Author Archives: Andrea Melluso

Cosa c’entra il fascismo con il meridionalismo? Niente.

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di Raffaele Vescera

Che c’entra il fascismo con il meridionalismo?
Se qualcuno crede che l’ormai impetuosa consapevolezza neo-meridionalista possa avere un’anima reazionaria, nostalgica, fascista o comunque violenta si sbaglia di grosso. La cultura della violenza politica, del razzismo, del nazionalismo esasperato e del militarismo si è storicamente affermata al Nord dello stivale. Il fascismo, come universalmente riconosciuto, è un fenomeno violento nato tra gli agrari padani che organizzavano squadre armate per reprimere il forte movimento bracciantile. Stessa cosa, è vero, accadeva al Sud, dove gli agrari facevano ricorso alle bande mafiose, ma questo sistema segreto non poteva affermarsi come ideologia politica, cosa che invece avvenne al Nord, dove il fascismo conquistò presto il consenso degli industriali che lo usarono per fermare la ribellione della classe operaia, anche questa violenta in verità. Ma forse quest’ultima aveva l’attenuante della legittima difesa.
Consenso ricevuto anche dal liberalismo italiano, compreso quello di Benedetto Croce, che seppur pentito, ha prodotto danni enormi alla sua gente.

Insieme al controllo degli operai, il capitalismo italiano, uscito rafforzato dalla grande guerra, (costata un milione di morti vieppiù meridionali mandati al macello nelle trincee poiché i settentrionali servivano quale forza lavoro nel triangolo industriale) mirando all’ulteriore espansione produttiva, sposava in pieno la vieta ideologia “imperiale” dei Savoia, coltivata da secoli in Piemonte. Piemonte definito dal Amadeo Bordiga, sodale di Gramsci, uno staterello militarista. Il modello coloniale adottato dal Piemonte, a partire dal ‘700 in Sardegna, una terra letteralmente desertificata, con i Sardi, trattati quale razza inferiore da sfruttare, fu riproposto un secolo dopo nelle Due Sicilie, e il secolo successivo in Africa e nei Balcani.

“L’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”. Scriveva Antonio Gramsci, e ancora: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti.”
Ma la sinistra italiana dimenticava presto queste elementari verità storiche enunciate da Gramsci e sposava essa stessa la teoria interessata di un Sud colpevole della propria povertà. La classe operaia del Nord veniva così messa contro i contadini del Sud, impedendo l’alleanza propugnata da Gramsci, mentre il capitalismo industriale del Nord, votato al fascismo, ben si saldava con quello agrario del Sud. Ancora una volta a rimorchio degli interessi subalpini, dopo l’alleanza “risorgimentale”.

Quando il Piemonte, in guerra permanente da decenni, munito di un esercito mercenario al servizio delle potenze europee, invase le Due Sicilie, si trovò di fronte uno stato pacifico da secoli, dove la retorica militarista di stampo franco-prussiano non aveva mai attecchito tra le classi colte, più propense alla crescita intellettuale illuminata e all’uso delle arti più che delle armi, com’è giusto che sia in uno stato civile. Questa propensione, unita alle convinzioni cristiane della dinastia borbonica, facevano delle Due Sicilie uno stato moderato, comunque in crescita economica e proiettato verso traguardi di civile modernità, com’è accaduto ad altri stati europei di pari condizione che non hanno subito tale devastante, ancorché “fraterna”, occupazione.
L’animo pacifico dei meridionali cozzava con la retorica militarista fascista, capeggiata in gran parte da gerarchi di provenienza padana, come lo stesso Mussolini che, come riporta il diario di Giuseppe Bottai, nel 1935 sosteneva: “Bisognerà fare una marcia su Napoli, per spazzare via chitarre, mandolini, violini e cantastorie.” Poi, nel luglio del 1941, quando Napoli fu colpita dai primi attacchi aerei degli Alleati, Mussolini, secondo quanto riportato nel diario di Galeazzo Ciano, disse: “Sono lieto che Napoli abbia delle notti così severe. La razza diventerà più dura. La guerra farà dei napoletani un popolo nordico”.

Non è un caso che, il divario economico tra Nord e Sud, inesistente nel 1860, come dimostrato da vari studi economici, cresciuto via via a causa dello sfruttamento coloniale imposto al Sud dall’Italia unita, raggiunse il suo massimo storico, durante il ventennio nero: il 50%. Risalito al 68% negli anni ’80, grazie alla pur vituperata azione della Cassa del Mezzogiorno, e ridisceso in seguito, tornava all’attuale 53% . Ciò grazie all’azione politica, in accordo col berlusconismo e la complicità della sinistra, della Lega Nord, altra creatura del capitalismo subalpino, utile a stroncare sul nascere lo sviluppo industriale del Sud, concorrenziale a quello settentrionale. I valori adottati, sempre gli stessi del fascismo: razzismo e disprezzo verso gli “indolenti meridionali”. Tanto indolenti da essere estranei alla violenza fascista e al successivo terrorismo, di sinistra o di destra che fosse, ma tanto coraggiosi da essere stati i primi a ribellarsi, nel ’43 a Napoli, alla belve naziste, cacciate dalla città da donne e scugnizzi partenopei. Ma questa è un’altra storia.

I giovani del Sud costituiscono il peggiore incrocio possibile per i partiti nazionali, perché ?

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.
Ecco perché i giovani del Sud costituiscono il peggiore incrocio possibile per i partiti nazionali in particolare per chi ha governato l’ultima legislatura.
La Calabria, la Sicilia, la Campania e la Puglia riescono ad essere tutte e quattro tra le sei Regioni europee che hanno i più bassi tassi di occupazione tra le 270 nelle quali l’EUROSTAT divide l’Unione Europea per seguirne i principali indicatori.
Ancora peggiori sono i tassi di occupazione nella fascia di età tra i 25 e 34 anni (che è migliore del “tasso di disoccupazione giovanile” che essendo relativo alla fascia 15 – 24 anni è influenzato dagli studenti). Calabria, Sicilia e Campania – tutti e tre con valori inferiori al 40% – sono agli ultimi tre posti assoluti anche se si allarga il confronto, come fa EUROSTAT, alla Turchia, all’Albania e al Montenegro.
Da nessuna parte – persino in un’Europa allargata ai Paesi che hanno chiesto di farne parte – sono meno di 4 su 10 i trentenni che lavorano.
Nei Paesi dell’area del famigerato EURO sono quasi otto.
Ciò che però è grave è che, nell’ultima legislatura questi numeri sono assai peggiorati: in Calabria c’è stato un crollo verticale dal 44 al 36%; in Puglia dal 52 al 45%. 
Questi dati confermano la necessità di costruire una forza politica territoriale che si ponga a difesa di un territorio ignorato, oltre ogni logica costituzionale, da chiunque abbia governato fino ad oggi e con probabilità quasi certe da chi lo farà dopo il 4 marzo.
MO Unione Mediterranea, dopo aver presentato una petizione a Bruxelles per denunciare le condizioni del Mezzogiorno, da lunedì 5 marzo 2018 inizierà un percorso per rivolgere, con le prossime elezioni Europee, le istanze del Mezzogiorno direttamente a Bruxelles. 
I governi italiani sono sordi da 160 anni.

Al sud vogliono il reddito di cittadinanza perché sono sfigati poveracci nullafacenti che si grattano il ventre. Questo quello pensa, e lo scrive su Libero, Vittorio Feltri

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.

Una delle poche note positive dell’età che avanza è la contemporanea saggezza che con lo scorrere degli anni si acquisisce o meglio si dovrebbe acquisire.
Ci sono delle eccezioni dove la saggezza appare inversamente proporzionale al numero degli anni, decrescendo mano a mano che questi aumentano, un esempio eclatante è quello di un anziano signore di Bergamo, tal Vittorio Feltri, che probabilmente ignaro di questa sua simil-demenza senile si sente “Libero” di scrivere su un “Quotidiano” di dubbia qualità che nel sud Italia chi non trova lavoro non è un comune disoccupato ma uno sfigato, poveraccio e lazzarone.
Secondo costui i corregionali del governatore De Luca, del governatore Pittella, del governatore Emiliano,  del governatore Olivierio e del Presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella alle prossime elezioni politiche del 4 marzo saranno orientati a votare il Movimento 5 stelle perché sedotti dalla possibilità di ricevere, grazie alla loro proposta elettorale del reddito di cittadinanza,  denaro  senza lavorare, e che per la loro naturale indole di nullafacenti accoglieranno, Di Maio, Napoletano e affamato pure lui, quale Salvatore della Patria e della pancia, preferendo un illusorio intascamento in massa dell’obolo, al rischio che le altre forze politiche alzino le tasse per mantenerli.
Questi Terroni, sempre secondo il parere dell’anziano bergamasco, dopotutto sono stati abituati dal “laurismo” a grattarsi il ventre piuttosto che a rompersi i coglioni lavorando.
A questo punto noi non sappiamo se il più asservito dei pennivendoli italiani, vero e proprio insulto vivente al concetto di Giornalismo, che scrive nelle pause fra una salamelecco ed un inchino ai propri padroni, sia realmente intaccato da qualche sintomo di demenza senile e questo si traduca spesso in isteriche arringhe destituite di ogni fondamento razionale o documentale, ma se esiste una pena per diffamazione della dignità del popolo meridionale, mi aspetto che i governatori delle Regioni del sud reagiscano a questo insulto dei loro cittadini e che Sergio Mattarella, se pensa di essere Presidente anche del popolo meridionale, ponga un freno a questo continuo insulto perpetrato ai danni dei meridionali, definiti ancora oggi con estrema leggerezza “Terroni”.
Noi di MO Unione Mediterranea non accetteremo più nessun insulto razzista di marca Feltriana.

No meridionalismo? no sud

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di Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea.

Solo chi matura una coscienza meridionalista può contribuire alla nostra causa. Il resto pur, essendo battaglie condivisibili, non possono essere declinate al concetto di meridionalismo.

Tra un mese dovremo scegliere  a quale partito o movimento dare il nostro voto, ho sia amici che “tendono” a sinistra, sia amici che “bazzicano” a destra o che “credono” nei cinquestelle, tutti loro hanno le loro convinzioni e su alcuni punti ognuno di loro ha anche argomenti  condivisibili, ma nessuno verte verso la più grande questione italiana irrisolta: la Questione Meridionale.
Non è retorica, l’Italia ha nel suo sud le Regioni più povere d’Europa e seppur ogni nazione abbia al suo interno territori più o meno ricchi la disomogeneità territoriale presente in Italia non ha eguali in Europa.
Flax Tax, espulsioni, altri 80 euro, università gratis, reddito di cittadinanza, creeranno più occupazione nel Mezzogiorno o quanto meno renderanno almeno equa la disoccupazione?
Miglioreranno le infrastrutture ferroviarie autostradali?
Renderanno degna di uno Stato civile la sanità anche nel sud ?
No, nessuna delle proposte, condivisibili o meno, presente nei programmi dei partiti nazionali, sembra andare incontro alle esigenze di un meridione a rischio desertificazione umana e industriale; i bus che da sud a nord trasportano gli emigrati “Terroni” non subiranno improvvisi cali di clientela; il porto di Gioia Tauro, il più grande porto in Italia per il throughput container, il 9° in Europa ed il 6° nel Mediterraneo, continuerà a non avere le infrastrutture di terra che ne garantirebbero un futuro certo; Matera continuerà ad essere un capoluogo di provincia senza autostrada e senza ferrovia.
L’ elastico della disomogeneità tra il nord e il sud non si accorcerà ed il rischio che si spezzi diventa sempre più concreto.
Solo chi matura una coscienza meridionalista può contribuire alla causa del sud. Il resto saranno anche battaglie condivisibili ma non possono essere declinate al concetto di quel meridionalismo necessario, se non fondamentale, per le necessità del Mezzogiorno.

 

Attacco alla Calabria, Istituzioni non stiano a guardare

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di Massimo Mastruzzo 
Portavoce Nazionale MO Unione Mediterrranea

Un anno fa il Ministero dello Sviluppo Economico ha rilasciato due nuovi permessi di ricerca di idrocarburi, denominati rispettivamente «F.R 41.GM» ed «F.R 42.GM», in favore della società petrolifera statunitense GLOBAL MED LLC per cercare gas e petrolio nel Mar Ionio in due aree contigue pari, rispettivamente, a 748,6 kmq e 748,4 kmq., per complessivi 1.497 kmq.
Gli enti interessati dai decreti di conferimento dei due permessi di ricerca sono:
Regione: Calabria
Province: Crotone, Catanzaro
Comuni: Strongoli, Cropani, Montepaone, Soverato, Borgia, Staletti’, Ciro’ Marina, Sellia Marina, Melissa, Crucoli, Catanzaro, Crotone, Isola di Capo Rizzuto, Botricello, Cutro, Simeri Crichi, Ciro’, Montauro, Squillace, Belcastro.

I due provvedimenti ministeriali (DECRETO MINISTERIALE 15 dicembre 2016 – Numero di Pubblicazione 180 e DECRETO MINISTERIALE 15 dicembre 2016 – Numero di Pubblicazione 181), pubblicati sul BUIG – Bollettino ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse – Anno LX N. 12 – 31 Dicembre 2016, eludono palesemente il divieto fissato dal Decreto Legislativo n. 625 del 25 novembre 1996 che vieta che un singolo operatore possa avere la titolarità di un permesso di ricerca in un’area (terraferma o mare) estesa più di 750 kmq.
Per eludere il divieto di legge, dunque, Global Med ha diviso artificiosamente un’unica area da destinare al medesimo progetto industriale, di estensione pari a 1.497 kmq., in due porzioni contigue, in modo da porsi di sotto della soglia prevista dalla legge.
Sempre al largo delle coste di Crotone e Provincia, Global Med sta per incassare un terzo permesso di ricerca: l’istanza è convenzionalmente denominata d 87 F.R-.GM e la sua area è contigua a quella dei due permessi già rilasciati. Ha un’estensione di 729,5 km2.

A quanto pare, nessuno ha vigilato e monitorato lo stato del procedimento dell’Istanza d 87 F.R-.GM e, adesso, scaduti i termini per fare ricorso al Tar Lazio contro il Decreto di Compatibilità Ambientale (D.M. n. 252 del 26.09.2017), non resta che prepararsi al ricorso al TAR Lazio contro il futuro decreto MISE che accorderà il TERZO Permesso di Ricerca nello Jonio calabrese al medesimo operatore.

Regione Calabria e Comune di Crotone non stiano a guardare, il rischio che corrono le future generazioni di una terra già martoriata è molto alto, le responsabilità delle istituzioni che devono tutelare il territorio sono facilmente individuabili e non assumersele è sinonimo di complicità.
Dopo l’esito negativo della sentenza del Tar Lazio le istituzioni interessate ricorrano al Consiglio di Stato, affidandosi a persone esperte, non a consulenti occasionali poco esperti in materia.
Deve essere rispettata la volontà di tutti i cittadini che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare.

 

Minori che delinquono

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di Antonio Lombardi

Proprio in questo anno appena cominciato, ricorrerà il trentennale dell’approvazione del Codice di procedura penale per i minorenni (D.P.R. n. 448 del 22/9/1988). L’occasione è buona per riflettere un po’ sulla risposta dello Stato in presenza di reati commessi da minori, considerando che gli ultimi episodi di cronaca, a Nord come a Sud, rilanciano fortemente il tema.
I nodi problematici sono molteplici, ne introduciamo alcuni che sembrano fondamentali e che necessiterebbero di un approfondimento e di un eventuale intervento da parte del legislatore. In effetti, questo è un tema scarsamente, o per nulla, affrontato nel corso delle campagne elettorali, ma il Parlamento che si insedierà con le prossime elezioni politiche dovrà probabilmente mettere mano ad una riforma del suddetto codice, partendo dai 30 anni di esperienza sviluppatisi.

In Italia chi non ha compiuto 14 anni al momento in cui ha commesso il reato non è imputabile (art. 97 c.p.). Ciò significa che non può essere processato; verso costui o costei possono essere solo assunti provvedimenti di carattere civile o amministrativo, al fine di facilitare interventi educativi ed eventualmente allontanarlo/la dalla famiglia. In ambito penale, agli infraquattordicenni può al massimo essere applicata una misura di sicurezza, fintantoché perdura la sua eventuale pericolosità sociale: le prescrizioni, cioè delle limitazioni alla libertà (ad esempio: la sera rientrare a casa entro una certa ora, non utilizzare motorini, ecc.) o il collocamento in una comunità educativa, se fugge dalla quale (basta aprire la porta e andarsene) non risponde del reato di evasione, ma certo ne prolunga la durata in ragione del fatto che ancora non si mostra affidabile.
Questo dell’età nella quale si diventa imputabili è un tema delicato e fondamentale, perché in tensione tra due poli: da un lato la consapevolezza che un minore non sempre è pienamente responsabile dei suoi agiti (induzione da parte degli adulti, modelli educativi negativi, ecc.) dall’altro il diritto della collettività ad essere tutelata da giovanissimi che delinquono e, talora, lo fanno in maniera estremamente violenta.

È il caso del tredicenne che nel veronese ha ucciso un senza fissa dimora dandogli fuoco: non imputabile.
Forse è giunto il momento di valutare se abbassare la soglia dell’imputabilità (che, tra l’altro, per effetto dell’art. 98 c.p. potrebbe anche non essere riconosciuta tra i 14 ed i 18 anni se, nel momento in cui ha commesso il fatto, il minore non aveva capacità d’intendere e di volere). Come ci si regola all’estero? Il discorso sarebbe in realtà complesso, perché andrebbe articolato con i differenti sistemi giudiziari e sanzionatori, ma comunque, semplificando, facciamo qualche esempio. In Svizzera e in Grecia si diventa imputabili a 7 anni; in Scozia ad 8, in Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord a 10; in Portogallo ed in Olanda a 12 anni; in Germania la soglia dell’imputabilità è fissata a 14 anni come in Italia, in Finlandia è elevata a 15. Negli Stati Uniti l’età imputabile varia da stato a stato, fino ad un limite minimo di 7 anni. Si badi bene che le statistiche non rivelano alcuna correlazione tra bassa soglia di imputabilità e diminuzione dei reati commessi dai minori: questa precisazione serve a comprendere che un eventuale abbassamento in Italia non va concepito come azione di prevenzione, ma semplicemente (e comunque non è poco) come misura di contenimento finalizzata alla protezione della comunità e all’attivazione di una risposta sanzionatoria –e in quanto tale educativa- nei confronti del minore.

Uno degli istituti cui si fa sovente ricorso nei procedimenti penali a carico di imputati minorenni è la cosiddetta “messa alla prova” (art. 28 D.P.R. 448/88), talvolta anche per gravi reati. In pratica il processo viene sospeso e il minore deve impegnarsi in un progetto educativo che preveda attività di formazione, socializzazione, riparazione, attraverso l’intervento dei servizi sociali.

Se l’esito è positivo il reato viene estinto (in pratica cancellato, senza lasciare alcuna traccia nella vita del minore); viceversa, se l’andamento è negativo, si riprende il processo fino alla sua naturale conclusione. La messa alla prova è stata introdotta in Italia proprio con il nuovo codice di procedura penale per i minorenni e rientra in quella filosofia della “giustizia riparativa” (ti sollecito a riparare il danno che hai fatto, per riabilitarti) che dovrebbe sostituire la “giustizia retributiva” (hai fatto un danno e ti punisco) che, non c’è dubbio, almeno formalmente è un elemento di progresso giuridico. Il problema, dunque, non si pone sul piano ideale, ma su quello sostanziale di un ricorso a tale istituto forse troppo esteso.

Il legislatore potrebbe prevedere, ad esempio, limiti alla sua applicabilità con riferimento a tipologie di reato e/o alle circostanze in cui esso è stato commesso, per dare un segnale educativo forte di condanna del gesto compiuto e al fine di prevenire un pericoloso senso di impunità che il minore potrebbe percepire, in tal caso con una possibile ricaduta sullo sviluppo della sua personalità in senso antisociale.
Il carcere, che attualmente risulta un’ipotesi residuale sia in fase cautelare che esecutiva, potrebbe essere rivalutato nella sua funzione di tutela della comunità, senza naturalmente rinunciare ad un suo orientamento educativo e non meramente contenitivo.

Subire un reato è già di per sé una sventura; subirlo da un minore è una sventura più grande. In generale la vittima del reato è troppo assente nella giustizia in Italia. Esistono servizi pubblici che si prendono specificamente cura dei colpevoli (ed è una buona cosa) ma non delle loro vittime (ed è una pessima cosa), le quali difficilmente possono accedere a qualche forma di aiuto che non sia solo di natura economica.

E comunque, anche in quest’ultimo caso, se a commettere il reato è stato un minorenne, la vittima non può neppure costituirsi parte civile nel procedimento penale a carico di costui “per le restituzioni e il risarcimento del danno cagionato dal reato” (art 10 D.P.R. 448/88): uno sbilanciamento in favore dell’imputato minore che può suonare come una sorta di vessazione sulla vittima del reato. Questa norma andrebbe forse cancellata. Con le parti civili presenti ed operanti nel procedimento, infatti, la responsabilità del minore verrebbe maggiormente enfatizzata e la risposta dello Stato potrebbe essere, non tanto più sanzionatoria, quanto più esigente sul piano riparativo (e dunque educativo).

Non dimentichiamo che anche una collettività può essere vittima di un reato. Immaginiamo un gruppo di tifosi minorenni che insultano e cantano cori razzisti e violenti (Oh Vesuvio, lavali col fuoco! Napoletani colerosi!); immaginiamo che finalmente vengano identificati e denunciati: il Comune -che rappresenta i napoletani- non può costituirsi parte civile nel procedimento penale a loro carico per ottenere un risarcimento del danno, ma deve eventualmente avviare una causa civile separatamente: spese, tempi lunghi e minore incisività del processo penale stesso sui minori imputati. Tanto più, poi, se parliamo di uno stupro o di una rapina o di un omicidio.

È evidente che queste minime riflessioni lasciano tranquillamente il tempo che trovano se lo Stato non si impegna nell’operazione più importante ed urgente: l’educazione delle comunità all’esercizio della responsabilità educativa. Educare ad educare. Urgono percorsi per l’apprendimento della pratica competente e responsabile della genitorialità, servizi ed iniziative sul territorio tesi a sottrarre i bambini e gli adolescenti agli influssi nefasti degli adulti maldestri o malevoli nel dare il buon esempio e trasmettere valori positivi, e ogni altra azione creativa, seria e ben organizzata, finalizzata a rendere le comunità locali delle comunità educanti. E dove non arriva la buona volontà degli adulti deve arrivare lo Stato a escludere quegli adulti stessi –senza troppe cerimonie- dal contatto con i minori a rischio.
L’ipergarantismo degli adulti e in particolare dei genitori, nel settore della tutela dei minori, può rappresentare un duro colpo al diritto di crescita costruttiva di questi ultimi e, alla fine, rivelarsi una ferita inferta alla maggioranza onesta ed inerme dei cittadini.

MO – Unione Mediterranea e la Questione Ambientale.

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di Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea
il 2017 si chiude con la frase ipocrita che arriva dall’Emilia Romagna: Abbiamo deciso di dare una mano a Roma invasa dai rifiuti per l’immagine della città nel mondo.  
Ipocrisia che negli anni ci hanno venduto insieme agli inceneritori, presentati come la soluzione ai rifiuti, ma in realtà fonte di ricco guadagno per i gestori: 200€ a tonnellata mica si buttano via mettendosi a riciclare, con il riciclo si guadagna poco e così gli impianti per il trattamento dei rifiuti sono stati messi in secondo piano dalla programmazione politica e grazie all’art. 35 dello Sblocca Italia i rifiuti da bruciare in questi impianti possono arrivare anche da altre regioni, salvo poi far lacrime di coccodrillo quando si dice di non volere i rifiuti di altre regioni, aizzando così cittadini contro altri cittadini, vittime in realtà degli stessi loschi affari, e l’affare immondizia da bruciare è oro che cola: tanto per fare un esempio, 50 mila tonnellate di rifiuti per 200€ fanno 10 milioni di euro!
Pensiamo all’inceneritore di Brescia (A2a), che nel 2015 ha bruciato 686mila tonnellate di rifiuti, o a quello di Acerra (sempre A2a) che fine farebbero se un intenso lavoro degli impianti di trattamento di rifiuti ne riducesse la quantità a disposizione… meno si brucia meno si guadagna.
Dieci passi verso Rifiuti Zero e riduzione progressiva degli inceneritori.
Un progetto che MO – Unione Mediterranea vuole sviluppare:
1.separazione alla fonte: organizzare la raccolta differenziata. La gestione dei rifiuti non e’ un problema tecnologico, ma organizzativo, dove il valore aggiunto non e’ quindi la tecnologia, ma il coinvolgimento della comunità chiamata a collaborare in un passaggio chiave per attuare la sostenibilità ambientale.
2.raccolta porta a porta: organizzare una raccolta differenziata “porta a porta”, che appare l’unico sistema efficace di RD in grado di raggiungere in poco tempo e su larga scala quote percentuali superiori al 70%. Quattro contenitori per organico, carta, multi materiale e residuo, il cui ritiro e’ previsto secondo un calendario settimanale prestabilito.
3.compostaggio: realizzazione di un impianto di compostaggio da prevedere prevalentemente in aree rurali e quindi vicine ai luoghi di utilizzo da parte degli agricoltori.
4.riciclaggio: realizzazione di piattaforme impiantistiche per il riciclaggio e il recupero dei materiali, finalizzato al reinserimento nella filiera produttiva.
5.riduzione dei rifiuti: diffusione del compostaggio domestico, sostituzione delle stoviglie e bottiglie in plastica, utilizzo dell’acqua del rubinetto (più sana e controllata di quella in bottiglia), utilizzo dei pannolini lavabili, acquisto alla spina di latte, bevande, detergenti, prodotti alimentari, sostituzione degli shoppers in plastica con sporte riutilizzabili.
6.riuso e riparazione: realizzazione di centri per la riparazione, il riuso e la decostruzione degli edifici, in cui beni durevoli, mobili, vestiti, infissi, sanitari, elettrodomestici, vengono riparati, riutilizzati e venduti. Questa tipologia di materiali, che costituisce circa il 3% del totale degli scarti, riveste però un grande valore economico, che può arricchire le imprese locali, con un’ottima resa occupazionale dimostrata da molte esperienze in Nord America e in Australia.
7. tariffazione puntuale: introduzione di sistemi di tariffazione che facciano pagare le utenze sulla base della produzione effettiva di rifiuti non riciclabili da raccogliere. Questo meccanismo premia il comportamento virtuoso dei cittadini e li incoraggia ad acquisti piu’ consapevoli.
8. recupero dei rifiuti: realizzazione di un impianto di recupero e selezione dei rifiuti, in modo da recuperare altri materiali riciclabili sfuggiti alla RD, impedire che rifiuti tossici possano essere inviati nella discarica pubblica transitoria e stabilizzare la frazione organica residua.
9. centro di ricerca e riprogettazione: chiusura del ciclo e analisi del residuo a valle di RD, recupero, riutilizzo, riparazione, riciclaggio, finalizzata alla riprogettazione industriale degli oggetti non riciclabili, e alla fornitura di un feedback alle imprese (realizzando la Responsabilità Estesa del Produttore) e alla promozione di buone pratiche di acquisto, produzione e consumo.
10. azzeramento rifiuti: raggiungimento entro il 2020/2025 dell’ azzeramento dei rifiuti, ricordando che la strategia Rifiuti Zero si situa oltre il riciclaggio. In questo modo Rifiuti Zero, innescato dal “trampolino” del porta a porta, diviene a sua volta “trampolino” per un vasto percorso di sostenibilità, che in modo concreto ci permette di mettere a segno scelte a difesa del pianeta.

Com è strana la politica italiana

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di Massimo Mastruzzo
Confrontarsi con un italiano che vive all’estero, o meglio direttamente con uno straniero, serve per capire come ci vedono oltre i confini nazionali.
Quello che all’estero non riescono a capire è come abbiano fatto gli italiani a resuscitare Berlusconi.
È stato “espulso” dal parlamento,  è stato coinvolto in vicende amorali come il bunga bunga.
Termini come “ad personam” sono diventati di uso comune proprio grazie ai funambolismi legislativi dell’ex cavaliere che ha cercato di sfruttare – con alterne fortune -, le sue maggioranze per garantirsi condizioni favorevoli in aula.
Non si capisce, all’estero, come possa ritornare sulla scena un simbolo così esplicitamente legato all’ex presidente del Milan.
Il cognome di Berlusconi campeggia tronfiamente al centro della grafica, ed appare totalmente fuor di senso il fatto che ad esso sia associata la dicitura “presidente”. Pubblicità ingannevole, dato che il buon Silvio non è candidabile, ed oltreconfine sfugge il motivo per il quale si tolleri questa pratica anche in un settore nominalmente più nobile come la politica.
Il fenomeno dell’incongruo berlusconiano è assolutamente incomprensibile, all’estero, anche perché noi stessi che lo subiamo di persona fatichiamo a spiegarcelo. Spiegare i controsensi del signor biscione ci costringerebbe ad ammettere che il popolo di questa ridicola nazione sia incongruente esso stesso, e forse questo è troppo per l’orgoglio italiano. Eppure è così. Come spiegare altrimenti l’enormità del bacino elettorale berlusconiano da Roma in giù?
Bacino elettorale che sembra ignorare i tre lustri di sostanziale alleanza politica col carroccio, formazione concretamente nordcentica, che propugna politiche a sostanziale svantaggio del sud. Non è retorica se, ad esempio, due mammasantissima padani come Zaia e Galan (veneti) si occupano di un accordo commerciale di interscambio col Canada per il quale vengono presi in considerazione SOLO 3 olî d’oliva, e guardacaso, tutti e 3 veneti.
Si potrebbe obiettare che le recenti ipocrisie salviniane abbiano sdoganato il terrone, e che quindi ora un meridionale possa votare l’accozzaglia lombardo-veneta senza farsi troppi problemi di coscienza, ma – ammesso e non concesso di voler mortificare così tanto le nostre intelligenze – il Matteone nazionale non ha spostato in maniera così massiccia il consenso a mezzogiorno.
Insomma, Berlusconi andava forte al sud anche quando Bossi ce l’aveva duro e spalava platealmente sterco sul sud stesso. Come la spieghi questa cosa, ad uno straniero? Come si può spiegare la posizione dell’indiano che tifa per i cowboy?
Ma anche il Movimento cinque stelle appare, per chi ci osserva, politicamente poco comprensibile. Al primo exploit ci si interrogava sul travolgente successo politico di un comico di professione.
Ora, assodata quest’altra stranezza (già molto più comprensibile, se pensiamo a Ronald Reagan, ad esempio), il dubbio che rimane riguarda l’assoluta refrattarietà (in parte ridimensionata da un cauto quanto incoerente Giggino Di Maio) al compromesso dei pentastellati.
Come può apparire sensato che una forza politica nuova, e dai consensi vastissimi se non oceanici, possa bollare il resto degli italiani come una massa di incompetenti o disonesti? Insomma, una persona poco versata nelle vicende nazionali (e pure io, a dire la verità) si chiederebbe dove siano stati questi Soloni, negli anni passati; dove si nascondeva questa debordante armata di fini intenditori della politica, di portatori sani del senso civico, di paladini dell’onestà. Possibile che l’uomo nuovo italico aspettasse solo la venuta del messia genovese per destarsi da un letargo così ben dissimulato?
Queste sono le alternative ad una sinistra che nei recenti anni di governo si è dimostrata inadeguata. Il 4 marzo si avvicina, ed i dubbi restano. Prima di sciogliere quelli dei nostri amici stranieri, credo faremmo meglio a fare due ragionamenti “in casa”.

Lombroso e lo stato senza nazione

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di Antonio Lombardi

Dobbiamo in qualche modo ringraziare i tifosi dell’Atalanta se, in questi giorni, sta riemergendo la figura inquietante di Cesare Lombroso (che in realtà si chiamava Marco Ezechia Lombroso), il medico di fine ottocento considerato il fondatore dell’antropologia criminale. Li dobbiamo ringraziare –dopo aver abbondantemente stigmatizzato il loro comportamento offensivo allo stadio San Paolo di Napoli il 2 Gennaio, dove hanno esposto una bandiera della loro squadra con l’effige appunto del Lombroso- perché hanno srotolato sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere, la persistenza nella società italiana dell’idea di improbabili giustificazioni biologiche del razzismo.

Nei suoi studi criminologici, Lombroso si opponeva alla cosiddetta scuola classica che ascriveva un’importanza fondamentale alla libertà dell’individuo nel determinarsi, nello scegliere tra azioni criminose e non criminose. Egli, invece, focalizzava l’attenzione su caratteristiche ereditarie (“l’atavismo criminale”) che facevano del delinquente un involuto a stadi primitivi della razza umana e perciò ineluttabilmente spinto, destinato, a delinquere: un delinquente nato.
Il segno chiaro e decisivo di questa degenerazione biologica in senso criminogeno, Lombroso ritenne di scorgerlo durante l’autopsia del calabrese Giuseppe Villella, nella “fossetta occipitale mediana”: correva l’anno 1870.
In realtà, come scrive Maria Teresa Milicia docente di antropologia culturale all’università di Padova, quella dell’autopsia a Villella fu parte della costruzione mediatica del personaggio Lombroso, dal momento che il cosiddetto “brigante” morì nel 1864 e il medico veronese non effettuò l’autopsia, ma solo ebbe a disposizione il cranio [“Lombroso e il brigante”, 2014]. Questo la dice lunga sul rapporto tra autopromozione e inconsistenza, tema quanto mai attuale in politica.

L’interpretazione lombrosiana del fenomeno criminale è stata ampiamente smentita, gli stessi suoi risultati sono basati su criteri metodologici distanti dai moderni approcci e inficiati da approssimazione, grossolanità, assenza o errori nei gruppi di controllo. Tuttavia ci fu un influsso delle idee lombrosiane non solo sulla scienza criminologica per decenni, ma anche sulla politica e –persino oggi lo rileviamo con l’episodio dei tifosi bergamaschi- sull’immaginario razzista.
Lombroso espresse i suoi interessi e studi in materia in un’Italia che si era appena costituita –con i mezzi che attualmente la ricerca storica sta evidenziando nella loro crudeltà – e che vanamente cercava un collante per unire e un supporto per distruggere. Suzanne Stewart-Steinberg, docente di Italian Studies and Comparative Literature alla Brown University di Providence, ha pubblicato un poderoso studio sulla produzione scritta di alcuni autori dell’Italia postunitaria fino all’avvento del fascismo [“The Pinocchio Effect. On making Italians, 1860-1920”, 2007], attraverso il quale esplora la complessità di uno stato appena fondato, alla ricerca di una nazione inesistente: quella italiana.

Tra gli autori che la studiosa rilegge, c’è anche Lombroso, che sembra l’epigone della paura del diverso, della maledizione oscura dell’altro perduto e ritrovato nei suoi dettagli che lo decostruiscono da essere umano moderno e lo ricostruiscono, primitivo, come folle e criminale: uno stigma indelebile come un tatuaggio.

E nell’Italia unita, forzatamente unita e pertanto perdutamente disunita, l’opera di Lombroso sembrava adatta a fornire un sostrato utile a quella ricerca disperata di un’idea di italianità e di un disfacimento di tutto ciò che la negava, anzi che ne mostrava l’impossibilità. Il meridionale delinquente per nascita, sovversivo per arretratezza, biologicamente irredimibile, offriva una sponda forte ad uno stato senza nazione, che tale è rimasto dopo 157 anni.

Politiche 2018 – La questione per noi è MO!

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di Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

Dopo quasi 160 anni, non solo non sono stati fatti gli italiani, ma – senza nessuna retorica e stando al riscontro dei dati concreti -, non è stata fatta neanche l’Italia. Almeno a Sud non ce ne siamo accorti.

Ma tralasciamo l’antica questione della mala unificazione ottocentesca. Quelli sono fatti assodati. Concentriamoci sulla fase repubblicana di questa nazione: neanche in questo caso il Sud ne esce bene, e basta constatare quanto la carta costituzionale sia disattesa. Leggiamo l’articolo 3:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

Appurata, si spera, l’assenza di responsabilità antropologiche a carico dei meridionali, vi sembra che oggi ci siano le condizioni per poter affermare che questa Repubblica abbia rimosso “ostacoli di ordine economico e sociale, che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini“?

Ultimamente non è riuscita nemmeno a rimuovere quattro sassi per provare a ridurre l’ iniquità tra le infrastrutture autostradali e ferroviarie del sud e del nord. Nel solo 2016 hanno lasciato l’Italia 124mila giovani: il 40 per cento ha tra i 18 e i 24 anni e parte per lo più dalle grandi città del sud. Cosenza, Salerno, Agrigento, Napoli, Catania e Palermo  sei tra le prime dieci città che si svuotano senza che ci sia un ricambio (Rapporto Caritas-Migrantes).

Quanto alla crescita, nel terzo trimestre del 2017 il tasso di occupazione dei giovani under 34 in Italia è del 41,3, solo che al Nord è del 50,7 e a Sud 29,5, dice l’Istat. Una donna residente al Sud ha meno della metà delle possibilità di trovare un lavoro rispetto a una nata o emigrata a Nord, dove il tasso di occupazione femminile è del 44,9 per cento a fronte del 22,3 per cento del Sud.

Tra gli under 34 i disoccupati a Sud sono “solo” il 27,9…“solo” perché l’Istat considera “disoccupati”  quelli che cercano lavoro.  I Neet, quelli che non studiano e non lavorano, sono aumentati in modo vertiginoso negli anni della crisi: sono 3 milioni e 300 mila in totale, un giovane italiano su 4, e un milione e 800mila solo a Sud.

Ma non è finita, andando avanti con gli anni il dato peggiora: nella fascia tra i 25 e i 29 anni, a Sud, quelli che hanno terminato gli studi e che ancora non hanno trovato un lavoro sono il 46 per cento del totale. Nella fascia tra i 30 e i 34 anni la quota sale al 47 per cento del totale e al 57 per cento tra le donne.

Il sud è, secondo dati Svimez, a rischio concreto di desertificazione umana.

Non ci sarà nessuna salvezza senza una razionale politica di rilancio del Mezzogiorno che investa e si assuma i rischi di questo investimento. Lo stato a Sud si vede quando deve venire a proteggere gli interessi (certi) di qualcun altro. La questione TAP è emblematica: opera certamente strategica, dal ritorno sicuro, utile a tutti (senza distinzione di latitudine), dannosa per pochi (sempre i soliti, geograficamente ben loclizzati). Ma questo non è un investimento. Queste opere non hanno prospettiva. Il sud non crescerà facendo da culla ai tubi interrati. Bisogna chiedere politiche coraggiose, fidarsi delle popolazioni meridionali. Almeno una volta, in 160 anni.

Abbiamo bisogno di uno stato che si assuma il rischio dell’investimento; uno stato che – ad esempio -, ritenga strategica una rete autostradale e ferroviaria sulla costa ionica calabrese, che punti sullo sviluppo interportuale dell’hub di Gioia Tauro oltre che su quello di Genova e Trieste.

Nella probabilmente inutile attesa di questa assunzione di responsabilità non ci sembra sbagliato affermare che finora non si è realizzata nessuna Italia e questa non è retorica ma triste realtà.

 

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