Monthly Archives: Dicembre 2017

MICHELE CONIA, quando l’amore per il territorio va oltre le bandiere politiche

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Nasce il quattro agosto del 1976 a Taurianova (RC), da bambino ha vissuto in Germania, trasferito con il padre, quando i migranti eravamo noi ed il muro, con malta leghista, andava fatto per fermare i terroni. Vi rimarrà dall’età di 2 mesi fino a 6 anni per ritornare poi a Cinquefrondi, da dove non andrà più via e nel 2015 ne diventerà il Sindaco con la lista civica Rinascita,offrendo un nuovo volto non solo a Cinquefrondi, 6500 anime all’interno dell’area protetta del Parco nazionale dell’Aspromonte, nella Piana di Gioia Tauro, ma dando una immagine positiva di una Calabria che vuole emergere e che volta pagina, della quale molto spesso non si parla perché non fa notizia.

Laureato in giurisprudenza con una tesi sul lavoro e lo sfruttamento  minorile, nel 1993 è tra i fondatori nonchè il portavoce del Kollettivo Onda Rossa, nel 1994 si iscrive al partito della Rifondazione Comunista ricoprendo nel tempo vari incarichi dirigenziali a livello provinciale, regionale e nazionale. Crede fortemente in una sinistra unita come alternativa reale all’attuale Pd, e nel febbraio del 2017 viene eletto nel direttivo nazionale di Sinistra italiana.

L’impegno nella lotta alle ecomafie, la difesa dei beni comuni che lo ha visto negli anni  aderire, sostenere e partecipare, con piena convinzione, ai movimenti di difesa del territorio contro gli speculatori ed i vari colonizzatori (No PONTE, No Rigassificatore, No Inceneritore). l’amore concreto per il territorio che lo ha portato a schierarsi al fianco dei lavoratori del porto di Gioia Tauro, unico sindaco della piana di Gioia Tauro presente a Roma  presso il Ministero delle Infrastrutture, come al Movimento 14 luglio una realtà che combatte sul territorio per il diritti dei cittadini di Nicotera, e per ultima la risposta al sindaco di Como che ha deciso di impedire la distribuzione anche di un bicchiere di latte caldo alle persone in difficoltà economica, definita da Michele Conia « una scelta inaccettabile e vergognosa che cozza con i valori della solidarietà e con i principi fondamentali della Costituzione italiana » e concretamente organizzando nella cittadina di Cinquefrondi, insieme ai volontari dell’associazione Senza Frontiere una “colazione solidale” distribuendo non solo bevande calde e prodotti alimentari, ma principalmente amore, accoglienza e abbracci.

Sono stati probabilmante tra gli elementi che lo hanno spinto tra i primi 6 nelle primarie de L’altroCorriere per la poltrona di governatore (virtuale) della Regione Calabria, e sono sicuramente i motivi che ci fanno seguire con attenzione e stima questo sindaco che negli anni si è contraddistinto nella realizzazione di progetti concreti a difesa, tutela e valorizzazione del territorio, battaglie che non possono che avere una visione comune ad un movimento come Unione Mediterranea che ha nel riscatto del Mezzogiorno il suo principale obiettivo.

 

Il Consiglio Di Stato Dice No Alle “Gae” Ai Diplomati Magistrali

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Dopo ben cinque sentenze favorevoli, la Plenaria, con un colpo di spugna, ha fatto piazza pulita di quanto stabilito precedentemente, smentendo anche se stessa (sentenza del CdS n. 1973 del 16 aprile 2015)
Un pauroso dietrofront su tutta la linea che sta spaccando in modo irreversibile il mondo della scuola.
In sintesi è questo che ha stabilito la Plenaria: i diplomati ante 2001/2002 non hanno diritto ad essere collocati, al pari dei diplomati successivamente nelle graduatorie ad esaurimento poiché i due diplomi non sono equiparabili, nonostante i cinque ricorsi accolti favorevolmente.
La sentenza, lunga trenta pagine, ha gettato nel panico 50mila insegnanti che, al contrario, si aspettava ben altro dal CdS visto appunto i presupposti degli anni precedenti.
Scuola & Università Lombardia.

Adesso cosa succederà? Licenzieranno tantissime insegnanti della primaria? 
I numeri parlano chiaro:
55.000/60.000 sono i ricorrenti inseriti con riserva in Gae;
2.300 i ricorsi passati già in giudicato tra immissioni in ruolo ed inserimento in Gae;
1.300 circa i ricorrenti immessi in ruolo con riserva;
80% dei ricorrenti provengono dal Centro/Sud ma quasi tutti inseriti nelle graduatorie del Nord.
La situazione che si è creata è complessa e di difficile soluzione. Attendiamo una dichiarazione del Ministro Fedeli su questa drammatica sentenza.

Abbiamo chiesto a Luigina, una insegnante della scuola primaria di Brindisi se questa decisione del Consiglio di Stato la preoccupa.

Si, io e altri 55 mila docenti non avremo diritto alla graduatoria per il ruolo, saremo declassati in seconda fascia. E al sud questo significa non lavorare più, Io ho vinto pure il concorso e sono in questa situazione.
A breve potrebbe esserci il più grande licenziamento di massa della storia della pubblica amministrazione, abbiamo tutti un contratto che verrà rescisso da qui a pochi settimane.

Qual’è la sua situazione?

Insegno alla primaria. Sono vincitrice concorso 1999 infanzia ma mai assunta a tempo indeterminato.
Vincitrice concorso per la primaria 2016 ma i posti messi a bando in Puglia sono misteriosamente spariti. Lavoro da 3 anni in primaria con contratti da Gae con riserva poiché il mio diploma è ante 2002.
L’ordinanza ci aveva concesso inclusione in gae e diritto a stipula di contratto. Ora il Cds ci disconosce questo diritto e ad uno ad uno verranno revocati i contratti persino quelli di ruolo.

Chi occuperà quei posti? I docenti di seconda fascia? Siamo comunque sempre noi. Quindi siamo o non siamo idonei ad insegnare?

Cosa pensate di fare?

Alcuni sindacati e il gruppo La scuola invisibile si sono già dati appuntamento a Roma il giorno 8 Gennaio per manifestare il proprio dissenso. Da lì in poi procederemo con la disobbedienza civile finché la politica non si prenderà seriamente ed in maniera repentina la responsabilità del reclutamento dei docenti.
Sarete con Noi?

La Trabant, la fossetta occipitale ed il ritardo del Sud Italia

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La “ripresina” del Sud Italia alla luce dell’ultimo Rapporto Svimez. Un’analisi storica comparata con i lander orientali dell’ex DDR dopo la caduta del Muro.

di Massimo Spinelli

Negli ultimi mesi due eventi hanno toccato la narrazione che solitamente viene fatta del Sud Italia: il Rapporto Svimez sull’Economia che ha confermato il divario tra il Sud ed il Nord del Paese e i referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia che hanno ribadito quanto quelle differenze non siano temi di grande interesse nazionale.

La fotografia fatta dallo Svimez nell’ultimo Rapporto sull’Economia del Mezzogiorno e’ naturalmente impietosa, conferma che le differenze tra il Sud ed il Nord non sono affatto diminuite e segnala come dopo i referendum di Veneto e Lombardia si sia riaccesa la polemica sulla “dipendenza patologica” del Sud rispetto al Nord.

In questa sede non e’ mio interesse verificare se il residuo fiscale che le due regioni richiedono sia maggiore o minore dei 50 miliardi ipotizzati o se la sua eliminazione leda la Costituzione, che in effetti assicurerebbe servizi e livelli base di prestazione uguali per tutti i cittadini. Non voglio in questa sede neanche soffermarmi, come indicato nel rapporto Svimez, di come il Sud sia un importante mercato di sbocco della produzione settentrionale, il piu’ importante in realta’: “la domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del PIL del Centro-Nord.” E non voglio neanche approfondire l’analisi sulla struttura di questo flusso di ritorno dal Sud verso il Nord. Mi basta sapere che secondo lo Svimez tale flusso dovuto all’interdipendenza o meglio alla dipendenza dei consumi dei residenti nel Sud nei confronti delle aziende settentrionali esiste e potrebbe essere di almeno il doppio o addirittura il triplo del residuo fiscale reclamato, parliamo quindi di almeno 100/150 miliardi di euro.

Dato per scontato che questa dipendenza esista, sia di tipo fiscale che commerciale, in tutte e due le direzioni, potrei in questa sede provare a confermare (o a confutare) l’idea che il Sud sia un “pozzo senza fondo” e che qualunque tipo di investimento per il Sud sia a perdere. Ma non mi va sinceramente e voglio dare per scontata l’incapacita’ del Sud nello gestire risorse, probabilmente a causa della fossetta occipitale  immaginata da Marco Ezechia Lombroso e causa di una manifesta inferiorità antropologica degli abitanti delle regioni meridionali. Diamo per scontata quindi anche l’esistenza della fossetta occipitale mediana, ma davvero il Sud con le risorse giunte avrebbe potuto recuperare, nel secondo dopoguerra, il gap esistente con le regioni settentrionali?

Cosa ci dice il rapporto Svimez in ultima analisi? Che la differenza tra Sud e Nord, nonostante la buona performance dell’economia meridionale dell’ultimo biennio, non accenna ad essere colmata, ne’ tantomeno a diminuire seriamente. Ma vediamole in sintesi queste differenze. Il Prodotto Interno Lordo delle regioni meridionali nel 2016 cresce dell’1%, rispetto allo 0.8% del resto del Paese. Le due parti del Paese si muovono quindi alla stessa velocità, ma come potrebbe una autovettura che viaggia a 90 km /h sperare di raggiungerne un’altra che viaggia a 89 km /h partita almeno cinquant’anni prima? Naturalmente non ci riesce. Questa distanza e’ destinata a rimanere prossoche’ inalterata, a meno che non si voglia dotare la prima autovettura di strumenti che la rendano altamente performante: un motore ad altissime prestazioni, una scocca avveniristica, pneumatici ad alto rendimento. Se la prima autovettura e’ per esempio una Trabant, come quelle prodotte dagli anni cinquanta nella Repubblica Democratica Tedesca e la seconda una Porsche e’ naturale che non vi sia partita e non ci sara’ mai fino a quando alla Trabant non verranno apportate tutte quelle modifiche necessarie, mai effettuate in passato ed invece concesse alla seconda vettura per renderla sempre piu’ competitiva.

Secondo lo Svimez, inoltre, sempre nel 2016 non vi sono state grosse differenze tra Sud e resto del Paese per valore degli investimenti: 2,9% nel Sud e 3% nel Centro-Nord.L’incremento degli investimenti e’ da ricollegarsi pero’ al settore privato che secondo lo Svimez sembra aver compensato la riduzione degli investimenti pubblici: “Sebbene la contrazione del processo di accumulazione durante la crisi sia stata profonda in entrambe le parti del Paese, l’intensità della flessione è stata notevolmente maggiore al Sud: nel periodo 2008-2016 gli investimenti fissi lordi sono diminuiti cumulativamente nel Mezzogiorno del -34,9%, circa 12 punti in più che nel resto del Paese (-23,4%)”. E ritorniamo alla Trabant di prima. Sarei davvero credibile se affermassi di volere che la Trabant raggiunga la Porsche se spendo storicamente meno per la piccola vettura, salvo poi continuare a sottolineare che la Trabant arranca, che la Trabant e’ inefficiente, che la Trabant e’ guidata e condotta male nonostante sia dotata ancora di motore a due tempi e carrozzeria in Duroplast?

Nel frattempo, sempre secondo lo Svimez, e’ peggiorata la produttivita’ delle regioni meridionali ed e’ quindi cresciuto il divario di competitività tra le aree forti del Paese e quelle deboli. E’ cresciuta invece l’occupazione. Gli occupati sono aumentati di circa 100 mila unità nel Sud e di 190 mila unità nelle altre regioni, ma mentre il Centro-Nord ha recuperato i livelli occupazionali del 2008, il Sud rimane molto al di sotto dei livelli pre-crisi, gia’ di per se’ non eccellenti. Sempre nel 2016 si registrano inoltre quasi 2 milioni di giovani occupati in meno e dato senza paragoni in Europa, il livello di occupazione nel Sud nella fascia di eta’ 15-34 anni è fermo al 28%. Anche i dati riferiti al tasso generale di disoccupazione nel 2017 non fanno che evidenziare notevoli differenze: 11,5% la media italiana e 20,1% quella nelle regioni del Sud. Stiamo parlando quindi di una disoccupazione al Sud quasi doppia rispetto alla media.

Diamo per scontato quindi che questa differenza tra Sud e Nord del Paese esista, i dati parlano chiaro. Non mi va in questa sede neanche di suffragare o meno l’analisi di alcuni economisti e storici (Fenoaltea, Ciccarelli, Malanima, Savona, Guerra, Daniele) ed anche della Banca d’Italia che affermano che prima del 1860 tra le varie aree del Paese vi era una sostanziale omogeneita’. Diamo per scontato anche che questa differenza sia riconducibile alla presunta malamministrazione dei Borbone ed alla oramai famosa fossetta, ma allora se avessi avuto seriamente intenzione di colmare tale divario avrei dovuto far confluire in quella parte del Paese non solo risorse aggiuntive, ma avrei dovuto riservarle anche speciali attenzioni proprio per consentirle di andare più veloce, correre, altrimenti la Trabant rimane sempre Trabant.

Ed a proposito di Trabant e Repubblica Democratica Tedesca, questa e’ proprio un’analisi che merita invece qualche approfondimento. La DDR al momento della caduta del muro di Berlino era in una situazione economica non troppo dissimile da quella del Sud Italia. In un quarto di secolo e’ riuscita se non a colmare quel gap con le regioni occidentali, per lo meno ad eliminare molte di quelle differenze. Ma come e’ stato possibile?

 

Fonte: www.lindro.it/la-trabant-la-fossetta-occipitale-ed-il-ritardo-del-sud-italia/

“Macroregione? Si, ma non credo ai progetti dei partiti nazionali”

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Intervista a Massimo Mastruzzo, Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea

1) Politica meridionalista mediterranea? Cos’è?

Il termine “Mediterranea” aggiunto al più classico “Meridionalista”, a parte il meraviglioso richiamo alla nostra Mediterraneità piuttosto che al meridionale inteso come chi vive al sud dell’Italia, è semplicemente il tentativo di espandere a tutti i paesi del Mediterraneo, intesi in questo caso come chi vive a sud dell’Europa, il concetto che sta alla base del meridionalismo politico: liberarsi dalla colonizzazione, dello Stato italiano per il il meridione; dall’Europa per il Mediterraneo.
Ma più semplicemente e meno ambiziosamente posso dire che siamo ad un Meridionalismo oramai adolescente che inizia ad uscire da casa grazie al web per cercare nuovi amici. Io stesso l’ho incontrato perchè ero in cerca di risposte che, dopo una vicenda lavorativa legata ad una mia attività commerciale, non riuscivo a darmi e non mi capacitavo fino a quando non ho incontrato il meridionalismo che dovrebbe essere la casa politica di ogni meridionale, ovunque questi si trovi. Io vivo a Brescia.

2) Una risposta ai tanti meridionalisti che videro in U.M. l’espressione politica di Aprile, Pino Aprile farà secondo lei politica?

Dopo il risveglio emozionale dato da Pino Aprile con i suoi libri e il successivo consolidamento razionale emerso dai dati divulgati da Marco Esposito, la miscela esplosiva emozione+ragione non dovrebbe essere dispersa. È indubbio che Pino Aprile leader andrebbe bene a tutti e la sensazione che anche a livello di preferenze elettorali potrebbe ripetere il successo avuto con il risveglio delle coscenze non sarebbe da sottovalutare. Ma se Pino Aprile deciderà di fare o meno questo tentativo è una risposta che non so darle.

3) I vostri rapporti con DeMa dopo il suo avvicinamento al PD?

Suppongo, e ribadisco suppongo visto che non conosco quale sia il progetto futuro di Dema, che il distacco politico dai partiti nazionali non possa, o non voglia, permetterselo, preferendo rimanere, al momento, in quella “terra di mezzo” . A parer mio ritengo che meridionalista significa affrancarsi dai partiti nazionali, non farlo non significa non essere un buon politico nazionale, “semplicemente” non corrisponde alla definizione meridionalista.

4) Secondo un progetto che sta preparando il Senatore Quagliariello con movimenti meridionalisti si vuole consultare la popolazione con un referendum per istituire la macroregione? Che ne pensa?

Quagliariello ha sostenuto che l’obiettivo della neonata formazione parlamentare IDeA (Identità e Azione) consiste in una proficua collaborazione parlamentare (assieme a Lega Nord, Forza Italia ed altre forze minori di centro-destra) nell’opposizione al governo Gentiloni e nella composizione di un’ampia e coesa coalizione di centro-destra in vista delle elezioni politiche del 2018. Adesso a parte la mia completa chiusura con tutto ciò che implichi contatti con la Lega nord, ripeto vivo a Brescia e li conosco meglio di chi oggi nel sud ne vede una possibile alternativa.
Il mio giudizio sui partiti nazionali non è una chiusura cieca e irrazionale ma l’oggettiva constatazione che la forbice economica nazionale, quando non giustifica, non permette ad un partito nazionale di agire diversamente dal mantenere lo status quo, e questo prevarica le buone intenzioni di singoli individui presenti in ogni realtà politica nazionale. Siamo noi meridionalisti che notiamo l’ingiustizia nel mantenere questo status quo, per il “bene nazionale” una autostrada nelle regioni economicamente più avanzate risulta più vantaggiosa che sulla costa ionica calabrese.

Il 6 agosto 2015 è stato inaugurato il nuovo canale di Suez: il canale che collega il Mar Rosso e il Mediterraneo è stato “raddoppiato”, nel senso che è stato ampliato e approfondito.

I lavori effettuati sono stati in grado di incrementare la convenienza di passaggio attraverso Suez, soprattutto per le rotte asiatiche dirette verso la costa occidentale degli Stati Uniti, precedentemente vincolate al passaggio dell’intero Pacifico e poi attraverso Panama. Il raddoppio del canale di Suez, quindi, non rappresenta semplicemente un’opportunità per l’economia egiziana, ma è una vera e propria svolta per tutto il Mediterraneo, che torna ad essere il centro delle rotte commerciali intercontinentali.

Nel terzo millennio, dove il costo dei trasporti è proporzionale al tempo impiegato, è necessario che ad ogni porto commerciale sia collegato un sistema di strutture che permettano di caricare e scaricare la maggior quantità di container possibile, sul medesimo mezzo di trasporto: ciò che rende più appetibile un porto rispetto ad un altro, quindi, non è semplicemente la fortunata condizione di vicinanza alle rotte principali, ma un ruolo fondamentale è giocato dalle attrezzature di cui dispone il territorio e dalle reti ferroviarie che permettano alle merci di essere trasportate con il minor dispendio di tempo ed energie.

Da qui la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per il porti di Gioia Tauro. Poi gentiloni va in Cina e consiglia agli investitori cinesi di approdare, per la nuova rotta della via della seta, nei porti di Genova e Trieste, quei dannati sassi che impediscono a Delrio di progettare infrastrutture anche nel Mezzogiorno, non sono stati ancora tolti

Nel sud ci sono i figli considerati spuri da questa nazione, e per i figli spuri non è previsto alcun futuro dignitoso se a gestirlo saranno coloro che della Questione Meridionale ne sono stati la causa.

Questa lunga premessa per dire che non credo ad un progetto di macroregione del sud a guida nazionale.

 

Pubblicata sul Roma di Giovedì 7 Dicembre

La scuola: il tempo pieno, l’infanzia, le mancanze e dintorni

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Negli anni le varie riforme scolastiche hanno portato ad enfatizzare le differenze geografiche delle offerte formative del nostro Paese.
Il nord e il sud d’Italia, vivono storicamente (da circa 150 anni ormai.. ) disomogeneità nelle strutture nei fondi, nella gestione generale del reclutamento, nella distribuzione delle risorse.

A numeri quasi uguali di alunni per classe , l’Emila Romagna nell’anno scolastico 2015/2016 per esempio, ha avuto il doppio delle assunzioni di docenti per scuola primaria ed infanzia rispetto alla regione Puglia; una disparità che si ripercuote sui bambini e sulla didattica.

L’intervento del fondo finanziario dello Stato prevedendo la partecipazione economica delle famiglie ai servizi educativi nelle scuole dell’infanzia ( articolo 9 della legge 107) non fa altro che dire che lo sforzo del governo è limitato poiché confortato dal contributo familiare.

In parole molto semplici la costituzione deli poli dell’infanzia come previsto dalla legge de La buona scuola, è da destinarsi alle responsabilità di comuni e regioni.

Il 95% dei bambini della fascia compresa tra 3-6 anni frequenta la scuola dell’infanzia: ottimo motivo per renderla obbligatoria, poichè questo ne garantirebbe la frequenza e la continuità.

Il ministro Valeria Fedeli, per potenziare il sistema d’istruzione dell’infanzia, ha ripartito i fondi destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini distribuendo 90 euro pro capite per i bambini dell’Emilia Romagna contro i 43 euro pro capite per i bambini della regione Campania.

Tutto questo senza la minima considerazione dei dati statistici circa la frequenza della scuola nelle rispettive regioni. Infatti la regione Campania vanta il secondo posto per numero di piccoli che frequentano ma si classifica solo settima per risorse assegnate.

Gli articoli 6 e 7 del decreto 65 dell’aprile 2017 sostengono che l’esigenza dei nidi, dei micronidi e della creazione di poli dell’infanzia deriva dalla necessità di rendere omogenea a livello nazionale l’offerta formativa visto che il Paese pecca proprio sul tema dei servizi che da sempre ha una regolamentazione regionale.

Tuttavia mentre il governo sostiene la necessità di un sistema integrato a livello nazionale e dichiara di ovviare al problema gestionale di domanda individuale e di gestione privata demanda esattamente ed in egual misura alle regioni e ai comuni come avvenuto fino ad oggi.

Una contraddizione di fondo avvalorata dall’approvazione di quei 209 milioni stanziati appunto con una distribuzione iniqua delle risorse.
E’ evidente che tutto ciò rappresenta una violazione dei diritti dell’infanzia e dei principi di uguaglianza e di rispetto dei percorsi di crescita delle bambine e dei bambini di tutto il Paese.
Una distribuzione disomogenea delle risorse contribuisce alla mancanza di soluzioni contro l’abbandono e la dispersione scolastica. Già il sud soffre di una vera e propria desertificazione scolastica dovuta sia ad un calo demografico, sia all’aumento dell’emigrazione delle famiglie verso il nord, ma anche alla razionalizzazione delle classi voluta già dalla legge Gelmini che comporta il più delle volte condizioni di lavoro in classi pollaio e mancanza di spazio geografico necessario per la normale e serena vita scolastica di un bambino sia nelle scuole dell’infanzia che della primaria. E’ noto infatti che molte province del sud si ritrovano con scuole di poche sezioni densamente popolate a dispetto di scuole del nord nelle quali le sezioni non superano le 20 unità. Immaginate classi di 25/28 bambini , magari con qualche soggetto bes : non è più una classe ma una ludoteca difficile da gestire, un posto in cui non si sta garantendo il diritto all’istruzione ma si sta scimmiottando un servizio.
E la scuola è una istituzione non un servizio. Favorire e garantire una frequenza seria a tutti i bambini del sud non lo si fa gettandoli nella mischia senza criterio e senza rispetto ma fornendogli gli spazi educativi e ludici che meritano. E come si può farlo se per esempio ci sono quartieri interi in alcune città meridionali in cui non esistono proprio le scuole per interi chilometri?
Si stanziano circa 400 milioni per la ristrutturazione di edifici, per la messa in sicurezza secondo le norme antisismiche, per la riqualificazione estetica e poi mancano le basi su cui dovrebbe poggiarsi l’intero progetto. Mancano purtroppo anche i diritti di base che garantiscono la risposta ai problemi di sussistenza. In alcune regioni del sud Italia la povertà minorile è in costante aumento. Un dovere della scuola e dei comuni sarebbe quello di investire sul servizio di mensa scolastica in tutti gli istituti comprensivi al fine di assicurare un pasto proteico al giorno a circa il 5 % ( dati statistici riportati da una ricerca di Save the Children) dei bambini in età scolare che non hanno diversamente possibilità di consumarlo in almeno 4 regioni ( Puglia, Sicilia, Molise e Campania ). In questo caso la scuola attraverso un servizio si farebbe vettore di una funzione sociale e di lotta all’indigenza estremamente importante.
E i dati ufficiali in merito al servizio di mensa non sono confortanti. Il 48% degli studenti delle scuole primarie e secondarie non ha accesso alla mensa e questa percentuale si riferisce alle province da Roma in giù. Non offrire il servizio mensa può quindi voler dire da un lato contribuire al permanere di quello stato di indigenza e dall’altro “favorire” il fenomeno della dispersione scolastica che trascina con sé la conseguenza di esposizione ai pericoli nelle aree a rischio.
Ragion per cui, l’obbligo di mensa porterebbe all’obbligo del tempo pieno e prolungato che altro non è che un diritto di offerta didattica pomeridiana già largamente sperimentato e in uso nella maggior parte delle regioni del centro e del nord del Paese.
Il tempo pieno al sud è una esigenza delle famiglie non solo a basso reddito o a rischio di povertà, ma anche di quelle dei lavoratori e di professionisti che vedono in questo modello didattico una risorsa educativa per i propri figli. Il problema è che al momento questa necessità al sud viene soddisfatta dalle scuole paritarie con un dispendio economico maggiore rispetto alle regioni del nord dove paradossalmente i fondi stanziati sono maggiori e dove la ricchezza su base reddituale è notevole. Si finisce per dare dove già c’è togliendo a chi non ha di per sé; una sorta di Robin Hood al contrario.
Il mancato investimento da parte dello Stato alle regioni del sud comporta un duplice effetto negativo: quello dei docenti costretti ad emigrare al nord, garantendo un servizio che altrimenti non potrebbe sussistere, quello di un intero indotto lavorativo totalmente azzerato al sud.
Perciò il tempo pieno se è una grave mancanza è dall’altro lato una prospettiva a più rami: offerta didattica ampliata a tutti i ragazzi, opportunità di lavoro per i docenti meridionali che non sarebbero così obbligati a spostarsi, ripopolazione di interi quartieri di paesi semidesertificati dal flusso migratorio, costituzione di nuove dinamiche sociali frutto della rinascita dei comuni meridionali, nascita di servizi offerti non solo alla scuola ma ad altre categorie( il tempo pieno con la necessità della mensa significa cooperative specializzate nel settore della ristorazione con la conseguente assunzione di cuochi, inservienti, mezzi di trasporto..).
Lì dove il servizio mensa diventa una questione problematica per redditi bassi, allo stato attuale in alcune scuole del sud diventa motivo di intervento dei comuni e degli enti locali a provvedere al necessario per la sussistenza al fine di garantire uguali opportunità nello stesso contesto classe.

Ma l’intervento dello Stato è completamente assente, perciò sarebbe opportuno , per un volta, prevedere un fondo di dotazione esclusivamente riservato per il sud come sistema completo di welfare e laddove vi sia l’impossibiltà di reperire i fondi ( cosa comune), si potrebbe pensare, almeno in via transitoria, all’utilizzo di mezzi alternativi senza troppi oneri finanziari aggiuntivi ai comuni o alle famiglie. Si può prospettare ad esempio la flessibilità di ingresso a scuola dopo aver consumato il proprio pasto a casa ( pur non essendo questo il miglior sistema) come avviene già in molte scuole del settentrione; oppure lasciare come alternativa la possibilità ai bambini di poter tranquillamente consumare un pasto portato da casa come il panino o un pasto freddo. Questo assicurerebbe la frequenza di tutti i bambini e ragazzi .
Come nei problemi di matematica a scuola, la soluzione di solito è suggerita dalle domande ( ..”quante sono in tutto”: addizione; “..quale sarà la differenza tra A e B “: sottrazione) anche nella vita reale è lo stesso impedimento che ti dice quale strada intraprendere. Il problema attuale è la mancanza di uguali opportunità? Bene: offriamole!
Si tratta di riconoscere che c’è una necessità che va espletata, una occasione che non si può perdere prima che la situazione abbia gravi risvolti in chiave sociale ed economica oltre che di istruzione e di crescita della persona.
Riconoscere significa ammettere delle mancanze, prendere atto che esiste una differenza , rendersi consci che è necessario pretendere che vengano riconosciuti dei diritti. Del resto se sono diritti non bisogna elemosinarli poiché sono qualcosa che nascono con l’individuo stesso che li reclama.
Si può risolvere non solo con la volontà politica ma con la presa di coscienza quindi che esiste un diritto di educazione, di istruzione, di crescita e di sviluppo che va semplicemente garantito.

Analisi delle differenze e mancanze della scuola del sud
Relazione programmatica delle eventuali soluzioni sociali e politiche

Favale Luigina, responsabile ufficio stampa “la scuola invisibile”

RELAZIONE SULLO STATO DELLA SCUOLA AL PRIMO DICEMBRE 2017. PARLANO GLI INVISIBILI.

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RELAZIONE DI GIUSEPPE DE CICCO

FONDATORE DE “LA SCUOLA INVISIBILE”.

IL TRANSITORIO

Il 31 maggio 2017 entra in vigore il Decreto legislativo 59/17 relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti della scuola secondaria.
A quanto stabilito dal su detto decreto, hanno fatto seguito una serie di decreti ministeriali, con lo scopo di dare attuazione pratica a quanto già fissato nel decreto stesso.
Dal transitorio, restano escluse la scuola primaria e quella dell’nfanzia.
Facciamo un passo indietro: questa legge è il frutto del solito compromesso tra istanze diverse, compromesso che magari all’epoca ( parliamo di pochi mesi fa ), per certi versi ( ma non tanti ), poteva anche essere condivisibile, ma che ora risulta già superato dagli eventi.
La richiesta iniziale dei docenti e delle associazioni e sindacati che li rappresentano, era quella di una graduatoria a scorrimento, sulla falsariga delle Gae.
Sul punto, la chiusura del Governo è parsa subito chiara: le gae, almeno per la scuola secondaria, rappresentano un capitolo chiuso.
Nella realtà, si è visto come questo presupposto, ancora una volta, potrebbe risultare del tutto inesatto ed infondato: le sentenze a favore degli itp ed afam hanno già provveduto a rimescolare, almeno parzialmente, le carte.
Sono infatti recenti le ordinanze che inseriscono in seconda fascia, anche se con riserva, itp e afam, e sembra vi siano anche provvedimenti favorevoli al loro inserimento in gae.
Tutto questo, chiaramente, non ha fatto altro che creare altri disordini nella scuola e malcontenti tra i docenti: segreterie scolastiche, usp e usr costretti a correggere ed integrare graduatorie, e conseguenti variazioni nelle nomine dei docenti ( i nuovi inserimenti in seconda fascia hanno in pratica sconvolto le nomine da graduatoria incrociata per il sostegno ).
A scusante del governo, non si può nemmeno dire che sia stata la prima volta che sia capitata una cosa del genere: c’era già stato il precedente dei diplomati magistrale, che avrebbe dovuto consigliare una condotta ben diversa.
Ma andiamo con ordine: il dlgs 59/17 che avrebbe avuto un fine di “riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria per renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione”, rischia invece di divenire per la scuola l’ennesima fonte di disordine ed ingiustizia sociale.
Cerchiamo di spiegarne i motivi: questi nuovi ingressi in seconda fascia di istituto, o addirittura in gae, se confermati nel merito, porranno il problema di una nuova platea di abilitati che andranno inseriti nel transitorio in una maniera diversa rispetto a quanto inizialmente previsti.
Ipt ed afam andranno assunti dalle gae, senza concorso, e tenendo conto del punteggio, e per giunta da una graduatoria provinciale e non regionale.
Un destino diverso invece, toccherà a chi rimane in seconda fascia d’istituto o addirittura in terza.
Ancora una volta, sentenze giudiziali sconvolgeranno la scuola, creeranno malcontento e disordine, finendo per minare ancora le fondamenta del sistema scolastico intero.
Chiaramente, si potrebbe obiettare che itp ed afam sono stati inseriti in gae o in seconda fascia di istituto successivamente all’emanazione del dlgs in questione: questo porterà a nuove cause, nuovi ricorsi e nuovi contenziosi non solo giudiziari, con tutte le conseguenze del caso.
Riguardo a come verranno assunti i nuovi docenti secondo quanto stabilito dalla normativa in questione preferiamo stendere un velo: va solo ricordato che ogni volta che viene riformato o ritoccato un meccanismo di assunzione, l’aspirante docente deve versare un obolo ( i 24 cfu ), o sottostare a un meccanismo di reclutamento sempre peggiore ( modalità e durata del tirocinio ).
Ci tocca un breve accenno anche alla ormai quasi decennale questione del riconoscimento delle abilitazioni all’estero: se il Miur le ritiene una scappatoia, un imbroglio, allora provveda a respingere le istanze di riconoscimento, altrimenti le accolga: inutile tenere in seconda fascia con riserva per anni docenti che hanno fatto un percorso, o, addirittura tenerli fermi in terza fascia senza prenderlo in alcuna considerazione.
Anche qui è solo una questione di giustizia: ho diritto ad una risposta dallo Stato in tempi brevi, soprattutto se il fatto di essere in seconda fascia di istituto o in terza mi cambia radicalmente le modalità di assunzione.

LA QUESTIONE DEI DM ANTE 92

La ciliegina sulla torta del transitorio è l’esclusione dei diplomati magistrale, quindi della primaria e dell’infanzia, dalle nuove forme di reclutamento: la motivazione fornita è squisitamente giuridica, visto che sul tema è attesa a giorni la pronuncia della Plenaria.
Per noi è l’ennesima prova della volontà della politica di non intervenire là dove invece il suo intervento sarebbe necessario: se si fosse agito diversamente, si sarebbero evitate ulteriori polemiche ed ulteriori discussioni.
Non è questo il luogo in cui darsi ad un excursus storico dei diplomati magistrale, noi vorremmo solo porre un quesito: invece di attendere la Plenaria, che, se positiva, comporterà comunque l’esigenza di un intervento politico e normativo, non si poteva cogliere l’attimo per un riordino del sistema di reclutamento anche per la primaria e l’infanzia, magari stabilendo gli stessi principi?
In sintesi, non si poteva nella stessa sede stabilire una differenziazione tra chi, in possesso del diploma magistrale ante 92, aveva maturato vari anni di servizio, o aveva addirittura vinto qualche concorso e chi invece si trovava in una condizione diversa?
Anche in questo caso la politica ha preferito ancora eclissarsi, con conseguenze ancora più aberranti per la scuola dell’infanzia, che dal piano assunzionale previsto dalla Buona Scuola è rimasta addirittura esclusa!
Le gae infanzia infatti sono ancora piene, al nord come al sud,e, a differenza di quelle della primaria, non perché sono state riempite da ricorrenti che inizialmente ne erano esclusi, ma perché i precari storici, i vincitori del concorso del 1999, aspettano ancora un’assunzione, e questo, dopo averli cancellati dalla graduatoria di merito e averli privati della possibilità di un’assunzione attraverso il sistema del doppio canale.
Signori: si parla di una procedura concorsuale espletata ormai quasi vent’anni fa!
Tutto questo, mentre per i vincitori del concorso 2012 è stata prevista l’assunzione anche degli idonei.
Mah, che dire?
Ma andiamo avanti.

I NUOVI CONCORSI

Con le gae ancora colme per primaria e infanzia ( per le quali non è prevista una nuova fase concorsuale, stranamente ), il transitorio prevede una nuova procedura di assunzione per la scuola media di primo e secondo grado.
E’ vero che per molte classi di concorso le gae delle superiori risultano esaurite o quasi, e per alcune addirittura vuote, e che molte cattedre risultano vacanti, ma è anche vero che, se la legge prevede che le assunzioni previste per il settore pubblico vadano fatte per concorso ( ma si tacciono sempre i limiti e le eccezioni previste dalla legge stessa ), è altresì vero che la Costituzione ci dice che la nostra repubblica è fondata sul lavoro.
Perché non bilanciare i due principi ed evitare inutili spese, sprechi e perdite di tempo?
Perché sovrapporre graduatorie di merito, provinciali e regionali?
Badate bene: in molte regioni del sud, i vincitori del concorso 2016 per infanzia e primaria aspettano ancora di essere assunti e non sanno quando lo saranno, e quelli per la media di primo e secondo grado lo sono stati da poco e non in tutte le regioni.
In conclusione, stiamo facendo di tutto per portare la scuola pubblica al collasso, sovrapponendo riforme a riforme, aggiungendo nuovi meccanismi di assunzione ad altri che non hanno ancora compiuto il loro percorso.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’ITALIA E L’EUROPA

Per anni ci è stato rifilato che era l’Europa che lo voleva ( cosa, non l’abbiamo capito )!
Ora, noi siamo convinti che di tutto questo pastrocchio l’Europa non sappia nulla: se sapesse che sono stati indetti ben due concorsi e che se ne bandirà un altro e che i vincitori di un altro concorso, espletato vent’anni fa, attendono ancora di essere assunti, supponiamo che ci irrogherebbe una sanzione ben sostanziosa!
Se sapesse che i precari della Pubblica Amministrazione verranno stabilizzati, mentre docenti precari da più di un decennio dovranno espletare o attendere l’ennesimo concorso, crediamo che si farebbe due risate.
Se sapesse come e quanto verrà adeguato il contratto dei docenti italiani, siamo convinti che ci escluderebbe dal novero delle nazioni civili.
Se sapesse come viene utilizzato il mercato delle assegnazioni provvisorie ( per far rientrare a casa docenti “ deportati “ per un anno, mentre altri lo restano per decenni a graduatorie bloccate ), immaginiamo ci relegherebbero in eterno nell’ultimo dei gironi dell’inferno dantesco.
Se sapessero che la scuola pubblica italiana viene usata per tenere il personale scolastico “l’un contro l’altro armati”, siamo dell’idea che ci avrebbero già commissariati.
Se questo deve essere il nostro destino, che lo sia.
Altrimenti, avviamo, per una volta un dialogo serio.
Alla politica la scelta: noi non possiamo far altro che suggerire una via d’uscita, altro non ci è permesso.