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Perché la politica meridionale è contro il tempo pieno nella scuola del Sud.

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di Ciro Esposito

Grazie al rapporto di “Save the Children” appena pubblicato, che evidenzia la relazione tra mancanza di tempo pieno e dispersione scolastica al Sud, la stampa comincia a parlare di questa larga falla nella scuola meridionale.
Le cifre sono note da tempo e gridano vendetta: su un totale di 917058 alunni delle scuole primarie statali che usufruiscono del tempo pieno, ben il 58,5% frequenta scuole del Nord, solo l’11,7% al Sud o nelle isole e il resto al Centro.
Negli ultimi dieci anni anni la situazione è persino peggiorata.

Con Letizia Moratti ministra della Pubblica Istruzione, le 40 ore del tempo pieno diventarono facoltative (a scelta individuale).
Da allora il Sud non è stato in grado di difendere il tempo pieno e prolungato nelle proprie scuole.

Si può pensare che sia stato attaccato solo dalla destra. Non è così. Infatti, il tempo pieno al Sud sconta il disinteresse della politica e degli enti locali, troppo inetti e subalterni per diventare protagonisti di una vertenza che persegua interessi di carattere generale.

Meglio ripiegare su quel tanto di intermediazione delle risorse che la politica scolastica consente.
In questo senso, il modello peggiore è stato rappresentato da “Scuole Aperte” al tempo di Bassolino Presidente della Campania e del suo assessore comunista all’istruzione, quando furono dispersi in mille rivoli i fondi per la scuola che potevano essere convogliati su obiettivi determinati e misurabili.

La Regione Campania non venne neppure sfiorata dall’idea di trattare con il governo sul tempo pieno, che avrebbe significato più tempo-scuola e più insegnanti (ma liberi e non dipendenti dalle elargizioni politiche su progetti e progettini).
A volte la rinuncia al tempo pieno e prolungato si ammanta di velleità ideologiche. C’è un “terzo settore”, anche di sinistra e anche di estrema sinistra, che rispolvera e piega ai fini della giornata il concetto, di per sé generico e ambiguo, di “comunità educante”.

Al Nord, lì dove la società è più forte, nemmeno si sognano di rinunciare allo Stato e anzi, usano la propria maggiore forza per difendere il tempo pieno istituzionale, più solido, continuativo e strutturato rispetto agli interventi del gruppo, dell’associazione, della realtà di base, i quali hanno comunque necessità del finanziamento statale o privato, che è spesso discontinuo e sempre discrezionale.
I peggiori di tutti sono i rappresentanti del popolo meridionale in Parlamento. A tal proposito mi basta citare un episodio.

Quando si trattò di distribuire i fondi della lotta all’evasione scolastica venne privilegiato il criterio della densità scolastica (più alta al Nord) a quello della densità di abbandono (più alta al Sud).

La Lombardia ottenne più fondi della Campania. Tra i deputati meridionali nessuno ebbe nulla da obiettare, eppure Napoli aveva al governo, in qualità di sottosegretario all’istruzione, il suo più famoso – e santificato – maestro di strada.

Lo Stato latitante che incolpa il napoletano delinquente

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Spesso si tende a considerare l’analisi sociologica di un fenomeno, come una sorta di implicita giustificazione di esso. Così se si fa uno sforzo di valutazione più articolato sulla delinquenza a Napoli, immediatamente si grida al “giustificazionismo” o peggio ancora al negazionismo. La criminalità è una piaga sociale che va affrontata ed avversata senza mezze misure. Ma se è così predominante in talune realtà, è per colpa di uno Stato inefficiente e fin troppo corrotto, che concede al crimine organizzato di sostituirsi al potere statale nell’erogazione di servizi, facendo da cuscinetto ammortizzatore di necessità e bisogni delle fasce più deboli, realizzando un’economia sommersa e parallela che tiene a freno il tappo della disperazione.

La grave e perdurante assenza di Stato, nei quartieri cosiddetti a rischio, è la motivazione principale e non gregaria, dell’aumento del fenomeno criminale, che come facilmente intuibile, si irrobustisce se non subisce una decisa e decisiva opera di contrasto.

Chi con semplificazione o pregiudizio riduce tutto alla predisposizione endemica a compiere atti illeciti, presta il fianco a tesi inconcludenti e razziste, che definendo la questione una faccenda genetica di mentalità, rende quasi ineluttabile un fatto umano, che al contrario invece, come tutti i fatti umani ha un inizio ed una fine.

Laddove le Istituzioni abbandonano i cittadini al degrado, la miseria e persino all’autogestione, si può affermare con disinvoltura che il problema risieda negli effetti della delinquenza e non al contrario nelle sue cause?

Piuttosto che chiacchere e proclami, servono uomini, mezzi, misure di sicurezza e controllo sul territorio, anche con l’introduzione, di “reati promozionali” che abbiano la funzione di far considerare illecite condotte fino ad ora non avvertite come gravi dalla coscienza sociale. Ma questi tipi di provvedimenti che hanno una efficacia nel breve e medio termine, nel lungo periodo necessitano di accorgimenti alternativi: uno Stato degno di tale autorità, dovrebbe favorire iniziative ed attività di aggregazione e impiego nei territori più difficili,  sopratutto attraverso una attenta e capillare formazione scolastica, capace di sopperire all’indifferenza delle famiglie nell’educazione alla legalità.

Nonostante il preoccupante andamento del Mezzogiorno e in particolare della Campania riguardo al fenomeno della dispersione scolastica, il Governo nel 2013 con il “napoletano” Marco Rossi Doria, sottosegretario all’istruzione, ha scelto di investire maggiormente al Centronord i fondi per diminuire l’abbandono scolastico. Dinanzi a tali irragionevolezze, è possibile essere intellettualmente onesti e contemporaneamente ascrivere le problematiche meridionali a questioni di provenienza e latitudine?

La soluzione ad una simile domanda è molto meno cervellotica, anche se evidentemente più scomoda: alcuni quartieri della città, versano in condizioni di degrado per colpa di precise scelte politiche, che fanno delle clientele il più redditizio e conveniente serbatoio elettorale. Un Sud ignorante, non scolarizzato ed illegale è l’assicurazione sulla vita della politica egoista del Nord e di quella ascara del Sud.

Lo Stato silente e connivente, faccia ammenda, si assuma le sue responsabilità e cominci a fare lo Stato. Pretendere del resto, che faccia da Nazione in questa Italia mai nata, sarebbe davvero chiedere troppo.

Flavia Sorrentino.