Monthly Archives: Marzo 2017

Una classe politica “normale”, ovvero l’esigenza eccezionale del Meridionalismo moderno

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Se guardiamo alla normalità politico-amministrativa occidentale (e questo esclude l’Italia, dall’analisi) vediamo che pressoché ovunque, la politica locale si fa espressione degli interessi della comunità che rappresenta. Secondo il paradigma della sussidiarietà, più particolare è l’ambito geografico, più ristretto sarà l’ambito territoriale delle istanze proposte. Viceversa più ampio diventa il raggio e più inclusiva e “generica” diventa l’azione politica.

Naturalmente questa è una brutale semplificazione, ma si può affermare che il modello “regge” il confronto con la realtà di parecchi paesi europei, ad esempio. In strema sintesi, la politica è – a vario livello, ed a varie quote – rappresentativa della comunità che la esprime. Come dimostrato chiaramente dalla cronaca quotidiana, però, non tutto fila sempre per il verso giusto. Se non ci si fa accecare da facile retorica giustizialista si vedrà chiaramente che la politica è un fenomeno umano, ed in quanto tale non perfetto. Globalmente parlando il sistema sembra reggere e farlo in maniera equa perché, a fronte dei casi in cui l’individuo sceglie di servire gli interessi specifici più che quelli collettivi, se ne conta una schiacciante maggioranza in cui i delegati rendono effettivo conto alla cittadinanza che ha accordato quella delega.

I disonesti ci sono dappertutto, insomma, ma quando sono “diffusi” in ambienti generalmente sani il loro impatto è minimo, e questo garantisce una diffusa e corretta tutela politica, indipendentemente dalle aree geografiche o dai settori che esprimono le varie deputazioni.

Nel paese che ci ospita non funziona così. La classe politica nazionale fa – in genere – gli interessi di un’unica area geografica, e questo è dovuto al più banale dei fattori: chi deve tutelare il settentrione lo fa, chi deve tutelare il meridione NON LO FA. Al contrario di quanto avviene nei paesi “normali” la classe politica meridionale cura ESCLUSIVAMENTE E MASSICCIAMENTE interessi particolari facendo mancare al Sud il necessario set di tutele da contrapporre ai politici “nordcentrici”.

Intendiamoci: non che la classe politica del settentrione d’Italia sia più onesta, anzi… Quantomeno, però, ha la decenza di affiancare ai suoi appetiti pantagruelici un minimo di attaccamento al territorio. L’esercizio aritmetico risulta nel più facile dei “quattro”. Il confronto politico così avviene fra due filosofie politiche che condividono la truffaldineria, ma non l’attenzione al territorio ed a farne le spese siamo noi cittadini Meridionali, ovvero quelli che non sono riusciti ed esprimere dirigenti interessati alla propria realtà locale.

Dai gattopardi ottocenteschi in qua, la classe dirigente meridionale ha SEMPLICEMENTE FATTO ACQUA in merito alla tutela della propria gente.

Ed allora se si vuole risolvere la questione meridionale, bisogna fare ciò che non si è mai provato a fare. Bisogna fare qualcosa di RIVOLUZIONARIO: cercare la NORMALITA’.

Formare una classe politica meridionale che sia NORMALE nel suo impegno di tutela; NORMALE nei meccanismi di avvicendamento; NORMALE nell’adattarsi al civile e democratico controllo del proprio operato; NORMALE, e quindi RIVOLUZIONARIA.

Non è un paese per statistici – Illazioni in libertà sulle esenzioni dal ticket sanitario

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Ed i cattivi siamo noi, come al solito…

Domenica 12 marzo è apparso sul sito di Repubblica un articolo, firmato da Michele Bocci, che mette in risalto le differenze di entrate da ticket sanitario tra nord e sud. Il ticket altro non è che una tassa pagata dai cittadini per la prestazione sanitaria pubblica, con un sistema di esenzioni previste per particolari patologie, fasce di età e di reddito.

Nel fantastico mondo del giornalismo italiano (o toscopadano, fate voi) non capita raramente di leggere titoloni del tipo “Così i veneti pagano il quadruplo dei siciliani”. Dati alla mano il giornalista avrebbe potuto scrivere anche “Così i valdostani pagano più del doppio dei lombardi”, ma tra i due titoli, entrambi veri, ha scelto il primo. Come si dice, a pensar male si fa peccato ma spesso si fa centro. Per fugare ogni dubbio basta leggere come vengono interpretati nell’articolo i dati forniti da Agenas (l’Agenzia nazionale delle Regioni); senza nessun dato a supporto viene sentenziato che la differenza di spesa pro capite per il ticket sia dovuta ad una maggiore presenza di esenzioni false nel meridione.

L’unico dato inoppugnabile è che la differenza di entrate da ticket esiste, ma invece di cercare di capirne le cause si salta ad una conclusione che non è dimostrata nè, probabilmente, dimostrabile. Il parametro che forse ci aiuta maggiormente ad interpretare i numeri, più del reddito pro capite, è la percentuale di famiglie che vivono sotto la soglia di povertà. Se prendessimo in considerazione il reddito avremmo un’indicazione su quali regioni siano più povere ma non su quanti poveri ci siano nella stessa, ed è quest’ultimo dato che incide maggiormente sulle esenzioni. Facile fare confronti impietosi tra Sicilia e Veneto sulla spesa pro capite per il ticket (9€ la prima contro i 36€ della seconda, da qui il titolone), più difficile prendere in considerazione i dati Istat sull’incidenza di povertà, che vedono la Sicilia al 25,3% contro il 4,9% del Veneto (2015). Stesso discorso per il paragone fatto tra Campania ed Emilia Romagna.

Eppure nemmeno questo basta per comprendere differenze così marcate tra una regione e l’altra; ci sono casi in cui regioni con basse percentuali di povertà, come Lombardia e Lazio, incassano meno di ticket rispetto ad altre con percentuali di povertà maggiori, come il Friuli. Quali altri parametri entrano in gioco allora? Evidentemente oltre alle esenzioni per reddito bisognerebbe analizzare un quadro più ampio, come considerare le differenze di costo del ticket stesso tra le varie regioni, o mettere in conto che nelle regioni più ricche ci si affida di più alla sanità privata (questo potrebbe spiegare i casi di Lombardia e Lazio riportati sopra), o ancora valutare la cosiddetta migrazione sanitaria (quanti meridionali vanno a curarsi al nord e quante volte avete visto fare il contrario?).

Troppe carte in gioco per riuscire davvero ad avere la risposta in tasca… a meno che non siate un giornalista di un qualsiasi giornale italiano; in quel caso potrete addirittura scrivere un articolo su Repubblica, sostenendo per ben 4 volte che le esenzioni siano false senza avere nessuna prova. Nulla di nuovo, il solito giornalismo italiano tendenzioso fatto di pregiudizi ed illazioni.

L’interpretazione efficace del dato potrebbe aiutarci a risolvere il problema, ma tira meno in termini di copie vendute.

Questo non è un paese per statistici o analisti, ma per giornalai (sia che svolgano onestamente questo mestiere, sia che invece si definiscano impropriamente giornalisti).