Monthly Archives: Settembre 2017

La Catalogna come laboratorio politico – Rischi e prospettive

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di Domenico Santoro

Il 20 settembre sarà ricordato nei libri di Storia spagnoli come il giorno in cui, con ogni probabilità, Madrid avrà forzato la Catalogna a prendere una decisione. Tornare nei ranghi o alzare drammaticamente i toni dello scontro. Difficilmente la querelle indipendentista catalana tornerà allo stato in cui si trovava prima di questa fatidica data. Nel caso in cui la Castiglia imponesse la sacralità dell’unità territoriale le istanze separatiste ne risulterebbero irrimediabilmente compromesse. Viceversa, se la spuntasse Barcellona, la strada verso l’indipendenza (quantomeno de facto) sarebbe spianata.

Il Meridionalismo politico vive nell’alveo del più ampio quadro autonomista europeo e dunque è necessario, per noi tutti, interrogarci ed analizzare quanto sta avvenendo sul suolo iberico.

Tutte le esperienze autonomistiche (Scozia, Catalogna e Paìs Vasco in primis) possono rappresentare, per un movimento meno esperto come il nostro, un inestimabile soggetto d’osservazione. Quando parlo di minor esperienza mi riferisco alla diffusa immaturità politica riscontrabile nel Meridionalismo odierno. Ben lungi dal voler offendere qualcuno o da voler posizionare Unione Mediterranea su posizioni di privilegio, la mia sensazione è che alla marea di sigle e singoli individui coinvolti nella nostra causa manchino un reale nesso politico ed una formazione metodologica efficace. Queste lacune, accostate alla via via maggiore “massificazione” della nostra presa di coscienza, espone il Meridionalismo politico ai rischi dell’irruenza e della conseguente inefficacia. In questo contesto l’analisi della situazione spagnola deve essere il più possibile obiettiva ed evitare di scaldare i nostri animi oltre la soglia del proficuo, ed è per questo che la mia opinione è modulata secondo i toni della cautela.

Partiamo dalla domanda più banale. Chi ha ragione?

In apparenza, la risposta è semplice. Un popolo che, come il nostro, mira alla decolonizzazione da un feroce stato centrale non potrebbe che parteggiare per le genti Catalane. L’anelito è il medesimo e da che mondo è mondo due più due fa quattro. Purtroppo, invece, il mondo è sempre più complesso dell’algebra che lo descrive. Se ci interessa costruire un Meridione democratico, oltreché libero, bisognerà tenere in giusto conto il concetto stesso di Democrazia. Non esiste Democrazia in assenza di leggi che tutelino la libertà dei singoli individui e non esiste legge efficace salvo quella che viene applicata con rigore. Naturalmente escludo le derive Draconiane, preferendo sempre e comunque un sistema di regole che sia strumento e non giogo. Strumento limpido ma necessariamente rigoroso, appunto. Dura lex sed lex…

Ebbene, la Guardia Civil ha agito nel pienissimo rispetto della costituzione spagnola. Costituzione che preesiste all’attuale situazione e che non è stata violata dal momento che il governo Rajoy ha posto semplicemente in essere quanto indicato dai giudici costituzionali spagnoli.

Da un lato, dunque, una posizione legalitaria, dall’altro una posizione che per nostra Storia consideriamo giusta. Madrid staziona su posizioni istituzionali e, come dicevo prima, se negassimo aprioristicamente queste posizioni la forza e la credibilità con cui parliamo di Democrazia verrebbero ad appannarsi. Barcellona pone invece un’istanza largamente supportata dalla popolazione Catalana che appare legittima proprio in virtù di quello stesso concetto Democratico che ci prefissiamo di salvaguardare.

Madrid fa ciò che è pienamente legittimo per uno stato sovrano, e cioè preserva la sua unità territoriale a costo di adottare misure autoritarie. Gridare alla dittatura è un atteggiamento quantomeno semplicistico, figlio legittimo di quella irruente partecipazione che sta, in questi giorni, scaldando le nostre coscienze. Quante volte, in questi tempi sventurati, sentiamo nostalgici del ventennio lamentarsi di una presunta dittatura tesa a limitare la libertà d’espressione? Accusare la Spagna di agire in maniera dittatoriale rischia di farci cadere nello stesso grossolano errore.

E’ pur vero che le rivoluzioni non si conducono nel perimetro della legalità, e negare la possibilità di uscirne sarebbe un clamoroso errore di prospettiva che potrebbe mutilare eventuali futuri margini di manovra della nostra azione. Il nostro compito politico è preferire strade di liberazione, e la legalità (intesa come tentativo di preservazione monolitica del corpus statale italiano) potrebbe, ad un certo punto del nostro percorso, costituire un ostacolo. In quel momento bisognerà decidere se derogare al principio nell’ottica del pragmatismo storico, o trovare altre strade in modo da proseguire su una via moderata e dunque estremamente più spendibile

(S)fortunatamente il momento non è ancora giunto. Saltare entusiasticamente sul carro catalano, per quanto romantico, ci costringerebbe a portare nell’attualità politica Meridionalista il tema secessionistico. Questo argomento (comunque uno la pensi) è, ai fini dell’allargamento del consenso, assolutamente controproducente. Moltissimi di noi si sono “risvegliati” al meridionalismo attraverso la catarsi rappresentata da “Terroni” di Pino Aprile. Chi può negare l’iniziale e ferma incredulità? Chi non ricorda quanto sia stata farraginosa e lenta la dolorosa transizione che ci ha portati da una coscienza “colonizzata” al sistema di idee totalmente ribaltato che utilizziamo oggi?

Come si può, allora, pensare di sfruttare il tema secessionistico per estendere il nostro raggio d’azione politica? Pensate a voi stessi nel periodo della transizione, ed immaginate quale effetto avrebbe avuto un fanatico postulante armato di idee (che all’epoca vi sarebbero sembrate) eversive! Deleterio. Il massimalismo (ancorché legittimo) è carburante per chi, come noi, è già serenamente convinto della bontà delle nostre lotte. E’, di converso, il più forte repellente per chi quelle idee sta cominciando vagamente a concepirle.

Il Meridione d’Italia non è la Catalogna. Le nostre masse non sono ancora pronte a recepire messaggi così distruttivi in merito al proprio ordine di idee. L’immaturità politica di cui parlavo prima produce la falsa sensazione che la rivoluzione meridionalista sia già scoppiata, mentre invece è ancora un tenero virgulto da accudire. I trecentomila contatti della pagina “Briganti” non sono, per ora, che un’incoraggiante promessa. Forzare un certo tipo di dialettica nel tentativo di sfruttare la ghiottissima occasione catalana rischia di sfaldare i piedi d’argilla del gigante che – con pazienza, costanza, impegno, determinazione e cattiveria – potremmo diventare.

Dinamiche comunicative e partecipative diverse, invece, sottendono all’interesse Lombardo/Veneto per la questione. La lega sta cavalcando tronfiamente la vicenda, cercando di gettare ponti ideologici assolutamente privi di senso. Innanzitutto bisogna rilevare che le istanze padane non hanno neanche un grammo del valore ideologico catalano o meridionalista. Il referendum sull’autonomia delle ex province austrungariche è basato sui soliti assiomi gretti e caricaturali da cumenda avido. In poche parole il virtuoso nord vuole tenersi tutto per se, e non foraggiare più il sud mangione… E questo anche a fronte del fatto che la narrazione di un Settentrione operoso vessato da un Meridione assistito cada quotidianamente a pezzi sotto i colpi della fredda cronaca.

Non ci stupisce, allora, che i Catalani abbiano sempre “schifato” i leghisti, senza mai abboccare alla pretesa nobiltà ideologica maldestramente spalmata sull’avidità padana. Altro che autonomie dei popoli. Qui si tratta di tenere i soldi nel materasso, ed i catalani lo hanno capito molto meglio di parecchi nostri compatrioti.

In secondo luogo la spinta autonomista catalana è Europeista mentre quella leghista è populistica ed al giorno d’oggi il vento della banderuole gentiste soffia in direzione contraria a Bruxelles. Altro motivo di giusta contrapposizione fra Barcellona e Pontida.

La Catalogna sa bene che dichiarare l’indipendenza dalla Spagna significa farlo in un contesto Europeo, in accordo ad un modello fortemente federale e sovranazionale. Questa è una finezza politica che sfugge alla grezza analisi politica leghista, tant’è che molte voci padane usano la vicenda spagnola per adombrare (e caldeggiare) l’ennesimo passo sulla strada della disgregazione continentale. Nulla di più sbagliato anche se – in luogo dell’errore – io sospetto la solita malafede populistica.

Sarebbe bello che anche noi ci disintosicassimo dal veleno leghista che usa un antieuropeismo irrazionale e pericolosissimo. L’Europa va corretta, ma noi meridionalisti, così come i Catalani, abbiamo la via dell’ALE per portare un contributo autonomistico alla rifondazione di un modello che la Storia dimostra essere più efficace dell’antiquato concetto di stato nazionale novecentesco.

Islam Nonviolento

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La politica italiana è pervasa da una poderosa ondata xenofoba anti-islamica come conseguenza dei terribili eventi terroristici che hanno colpito l’europa nelle settimane e nei mesi passati, esiste però un Islam nonviolento come ci spiega Antonio Lombardi nell’articolo che segue, con il quale si dovrebbe cercare di dialogare affinchè si possa evitare quella contrapposizione di civiltà così pericolosa e dalle conseguenze imprevedibili

ISLAM NONVIOLENTO

di Antonio Lombardi

Non sono tante le persone a conoscenza del fatto che esista un Islam nonviolento. Sommersi dal messaggio dei media, che ci presentano solo uno dei suoi volti, quello più de –non come un’eccezione- nell’ampio e diversificato mondo musulmano.

Probabilmente il maggiore e più noto rappresentante di questo Islam è Khan Abdul Ghaffar Khan, detto anche Badshah Khan, un afghano del Peshawar, che aderì al movimento di lotta di Gandhi contro il dominio inglese. Lui, che apparteneva al popolo pashtun nel quale vigeva un rigido codice d’onore che prevedeva l’obbligo della vendetta per qualsiasi atto di sangue o anche semplice insulto, si dedicò a diffondere una pratica di liberazione che escludesse la violenza ad ogni livello. Fondò una sorta di esercito nonviolento, comprendente uomini e donne, del tutto disarmato e con il compito di promuovere iniziative sociali e la lotta per l’indipendenza per mezzo del satyagraha. La sfida al governo britannico e ai settori tradizionalisti dell’Islam non gli fece avere una vita facile, che comprese anche molti anni di carcere. Badshah Khan morì il 20 gennaio 1988, all’età di 98 anni.

Proprio nel giorno in cui ricorreva l’anniversario della sua morte, il 20 gennaio 2016, all’Università di Charsadda, che Badshah Khan aveva fondato nella sua città natale, sita nell’attuale Pakistan, ci fu un terribile attentato che portò alla morte decine di studenti ed insegnanti. L’attentato fu rivendicato dai Tehreek-e-Taliban Pakistan, i Talebani del Pakistan; la rivendicazione fu poi da questi stessi smentita, segno di una lotta interna al movimento che però si ritrovava su un punto: lanciare un chiaro messaggio di condanna e di minaccia all’Islam nonviolento, che si ritrovava all’Università di Charsadda a celebrare il “Gandhi della Frontiera”, altro soprannome di Ghaffar Khan. Questa circostanza ci fa comprendere come la parte più distruttiva dell’Islam, che pure esiste e compie indicibili efferatezze, esprima tensioni politiche interne, lotte di potere intraislamiche, che nulla hanno a che vedere con l’Islam più profondamente spirituale. E torna alla mente quel lontano 1219, che vide San Francesco incontrare a Damietta (Egitto), disarmato, pacifico e dialogante, il sultano Malek al-Kamel, mentre tanti altri cristiani erano impegnati nella furia della quinta crociata, condita di cupidigia mascherata di fede. Fu un incontro coraggioso pieno di rispetto: il sultano apprezzò l’atteggiamento di quest’uomo semplice e intelligente, così originale e pacifico nel suo approccio alla diversità.

Ma l’Islam nonviolento non è solo quello di Bacha Khan, esso continua tutt’oggi in numerose esperienze. Possiamo ricordare, ad esempio, la lotta nonviolenta in Bahrain condotta dalla maggioranza sciita, per ottenere riforme democratiche contro la monarchia assoluta della dinastia sunnita degli al-Khalifa sostenuta da Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ma naturalmente l’elenco delle esperienze nonviolente nel mondo islamico può effettivamente essere lungo: tanto per ricordarne qualcun altra si possono menzionare quelle importanti, ma poco conosciute, in Palestina, in Sudan (che accomuna persone di fedi differenti) e persino nella martoriata Siria. In quest’ultimo paese vive Jawdat Said, filosofo e teologo che ha contribuito fortemente all’elaborazione di un pensiero nonviolento islamico, anche mostrando come l’accesso al potere per mezzo della violenza sia assolutamente inconciliabile con l’Islam. Said ha posto l’’accento sulla riforma delle società islamiche, vedendo i loro problemi come conseguenza soprattutto del tipo di sviluppo intrapreso, ancor più che dell’intervento coloniale. Le opere di Said sulla nonviolenza sono orientate alla guida degli attivisti islamici, presentando un modo di vita islamico che escluda la violenza. Ad ottobre uscirà in lingua italiana il suo “Vie islamiche alla nonviolenza”, in cui Said ha offerto un’esegesi nonviolenta di passi del Corano e della tradizione islamica.

Concludo con alcuni versi tratti da una poesia di Hafez, mistico e poeta persiano vissuto nel Trecento, che invitano a prendersi cura della rosa soffocata dalle spine…

Ero perso con lo sguardo verso il mare
ero perso con lo sguardo nell’orizzonte,
tutto e tutto appariva come uguale;
poi ho scoperto una rosa in un angolo di mondo,
ho scoperto i suoi colori e la sua disperazione
di essere imprigionata fra le spine
non l’ho colta ma l’ho protetta con le mie mani,
non l’ho colta ma con lei ho condiviso e il profumo e le spine tutte quante.

(Nella foto: il logo della Muslim Peace Fellowship, organizzazione musulmana fondata nel 1994 e dedita alla teoria e pratica della nonviolenza islamica).