Monthly Archives: Marzo 2017

Grazie Pietro. Uni ricordo del grande Mennea

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Pietro Mennea non era simpatico. Era spigoloso come il suo volto, e ancora più spigoloso diventava nello scatto finale, quando sembrava che anche gli zigomi, il mento prominente con la scucchia alla Totò e gli occhi fuori dalle orbite partecipassero allo sforzo di superare i limiti del corpo e dello spazio per tagliare il nastro. Quando correva diventava un arco di nervi teso a scagliare la freccia oltre il traguardo. E freccia del Sud fu battezzato quel ragazzo di Barletta che riuscì a bruciare fior di velocisti da mosca bianca in una selva nera di gazzelle. Il suo mito aveva battuto in velocità il suo medagliere, la sua fama era corsa più veloce dei titoli olimpionici che non furono poi così generosi con lui. Ma Mennea diventò metafora del Sud che vuol colmare con uno scatto e un colpo di reni il divario col resto d’Europa. La sua faccia tesa riassumeva lo sforzo di volontà, la concentrazione dopo la fatica, l’orgoglio del meridione e pure la smentita simbolica che la lentezza e l’inerzia fossero la condanna fatale del Sud. Piè Veloce e la Tartaruga … Ma Mennea fu il precursore dell’exploit pugliese degli anni seguenti. Mennea ha bruciato sul tempo la sua generazione e, dopo una rapida malattia, da scattista, ha tagliato il traguardo della vita. La vita è volata, resta nel mito la velocità

Così viene ricordato il grande Pietro Mennea in Ritorno al Sud, di Marcello Veneziani, Ed. Mondadori-2015. Un libro tutto da leggere per ricordare chi siamo noi meridionali e da dove veniamo.
Senza alcuna rivendicazione politica e con un po’ di malinconia, ma con una profonda analisi su chi eravamo, cosa stiamo perdendo e cosa abbiamo già perso. Essere mediterranei deve tornare ad essere un orgoglio. Scegliere di restare, un diritto fondamentale.

Nel quarto anniversario della morte di Pietro Mennea, vogliamo ricordare come la forza di volontà di un uomo può portare a risultati grandiosi. Nato in una modesta famiglia di Barletta, oltre a raggiungere il livello di mito dell’atletica leggera italiana con i suoi record nei 100 (ancora imbattuto a livello nazionale) e nei 200 m del 1979 (rimasto imbattuto per 17 anni a livello mondiale ed ancora insuperato a livello europeo), egli rappresenta il modello da seguire non solo per gli sportivi. Si laureò in: giurisprudenza, scienze motorie e sportive e lettere. Fu parlamentare Europeo e Professore universitario. Terminata la carriera sportiva, lavorò come commercialista, avvocato, insegnante di educazione fisica e curatore fallimentare.

Più che per i suoi risultati, a nostro avviso, preferirebbe essere ricordato per i principi di cui si fece portavoce. Per prima cosa, la sua persona dimostra che, in ogni ambito, volere è potere. Non solo. Infatti, fu fondatore della onlus Fondazione Pietro Mennea. Da come si legge sul relativo sito, “Scopo della Fondazione, priva di ogni fine di lucro, è l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale. Infatti, lo scopo primario della Fondazione è di carattere filantropico, ossia effettuare donazioni costanti nel tempo ed assistenza sociale ad enti caritatevoli o di ricerca medico-scientifica, associazioni culturali e sportive, attraverso progetti specifici e concreti, che avranno carattere di massima trasparenza. Lo scopo secondario è di carattere culturale, e consiste nel diffondere lo sport ed i suoi valori, nonché promuovere la lotta al doping, che è diventata una triste piaga per lo sport e la nostra società.”

Sebbene possiamo immaginare quanto enormi siano stati i suoi sacrifici, Mennea si è più volte dichiarato fortunato ma non ha mai dimenticato le sue origini e le persone meno fortunate di lui. Valori da condividere pienamente, indipendentemente dalla lotta politica che portiamo avanti. Simbolo del fatto che ognuno di noi ha la responsabilità di essere cittadino e di dare il proprio contributo, nella forma che ritiene più opportuna, alla propria comunità.

Grazie Pietro!

Il paradiso vestito da inferno – La Calabria e le sue bellezze

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Anche Repubblica.it se ne è accorta. Sembra quasi che ultimamente ci sia grossa attenzione sull’ultima regione d’Italia. Senza l’aiuto di politica, i Calabresi si stanno dando da fare per far conoscere le loro bellezze. Tante individualità che stanno dando il loro contributo per una causa comune: far tornare grande una delle regioni culla della Magna Grecia. Inutile qui riportare quanto descritto nel buon articolo di Anna Maria De Luca nei dettagli.

Una Sila affascinante che si sta facendo conoscere per le sue bellezze artistiche e naturali. La locomotiva turistica che da Moccone a Camigliatello, attraverso un magnifico parco Nazionale. Monasteri le cui origini si datano in priodi diversi sono nascosti come tesori nell’entroterra calabrese: il misterioso complesso monastico fondato, sullo scorcio dell’XI secolo, da San Bartolomeo di Sìmeri (1050-1130, l’abbazia di San Gioacchino da Fiore a San Giovanni in Fiore. Non si può dimenticare il museo diocesano di Rossano, dove è custodito l’importantissimo Codex Purpureus, contenente il testo greco dei vangeli di San Marco e San Matteo e le Chiese in cui sono esposte solo alcune delle opere di Mattia Preti, grande artista calabrese, non ancora molto conosciuto fuori regione ma attivo a Napoli, Roma e Malta.

A tutto ciò possiamo aggiungere, scendendo più a Sud, nel cuore delle Serre Vibonesi, ricadenti all’interno del Parco Naturale Regionale delle Serre, altre due grandi bellezze. La prima, ancora oggi importante punto di riferimento per l’ordine certosino, la seconda d’Italia dopo quella di Padula per estensione ma la prima ad essere fondata nel Sud Italia: la Certosa di Santo Stefano a Serra San Bruno. Fondata nel 1099 da San Bruno da Colonia, su un terreno donatogli dal conte Ruggero di Altavilla, è immersa nella natura incontaminata dei boschi delle Serre e fu visitata dai Papi Giovanni Paolo II (1984) e Benedetto XVI (2011). Sebbene inaccessibile ai turisti per rispetto della regola monastica che impone ai monaci l’isolamento, un museo ricavato all’interno delle sue mura permette di ben percepire l’atmosfera tutta particolare di questo posto.

La seconda, la Cattolica Di Stilo, nel comune del filosofo ribelle e geniale Tommaso Campanella, è una Chiesa in stile bizantino molto particolare. A pianta quadrata, presenta una forma pressoché cubica. È candidata a diventare patrimonio dell’UNESCO ed è un altro simbolo del periodo greco-bizantino Calabrese.

Non si può poi fare a meno di citare la basilica che si trova a Roccelletta di Borgia all’interno del suggestivo Parco Archeologico di Scolacium, antica città dalla storia millenaria, il cui cittadino più famoso fu Cassiodoro, forse colui che probabilmente contribuì a far arrivare in Calabria il Codex Purpureus; la Cattedrale di Gerace, la più grande della Calabria.

Ma l’elenco potrebbe continuare, è lungo, sebbene relativo soltanto a monasteri e cattedrali o basiliche. Per approfondire, ci sentiamo di consigliare la lettura di quello che possiamo definire un diario di bordo, scritto dalla poetessa polacca Kazimiera Alberti durante il suo viaggio per la Calabria. Il titolo è “L’anima della Calabria”, edito da Rubbettino, e racconta le bellezze della Regione, attraversata in lungo in largo, dal punto di vista di uno straniero, quello che forse manca a molti Calabresi per poter apprezzare fino in fondo il paradiso in cui vivono, non limitandosi a farne una descrizione fisica ma collegando ogni esperienza a dei sentimenti, agli incontri che fece durante il suo viaggio, ai suoi ricordi d’infanzia ma, cosa più importante, soprattutto fornendo dettagli precisi sulla storia di ogni monumento e di ogni città che ha visitato e sulle tante personalità storiche calabresi che ha avuto modo di conoscere indirettamente tramite quello che ci hanno lasciato.

Per tutto questo e molto altro, vale la pena investire, restare tornare o, semplicemente, venire in Calabria. MO! non abbiamo scuse: informiamoci e diamoci una mossa.