Monthly Archives: Settembre 2017

Attualizzare la questione meridionale – Uno sforzo unitario per evitare la deriva astoricizzante

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di Massimo Mastruzzo

25 settembre 2017

Prendiamo atto di due diagnosi: l’intervento di Angelo Sposato, segretario regionale CGIL della Calabria, ai microfoni di Italia parla[1] e l’articolo di Paolo Macry sul Corriere del mezzogiorno. Queste disamine ripropongono la solita triste prognosi: la Calabria sembra essere un  territorio dimenticato che solo i rapporti della Svimez  e dell’Istat riportano brevemente all’attenzione dei mass media. Attenzione fugace, distratta. Un vago lamento che dirige meccanicamente lo sguardo sull’ammalato cronico. Una crudele cronicità che dura da 156, con buona pace dei teorici dell’unità salvifica.

Una regione dimenticata, un territorio in abbandono, dove mancano le risorse anche per gli interventi ordinari e nessuno più investe. È questa la Calabria descritta da Sposato: “Quella che manca è una visione generale delle cose da fare – ha spiegato il dirigente sindacale –. Anche la recente iniziativa ‘Cantiere Calabria’, che ha visto la partecipazione di quattro ministri all’università di Cosenza rischia di restare sulla carta, perché nessuno dei rappresentanti dello Stato ha preso un impegno concreto sui fondi ordinari per la nostra Regione. Noi abbiamo chiesto un cambiamento di strategia a livello nazionale, con un riequilibrio nella redistribuzione delle risorse che il governo destina quasi esclusivamente alle regioni del Centro-Nord ”.

Sorge il dubbio che Sposato sabbia virato verso il Meridionalismo. Affermazioni del genere lo candidano fortemente ad una tessera onoraria in qualsiasi realtà a noi affine.

Il dubbio si fa quasi certezza, quando il sindacalista rilancia con : “Nel pubblico impiego in Calabria la situazione è ancora più emergenziale, perché il calo demografico dovuto allo spopolamento del territorio con la fuga dei giovani mette in forse la stessa sopravvivenza di molte pubbliche amministrazioni. Un caso limite è quello di Vibo Valentia, il cui comune è al collasso, non paga i dipendenti da mesi e vi sono 5.000 Lsu-Lpu da stabilizzare e contrattualizzare. Per non parlare di vertenze come Call and call di Locri, che purtroppo sono l’emblema delle politiche pubbliche fatte di bonus, decontribuzioni e incentivi che si sono dimostrate fallimentari nel corso del tempo”, e ancora : “Attualmente, è  come se le grandi reti si fermassero ai confini della nostra regione: penso alla statale 106 jonica, la cui ristrutturazione è ferma ai confini con la Basilicata; all’Alta velocità ferroviaria, che non va oltre Salerno; al porto di Gioia Tauro, che rischia di rimanere uno scatolone vuoto, se non s’investe sull’area retroportuale. Oltretutto, con la sparizione delle province, abbiamo anche problemi di collegamenti interni, perché la manutenzione delle strade ordinarie non la fa più nessuno. Per non parlare della messa in sicurezza del territorio, che si ripropone ogni volta che piove o c’è il mare mosso”.

Naturalmente le ragioni di questa “sbandata” sui nostri temi può essere frutto di ragioni più ovvie. Purtroppo. Non serve il polso da meridionalista per rimanere sgomenti difronte alle cifre fornite dalla Svimez e relative al rischio desertificazoine demografica del meridione.

Paolo Macry riporta, nel suo articolo, il giudizio disincantato di Angelo Panebianco, secondo il quale è ormai illusorio pensare ad un superamento del gap tra Nord e Sud, e che ha ormai riaperto il dibattito sulla «quistione». impossibile bollare il tema come “déjà-vu“,a nche a giudicare dal dibattito aperto sulle pagine del corriere.

Era prevedibile, per esempio, rispondendo a Panebianco due economisti di differente ascendenza scientifica e politica come Adriano Giannola e Massimo Lo Cicero esprimessero diagnosi piuttosto antitetiche. Il primo, convinto che il Nord non vada da nessuna parte senza il Sud. Il secondo, più pessimista, che il Paese sia già meridionalizzato. Ma è invece significativo che, per il resto, i due dicano cose simili, esprimendo giudizi molto critici sulle regioni meridionali e sul loro ceto politico e proponendo, in sostanza, la stessa ricetta: neocentralismo.

Dibattito che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che i problemi irrisolti del Mezzogiorno, prima ancora che dall’alternativa tra centralismo e decentramento, sono oramai sintetizzabili nei  dati che illustrano una disomogeneità nazionale unica nel panorama europeo.

Centralismo o regionalismo o federalismo che dir si voglia, dibattuti come argomenti nazionali, sembra,  per non voler affrontare il vero storico problema di una irrisolta Questione Meridionale denunciata a cominciare dall’immediato post unitario, una crescente iniquità in ogni campo, dall’economico  al sociale all’infrastrutturale, a discapito della popolazione meridionale. E non sto ad elencare personoaggi che da Francesco Saverio Nitti ad Antonio Gramsci  fino al più recente Nicola Zitara hanno denunciato le modalità in cui è avvenuta l’unificazione. E’ inutile continuare a discutere di un problema contemporaneo se si fatica a coglierne i nessi causali. Si continua a discutere sulle basi di una sociologia “non-generata”, come se l’oggetto dello studio non avesse un’origine e la situazione attuale fosse da considerarsi innata. Astoricizzare il concetto per giustificare la mitologia del (mica tanto) buon selvaggio terrone e colpevole.

Quale la soluzione, allora?

Al momento la nascita di nuove realtà meridionaliste sembra essere più una reazione all’indignazione. Vedere morire il proprio territorio ed emigrare i propri cari, sta generando via via un moto di rivalsa. Ma per ora non possiamo dire di trovarci difronte ad una vera e propria azione articolata che punti ad affrontare la Questione. Nella stragrande maggioranza dei casi questa reazione è puramente d’opinione, e non ne consegue alcun impegno politico. Nei casi in cui questo impegno viene “quagliato” ci si imbatte nel sistema di rivoli ideologici che frastagliano il meridionalismo: si va dagli indipendestisti, agli autonomisti, ai macroregionalisti e così via.

MO – Unione Mediterranea nasce per cercare di riunire queste  realtà che nella loro apparente diversità hanno un minimo comune denominatore: salvare il proprio territorio dalla ineluttabile indistricabilità della Questione Meridionale. Il nostro compito, nel proporre soluzioni, dovrà tenere conto dello scopo, e creare aggregazione. L’unione fa la forza, e l’apparente banalità di questa locuzione non può nasconderne l’efficacia.


[1]. Intervento di Angelo Sposato su RadioArticolo1

La Catalogna come laboratorio politico – Rischi e prospettive

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di Domenico Santoro

Il 20 settembre sarà ricordato nei libri di Storia spagnoli come il giorno in cui, con ogni probabilità, Madrid avrà forzato la Catalogna a prendere una decisione. Tornare nei ranghi o alzare drammaticamente i toni dello scontro. Difficilmente la querelle indipendentista catalana tornerà allo stato in cui si trovava prima di questa fatidica data. Nel caso in cui la Castiglia imponesse la sacralità dell’unità territoriale le istanze separatiste ne risulterebbero irrimediabilmente compromesse. Viceversa, se la spuntasse Barcellona, la strada verso l’indipendenza (quantomeno de facto) sarebbe spianata.

Il Meridionalismo politico vive nell’alveo del più ampio quadro autonomista europeo e dunque è necessario, per noi tutti, interrogarci ed analizzare quanto sta avvenendo sul suolo iberico.

Tutte le esperienze autonomistiche (Scozia, Catalogna e Paìs Vasco in primis) possono rappresentare, per un movimento meno esperto come il nostro, un inestimabile soggetto d’osservazione. Quando parlo di minor esperienza mi riferisco alla diffusa immaturità politica riscontrabile nel Meridionalismo odierno. Ben lungi dal voler offendere qualcuno o da voler posizionare Unione Mediterranea su posizioni di privilegio, la mia sensazione è che alla marea di sigle e singoli individui coinvolti nella nostra causa manchino un reale nesso politico ed una formazione metodologica efficace. Queste lacune, accostate alla via via maggiore “massificazione” della nostra presa di coscienza, espone il Meridionalismo politico ai rischi dell’irruenza e della conseguente inefficacia. In questo contesto l’analisi della situazione spagnola deve essere il più possibile obiettiva ed evitare di scaldare i nostri animi oltre la soglia del proficuo, ed è per questo che la mia opinione è modulata secondo i toni della cautela.

Partiamo dalla domanda più banale. Chi ha ragione?

In apparenza, la risposta è semplice. Un popolo che, come il nostro, mira alla decolonizzazione da un feroce stato centrale non potrebbe che parteggiare per le genti Catalane. L’anelito è il medesimo e da che mondo è mondo due più due fa quattro. Purtroppo, invece, il mondo è sempre più complesso dell’algebra che lo descrive. Se ci interessa costruire un Meridione democratico, oltreché libero, bisognerà tenere in giusto conto il concetto stesso di Democrazia. Non esiste Democrazia in assenza di leggi che tutelino la libertà dei singoli individui e non esiste legge efficace salvo quella che viene applicata con rigore. Naturalmente escludo le derive Draconiane, preferendo sempre e comunque un sistema di regole che sia strumento e non giogo. Strumento limpido ma necessariamente rigoroso, appunto. Dura lex sed lex…

Ebbene, la Guardia Civil ha agito nel pienissimo rispetto della costituzione spagnola. Costituzione che preesiste all’attuale situazione e che non è stata violata dal momento che il governo Rajoy ha posto semplicemente in essere quanto indicato dai giudici costituzionali spagnoli.

Da un lato, dunque, una posizione legalitaria, dall’altro una posizione che per nostra Storia consideriamo giusta. Madrid staziona su posizioni istituzionali e, come dicevo prima, se negassimo aprioristicamente queste posizioni la forza e la credibilità con cui parliamo di Democrazia verrebbero ad appannarsi. Barcellona pone invece un’istanza largamente supportata dalla popolazione Catalana che appare legittima proprio in virtù di quello stesso concetto Democratico che ci prefissiamo di salvaguardare.

Madrid fa ciò che è pienamente legittimo per uno stato sovrano, e cioè preserva la sua unità territoriale a costo di adottare misure autoritarie. Gridare alla dittatura è un atteggiamento quantomeno semplicistico, figlio legittimo di quella irruente partecipazione che sta, in questi giorni, scaldando le nostre coscienze. Quante volte, in questi tempi sventurati, sentiamo nostalgici del ventennio lamentarsi di una presunta dittatura tesa a limitare la libertà d’espressione? Accusare la Spagna di agire in maniera dittatoriale rischia di farci cadere nello stesso grossolano errore.

E’ pur vero che le rivoluzioni non si conducono nel perimetro della legalità, e negare la possibilità di uscirne sarebbe un clamoroso errore di prospettiva che potrebbe mutilare eventuali futuri margini di manovra della nostra azione. Il nostro compito politico è preferire strade di liberazione, e la legalità (intesa come tentativo di preservazione monolitica del corpus statale italiano) potrebbe, ad un certo punto del nostro percorso, costituire un ostacolo. In quel momento bisognerà decidere se derogare al principio nell’ottica del pragmatismo storico, o trovare altre strade in modo da proseguire su una via moderata e dunque estremamente più spendibile

(S)fortunatamente il momento non è ancora giunto. Saltare entusiasticamente sul carro catalano, per quanto romantico, ci costringerebbe a portare nell’attualità politica Meridionalista il tema secessionistico. Questo argomento (comunque uno la pensi) è, ai fini dell’allargamento del consenso, assolutamente controproducente. Moltissimi di noi si sono “risvegliati” al meridionalismo attraverso la catarsi rappresentata da “Terroni” di Pino Aprile. Chi può negare l’iniziale e ferma incredulità? Chi non ricorda quanto sia stata farraginosa e lenta la dolorosa transizione che ci ha portati da una coscienza “colonizzata” al sistema di idee totalmente ribaltato che utilizziamo oggi?

Come si può, allora, pensare di sfruttare il tema secessionistico per estendere il nostro raggio d’azione politica? Pensate a voi stessi nel periodo della transizione, ed immaginate quale effetto avrebbe avuto un fanatico postulante armato di idee (che all’epoca vi sarebbero sembrate) eversive! Deleterio. Il massimalismo (ancorché legittimo) è carburante per chi, come noi, è già serenamente convinto della bontà delle nostre lotte. E’, di converso, il più forte repellente per chi quelle idee sta cominciando vagamente a concepirle.

Il Meridione d’Italia non è la Catalogna. Le nostre masse non sono ancora pronte a recepire messaggi così distruttivi in merito al proprio ordine di idee. L’immaturità politica di cui parlavo prima produce la falsa sensazione che la rivoluzione meridionalista sia già scoppiata, mentre invece è ancora un tenero virgulto da accudire. I trecentomila contatti della pagina “Briganti” non sono, per ora, che un’incoraggiante promessa. Forzare un certo tipo di dialettica nel tentativo di sfruttare la ghiottissima occasione catalana rischia di sfaldare i piedi d’argilla del gigante che – con pazienza, costanza, impegno, determinazione e cattiveria – potremmo diventare.

Dinamiche comunicative e partecipative diverse, invece, sottendono all’interesse Lombardo/Veneto per la questione. La lega sta cavalcando tronfiamente la vicenda, cercando di gettare ponti ideologici assolutamente privi di senso. Innanzitutto bisogna rilevare che le istanze padane non hanno neanche un grammo del valore ideologico catalano o meridionalista. Il referendum sull’autonomia delle ex province austrungariche è basato sui soliti assiomi gretti e caricaturali da cumenda avido. In poche parole il virtuoso nord vuole tenersi tutto per se, e non foraggiare più il sud mangione… E questo anche a fronte del fatto che la narrazione di un Settentrione operoso vessato da un Meridione assistito cada quotidianamente a pezzi sotto i colpi della fredda cronaca.

Non ci stupisce, allora, che i Catalani abbiano sempre “schifato” i leghisti, senza mai abboccare alla pretesa nobiltà ideologica maldestramente spalmata sull’avidità padana. Altro che autonomie dei popoli. Qui si tratta di tenere i soldi nel materasso, ed i catalani lo hanno capito molto meglio di parecchi nostri compatrioti.

In secondo luogo la spinta autonomista catalana è Europeista mentre quella leghista è populistica ed al giorno d’oggi il vento della banderuole gentiste soffia in direzione contraria a Bruxelles. Altro motivo di giusta contrapposizione fra Barcellona e Pontida.

La Catalogna sa bene che dichiarare l’indipendenza dalla Spagna significa farlo in un contesto Europeo, in accordo ad un modello fortemente federale e sovranazionale. Questa è una finezza politica che sfugge alla grezza analisi politica leghista, tant’è che molte voci padane usano la vicenda spagnola per adombrare (e caldeggiare) l’ennesimo passo sulla strada della disgregazione continentale. Nulla di più sbagliato anche se – in luogo dell’errore – io sospetto la solita malafede populistica.

Sarebbe bello che anche noi ci disintosicassimo dal veleno leghista che usa un antieuropeismo irrazionale e pericolosissimo. L’Europa va corretta, ma noi meridionalisti, così come i Catalani, abbiamo la via dell’ALE per portare un contributo autonomistico alla rifondazione di un modello che la Storia dimostra essere più efficace dell’antiquato concetto di stato nazionale novecentesco.

Islam Nonviolento

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La politica italiana è pervasa da una poderosa ondata xenofoba anti-islamica come conseguenza dei terribili eventi terroristici che hanno colpito l’europa nelle settimane e nei mesi passati, esiste però un Islam nonviolento come ci spiega Antonio Lombardi nell’articolo che segue, con il quale si dovrebbe cercare di dialogare affinchè si possa evitare quella contrapposizione di civiltà così pericolosa e dalle conseguenze imprevedibili

ISLAM NONVIOLENTO

di Antonio Lombardi

Non sono tante le persone a conoscenza del fatto che esista un Islam nonviolento. Sommersi dal messaggio dei media, che ci presentano solo uno dei suoi volti, quello più de –non come un’eccezione- nell’ampio e diversificato mondo musulmano.

Probabilmente il maggiore e più noto rappresentante di questo Islam è Khan Abdul Ghaffar Khan, detto anche Badshah Khan, un afghano del Peshawar, che aderì al movimento di lotta di Gandhi contro il dominio inglese. Lui, che apparteneva al popolo pashtun nel quale vigeva un rigido codice d’onore che prevedeva l’obbligo della vendetta per qualsiasi atto di sangue o anche semplice insulto, si dedicò a diffondere una pratica di liberazione che escludesse la violenza ad ogni livello. Fondò una sorta di esercito nonviolento, comprendente uomini e donne, del tutto disarmato e con il compito di promuovere iniziative sociali e la lotta per l’indipendenza per mezzo del satyagraha. La sfida al governo britannico e ai settori tradizionalisti dell’Islam non gli fece avere una vita facile, che comprese anche molti anni di carcere. Badshah Khan morì il 20 gennaio 1988, all’età di 98 anni.

Proprio nel giorno in cui ricorreva l’anniversario della sua morte, il 20 gennaio 2016, all’Università di Charsadda, che Badshah Khan aveva fondato nella sua città natale, sita nell’attuale Pakistan, ci fu un terribile attentato che portò alla morte decine di studenti ed insegnanti. L’attentato fu rivendicato dai Tehreek-e-Taliban Pakistan, i Talebani del Pakistan; la rivendicazione fu poi da questi stessi smentita, segno di una lotta interna al movimento che però si ritrovava su un punto: lanciare un chiaro messaggio di condanna e di minaccia all’Islam nonviolento, che si ritrovava all’Università di Charsadda a celebrare il “Gandhi della Frontiera”, altro soprannome di Ghaffar Khan. Questa circostanza ci fa comprendere come la parte più distruttiva dell’Islam, che pure esiste e compie indicibili efferatezze, esprima tensioni politiche interne, lotte di potere intraislamiche, che nulla hanno a che vedere con l’Islam più profondamente spirituale. E torna alla mente quel lontano 1219, che vide San Francesco incontrare a Damietta (Egitto), disarmato, pacifico e dialogante, il sultano Malek al-Kamel, mentre tanti altri cristiani erano impegnati nella furia della quinta crociata, condita di cupidigia mascherata di fede. Fu un incontro coraggioso pieno di rispetto: il sultano apprezzò l’atteggiamento di quest’uomo semplice e intelligente, così originale e pacifico nel suo approccio alla diversità.

Ma l’Islam nonviolento non è solo quello di Bacha Khan, esso continua tutt’oggi in numerose esperienze. Possiamo ricordare, ad esempio, la lotta nonviolenta in Bahrain condotta dalla maggioranza sciita, per ottenere riforme democratiche contro la monarchia assoluta della dinastia sunnita degli al-Khalifa sostenuta da Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ma naturalmente l’elenco delle esperienze nonviolente nel mondo islamico può effettivamente essere lungo: tanto per ricordarne qualcun altra si possono menzionare quelle importanti, ma poco conosciute, in Palestina, in Sudan (che accomuna persone di fedi differenti) e persino nella martoriata Siria. In quest’ultimo paese vive Jawdat Said, filosofo e teologo che ha contribuito fortemente all’elaborazione di un pensiero nonviolento islamico, anche mostrando come l’accesso al potere per mezzo della violenza sia assolutamente inconciliabile con l’Islam. Said ha posto l’’accento sulla riforma delle società islamiche, vedendo i loro problemi come conseguenza soprattutto del tipo di sviluppo intrapreso, ancor più che dell’intervento coloniale. Le opere di Said sulla nonviolenza sono orientate alla guida degli attivisti islamici, presentando un modo di vita islamico che escluda la violenza. Ad ottobre uscirà in lingua italiana il suo “Vie islamiche alla nonviolenza”, in cui Said ha offerto un’esegesi nonviolenta di passi del Corano e della tradizione islamica.

Concludo con alcuni versi tratti da una poesia di Hafez, mistico e poeta persiano vissuto nel Trecento, che invitano a prendersi cura della rosa soffocata dalle spine…

Ero perso con lo sguardo verso il mare
ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale;
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine tutte quante.

(Nella foto: il logo della Muslim Peace Fellowship, organizzazione musulmana fondata nel 1994 e dedita alla teoria e pratica della nonviolenza islamica).

Buon anno scolastico a (quasi) tutti!

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Dispersione scolastica e carenza di tempo pieno al Sud: la denuncia di “Save the Children” cade nel vuoto politico.

La scuola meridionale comincia il nuovo anno scolastico con molte ferite aperte. A mettere il dito nella piaga questa volta è l’associazione “Save the Chidren”, che ha pubblicato il rapporto “(Non) tutti a scuola”, il risultato di un’indagine sul servizio di ristorazione scolastica per la scuola primaria in Italia.
Si tratta di un’analisi molto particolareggiata. Infatti, sono stati presi in esame 45 comuni capoluoghi di provincia con più di centomila abitanti, sui quali si sviluppa un’analisi composta di diverse variabili: alunni ammessi alla mensa; costi a carico delle famiglie; tariffe; criteri di esenzione e agevolazione; restrizioni ed eventuali esclusioni a causa di morosità.

Per evidenziare l’esistenza di “due Italie” anche a proposito delle mense scolastiche basta prendere in esame la prima voce: gli accessi. In ben otto regioni più di un alunno su due non accede alla mensa, che spesso al Sud non è proprio prevista. Accedono al servizio mensa il 19,96% degli alunni siciliani; il 26,90% di quelli pugliesi; il 30,66% dei molisani; il 35,42% dei campani e il 36,89% degli alunni calabresi.
“Save the Children” sottolinea “la forte associazione tra le regioni in cui la mensa è poco presente e le regioni in cui è fortemente diffusa la dispersione scolastica: la mensa, quando associata al tempo pieno, al contrario, diviene un forte strumento di contrasto alla dispersione e alla povertà, così come riconosciuto nel IV Piano Nazionale Infanzia”.
Questa indagine – e la sua conclusione – confortano le iniziative “dal basso” che al riguardo si stanno mettendo faticosamente in piedi. Scrivo faticosamente, perché i comitati impegnati nella rivendicazione del tempo pieno e prolungato al Sud stanno trovando ostacoli nelle stesse istituzioni locali. Denuncia Rocco Civitelli della Rete Sanità: “Il 25 luglio abbiamo incontrato il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, presente Marco Rossi Doria, in qualità di delegato del Ministro. Tutte le nostre proposte sono state respinte, anche quella sull’attuazione del tempo prolungato nella scuola media del Rione: 40 ore di lezione invece di 30”.

La Regione Campania, con l’assessora Lucia Fortini, si disinteressa del tempo pieno e prolungato ma riesuma – con un nuovo nome – vecchi progetti già rivelatisi fallimentari: una volta era “Scuole Aperte”, ora è “Scuola Viva”, che utilizza finanziamenti del Fondo Sociale Europeo: interventi limitati e dispersivi che non hanno inciso nemmeno superficialmente sulla dispersione scolastica.
Ciliegina sulla torta: le scuole aperte d’estate. La Campania era la prima regione per scuole ammesse ai finanziamenti (fondi PON), ma per i pasticci e la lentezza del Ministero tutto è stato rinviato all’anno prossimo.

In questa solitudine comincia il nuovo anno della scuola meridionale.

Auguri.

Cinque anni dopo – Una riflessione di Antonio Lombardi

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L’8 settembre del 2012, cinque anni or sono, ci riunimmo a Bari, nella sala del Consiglio Comunale, ospiti del Sindaco Emiliano, per dare inizio ad un processo di costruzione di un soggetto unitario che potesse –con voce forte e chiara- proporre le istanze politiche di quello che, dopo essere stato spogliato anche del proprio nome, veniva e viene detto “Mezzogiorno”.

L’iniziativa nasceva da quanto accaduto un paio di mesi prima: il 14 luglio, a Monte Sant’Angelo (FG), Marco Esposito aveva consegnato un appello (“Schietti, orgogliosi, allegri, mediterranei”) a Pino Aprile, registrante numerosi sottoscrittori, con il quale gli si proponeva la guida di un ampio movimento unitario meridionalista. Quell’8 Settembre ci si era riuniti, appunto, per ascoltarne, dopo il tempo di riflessione, la risposta. Come è noto, Pino manifestò il suo proposito di non assumere tale ruolo, ma di continuare a tempo pieno il lavoro che –così fruttuosamente- era impegnato a portare avanti: scrivere della nostra terra e per la nostra terra.

A quell’appuntamento arrivammo in tanti e, soprattutto, provenienti da esperienze diverse: c’erano veterani del meridionalismo e neofiti (se non nel sentimento magari nella pratica, come il sottoscritto).

Anche se non ebbe un riscontro immediato nei termini desiderati, comunque quell’incontro di Bari sottolineò e sollecitò l’esigenza di un meridionalismo più inclusivo e meglio organizzato che, per quanto riguarda MO – Unione Mediterranea, avrebbe portato a distanza di due mesi alla sua fondazione in assemblea a Napoli (24 novembre).

Cinque anni dopo, che cosa ci racconta, oggi, quell’esperienza? Ecco un modesto spunto. Bari non risultò l’occasione per riunire tutte le anime del meridionalismo contemporaneo. Alcune formazioni già esistenti continuarono il loro percorso, altre nuove ne nacquero. La frammentazione è uno degli elementi caratteristici del mondo meridionalista ed è vista come uno dei suoi principali limiti se non, addirittura, l’ostacolo maggiore ad un successo più consistente della causa. C’è del vero in tali affermazioni, che spesso si ascoltano frequentando i nostri ambienti e, sovente, ci si interroga su questa tendenza alla moltiplicazione come effetto della divisione. Tuttavia quelle valutazioni non vanno assolutizzate.

Bisogna anzitutto farsi una ragione del fatto che il meridionalismo non è un pensiero unico e non può esserlo. Questo, tuttavia, non è detto che sia solo un limite, perché lo pone in grado di raggiungere ambienti e persone con sensibilità differenti: può dunque essere anche un’opportunità. Di fatto, però, diventa tale solo se la diversità non è vissuta in termini di rivalità. La logica del “gioco a somma zero” (io vinco se tu perdi, ho bisogno della tua sconfitta per affermarmi: logica escludente) forse è ancora troppo la chiave utilizzata per proporsi sulla scena politica e talora anche culturale. Occorre comprendere che la logica che deve informare le relazioni tra le varie componenti, tra i vari soggetti del meridionalismo politico e culturale, è quella del “gioco a somma positiva” (io vinco se tu vinci, la tua vittoria è condizione per la mia vittoria: logica inclusiva).

Che cosa significa assumere questa prospettiva costruttiva? Tante cose.

Per esempio, riconoscere la piena legittimità di percorsi diversi e la loro utilità in vista di una causa che è, comunque, comune se non nei dettagli almeno in alcuni grandi obiettivi di fondo. Ma non è solo una questione di riconoscimento e legittimazione. La partita è del tutto più ampia, perché la logica inclusiva esprime la consapevolezza che se io non ti ostacolo, se non entro in competizione con te, ma sostengo il tuo impegno e ricevo il tuo sostegno in spirito cooperativo, ciò aiuta a dissodare un terreno che per tutti è difficile, duro, faticoso da rendere accogliente, un terreno nel quale, poi, ciascuno, anche con finalità e mezzi diversi, potrà gettare semi che saranno comunque della stessa natura e le cui pianticelle un giorno potranno rinforzarsi a vicenda.

Cooperare, non competere.

Questo non significa annullare le diversità, ma rispettarle, valorizzarle e tenerle insieme in modo che non collidano distruttivamente ma, per quanto possibile, si contaminino costruttivamente. È difficile? Sì, è difficile. Ma non è impossibile. L’unità del mondo meridionalista oggi non si gioca tanto sulla fusione delle aggregazioni, ma sull’intelligenza di liberarsi dall’ansia del successo particolare, facendo del successo complessivo del nostro popolo e della nostra terra il vero motore che spinge a sacrificare talvolta qualcosa di sé e a guardare con apprezzamento gli uni alle iniziative degli altri. Senza che nessuna aggregazione e nessun soggetto all’interno di ciascuna di esse possa tranquillamente sentirsi come un atleta, pronto al “via!”, in una corsa che deve incoronare il campione.

Cinque anni dopo, mi sembra che quel pomeriggio di Bari possa insegnarci questo.

Nella foto: un momento di quell’8 settembre 2012.

Antonio Lombardi

Lettera ai Napoletani

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Cari Napoletani,
no non mi rivolgo a voi che, magari con ammirevole fatica, siete riusciti a liberarvi dalle catene mentali -ideologiche e psicologiche- e adesso ai vostri occhi tutto appare diverso, mi rivolgo a quell’altra fetta della città: quella che, come le tre scimmiette, non vuole vedere, non vuole sentire e non vuole parlare diversamente.
Oggi è la vostra festa: 7 settembre. L’anniversario del giorno in cui il vostro amico Peppe Garibaldi, con le spalle protette dalla camorra, entrò in città e andò ad affacciarsi da quel balcone, ancora esistente, di Palazzo Doria d’Angri. Al largo dello Spirito Santo che, poi, fu ribattezzato piazza VII Settembre.
Auguri! Buon anniversario!
Avevate ragione a tenere duro e a credere ancora, dopo ben 157 anni, che non fu invaso uno stato indipendente di cui Napoli era la capitale, ma si trattò di una liberazione. I buoni vennero a cacciare via i cattivi, vennero ad aiutarci. Perciò sono fratelli e sorelle d’Italia.
E ancora oggi sanno dimostrare che ci amano e ci rispettano. Infatti, non sono razzisti con noi, non ci insultano, non ci discriminano nell’erogazione dei fondi pubblici, non permettono che abbiamo ferrovie diverse dalle loro, né ospedali meno attrezzati, né zero asili nido. Valorizzano i nostri beni culturali, non vengono ad inquinare e a trivellare la nostra terra e i nostri mari, non invocano disgrazie naturali (che so… un’eruzione del Vesuvio, tanto per dirne una). Del resto, quando ci capita qualche brutta avventura, magari un terremoto, un terremoticchio va’, la prima cosa che fanno è raccogliere fondi, esprimere solidarietà, invitare a non affossare la già compromessa (da loro) economia, e non si permettono certo di pensare subito che la colpa possa essere nostra.
Già perché, invece, la colpa è sempre la nostra. Questo, voi dell’altra fetta della città, lo sapete bene, lo sapete così bene che il senso di colpa, iniettato nelle vostre vene come un vaccino contro la libertà, vi tiene ben lontani dal virus di un pensiero mediterraneo e indipendente. La dipendenza da Peppe è un dogma intoccabile.
Vi ho scritto questo biglietto, per ricordarvi di organizzare la vostra festa. Sono sicuro che oggi, 7 settembre, ci metterete la faccia e vi recherete sotto a quel balcone ad applaudire e lanciare baci verso colui che non c’è più ma che, in compagnia di tutta la sua banda -Vittorio, Camillo, Enrico, Nino, l’altro Giuseppe, eccetera- è ancor vivo nelle vostre coscienze vaccinate.
Auguri, allora, buona festa! Se mi troverò a passare per largo dello Spirito Santo, oh scusate, per piazza VII Settembre volevo dire, sono sicuro di trovarvi a ringraziare per le condizioni di vita che ci ha regalato l’avventuriero barbuto. Sì, lui, che con quella faccia da straniero ha navigato il mondo intero distribuendo libertà.
Voi non siete mica come quegli ambigui meridionalisti sui quali non si sa cosa pensare: gente che pareva seria e che invece si è messa in testa di essere nata in una colonia. Quelli, addirittura, vanno dicendo che la pace è frutto della giustizia e che nascondere le discriminazioni che passano sotto al naso equivale ad esserne complici. Che gente!
Un caro saluto
Antonio Lombardi