterranea si farebbe scavalcare da Paesi meno abitati e non propriamente ricchi come la Grecia, mentre supererebbe Stati più popolosi, ma anche meno agiati come la Romania. In tutte le classifiche europee, in pratica, Mediterranea sarebbe uno Stato non troppo diverso da tanti altri, con risorse e problemi, potenzialità di crescita e rischi. Ma stavolta il suo destino dipenderebbe soltanto da se stesso e dalla capacità di far squadra insieme agli altri.

 

Più di ogni classifica, conterà la percezione che avremo di noi stessi. Non più periferia di qualcosa, ma centro.

Catalogna: 5 domande a… Pierluigi Peperoni

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Oggi vi presentiamo il punto di vista sul referendum catalano di Pierluigi Peperoni, Segretario nazionale di Unione Mediterranea, attualmente in carica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Il percorso catalano è stato favorito da una diffusa consapevolezza della forte identità che li caratterizza come popolo. Abbiamo visto piazze gremite e festanti, abbiamo visto un popolo che nel momento in cui subiva la violenza vessatrice del Governo spagnolo ha saputo reagire compostamente, pacificamente, aggirando gli ostacoli posti sul loro cammino.
Risulta difficile immaginare che il mezzogiorno tutto sia pronto per intraprendere un cammino lungo un percorso così arduo, ma ci stiamo arrivando a grandi passi.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Al momento è difficile trovare similitudini tra due aree che per indicatori sociali, economici e per storia sono molto diverse.

3. Quali sono, invece, le differenze?

La presenza di un tessuto produttivo ricco che ha interesse a schierarsi a difesa dei propri interessi e una consapevolezza della propria identità che è molto più radicata. Loro sono una regione che ha costruito tanto, noi invece siamo sempre stati indotti a pensare che “non si può”. Inoltre la loro consapevolezza di essere popolo è certamente in una fase molto più avanzata della nostra. Nelle scuole si parla il catalano, esistono canali televisivi catalani e le insegne dei negozi sono nella loro lingua. Evidentemente questo referendum a cui, pare, seguirà la dichiarazione unilaterale di indipendenza è solo l’atto finale di un lungo percorso di autodeterminazione.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Dietro ogni cambiamento storico importante vi sono ragioni economiche. La Catalogna vuole difendere il proprio “status quo” di area ricca. Noi invece subiamo sistematicamente l’attacco dei Governi che si succedono da ormai quasi 160 anni e che vanno sistematicamente a impoverire i nostri territori con scelte che penalizzano gli investimenti, l’università, i servizi.
La loro secessione è difesa dei privilegi, la nostra sarebbe affermazione dei diritti. Per noi sarebbe legittima difesa.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Esiste una questione aperta, di natura squisitamente tecnica, legata alla permanenza della Catalogna nell’Unione Europea: alcuni sostengono che continuerebbe a far parte dell’UE, altri che dovrebbe fare richiesta per rientrare. In questo caso l’ok dovrebbe arrivare dagli stati membri, inclusa la Spagna. Politicamente però l’UE avrebbe tutto l’interesse ad accogliere la Catalogna tra le proprie fila.

Riflessioni sul referendum catalano

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di Marco Rossano, sociologo

Sono 15 anni che vivo a Barcellona e non ho la presunzione di sapere cosa è giusto o sbagliato. So che esiste una “questione catalana” che affonda le sue radici nel tempo e che è molto più complessa di quello che molti politici e mezzi di comunicazione stanno dando in queste ultime ore. Non si può paragonare alla Scozia o al Sud Italia, ogni contesto ha le sue peculiarità e le sue cause. Non è questa la sede per un’analisi dettagliata delle ragioni storico culturali della “questione catalana”. Voglio però riflettere sulla giornata di oggi 1 ottobre 2017, giorno del referendum. Si è arrivati a uno scontro frontale, a un muro contro muro che non porterà a nessuna soluzione e probabilmente la aggraverà. In questo contesto non esistono buoni o cattivi, oppressi ed oppressori, vittime e carnefici. Tutte le parti in causa hanno la loro dose di responsabilità in questa situazione che si è radicalizzata e polarizzata. O sei con me o sei contro di me, o sei mio amico o mio nemico. Le misure giudiziarie e di polizia delle ultime settimane, gli interventi repressivi della giornata di oggi sono eccessivi e antidemocratici, ma sono anche una risposta (che non giustifico e condanno) alla violazione di leggi e regole fondamentali da parte del governo catalano.

Non c’è dubbio che esiste una “questione catalana” che la politica spagnola ha in più occasioni negato e che ha trovato il suo culmine nella incostituzionalità dello Statuto Catalano nel 2010. Da allora, con il ritorno del Partido Popular (partito di centrodestra) al governo nazionale, le posizioni si sono radicalizzate e l’atteggiamento di rifiuto e di mancanza di riconoscimento da parte delle istituzioni spagnole ha di fatto avuto un ruolo importante nella crescita del movimento indipendentista catalano e la fine di ogni tipo di dialogo fino all’escalation odierna.

Sicuramente uno dei responsabili della situazione attuale è il PP e il suo leader Mariano Rajoy. Dall’altro lato non vanno dimenticate le responsabilità del governo catalano e dei suoi rappresentanti. Nel 2015 durante le ultime elezioni al parlamento catalano, i partiti indipendentisti hanno totalizzato meno del 48% anche se hanno ottenuto la maggioranza parlamentaria. Il governo catalano ha interpretato questo voto come un mandato a procedere sulla via dell’indipendenza. Il sociologo Peter Wagner, professore all’Università di Barcellona, ricorda che tra le cose fatte, il Govern ha riscritto le procedure del parlamento catalano, non tenendo conto della consulenza legale dei propri esperti . Ha proposto, attraverso il parlamento, una legge per un referendum e una cosiddetta legge di rottura, equivalente a una dichiarazione di indipendenza unilaterale. Il passaggio di queste leggi viola la costituzione catalana – l’Estatut – fino ad allora visto orgogliosamente come espressione dell’autodeterminazione catalana. In questo processo, ai partiti dell’opposizione sono stati negati il diritto di dibattito e di proporre emendamenti. Wagner addirittura afferma che “queste leggi assomigliano alla legge di abilitazione (Ermächtigungsgesetz) al Parlamento di Weimar del 1933, anche se il governo catalano non si è preoccupato nemmeno di assicurare la maggioranza dei due terzi”.

In questo clima di scontro, il governo catalano cerca di dare l’impressione che esiste una doppia legalità, una spagnola e una catalana, la prima imposta e la seconda liberamente autodeterminata. Il governo catalano trasmette l’idea, investendo anche una quantità notevole di fondi, di portare avanti la volontà della società catalana con la consapevolezza che l’indipendenza non è mai stata scelta dalla maggioranza dei catalani. Ma nonostante tutto il Govern giustifica la violazione delle leggi e della Costituzione esistente in virtù di una volontà indipendentista della Catalogna. La propaganda catalana degli ultimi anni riversa sullo stato spagnolo le colpe di tutto. Uno stato che i catalani dimenticano di aver partecipato – liberamente – a creare durante la difficile fase della “transizione” dalla dittatura fascista e che ha portato ingenti investimenti sul territorio tra cui le Olimpiadi del 1992 che hanno cambiato il volto di Barcellona portandola alla ricchezza e allo sviluppo attuale e che non avrebbero certo ottenuto con una Catalogna indipendente.

Un dato è certo. L’autoritarismo del governo Rajoy ha portato a una radicalizzazione dello scontro. La grande maggioranza dei catalani vuole un referendum, vuole poter decidere il proprio futuro. Ma, a mio avviso, il referendum di cui ci sarebbe bisogno non è questo organizzato dal governo catalano in violazione della legge e dei principi democratici. La democrazia e la libertà non si esercitano solo nella possibilità di votare, sacrosanta e legittima, ma anche nel rispetto dello stato di diritto e delle minoranze che tanto minoranze non sono. Il muro contro muro non serve a nessuno e porterà solo a un vicolo cieco. L’unica via è quella del dialogo che né il governo spagnolo né quello catalano sembrano voler perseguire.

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