Islam Nonviolento

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La politica italiana è pervasa da una poderosa ondata xenofoba anti-islamica come conseguenza dei terribili eventi terroristici che hanno colpito l’europa nelle settimane e nei mesi passati, esiste però un Islam nonviolento come ci spiega Antonio Lombardi nell’articolo che segue, con il quale si dovrebbe cercare di dialogare affinchè si possa evitare quella contrapposizione di civiltà così pericolosa e dalle conseguenze imprevedibili

ISLAM NONVIOLENTO

di Antonio Lombardi

Non sono tante le persone a conoscenza del fatto che esista un Islam nonviolento. Sommersi dal messaggio dei media, che ci presentano solo uno dei suoi volti, quello più de –non come un’eccezione- nell’ampio e diversificato mondo musulmano.

Probabilmente il maggiore e più noto rappresentante di questo Islam è Khan Abdul Ghaffar Khan, detto anche Badshah Khan, un afghano del Peshawar, che aderì al movimento di lotta di Gandhi contro il dominio inglese. Lui, che apparteneva al popolo pashtun nel quale vigeva un rigido codice d’onore che prevedeva l’obbligo della vendetta per qualsiasi atto di sangue o anche semplice insulto, si dedicò a diffondere una pratica di liberazione che escludesse la violenza ad ogni livello. Fondò una sorta di esercito nonviolento, comprendente uomini e donne, del tutto disarmato e con il compito di promuovere iniziative sociali e la lotta per l’indipendenza per mezzo del satyagraha. La sfida al governo britannico e ai settori tradizionalisti dell’Islam non gli fece avere una vita facile, che comprese anche molti anni di carcere. Badshah Khan morì il 20 gennaio 1988, all’età di 98 anni.

Proprio nel giorno in cui ricorreva l’anniversario della sua morte, il 20 gennaio 2016, all’Università di Charsadda, che Badshah Khan aveva fondato nella sua città natale, sita nell’attuale Pakistan, ci fu un terribile attentato che portò alla morte decine di studenti ed insegnanti. L’attentato fu rivendicato dai Tehreek-e-Taliban Pakistan, i Talebani del Pakistan; la rivendicazione fu poi da questi stessi smentita, segno di una lotta interna al movimento che però si ritrovava su un punto: lanciare un chiaro messaggio di condanna e di minaccia all’Islam nonviolento, che si ritrovava all’Università di Charsadda a celebrare il “Gandhi della Frontiera”, altro soprannome di Ghaffar Khan. Questa circostanza ci fa comprendere come la parte più distruttiva dell’Islam, che pure esiste e compie indicibili efferatezze, esprima tensioni politiche interne, lotte di potere intraislamiche, che nulla hanno a che vedere con l’Islam più profondamente spirituale. E torna alla mente quel lontano 1219, che vide San Francesco incontrare a Damietta (Egitto), disarmato, pacifico e dialogante, il sultano Malek al-Kamel, mentre tanti altri cristiani erano impegnati nella furia della quinta crociata, condita di cupidigia mascherata di fede. Fu un incontro coraggioso pieno di rispetto: il sultano apprezzò l’atteggiamento di quest’uomo semplice e intelligente, così originale e pacifico nel suo approccio alla diversità.

Ma l’Islam nonviolento non è solo quello di Bacha Khan, esso continua tutt’oggi in numerose esperienze. Possiamo ricordare, ad esempio, la lotta nonviolenta in Bahrain condotta dalla maggioranza sciita, per ottenere riforme democratiche contro la monarchia assoluta della dinastia sunnita degli al-Khalifa sostenuta da Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ma naturalmente l’elenco delle esperienze nonviolente nel mondo islamico può effettivamente essere lungo: tanto per ricordarne qualcun altra si possono menzionare quelle importanti, ma poco conosciute, in Palestina, in Sudan (che accomuna persone di fedi differenti) e persino nella martoriata Siria. In quest’ultimo paese vive Jawdat Said, filosofo e teologo che ha contribuito fortemente all’elaborazione di un pensiero nonviolento islamico, anche mostrando come l’accesso al potere per mezzo della violenza sia assolutamente inconciliabile con l’Islam. Said ha posto l’’accento sulla riforma delle società islamiche, vedendo i loro problemi come conseguenza soprattutto del tipo di sviluppo intrapreso, ancor più che dell’intervento coloniale. Le opere di Said sulla nonviolenza sono orientate alla guida degli attivisti islamici, presentando un modo di vita islamico che escluda la violenza. Ad ottobre uscirà in lingua italiana il suo “Vie islamiche alla nonviolenza”, in cui Said ha offerto un’esegesi nonviolenta di passi del Corano e della tradizione islamica.

Concludo con alcuni versi tratti da una poesia di Hafez, mistico e poeta persiano vissuto nel Trecento, che invitano a prendersi cura della rosa soffocata dalle spine…

Ero perso con lo sguardo verso il mare
ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale;
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine tutte quante.

(Nella foto: il logo della Muslim Peace Fellowship, organizzazione musulmana fondata nel 1994 e dedita alla teoria e pratica della nonviolenza islamica).

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