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Salvini via dal sud. Dal 1989 a oggi: tutte le ragioni per scendere in piazza l’11 marzo.

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Una nota di Pierluigi Peperoni,
segretario nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Troppo semplice identificare nelle ragioni del razzismo antimeridionale le vere ragioni di un’opposizione a Salvini. Nessuno dimentica o sminuisce l’importanza di quel coro cantato a Pontida:

“senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”.

Oppure il suo illuminato intervento al congresso dei giovani padani del 2013:

Ho letto sul Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

Uscite come queste sono solo la punta dell’iceberg di un processo ben più profondo e radicato di cui la lega nord è il principale attore. E’ noto che il razzismo antimeridionale si è tramutato nel corso degli anni in un’azione continua di boicottaggio ai danni del mezzogiorno che ha portato ad un dimezzamento degli investimenti in opere pubbliche a sud. Siamo passati da circa 10 miliardi nel 1989 (anno della fondazione della Lega Nord) a circa 2 miliardi nel 2014.

Il partito di cui Salvini è segretario nazionale ha mostrato una fortissima capacità di incidere trasversalmente su tutti i partiti che si sono succeduti al governo. Che fossero di destra o di sinistra poco importa. Ma l’azione leghista non si è limita a questo. I padani hanno strategicamente occupato ogni spazio politico a propria disposizione per boicottare qualsiasi iniziativa potesse dare prospettive di rilancio a sud.

Il seguente prospetto parla chiarissimo.

Un esempio su tutti: le zone franche urbane. La proposta di istituire delle zone a fiscalità di vantaggio fu accettata dall’UE nel 2008, quindi nel 2009 pareva che dovessero finalmente partire. A 2 giorni dell’entrata in vigore il governo decise di introdurre alcune modifiche all’impianto normativo che aveva ottenuto l’ok, vanificando di fatto tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Cosa successe? Pare che i comuni scelti, dislocati principalmente al centrosud, non fossero graditi ad alcuni membri dell’allora Governo che preferirono mandare a rotoli l’intero lavoro svolto, piuttosto che accettare l’idea che una parte del Paese potesse godere di un importante vantaggio fiscale.

Il rinnovato Salvini che pure vuole dimostrare di essere cambiato, finge di non sapere che la commissione tecnica sul federalismo fiscale è presieduta da Giancarlo Giorgetti, leghista. Finge quindi di non aver alcun ruolo nelle assegnazione delle risorse basate su parametri-capestro per il sud. Parliamo ad esempio delle risorse per la manutenzione stradale basate sul numero di occupati, oppure della “formula Calderoli” che assegna le risorse per il servizio sanitario in misura MINORE là dove si muore prima.

Un meridionale che spera nell’aiuto di Salvini è come il derubato che spera che il ladro gli restituisca la refurtiva.

L’unica risposta sensata da dare a Matteo Salvini è che noi non ci caschiamo, che il suo tentativo di rubare voti al sud per diventare premier non andrà a buon fine.

Stavolta non ci caschiamo.

Come il lupo tra le pecore – Salvini a Il Mattino di Napoli

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L’apparizione di Matteo Salvini al Mattino ha del fiabesco. I toni morbidi e sognanti della fiaba hanno accompagnato le parole del segretario leghista, assoluto protagonista del forum organizzato dal quotidiano napoletano in vista della manifestazione attesa in città l’undici marzo e promossa da “Noi con Salvini”.

Una chiacchierata fiabesca nei toni. Moderazione, rispetto e cortesia. Salvini è stato squisito, negando prepotentemente il registro utilizzato nella sua comunicazione politica usuale. Ostentando una sicurezza ed un savoir faire degno dei più raffinati salotti, ha speso parole d’ammirazione per Napoli. I maliziosi avranno pensato alla più banale captatio benevolentiae ma sarà bene non prestare orecchio a questi livorosi pignoli.

Fiabesco all’inverosimile nei temi. Buonsenso elargito a piene mani su (quasi) tutti i punti trattati. Chi non vorrebbe liberarsi di una classe politica cialtrona ed inefficiente al punto tale da non riuscire a spendere le casse di dobloni che ogni anno arrivano al sud? Chi non vorrebbe vedere il porto di Napoli in pieno sviluppo? Chi non vorrebbe vedere un “generico” sviluppo infrastrutturale al mezzogiorno? Chi potrebbe non simpatizzare per l’uomo che ha pietà dei nostri emigrati?

Insomma, Matteo ci vuole bene. Basta far fuori la Merkel (che lui sostituirebbe con Marine LePen), l’Euro ed i tanto vituperati, mostruosi migranti, per far decollare le sue idee di sviluppo ecumenico e perequante. Spiace non aver avuto una scheda elettorale sottomano. Si sarebbe votato Lega Nord senza pensarci un attimo.

Ma visto che non avevamo matite copiative ed urne elettorali nei paraggi, forse è bene che ci si fermi un attimo a riflettere sulla fiaba salviniana, perché potrebbe non essere esattamente aderente alla realtà.

Innanzitutto ci chiediamo come mai il segretario leghista abbia eluso tutte le domande direttamente poste da Marco Esposito. Domande tecniche, più concrete di quelle necessariamente generiche poste nell’arco del dibattito da Barbano e Perone. Nei casi in cui si è trovato, suo malgrado, a non poter evadere, l’arrembante padano si è rifugiato in comode ammissioni di ignoranza. Ammissioni che risultano un po’ sconfortanti se prodotte da chi si prende la briga di venire a Napoli a “salvarci da noi stessi”, a maggior ragione se certi argomenti recano in calce l’ingombrante firma di Roberto Calderoli, vera e propria eminenza leghista.

A corroborare i dubbi sulla sincerità organica della trama salviniana ci si mette l’incidente sul residuo fiscale. Braccato sull’argomento della odierna sperequazione economica nel bel paese, la prima ed immediata difesa che sgorga sulle labbra del bel Matteo assomiglia pericolosamente ad un vecchio refrain della lega più oltranzista. Marco Esposito non fa quasi in tempo ad articolare la domanda sui criteri del federalismo fiscale che Salvini vomita quasi istintivamente la manfrina delle povere regioni del nord depredate dal famelico e parassitario sud.

Non appena gli si fa notare che se chi è più ricco non investe su chi è più povero lo sviluppo infrastrutturale che fino poco prima lui stesso caldeggiava rimarrebbe lettera morta, il verdissimo si ravvede. Fa marcia indietro facendo passare per rivoluzionaria una banalità: “molta della tassazione dovrebbe rimanere in loco, e poi chi sta meglio aiuterà chi sta peggio”. Incredibile la facilità con la quale il funambolo lombardo riesca a passare in poco più di due frasi dalle geremiadi sul principio di solidarietà fiscale invalso nell’occidente moderno, alla pleonastica e convinta affermazione dello stesso.

Un caso esemplare del famoso “tutto e contrario di tutto”.

Sorge quasi il sospetto che questo contorsionismo sia stato dettato dall’incoerenza di base del presunto buonsenso salviniano. Costretto a prendere pubblicamente le parti del sud per raccattare voti, ma intimamente consapevole di giocare per un’altra squadra.

Il tutto appare abbastanza grottesco anche tralasciando il siparietto durante il quale il nostro nega che il federalismo fiscale sia mai stato applicato. Naturalmente lo scivolone gli procura le giuste bacchettate dagli interlocutori

L’ultima domanda che ci poniamo riguarda l’argomento apparentemente più “leggero”, ma che invece è estremamente rivelatorio.

Ci chiediamo infatti come Salvini possa continuare a giustificare il fattaccio dei cori razzisti con cui dimostrava, tempo fa, le proprie doti canore. Prima prova a negare, e poi riduce tutto a bighellonate per le quali ha già chiesto scusa. La cosa fastidiosa è che – mentre ribadisce scuse non troppo convinte – riesce a trattare la questione con quel tono paternalistico di chi, ad esempio, giustifica il bullismo a scuola col più sospetto dei “so’ regazzi”.

Per levarsi le castagne dal fuoco deve necessariamente minimizzare amenità del calibro di “Vesuvio lavali col Fuoco”, sdoganandole ed equiparandole al normale sfottò da stadio (come se un vaffan* fosse in qualche misura paragonabile all’augurare catastrofi naturali). Nessuna presa di posizione reale, insomma, ma artifici retorici atti a “ripulire” il tronco razzista dell’albero ed agghindarlo con le foglie di una contrizione insincera e di circostanza. Le foglie di plastica dell’ipocrisia.

Questo piccolo ed apparentemente secondario elemento da in realtà la cifra del personaggio Salvini: predicare meravigliosamente ma essere incapaci di razzolare altrettanto bene. Raccontare la fiaba più rassicurante e benevola, ma avallare e rappresentare l’esatto contrario quando i nodi vengono al pettine. La lega ha avuto mille ed una occasioni per occuparsi di un’equa distribuzione delle risorse e dunque per favorire la transizione verso forme giuste di federalismo. In nessuna di queste occasioni si è rivelata diversa da se stessa, ovvero una forma di sindacato politico degli interessi tosco-padani più gretti. Oggi Matteo Salvini ci chiede un atto di fede. Noi dovremmo credere alla conversione radicale della Lega sulla base di mezz’oretta di “sani principi” e belle parole.

Salvini ci chiede di credere alle fiabe!

Secondo noi, invece, la narrazione leghista si sgretola ai primi raggi del sole napoletano. Si sente puzza di bruciato a grande distanza ed a ben vedere questo è naturale perché Salvini vende fumo, e per produrre fumo devi bruciare qualcosa. In questo caso ad andare fra le fiamme è stato il pudore di chi rappresenta da anni un serio ostacolo al nostro sviluppo, mentre oggi viene in casa nostra e pretende di insegnarci a risorgere.

Il segretario della lega nord rimane fiabesco in un’unico elemento: Salvini è il lupo. Il lupo travestito da pecora che pretende di intrufolarsi nel gregge per mangiare più comodamente.

Solo che a noi, di fare le pecore, non va più.

156 anni fa sono sbarcate le camicie rosse, ed oggi sbarcano quelle verdi. Se in mezzo ci mettiamo il colore delle camicie di “Noi con Salvini” (bianche, con lunghe maniche legate dietro la schiena) otteniamo un’infausta cromìa che al Sud ha portato solo ed unicamente sventura.

L’11 Marzo, alle 14, in piazza Sannazaro a Napoli, portiamo l’azzurro del nostro mare ed usiamolo per lavare via questo tricolore di disgrazie.

MO! – Unione Mediterranea incontra la V Municipalità

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Mimmo Cerullo, consigliere eletto nella V Municipalità (Vomero – Arenella) incontra i cittadini, aprendo a tutti uno spazio di ascolto e di confronto.

Lo sportello d’ascolto, che si terrà venerdì 24 febbraio alle ore 18.00, ha l’obiettivo di approfondire il legame che MO! Unione Mediterranea intende instaurare con i cittadini. Il nostro Mimmo metterà a disposizione la sua passione e la sua competenza, e si farà portavoce delle esigenze che emergeranno anche in questa occasione.

L’invito è rivolto a tutti i cittadini che vogliono un filo diretto con l’amministrazione municipale per avere chiarimenti, proporre progetti e segnalare criticità sul territorio.
MO! Unione Mediterranea ringrazia Mimmo, per essere espressione diretta dei valori di solidarietà e impegno, ed invita tutti i cittadini a intervenire attivamente per costruire insieme il futuro della città.

L’incontro si terrà presso lo studio Porreca, in via Ugo Niutta 33

 

MO! hai voce in capitolo anche tu!

 

Per maggiori informazioni clicca qui

Napoli: ‘O Monumento per ricordare il genocidio del Sud

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Si scrive ‘O Monumento, con l’apostrofo prima della “O”. Vero. Ma Facebook non lo permette. E allora va bene anche O Monumento. Basta che si faccia, che si possa iniziare insieme un’opera di “Rimemorazione”.
Il progetto è concreto. C’è l’artista – Domenico Sepe – disposto a realizzarlo gratis. C’è la localizzazione, nella zona della Ferrovia. C’è il consenso del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. C’è la promotrice, Annamaria Pisapia, con il sostegno di MO Unione Mediterranea e di tutti i gruppi che vorranno unirsi al progetto.
Ma ‘O Monumento sarà firmato dal “Popolo Napoletano” perché una simile iniziativa va a segno se raccoglie il consenso di tanti. Ecco perché apriamo una sottoscrizione pubblica per raccogliere la somma necessaria per le spese vive di realizzazione, trasporto e installazione del monumento: 3.000 euro. Presto comunicheremo le modalità per la raccolta fondi.

Perché ‘O Monumento?
Nel 1860 il popolo del Regno delle Due Sicilie venne massacrato, stuprato, derubato e infine colonizzato dalle truppe sabaude. L’oblìo fu il destino delle centinaia di migliaia di vittime che si opposero o anche solo subirono l’invasione piemontese. Pino Aprile in Carnefici fornisce cifre agghiaccianti. Di questo sacrificio vi sono tracce labili nella storia ufficiale. Nessun libro di scuola riporta quanto accaduto nella sua reale dimensione. Nessun monumento lo ricorda. Nessuna strada è intitolata alle vittime dell’invasione. Il grido di dolore di un popolo annientato è ancora intrappolato nello spazio e nel tempo. Nessuna elaborazione del lutto. Tutto doveva essere ed è stato cancellato, represso e con esso anche il dolore, per lasciare il posto a una macabra euforia da “liberazione”.
Da 155 anni il popolo del Sud vive in un limbo in attesa di una rimemorazione. Nei casi di genocidio, come quello avvenuto alle genti del Sud, il processo di identificazione è lacerato, rendendo quasi impossibile la percezione dell’importanza dell’identità. Identità che un popolo costruisce dalla memoria del suo passato, laddove identità e memoria sono interdipendenti, come ci ricorda la semiotica, ed entrambe ci consentono di proiettarci nel futuro.
Ed è a tal proposito che, da molti anni, persone come Annamaria Pisapia immaginano un doveroso riconoscimento alle vittime delle barbarie perpetrate dalle truppe piemontesi. Un’ opera che ne ricordasse il sacrificio, ma che nel contempo servisse come “Luogo della Memoria”. Ora, finalmente, l’intuizione di Annamaria, appoggiata da MO Unione Mediterranea, fatta propria nel progetto di Napoli Autonomia e Identità, a cui ha prontamente aderito il Comune di Napoli nella figura del Sindaco Luigi de Magistris e degli assessori Carmine Piscopo e Mario Calabrese, è stata accettata. Ma, che sia detto in modo esplicito, una simile iniziativa non è di una sola persona o di un solo movimento: è un’azione di popolo. E così sarà firmata.
Dopo 155 anni quel grido di dolore si libera e prende corpo attraverso l’opera unica dello scultore Domenico Sepe, già autore di sculture di notevole pregio presenti in Vaticano e in molte città d’Italia, che ha partecipato con enfasi al progetto, rinunciando a ogni compenso. Da adesso il Sud può cominciare a riscrivere la sua storia. Chi conosce il passato, merita il futuro.

Qualche precisazione per Ulisse di Alberto Angela

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Al sia pur ottimo servizio di Alberto Angela “Ulisse” andato in onda sabato su Napoli, mancavano alcune precisazioni che mi sono premurata di fargli avere. Sicura che prossimamente ne terrà conto.
“Caro Alberto Angela, da tempo apprezzo il suo lavoro, la sua onestà intellettuale. Rivedo sempre con grande piacere ed emozione le puntate di “Ulisse”, in particolar modo quelle dedicate a Napoli. Traspare il grande lavoro e che nulla è lasciato al caso. Tutto è curato nei minimi particolari. Per questo sono sicura che accoglierà positivamente qualche precisazione riguardo alla replica di Ulisse di ieri sera dedicata a Napoli, che so esserle molto cara, sicura che ne terrà in conto nelle prossime occasioni.

1) La pizza margherita non nacque nel 1889, in onore di Margherita di Savoia, in quanto preesistente. Si legge in “Usi e Costumi di Francesco de Bourcard nel 1858 a firma di Emanuele Rocco: “ Le pizze più ordinarie dette coll’aglio e l’oglio condite con strutto e cosparse di foglioline di basilico… altre sono cosparse di formaggio grattugiato… alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto, alle seconde delle fettine sottili di mozzarella. Talora si fa uso di pomidoro…” Inoltre la pizza, più in generale, era ben nota alla corte dei Borbone. Salvatore Di Giacomo in “Taverne famose Napoletane riporta l’intervista fatta al figlio di Domenico Testa, famoso pizzaiolo, e di quando nella sua pizzeria in Via Santa Teresa non era raro vedere tra gli avventori Ferdinando IV di Borbone. Anche Ferdinando II amava frequentare la pizzeria. E fu proprio durante una di queste visite che suo padre venne invitato alla Reggia di Capodimonte per approntare un forno per le pizze. Il forno fu fabbricato nel bosco di Capodimonte, ed è ancora lì, e furono preparate pizze per il Re, la Regina e una ventina di persone della corte. Quella stessa sera Domenico Testa ottenne il riconoscimento di Munzù, alto riconoscimento per uno chef.

2) Francesco II di Borbone non fuggì da Napoli, ma per evitare alla capitale Napoli un bagno di sangue partì per Gaeta, dove insieme alla eroica Regina Sofia contrastò con ogni mezzo la distruzione del Regno delle Due Sicilie. L’attacco ordinato dal macellaio Cialdini procurò oltre 5000 morti, dopo oltre 102 giorni di assedio . Gaeta subì un attacco feroce incessante, oltre 250 cannoni la rasero al suolo. Notevole, per essere un “inconsistente”. Tenendo conto della sua giovane età e dei pochi mesi di regno dall’insediamento.

3) Napoli Magna Grecia dall’VIII secolo a. c. non fu mai plasmata dai romani. Fu vero il contrario.

4) su “Napoli città maledetta capace di essere sublime”, battuta infelice del narratore slegata dal contesto descrittivo e del tutto fuori luogo.

5) Su Carlo III, con questo titolo non fu mai Re di Napoli e addirittura sembrerebbe che i Borbone abbiano rappresentato una “dominazione” ( che non è) e che non fossero italiani, anzi napoletani, dopo Carlo. In conclusione: la puntata di ieri era un camèo a cui mancava solo un ultimo tocco di incisione e sono sicura che l’apprezzerà. E comunque grazie ad una persona dall’animo napoletano”

di Annamaria Pisapia

Flavia Sorrentino delegata al progetto ‘Napoli Città Autonoma’

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Napoli – Con decreto sindacale Luigi de Magistris ha conferito a Flavia Sorrentino di MO-Unione Mediterranea, la delega all’Autonomia. Sarà lei ad occuparsi, a titolo gratuito, del progetto ‘Napoli Città Autonoma’ che prevede la redazione di un manifesto per stabilire i diritti degli abitanti di Napoli.
“Questo progetto, che si è già estrinsecato nella nostra azione amministrativa, si è estrinsecato nel programma elettorale, si è estrinsecato in una proposta di legge in Parlamento, adesso si deve ancora di più estrinsecare in un progetto di autonomia fiscale, organizzativa, politica, amministrativa, organizzativa, politica ed istituzionale della città di Napoli” ha affermato Luigi de Magistris durante la conferenza stampa di presentazione del progetto.
Flavia Sorrentino, già portavoce nazionale di MO-Unione Mediterranea, forte del successo elettorale come candidata capolista alle scorse comunali napoletane nella lista “Na-Napoli Autonoma”, si appresta ad affrontare una nuova sfida. Spetterà a lei infatti il compito di portare a compimento “un manifesto”, come lo ha definito il Sindaco, per una “Napoli che crede fortemente nella una sua capacità di riscatto, attraverso l’autodeterminazione, l’autogoverno e la forte partecipazione popolare, in un’ottica forte di applicazione dell’art. 1 della Costituzione”.
Il progetto ‘Napoli Città Autonoma’ prevede anche la revisione storica della toponomastica cittadina. “Abbiamo cominciato a farlo in questi anni – ha detto de Magistris -, vogliamo continuare a farlo”. Questo progetto non è “contro qualcuno” ha ribadito il primo cittadino di Napoli, “ma è per un’Italia sì una e indivisibile, ma che valorizzi veramente le autonomie e le differenze”. Napoli sarà la “prima città del terzo millennio che ha l’obiettivo di ottenere l’autonomia piena”. Napoli sempre di più “Capitale del Mediterraneo”, ha ribadito de Magistris.

Ciò che Saviano non capisce: Napoli ha bisogno d’amore non di fango.

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Oggi Roberto Saviano torna a Napoli per promuovere e pubblicizzare il suo nuovo libro su Napoli, o meglio sulla Napoli violenta, dal nome #laparanzadeibambini
Per farlo, sceglie il quartiere Sanità.
Ebbene, sul ponte della Sanità è apparso uno striscione in cui, in breve, si dice che Napoli ha bisogno di amore e non di fango, riferito a Saviano. Come biasimarli?
Cosa si poteva aspettare da una cittadinanza, soprattutto bambini, che viene dimenticata quando lotta e protesta contro la camorra ma viene riportata alla luce dallo scrittore solo quando c’è un omicidio?

Ecco qui una piccola raccolta degli interventi di Saviano su Napoli. Vederlo tornare qui SOLO per promuovere l’ennesima opera sciacalla non può che farmi prendere le distanze da questo personaggio.

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Un “risorgimento” che dura da 155 anni

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Cos’hanno in comune le prime case di produzione cinematografica del paese, la nascita delle televisioni private, Napoli ed il colonialismo interno?

Forse non tutti sanno che nei primi anni del ‘900 a Napoli fioriscono le prime sale cinematografiche del paese, più di 20 nell’arco di pochi anni, laddove a Roma, per raffronto, ve ne erano appena due. Di lì a poco vedono la luce le prime case di produzione cinematografica, tra cui Napoli Film, Partenope Film e Lombardo Film (poi affermatasi come Titanus) fondata da Gustavo Lombardo, al cui ingegno imprenditoriale si devono anche la nascita della prima casa di distribuzione cinematografica, della prima casa discografica del paese, la Compagnia Fonografica Napoletana (1901), e di quello che possiamo definire il precursore di Cinecittà o di Hollywood, la Poli Film, nei cui studios furono girati oltre 50 film nell’arco di pochissimo tempo. Da tale fermento artistico ed imprenditoriale prendono vita nella città partenopea la prima scuola per attori e cineasti, l’Accademia d’Arte, e si afferma la prima regista donna, la salernitana Elvira Coda Notari.

Cosa ne è stato di tale fermento? Condannato all’oblio per poter essere più facilmente scippato a Napoli, come nel caso della Lombardo, costretta durante il periodo fascista a trasferirsi a Roma dove, con finanziamento pubblico, fu fondata Cinecittà, oppure isolato per non ostacolare la nascita di una più “italiana” industria discografica a più settentrionali latitudini.

Analogamente quando si parla di avvento delle televisioni private tutti pensano a Berlusconi ed all’attuale Mediaset, mentre secondo la vulgata di una più “colta”, ma pur sempre padanocentrica, storiografia ufficiale della Tv il primato spetterebbe alla piemontese Telebiella, che inizia a trasmettere nel 1972.

E invece la Tv privata via cavo nasce a Napoli, e precisamente il 23 dicembre 1966, quando l’ingegnere avellinese Pietrangelo Gregorio inizia a trasmettere da uno studio nel centro di Napoli, nel palazzo dell’Upim. Da un incontro con il direttore del suddetto centro commerciale, desideroso di pubblicizzare alcuni giocattoli natalizi, nasce l’idea di mettere in onda immagini pubblicitarie dei giocattoli, che di lì a poco saranno sostituite da presentatori, cantanti e cabarettisti.

Nel 1970 nasce la società Telediffusione Italiana – Telenapoli nel totale disinteresse del sistema “italia unita Spa”, al punto che quando nel 1972, in Piemonte, nasce Telebiella, dall’iniziativa di Beppe Sacchi, ex giornalista Rai, la sedicente novità viene presentata in pompa magna dall’intera stampa italiana come il primo caso di Tv privata via cavo, con grande stupore dello stesso ingegnere napoletano. Tuttavia il caso Telenapoli fa da apripista alla nascita di una miriade di emittenti locali le cui trasmissioni furono proibite nel Marzo 1973 dal governo Andreotti, con sanzioni che prevedevano finanche il carcere, e successivamente riammesse quando la battaglia per la loro legalizzazione ebbe la meglio.

Grazie all’esperienza sul campo e al vantaggio tecnologico acquisito, Telenapoli si trasforma in una significativa realtà di imprenditoria locale che dava lavoro a 150 dipendenti e che ancora una volta si dimostra in anticipo sui tempi quando dal cavo si passa alle trasmissioni via etere, trasformandosi nell’attuale Canale 21.

Ed è qui che si inserisce la seconda balla della storiografia televisiva padanocentrica, secondo la quale nel panorama dell’emittenza privata le superiori capacità imprenditoriali di stampo meneghino del di allora gruppo Fininvest avrebbero sbaragliato la concorrenza. La differenza tra Canale 21 e le reti del Biscione più che imprenditoriali erano politiche, e portavano il nome dei cosiddetti decreti Berlusconi, tre in tutto (694/1984, 807/1984 e 223/1985) emanati dal primo governo Craxi: le reti berlusconiane furono oscurate perché, violando la normativa di quel periodo, trasmettevano contemporaneamente su tutto il territorio nazionale. I decreti suddetti sanarono la situazione ma solo per le reti Fininvest, concedendo loro per legge i maggiori introiti garantiti dal fatto di essere gli unici a poter trasmettere sul territorio dell’intero paese, e furono tali maggiori introiti più che le capacità imprenditoriali a sbaragliare la concorrenza.

In sintesi il “sistema italia” decise che un progetto imprenditoriale e moderno di comunicazione che, oltre a fare raccolta pubblicitaria e promozione del territorio, poteva anche raccontare un paese “visto da Sud” non fosse accettabile, e pensò bene di concentrare il tutto a Milano.

Considerati in una visione d’insieme, cinematografia, discografia ed emittenti private partenopee sono la prova che Napoli è stata in grado di sfornare primati imprenditoriali e culturali, nonostante l’unità d’italia, ovvero nonostante la scomparsa dalle terre meridionali di uno stato organizzato in leggi, infrastrutture ed investimenti finalizzati a promuovere lo sviluppo del nostro territorio.

Del resto primati pre e post unitari sono accomunati dalla stessa sorte “coloniale”: condannati all’oblio per sostenere l’ingannevole vulgata di un sud atavicamente povero, mantenuto ed incapace di intraprendere, scompaiono dal sud e ricompaiono più al nord nei casi in cui suscitano interessi di natura economica o legati alla formazione e divulgazione del “pensiero dominante”.

Lorenzo Piccolo

Vedi Napoli e poi… Sgrilli!

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di Bruno Aldo Palumbo

La boutade di Grillo ripropone in modo perentorio e brutale il convenzionale rapporto tra Napoli e i media italiani, tra Napoli e l’Italia. Archiviata in tempi tanto remoti quanto incerti dalla storiografia italica l’epoca del “Vedi Napoli e poi muori” peraltro anche vilipesa attraverso tentativi alla Giletti di cambiare di segno alla riflessione di Goethe, vale a dire “state lontani da Napoli perchè è pericolosissima!”, possiamo amaramente ma lucidamente constatare che i cosiddetti intellettuali e i politici italiani “dicono le stesse cose” su Napoli. Condividono lo stesso pregiudizio. Si nutrono dello stesso razzismo. Esempi recentissimi? La Valente fa capire che può fare per Napoli visto che ha “un governo amico” (…non perchè Napoli meriti!). Lettieri ripete gli stereotipati giudizi norditaliani sulla città e, si propone come “traghettatore” della città verso “valori milanesi”. Grillo si adegua e mostra di essere fatto della stessa pasta. E non tanto perché definisce Napoli una riserva indiana: l’aveva già detto – e con nobili intenti – Pasolini.

E passi anche l’apprezzamento per cui nessuno si accorge se funzionano i semafori o meno… stiamo ancora parlando di Alterità rispetto all’Italia e di Colonialità. Queste due cose sono vere, anche se io le rivendico con fierezza e a LORO vergogna! La cosa veramente insostenibile, insensata, mediocre, oscena, disgustosa e infame è sperare che Napoli voti il Brambilla, particolarmente perché è del nord e tifa per la Juve e questa sarebbe la novità! Il cerchio si chiude: il Bene è sempre e comunque il Nord. Il Male è sempre e comunque Napoli. Per fare bene bisogna perdere se stessi e “diventare italiani” dove diventare italiani vuol dire solo assumere comportamenti settentrionali ma – beninteso – senza opportunità o vantaggi economici. Vale a dire, dopo 155 anni, la novità che spunta fuori dal cilindro è la COLONIA. Tempo fa scrissi che il collante dello stato italia è il Razzismo. Ne sono più che mai convinto. In breve: siete inferiori anche se vi abbiamo salvato e dichiarato italiani. Ci dovete credere.

E infatti moltissimi ci hanno creduto e sono diventati servi. Niente o quasi della vostra cultura e della vostra storia è parte dell’italia, e se qualcosa vale ,per nostra scelta, diventa italiano. L’unica via possibile è assomigliare a noi. Il vostro futuro è il Negro da cortile. Lo dicono tutti , da Giletti a Lettieri, dall’Espresso a Grillo, dalla Tv alla Valente a Renzi. Mi fermo cari fratelli. Dall’Italia arrivano sempre le stesse cose, piove merda da 155 anni. Non è necessario che Vi dia indicazioni di voto.

Ballarò, Gomorra: “Questa è Napoli”. In TV si racconta solo il Sud che conviene all’Italia. Lettera a Massimo Giannini.

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Gent. Massimo Giannini,

se le scrivo è perchè non sopporto l’idea di restare in silenzio dopo quanto visto a Ballarò nella puntata del 23/02/2016, ad apertura della quale è stato affrontato il tema della criminalità a Napoli.

Sarò diretta: sono stufa di sentir parlare del Sud e di Napoli, metropoli simbolo del Mezzogiorno, sempre in chiave fatalistica e negativa, come un posto dove si vive solo di miseria e tutto è abbandonato a se stesso, all’incuria e alla malavita. Io difendo chi fa inchiesta, chi porta alla luce disagi e problemi, ma per denunciare chi ne ha le responsabilità e dire a chiare lettere cosa o chi alimenta il fenomeno criminale.

Andrebbe specificato che se la criminalità è così predominante in taluni contesti, è perchè è riuscita a sostituirsi al potere statale nell’erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, al punto di realizzare un’economia parallela che tiene a freno il tappo della disperazione: la grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell’aumento della malavita, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

“Come si vive a Gomorra?” o “Questa è la fotografia di Napoli!”, sono ottimi titoli da prima pagina, ma suggeriscono pericolosamente a chi guarda e ascolta, che non esistono realtà diverse dal crimine e offrono una giustificazione a posteriori, alle dichiarazioni del Presidente della Commissione nazionale antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale la camorra è un elemento costitutivo della città, una sorta di predisposizione endemica ed ineluttabile alla delinquenza, che esiste ed è una piaga sociale, ma che di certo non può essere analizzata come un fatto genetico o etnico dei napoletani.

Nessuno in studio che abbia dato realmente voce alla Napoli che non entra mai nelle case degli italiani. Da una parte Antonio Bassolino, candidato alle primarie del PD per la corsa a Palazzo San Giacomo, al quale non è stata fatta nemmeno una domanda sul suo operato di amministratore politico quando la città annegava nell’emergenza rifiuti ed era vittima con la Campania di uno spietato sistema di affarismo imprenditoriale e criminale; dall’ altra Valeria Ciarambino del M5s, in contrasto per ovvia posizione con Renzi, anche se il suo Movimento in Parlamento non si oppone mai alle scelte anti-meridionali dell’esecutivo.

Mi sarebbe piaciuto che le telecamere di Ballarò fossero andate a chiedere conto al Ministro dell’interno Angelino Alfano su come mai non si è mai visto alla testa dei cortei, accanto alla gente che scende in piazza, al di là dei luoghi comuni sull’omertà, per gridare tutta la propria rabbia contro la camorra. Mi sarebbe piaciuto se foste andati da Matteo Renzi a chiedere che fine ha fatto il Masterplan per il Sud e perchè questo Governo utilizza per il bonus occupazione previsto nella Legge di stabilità 2016, ben 2 miliardi di Fondi PAC del Sud, per agevolare l’occupazione lavorativa al Nord, quando a Napoli e in tutto il Mezzogiorno si muore di disperazione, disoccupazione e desertificazione industriale.

Sulle pagine de “Il Mattino” il giorno 15/02/2016 a cura di Marco Esposito, è uscito un articolo sui finanziamenti ferroviari del Governo al Sud (appena 400 milioni di euro contro 9 miliardi al centro-Nord), l’ennesimo di una lunga serie che denunciano tagli indecenti alla sanità, all’università, agli asili, agli investimenti nel Mezzogiorno. Mi piacerebbe capire perchè nelle trasmissioni nazionali, a partire da quella che Lei conduce, non viene mai invitato chi rappresenta politicamente le istanze del Sud, per offrigli la possibilità di smentire con dati ed argomentazioni, la retorica sul Mezzogiorno quale inguaribile palla al piede del Paese, mentre il pensiero leghista di Salvini sovrasta i salotti televisivi.

Quando Roberto Saviano in collegamento, afferma che non esiste nessun nuovo percorso per la salvezza del Sud, racchiude in breve il messaggio che passa quando si usano definizioni come: “Questa è Napoli” e cioè una città senza futuro dove tutti quelli che restano, presumibilmente i peggiori, sopravvivono “nella terra di Gomorra”. Così si chiude il cerchio dell’informazione italiana, ma non della realtà.

C’è un sentimento di ribellione che da Sud comincia a prendere forma, attraverso un fermento culturale e politico sempre più organizzato ed autonomo.
C’è una città, Napoli, che nonostante le continue discriminazioni, resiste e tesse la tela del cambiamento. Ecco perchè andrebbe sottolineato, con forza e contro corrente, che quella mostrata nel piccolo schermo è la parte di una verità più grande, fatta di donne ed uomini coraggiosi, che senza Stato e senza scorta questa terra ogni giorno la onorano, la vivono e la amano. Perchè la verità è tale, solo se raccontata tutta.

Distinti saluti,

Flavia Sorrentino

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