Monthly Archives: Luglio 2017

Come investire per 10 minuti!

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In questo paese si sono finanziati progetti per ponti e linee di super-alta velocità di non provata utilità che saranno il più grande investimento pubblico della storia di questa nazione pur interessando solo parte di essa. La stessa alta velocità a cui la Germania ha saggiamente già rinunciato considerando sufficiente la velocità di 250 chilometri all’ora e valutando troppo costosi i pochi minuti guadagnati in quelle poche tratte dove si sarebbero potuti raggiungere i 300 all’ora: Colonia-Francoforte e Norimberga-Ingolstadt.

Nel nostro paese le due tratte più lunghe che i treni possono percorrere a 300 all’ora sono quelle da Tavazzano (tra Milano e Lodi) a Modena (circa 150 km) e tra Roma e Napoli (poco meno di 200). Su 150 km di percorso la perdita di tempo rallentando da 300 a 250 all’ora è di sei minuti. Tenuto conto che da Bologna a Firenze la differenza è irrisoria e che da Firenze a Roma la linea è comunque limitata a 250 all’ora, la perdita di tempo da Milano a Roma sarebbe compresa tra i 5 e i 10 minuti (fonte ilsole24ore).

Milioni di fondi pubblici per 10 minuti in mezza Italia mentre da Trieste a Palermo in media si perde il 50% di acqua per mancata manutenzione degli impianti. In parole povere, 10 minuti che rischiano di lasciare per 8 ore senza acqua milioni di cittadini (quelli del nord potranno rivolgersi a quelli del sud per le istruzioni sul come fare visto che qui il razionamento dell’acqua è l’appuntamento fisso di ogni estate), 10 minuti che rischiano di mandare in fumo intere aree di macchia mediterranea per mancanza di mezzi e piani di prevenzione/interventi per gli incendi che sistematicamente si ripetono ogni anno.

Sembra che “la giovine Italia” si diverta di più a giocare 10 minuti con ponti e trenini piuttosto che guardare in faccia le reali esigenze della popolazione, tutta dal nord al sud.

Massimo Mastruzzo.

 

Vacanza di ritorno: il tempo scorre ma nulla cambia

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Ed è vacanza, di ritorno.

Ecco arrivato, dopo il Natale, l’altro momento dell’anno dove milioni di “turisti” tornano a casa. Come per ogni viaggio di ritorno si ricorre sempre più all’uso dei Bus come mezzo di trasporto ma “trasporto meridionali” con destinazione sud.

Non solo viaggi di piacere, ma soprattutto rientri in cerca d’amore, un amore pagato a caro prezzo alle compagnie aeree, alle poche rimaste che ancora operano negli aeroporti del sud, a Trenitalia, quella che la freccia rossa c’è ma non per tutti, e alle compagnie di trasporto su gomma, cresciute sempre più negli ultimi anni poiché fungono da alternativa economica.

Uno Stato cosciente della disomogenea condizione economica all’interno dei propri confini dovrebbe assumersi la responsabilità di creare condizioni più vantaggiose che permettano ai milioni di migranti interni un ritorno in famiglia economicamente più agevole piuttosto che compiere l’operazione opposta: sembra quasi che i nostri governanti siano d’accordo con le diverse compagnie per cercare di trarre maggior profitto da quei lavoratori migranti/vacanzieri che da oltre un secolo compiono periodicamente il loro lungo viaggio tra la terra madre ed il luogo, subdolamente imposto, del loro lavoro. La maggiore conseguenza di questo modus operandi è stata l’aver portato alcuni dei suoi territori ad essere a rischio estinzione demografica mentre altri a rischiare di scomparire proprio fisicamente a causa dell’eccessivo consumo di suolo per sfruttamento delle risorse (Basilicata docet).

Senza cadere in una smielata retorica, mi piace immaginare le tante mamme che si adoperano in cucina nella preparazione delle prelibatezze tradizionali in attesa di ospitare i figli per le vacanze, consce che il tempo che passeranno con loro sarà comunque insufficiente a colmare il vuoto d’amore fatto di anni di distanza.

E poi, padri e nonni che raccontano orgogliosi ad amici e parenti di figli che “si sono sistemati” e di nipoti tanto bravi e belli. Quanto è grande l’impazienza di vedere “quanto si sono fatti grandi” e quanto il rimpianto di non poterli vedere crescere o, come ogni nonno vorrebbe in fondo fare, di non poterli accompagnare a scuola o al parco!

Fortunatamente non abbiamo più le valigie di cartone ma, non per fare la solita retorica sul terrone che ritorna a casa, avremmo soltanto voluto poter scegliere se essere cittadini del mondo invece di essere costretti ad esserlo da questo Stato che, consapevolmente dal 1861, ci ha condannato ad avere un segno meno davanti ad ogni diritto ed anche davanti ai sentimenti. Siamo diventati cittadini di serie B.

Non saranno le cipolle che faranno scendere le lacrime a madri e padri davanti a figli e nipoti che a vacanze finite ripartiranno, ma sarà il sintomo della consapevolezza di uno Stato che ci ruba anche l’amore e di cui risulta difficile fidarsi.

Il tradimento dei sentimenti di un popolo porterà alla rivoluzione per il riscatto della propria esistenza.

Massimo Mastruzzo.

THE SUN: Napoli tra le città più pericolose al mondo? Ma famme ‘o piacere…

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ADDIRITTURA?

Il giornale inglese The Sun con una classifica a dir poco infondata ,inserisce Napoli tra le città più pericolose al mondo.

Eppure recenti dati Eurostat pongono in Europa proprio la Gran Bretagna sul podio più alto di questa triste classifica, e tralasciamo i dati sugli omicidi di Chicago negli USA.

l’ambasciata italiana a Londra ha protestato contro l’assurda classifica del Sun, ma il silenzio assenso dei nostri organi governativi fa più male dello stesso giornale inglese che probabilmete ha tra i suoi redattori molti appassionati delle varie serie Tv di Gomorra.

Ho riflettuto, dopo l’infelice uscita del THE SUN, se e in che modo prendere posizione, alla fine  ho deciso di far tesoro delle mie esperienza personale tralasciando dati e tabelle che potrebbero smentire, confermare, ribaltare ogni classifica semplicemente sottolineando un particolare dato piuttosto che un altro.

Sono stato a Londra poche settimane prima del triste attentato sul ponte Westminster, come ogni turista medio ho visitato i luoghi turisticamente più conosciuti e su quel ponte, non in una pericolosa zona di periferia comune ad ogni grande metropoli, ho fatto le classiche foto ricordo da far vedere ad amici e parenti.

Quando la Bbc ha trasmesso le immagini dell’auto dell’attentatore che attraversava il ponte di Westminster, investiva i pedoni, mostrando una donna che si buttava nel Tamigi, ho provato un brivido di paura. Sapendo che mia nipote vive a Londra, ciò mi fece temere per la sua incolumità. Fortunatamente, da provinciale quale sono, non ho ben presente le dimensione di una grande metropoli come Londra e mi tranquillizzai soltanto più tardi pensando che mia nipote vive lontano da quel bellissimo luogo meta di tanti turisti: Westminster con il suo Big Ben.

Pochi giorni dopo l’attentato, le indagini portarono a Birmingham, la seconda città inglese per grandezza dopo Londra, e un altro momento di paura mi assalì: il fratello minore di mia moglie lavora a Birmingham.

Bruxelles, 20 giugno 2017, una piccola esplosione e alcuni colpi d’arma da fuoco intorno alle 2 nella stazione centrale sono stati un attentato confermato dalle forze dell’ordine: meno di 48 ore prima mi trovavo in quella stazione alla ricerca del binario 1 per recarmi all’aeroporto.

Parigi: ho deciso, lasciandomi colpevolmente influenzare dai ripetuti attentati terroristici, che per il momento non farò viaggi nella bellissima capitale francese.

Napoli: attraente come una bella donna che si mostra disponibile ma non si concede, scoprire ad ogni “appuntamento” un angolo della sua bellezza è la sua arma di seduzione. Eventi spiacevoli? Personalemete nessuno, e non vuol dire che non ce ne siano, come in ogni altra grande metropoli qualche incoveniente  può accadere, ma da qui ad inserirla tra le città più pericolose al mondo, addirittura alla pari di luoghi tragici come Raqqa, governata dall’Isis… No, sono certo che i redattori del THE SUN hanno visto Napoli solo in qualche serie TV, immaginando qualche immagine di periferia come rappresentativa di una delle città più belle al mondo.

Cari redattori del THE SUN con una bella donna andateci a cena, accarezzatela, inebriatevi del suo profumo, ubriacatevi del suo sorriso, provate a corteggiarla e a fine serata tornate a letto sperando di sognarla. Se la guardate in TV …?

 

Massimo Mastruzzo

Una visione mediterranea per una politica alternativa

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di Pierluigi Peperoni

Molto spesso abbiamo parlato di autonomia intesa anzitutto come un modo diverso per il mezzogiorno di pensare se stesso. Parliamo quindi di autonomia di pensiero e di diritto a ripensare il futuro della nostra terra. Troppe volte il sud è stato intuitivamente immaginato come un non-nord, come un luogo che è rimasto strutturalmente indietro nella corsa allo sviluppo industriale che ha caratterizzato la fine dell’ottocento e quasi tutto il novecento. Questo limita le prospettive di crescita e sviluppo dello stesso sud che invece andrebbe concepito e ripensato in quanto tale. Il modello occidentale e settentrionale non è l’unico modello possibile a cui uniformarsi, ma piuttosto solo uno dei tanti. Ripensare il sud è un’operazione difficile, perché bisogna cambiare radicalmente il modo stesso in cui le persone del sud si considerano. Diventa quindi necessaria un’operazione di “decolonizzazione mentale” che consenta ai meridionali di ripensarsi fuori dagli schemi imposti in quasi due secoli di storia. Quest’operazione non può che avvenire in autonomia dalle logiche di un sistema Italia che ha tutto l’interesse perché ciò non avvenga. Ne è la logica conseguenza il fatto che non possono essere considerati interlocutori politici credibili tutti coloro risultino collegati ai partiti nazionali. La funzione dei partiti nazionali è infatti quella di bloccare sul nascere la possibilità che nel Paese meridionale si costruiscano centri di volontà politica da esso emergenti. Per impedire che ciò avvenga attuano delle strategie di “assorbimento” delle intelligenze convogliando nei propri ranghi, come milizie ascare ben retribuite e socialmente ben collocate, le classi dirigenti meridionali. I partiti nazionali sono vere e proprie strutture preposte ad un’occupazione permanente. Non va confuso però il rapporto che con essi hanno i comuni militanti di tali partiti che sono spesso elementi di grande valore e generosità; forze autentiche sottratte alla causa dell’avanzamento della loro terra attraverso tale perverso meccanismo “nazionale”.

Al contrario bisogna porre al centro dell’azione politica e culturale la riscoperta delle identità e delle tradizioni dei popoli meridionali tutti attraverso la riscoperta del valore della lentezza. L’assolutizzazione della velocità conduce ad una deteriorazione delle esperienze che tendono a scomparire o comunque a venire sostituite da altre che poco hanno a che vedere con la matrice originale. Da questo punto di vista non va confusa l’operazione di difesa della lentezza con una nostalgia del passato, di forme politiche ormai superate. Piuttosto si tratta di contrapporsi a un certo tipo di velocità funzionale esclusivamente allo sviluppo capitalistico che vuole liberarsi di qualsiasi ostacolo gli si ponga davanti. La velocità conduce al modello della modernità liquida, che erode valori nel nome di un processo di modernizzazione che non guarda più all’uomo e ai suoi bisogni. Lentezza significa quindi occuparsi dei danni che la velocità produce. Il ritorno ad una democrazia fatta di persone che discutono dei propri bisogni e delle esigenze dei propri territori è un contrappeso alla pulsione verso l’eliminazione del dialogo che è propria dei processi di modernità liquida che percepiscono il dialogo come ostacolo da superare.

Una visione mediterranea

I nostri territori sono al centro del Mediterraneo, che oggi è percepito come “mare” di frontiera e che invece dovrebbe tornare ad essere centro dell’Europa. È necessario superare l’idea che il Mediterraneo delimiti e divida due aree diverse, ma piuttosto dobbiamo riappropriarci dell’idea che il “mare nostrum” torni ad essere di tutti. Nel corso dei secoli tutti i popoli affacciati sul Mediterraneo hanno intensamente dialogato, commerciato, creato legami e permeandosi di tutte le altre culture con cui venivano in contatto. Per questa ragione non esistono razze e culture pure, ma al contrario vi è qualcosa di altri in ognuno di noi. Diventa quindi necessario superare i limiti della paura dell’altro – nato magari su un’altra sponda del nostro mare – e aprirsi alla conoscenza di chi si considera diverso per scoprire quali sono i legami tra le differenti culture.

Viene da se che la cultura mediterranea non può essere che moderata, non può far altro che rifiutare tutti i fondamentalismi. Non esiste un popolo, una razza, una cultura che possa arrogarsi il diritto di dirsi pura. Diventa necessario un processo di laicizzazione dei popoli che affacciano sul Mediterraneo che non venga imposto con la forza, ma che sia piuttosto frutto di una naturale evoluzione culturale e che parta proprio dalla consapevolezza che tutte le tradizioni sono già contaminate e che esistono notevoli punti di contatto. Evidentemente è necessario che divenga chiaro che non esistono visioni e culture assolutamente positive o assolutamente negative, quanto piuttosto esiste una pluralità che deve imparare a confrontarsi traendone vantaggio reciproco.

La nostra causa – Tredici buone ragioni per abbracciare la nostra terra

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di Antonio Lombardi

1. Perché ci sei nata/o: è la tua terra, il tuo popolo. Oppure perché semplicemente ci abiti, anche se sei nata/o lontano; oppure perché, pur non essendoci nata/o né abitandoci, sei una persona che ha il senso della giustizia e della solidarietà e la sensibilità di un autentico operatore di pace.

2. Perché sei stanca/o delle frasi razziste, degli auguri di morte e degli insulti snocciolati nelle conversazioni quotidiane o urlati in coro da migliaia di persone, nell’indifferenza dello Stato.

3. Perché hai scoperto che la lezioncina di storia che ti hanno trasmesso, dalla scuola elementare in avanti, è una bugia infame, un veleno ideologico per farti onorare una bandiera che ha sterminato i tuoi avi e farti abbracciare come eroi i massacratori della tua gente.

4. Perché sei stanca/o di discriminazioni macroscopiche, che ti condannano ad avere strade peggiori, ferrovie obsolete, porti desertificati, zone senza aeroporti, ospedali meno attrezzati, scuole ed università penalizzate, beni culturali in misura maggiore ma in considerazione minore, terre e mari abusati.

5. Perché non puoi affezionarti ad un Paese nato e tenuto incollato con l’imposizione, che ti considera carne da macello da spedire in guerra o prodotto di scarto da costringere all’emigrazione.

6. Perché sei indignata/o da un sistema politico ed economico, costruito ad arte, che prevede un Nord che comanda e infierisce ed un Sud che obbedisce e subisce.

7. Perché hai capito che i parlamentari e i governanti che mandi a Roma da decenni, ti dimenticano rapidamente e collaborano, silenti e fattivi, agli ordini che ricevono dai loro veri padroni.

8. Perché ne hai abbastanza del fatto che la tua terra non abbia una rete produttiva sviluppata, né banche e assicurazioni proprie, né televisioni e giornali d’impatto che leggano “da Sud” quel che succede, non riceva adeguata promozione e tutela dei suoi prodotti enogastronomici e paghi pure la RC auto più alta pur avendo meno sinistri.

9. Perché vuoi dire basta alla pratica, che va avanti da oltre centocinquanta anni, di conservarti in mani criminali che operano come fossero il braccio violento dello Stato per il controllo, l’insicurezza e la sottomissione di un popolo che potrebbe sorridere come un’increspatura del mare.

10. Perché vuoi valorizzare e difendere la tua identità culturale, facendone una forza nonviolenta di riscatto per te ed un ponte di pace e di scambio con gli altri popoli.

11. Perché hai smesso di alienarti, per paura, pregiudizio o opportunismo, da quello che accade sotto al tuo naso.

12. Perché vuoi uscire dalla cupezza della vita e del pensiero, delle emozioni e dei comportamenti inibiti, lottando libera/o e innamorata/o per quell’indipendenza che la tua terra possedeva e che oggi potrebbe orientarla verso un destino migliore.

13. Perché hai deciso che non devono più essere gli altri a dipingere il nostro volto secondo il loro interesse, ma è ora di prendere in mano la tavolozza dei talenti ed il pennello della tenacia, per rifare con nuovi colori la nostra immagine più autentica.