Attualizzare la questione meridionale – Uno sforzo unitario per evitare la deriva astoricizzante

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di Massimo Mastruzzo

25 settembre 2017

Prendiamo atto di due diagnosi: l’intervento di Angelo Sposato, segretario regionale CGIL della Calabria, ai microfoni di Italia parla[1] e l’articolo di Paolo Macry sul Corriere del mezzogiorno. Queste disamine ripropongono la solita triste prognosi: la Calabria sembra essere un  territorio dimenticato che solo i rapporti della Svimez  e dell’Istat riportano brevemente all’attenzione dei mass media. Attenzione fugace, distratta. Un vago lamento che dirige meccanicamente lo sguardo sull’ammalato cronico. Una crudele cronicità che dura da 156, con buona pace dei teorici dell’unità salvifica.

Una regione dimenticata, un territorio in abbandono, dove mancano le risorse anche per gli interventi ordinari e nessuno più investe. È questa la Calabria descritta da Sposato: “Quella che manca è una visione generale delle cose da fare – ha spiegato il dirigente sindacale –. Anche la recente iniziativa ‘Cantiere Calabria’, che ha visto la partecipazione di quattro ministri all’università di Cosenza rischia di restare sulla carta, perché nessuno dei rappresentanti dello Stato ha preso un impegno concreto sui fondi ordinari per la nostra Regione. Noi abbiamo chiesto un cambiamento di strategia a livello nazionale, con un riequilibrio nella redistribuzione delle risorse che il governo destina quasi esclusivamente alle regioni del Centro-Nord ”.

Sorge il dubbio che Sposato sabbia virato verso il Meridionalismo. Affermazioni del genere lo candidano fortemente ad una tessera onoraria in qualsiasi realtà a noi affine.

Il dubbio si fa quasi certezza, quando il sindacalista rilancia con : “Nel pubblico impiego in Calabria la situazione è ancora più emergenziale, perché il calo demografico dovuto allo spopolamento del territorio con la fuga dei giovani mette in forse la stessa sopravvivenza di molte pubbliche amministrazioni. Un caso limite è quello di Vibo Valentia, il cui comune è al collasso, non paga i dipendenti da mesi e vi sono 5.000 Lsu-Lpu da stabilizzare e contrattualizzare. Per non parlare di vertenze come Call and call di Locri, che purtroppo sono l’emblema delle politiche pubbliche fatte di bonus, decontribuzioni e incentivi che si sono dimostrate fallimentari nel corso del tempo”, e ancora : “Attualmente, è  come se le grandi reti si fermassero ai confini della nostra regione: penso alla statale 106 jonica, la cui ristrutturazione è ferma ai confini con la Basilicata; all’Alta velocità ferroviaria, che non va oltre Salerno; al porto di Gioia Tauro, che rischia di rimanere uno scatolone vuoto, se non s’investe sull’area retroportuale. Oltretutto, con la sparizione delle province, abbiamo anche problemi di collegamenti interni, perché la manutenzione delle strade ordinarie non la fa più nessuno. Per non parlare della messa in sicurezza del territorio, che si ripropone ogni volta che piove o c’è il mare mosso”.

Naturalmente le ragioni di questa “sbandata” sui nostri temi può essere frutto di ragioni più ovvie. Purtroppo. Non serve il polso da meridionalista per rimanere sgomenti difronte alle cifre fornite dalla Svimez e relative al rischio desertificazoine demografica del meridione.

Paolo Macry riporta, nel suo articolo, il giudizio disincantato di Angelo Panebianco, secondo il quale è ormai illusorio pensare ad un superamento del gap tra Nord e Sud, e che ha ormai riaperto il dibattito sulla «quistione». impossibile bollare il tema come “déjà-vu“,a nche a giudicare dal dibattito aperto sulle pagine del corriere.

Era prevedibile, per esempio, rispondendo a Panebianco due economisti di differente ascendenza scientifica e politica come Adriano Giannola e Massimo Lo Cicero esprimessero diagnosi piuttosto antitetiche. Il primo, convinto che il Nord non vada da nessuna parte senza il Sud. Il secondo, più pessimista, che il Paese sia già meridionalizzato. Ma è invece significativo che, per il resto, i due dicano cose simili, esprimendo giudizi molto critici sulle regioni meridionali e sul loro ceto politico e proponendo, in sostanza, la stessa ricetta: neocentralismo.

Dibattito che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che i problemi irrisolti del Mezzogiorno, prima ancora che dall’alternativa tra centralismo e decentramento, sono oramai sintetizzabili nei  dati che illustrano una disomogeneità nazionale unica nel panorama europeo.

Centralismo o regionalismo o federalismo che dir si voglia, dibattuti come argomenti nazionali, sembra,  per non voler affrontare il vero storico problema di una irrisolta Questione Meridionale denunciata a cominciare dall’immediato post unitario, una crescente iniquità in ogni campo, dall’economico  al sociale all’infrastrutturale, a discapito della popolazione meridionale. E non sto ad elencare personoaggi che da Francesco Saverio Nitti ad Antonio Gramsci  fino al più recente Nicola Zitara hanno denunciato le modalità in cui è avvenuta l’unificazione. E’ inutile continuare a discutere di un problema contemporaneo se si fatica a coglierne i nessi causali. Si continua a discutere sulle basi di una sociologia “non-generata”, come se l’oggetto dello studio non avesse un’origine e la situazione attuale fosse da considerarsi innata. Astoricizzare il concetto per giustificare la mitologia del (mica tanto) buon selvaggio terrone e colpevole.

Quale la soluzione, allora?

Al momento la nascita di nuove realtà meridionaliste sembra essere più una reazione all’indignazione. Vedere morire il proprio territorio ed emigrare i propri cari, sta generando via via un moto di rivalsa. Ma per ora non possiamo dire di trovarci difronte ad una vera e propria azione articolata che punti ad affrontare la Questione. Nella stragrande maggioranza dei casi questa reazione è puramente d’opinione, e non ne consegue alcun impegno politico. Nei casi in cui questo impegno viene “quagliato” ci si imbatte nel sistema di rivoli ideologici che frastagliano il meridionalismo: si va dagli indipendestisti, agli autonomisti, ai macroregionalisti e così via.

MO – Unione Mediterranea nasce per cercare di riunire queste  realtà che nella loro apparente diversità hanno un minimo comune denominatore: salvare il proprio territorio dalla ineluttabile indistricabilità della Questione Meridionale. Il nostro compito, nel proporre soluzioni, dovrà tenere conto dello scopo, e creare aggregazione. L’unione fa la forza, e l’apparente banalità di questa locuzione non può nasconderne l’efficacia.


[1]. Intervento di Angelo Sposato su RadioArticolo1

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