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Università del Sud, affamate e diffamate: Bari e Napoli ultime in classifca

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Le università migliori d’Italia secondo Miur e Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca)? Verona e Trento, ovviamente, le ultime? Bari e Napoli.

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Chi vuole i Meridionali fuori dal Pubblico Impiego?

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Lo scorso 2 luglio, Il blogger Andrea Sensi era come al solito sintonizzato sulle frequenze di Radio Padania, pronto a commentare sulla sua pagina Facebook l’ennesima perla leghista. Ciò che Sensi ha riportato quel giorno, ripreso anche da “Il Lazzaro”, è agghiacciante, considerando che siamo nel 2015 e Cesare Lombroso è ormai morto da tempo: secondo la radio ufficiale della Lega Nord i cittadini dell’Italia Meridionale rappresentano ancora oggi un problema perché “hanno infestato tutti gli uffici comunali italiani”. Infestato, capite?

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Quello che sorprende è la profonda convinzione che i cittadini del Mezzogiorno abbiano invaso con prepotenza le istituzioni e le pubbliche amministrazioni italiane. Questo muro di pregiudizio non viene scalfito nemmeno col considerare che, per diventare dipendente pubblico, occorre superare un concorso, in taluni casi anche abbastanza complesso, a cui possono partecipare tutti i cittadini italiani aventi determinati requisiti, tra cui possedere una laurea.

Immaginate, dunque, quale gioia abbia potuto scatenare in Padania l’emendamento al ddl sulla Pubblica Amministrazione presentato dal deputato PD Marco Meloni, con il quale si intendeva introdurre il superamento del mero voto minimo di laurea quale requisito per l’accesso ai concorsi e la possibilità di valutarlo in rapporto a fattori inerenti all’istituzione che lo ha assegnato.

“Fattori inerenti all’istituzione” è una formula che lascia spazio a tantissimi scenari, alcuni dei quali ai limiti del diritto di uguaglianza dei cittadini. Se, ad esempio, i pesi degli atenei e dei voti da essi assegnati fossero agganciati a una delle classifiche annuali che ordinano le migliori università, a beneficiare di questo emendamento sarebbero principalmente gli studenti degli atenei meglio piazzati, collocati principalmente al Nord. Ragione per cui, un giovane studente meridionale con basso reddito, seppur bravissimo, sarebbe partito svantaggiato nel partecipare a un concorso pubblico, rispetto a chi si fosse potuto permettere altre scelte.

Consapevole delle pesanti ricadute discriminatorie, il Ministro della Semplificazione e della Pubblica Amministrazione, Marianna Madia, ha fatto marcia indietro dalle colonne de “L’Unità” annunciando il ritiro dell’emendamento, non senza ribadirne l’assoluta buona fede. L’intento non era certo quello di introdurre differenze tra università di serie A e di serie B, ma solo differenziare tra atenei classici e università telematiche, ree di essere di manica troppo larga nell’assegnazione dei punteggi di laurea. Una tempestiva pezza a colori, volta a placare il coro di voci, accademiche e istituzionali, alzatosi contro l’emendamento.

Ma è vero che il Pubblico Impiego prospera solo al Mezzogiorno?

Il ricercatore dell’Università di Messina, Piero David già nel novembre scorso su LaVoce.info aveva raccontato una storia ben diversa: “La riduzione dei dipendenti pubblici nel Mezzogiorno, dal 2008 al 2013, è stata di circa il 15 per cento (87mila posti di lavoro in meno), superiore di cinque punti al dato nazionale (-9,98 per cento). Se pensiamo che nello stesso periodo in Italia se ne sono persi circa 144mila, significa che il 61 per cento di questo risparmio di spesa pubblica dello Stato l’hanno pagato le Regioni meridionali. […] E mentre il Nord in questo periodo [ndr. 2008-2013] aumentava i posti di lavoro in istruzione e sanità di oltre 62 mila unità, della stessa quantità era la riduzione di occupati nello stesso settore al Sud!”

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Per quanto riguarda in particolare il settore universitario e della ricerca, la riduzione delle assunzioni era stata denunciata ancora prima, nell’ottobre 2013, da Marco Esposito, il quale dalle colonne de “Il Mattino”, spiegava con la consueta efficacia cosa si nascondesse davvero dietro al “blocco del turn-over” per gli atenei del Sud. Queste università, tra cui la “Federico II” di Napoli, la SUN di Caserta e le Università di Foggia Bari, Messina e Palermo, ogni 30 professori che andavano in pensione potevano assumere al massimo 2 nuovi docenti, pari a circa il 7% della forza lavoro dismessa (il turn-over), con conseguente drastica riduzione del livello degli insegnamenti. Il tutto ancora più grave se si pensa che in altri atenei, come il Politecnico di Milano, sarebbe stato garantito, a parità di pensionamenti, un rimpiazzo di circa il 73% dei docenti, con punte superiori al 200% nel caso della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa (istituto in cui era rettore l’ex Ministro della Pubblica Istruzione Maria Chiara Carrozza).

Perchè queste disparità? Perchè la percentuale di turn-over era definita sulla base di alcuni parametri come il mantenimento delle spese per il personale sotto un tetto pari all’80% delle entrate di un Istituto e lo stesso livello delle entrate, corrispondenti alle tasse universitarie corrisposte dagli studenti, che dovevano compensare assieme a un fondo pubblico tutti i costi di mantenimento dell’università. Il fatto di applicare tasse universitarie più basse in ragione della minore capacità di reddito, ha penalizzato gli atenei del Mezzogiorno i quali si trovavano a competere con istituti dagli organici meglio assortiti e, dunque, più appetibili per gli studenti.

Come al solito la prima azione da intraprendere per vincere la battaglia per le pari opportunità dei cittadini mediterranei è la contro-informazione. Unione Mediterranea si è attrezzata con la costituzione di dipartimenti di analisi specializzati in diverse materie come l’ambiente, l’istruzione, l’economia, l’identità e la cultura, in modo da fornire una visione delle cose volta a far emergere tutti gli aspetti discriminatori ancora insiti nei provvedimenti normativi.

A tal proposito la portavoce di Unione Mediterranea, Flavia Sorrentino ha dichiarato: “L’Italia continuando a supportare nei fatti le tesi di chi sostiene che con “la cultura non si mangia”, non solo penalizza la crescita, ma aggrava irreversibilmente i divari territoriali. Secondo i dati SVIMEZ, il 64% dei cittadini meridionali, che nel 2011 hanno lasciato il Mezzogiorno per una regione del Centro-Nord, aveva un titolo di studio, diploma o laurea. In tal modo il Sud si impoverisce perchè sostiene i costi del suo capitale umano, ma lo esporta senza avere un ritorno.Ecco perché con UM stiamo costituendo un vero e proprio “Governo ombra del Mezzogiorno”, con funzioni propositive e di denuncia nei confronti delle scelte politiche nazionali. E’ necessario rafforzare l’attività di informazione e di formazione culturale, con l’obiettivo di costituire una futura classe dirigente consapevole, che sappia riavvicinare concretamente la società civile alla politica.”

Di Mattia Di Gennaro