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Comunicato “Terra di Lavoro”

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COMUNICATO 1/16
Nella serata di lunedì 24 ottobre il circolo casertano “Terra di Lavoro” di MO Unione Mediterranea ha avuto il piacere di incontrare il Segretario nazionale del Movimento, Pierluigi Peperoni, eletto nell’ultimo congresso. C’è stata una serena e costruttiva discussione su ciò che il Movimento dovrebbe mettere in campo, sia sul piano prettamente politico che operativo. Gli attivisti del circolo hanno manifestato l’idea di allargare quanto più possibile la partecipazione, soprattutto di giovani, pensando di suddividere gli iscritti in simpatizzanti ed operativi, magari con qualche differenza nel costo della tessera. Ciò potrebbe favorire l’avvicinamento di chi, pur volendosi iscrivere al Movimento, non ha la possibilità economica per farlo e, nel contempo, potrebbe diventare da simpatizzante un attivista, quindi collaborare operativamente. Il Segretario si è impegnato a ragionare su questa proposta ed eventualmente portarla nelle sedi opportune. La discussione si è poi incentrata sui prossimi appuntamenti e su come affrontarli operativamente. Il circolo resterà, naturalmente, impegnato a seguire le vicende politiche sul territorio oltre a partecipare ad eventi di carattere sociale in modo da aumentare la visibilità della proposta politica del Movimento, continuando in questo senso sulla scia delle ultime elezioni amministrative che hanno visto il circolo casertano impegnato con propri candidati alla carica di consiglieri comunali del capoluogo. L’attenzione sarà focalizzata anche e soprattutto in questa fase, sulla prossima consultazione referendaria che vede il circolo sostenere le ragioni del no, soprattutto per le modifiche all’articolo 116 ed il relativo regionalismo differenziato. Gli attivisti saranno impegnati con banchetti informativi oltre a partecipare ad eventi organizzati sul territorio insieme ad altre organizzazioni. Proprio riguardo l’organizzazione di incontri e dibattiti gli attivisti hanno anticipato che a Caserta si organizzerà un incontro pubblico insieme ad altre realtà e naturalmente hanno manifestato la volontà che qualche esponente di spicco del Movimento partecipi. Il Segretario Peperoni ha naturalmente accolto tale richiesta per poi sciogliere la riunione dandosi appuntamento a breve oltre che partecipando, tramite il forum, alle discussioni e proposte dei vari circoli sparsi sul territorio.

Circolo “Terra di Lavoro”
Caserta

La riforma costituzionale vista da SUD

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Ecco perché votereMO NO!

La chiamano “ Riforma delle riforme”, il proseguo di un cammino politico iniziato con ciò che  potrebbe essere definito  ‘presa al potere’ del Premier Matteo Renzi. Non esiste  espressione più adatta per la modalità  in cui Matteo Renzi è divenuto capo del Governo. Così, con un premier privo di un’ampia  base di consensi , sostenuto dai poteri forti nazionali, nominato da un parlamento scarsamente rappresentativo ed eletto attraverso una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale, il  giorno 4 dicembre saremo chiamati a esprimerci sulla riforma costituzionale.

Ma procediamo per piccoli passi,  e spieghiamo perché MO! Unione Mediterranea milita tra le file del NO.

In questi mesi siamo stati bombardati mediaticamente da parole come “semplificazione”, “risparmio”, “virtuose”, inserite all’interno di   un linguaggio creato per adattarsi al volere del potente di turno. Le false dichiarazioni e mezze verità, però,  facilmente possono essere smentite.

Si fa passare, ad esempio, il concetto di semplificazione legislativa come salvezza da tutti i mali del sistema parlamentare italiano. In realtà,  se  si semplifica  nel senso indicato dai sostenitori del sì, con la fine del bicameralismo perfetto,  si ridurranno soltanto i tempi per  controllare su cosa si sta legiferando.

Risparmio. Non verranno ridotti i costi della politica, poiché ad essere depennate saranno solamente le indennità, mentre ben sappiamo che le spese politiche gravose, dipendono soprattutto dalla gestione degli immobili, dei servizi, del personale. Il risparmio, tanto sbandierato da Renzi e i suoi,  è stato quantificato dalla Ragioneria di Stato in 50 milioni di Euro all’anno. Meno di un caffè annuale per ogni italiano. Per questa cifra irrisoria, tolgono un pezzo di democrazia: i senatori, che continueranno ad avere comunque una voce importante su determinate leggi, quali ad esempio quelle di conversione dei decreti europei, non saranno più eletti dal popolo, ma – non si sa bene come – saranno scelti tra consiglieri regionali e sindaci dei comuni capoluogo. Il risparmio che ci vendono è in realtà una contrazione di diritti democratici.

Ancora di più si perderanno contrappesi democratici se i deputati dell’unica Camera saranno eletti con un sistema come l’Italicum, in cui la rappresentanza viene del tutto svilita, mortificata, con un premio di maggioranza abnorme in un sistema tripolare quale è l’Italia e i capilista bloccati scelti dalle segreterie di partito. La semplificazione sbandierata dai sostenitori del sì sarà in realtà una maggiore concentrazione di potere in mano al capo del partito di maggioranza relativa (molto relativa) che sceglierà il 55% dei seggi con percentuali che potranno, al primo turno, essere anche inferiori al 30%, mentre al ballottaggio si correrà il rischio di avere un’altissima percentuale di astenuti, se a quelli oramai fisiologici delle democrazie occidentali si aggiungeranno gli elettori della forza politica arrivata terza al primo turno.

Bisogna inoltre sottolineare che tra le modifiche proposte vi è l’innalzamento del numero di firme necessario per presentare una legge di iniziativa popolare che passa da 50.000 a 150.000. Si conferma che l’iniziativa popolare è temuta e se ne triplica la soglia come se frenare uno strumento democratico fosse un bene. Diverso sarebbe stato se si fossero introdotti principi di democrazia diretta digitale con la possibilità di raccogliere le firme online in modo certificato. Una modifica di pari spirito riguarda i referendum: si abbassa il quorum per la loro validità a patto che le firme salgano da 500mila a 800mila.

L’impatto della riforma sui territori del mezzogiorno

MO! Unione Mediterranea, vuol però dare, con tale  documento, una panoramica da Sud. Quali quindi gli effetti che si presenteranno  come particolarmente dannosi per le regioni meridionali? In particolare cosa succederebbe se dovesse passare la riforma e quindi venisse approvata  la modifica del Titolo V della Carta Costituzionale?

La riforma, con la  modifica del titolo V della Costituzione, riporta tutta una serie di materie  sotto l’egida esclusiva dello Stato, e toglie la possibilità per le regioni di legiferare in autonomia su tali materie.
L’art. 116 del Titolo V, modificato tra l’altro da Calderoli, prevede la possibilità per le Regioni ”virtuose” di poter ancora legiferare su alcuni temi importanti.
Cosa significa in realtà “virtuose”? Virtuose significa ricche, nell’attuale vocabolario del linguaggio politico. Vengono infatti definite virtuose le regioni che riescono a raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio.

Di seguito uno specchietto riepilogativo delle materie di competenza.

Materie di competenza delle sole regioni “virtuose” Materie di competenza regionale Materie di competenza statale
• organizzazione della giustizia di pace;
• politiche sociali;
• istruzione;
• ordinamento scolastico;
• istruzione universitaria e ricerca scientifica e tecnologica;
• politiche attive del lavoro;
• istruzione e formazione professionale;
• commercio con l’estero;
• tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici;
• ambiente ed ecosistema;
• ordinamento sportivo;
• attività culturali e turismo;
• governo del territorio.
• rappresentanza delle minoranze linguistiche;
• pianificazione del territorio regionale e mobilità al
suo interno;
• dotazione infrastrutturale;
• programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali
• promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale;
• fatta salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, servizi scolastici, di promozione
del diritto allo studio, anche
universitario;
• per quanto di interesse regionale, attività culturali, della promozione dei beni ambientali, culturali e paesaggistici, di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo, di regolazione, sulla base di apposite intese concluse in ambito regionale, delle relazioni finanziarie tra gli enti territoriali della Regione per il rispetto degli obiettivi programmatici regionali e locali di finanza pubblica, nonché in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato.
• rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni;
• tutela e sicurezza del lavoro (per la parte non rientrante nelle politiche attive del lavoro);
• professioni;
• sostegno all’innovazione per i settori produttivi;
• tutela della salute;
• alimentazione;
• protezione civile;
• porti e aeroporti civili;
• grandi reti di trasporto e di navigazione;
• ordinamento della comunicazione;
• produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia;
• previdenza complementare e integrativa;
• coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario;
• casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale;
• enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale.

Va notato che da questa ripartizione vanno escluse le regioni a Statuto Speciale che mantengono tutti i poteri a loro attribuiti.

Il problema che si pone per le regioni del mezzogiorno è che, dato l’impianto normativo in vigore e gli squilibri economici cui sono sottoposte, l’obiettivo del pareggio di bilancio non è raggiungibile se non privando i cittadini dei servizi sociali che spetterebbero loro di diritto.

Quali rischi corrono le regioni non virtuose? Pensiamo, ad esempio, al caso in cui il Governo si trovi costretto a scegliere un sito dove stoccare scorie radioattive di vecchie centrali nucleari dismesse: quale sito sceglierà? Quello di una regione ricca in pareggio di bilancio che avrà potuto legiferare in autonomia che sul proprio territorio non si stoccano scorie radioattive, o quello di una Regione povera che non avrà potuto farlo? Quali saranno i cittadini che avranno meno voce, meno autonomia di scelta?

Con tale riforma, dunque,  verrà attuato un regionalismo differenziato discriminante, ai danni di tutte le regioni del mezzogiorno ordinario che non avranno poteri decisionali in molti ambiti cruciali. Il nuovo testo modifica profondamente l’articolo 116 della costituzione definendo quindi 13 materie di competenza regionale differenziata disponendo quanto segue: le Regioni in equilibrio di bilancio tra entrate e spese avranno maggiore autonomia legislativa, per tutte le altre tali materie tornano ad essere di competenza esclusiva dello Stato. Un “regionalismo differenziato”,  cui traduzione in termini di colonialismo interno è semplice: le regioni più ricche, ovvero quelle del nord, avranno notevole potere decisionale anche su temi cruciali, per quelle più povere deciderà invece lo stato centrale..

Già di per sé riconoscere diritti differenti, seppure su base regionale, a cittadini che in teoria dovrebbero appartenere allo stesso stato, in base a criteri meramente economici, rappresenta un inaccettabile passo indietro rispetto al concetto stesso di civiltà giuridica, tuttavia la questione diventa paradossale se si considera che le regioni più ricche, quelle in cui le entrate tributarie sono maggiori, godono di tale status anche a spese del sud.

Basti pensare a tutte le  riforme che strutturalmente, giorno per giorno, sottraggono risorse al Mezzogiorno. Solo per citarne alcune: il trasferimento al nord della proprietà di quasi tutte le banche meridionali, iniziato con la legge Amato 218/1990, il federalismo energetico (D.Lgs. 185/2008), grazie al quale produciamo più energia di quella che consumiamo, ne smistiamo l’eccesso al Nord ed in cambio paghiamo bollette più salate. Negli ultimi 10 anni le regioni meridionali hanno dovuto, inoltre, sopportare la vergognosa applicazione del federalismo fiscale che con trucchi come gli 0 per gli asili nido (700 milioni sottratti ai comuni del sud), meno fondi alla sanità nelle regioni dove l’aspettativa di vita è più bassa, meno fondi per la manutenzione stradale dove ci sono più disoccupati…

La “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.” Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

La sottrazione di risorse fiscali è particolarmente rilevante se si considera che mediamente oltre il 90% dei prodotti acquistati nel Mezzogiorno provengono da aziende con sede al nord e che in base a dati Bankitalia (anno 2012), ben il 96% delle aziende settentrionali ha come mercato di riferimento la nostra terra. A ciò va aggiunto che se per quanto riguarda il cosiddetto carrello della spesa possiamo contare ancora su una seppur minima possibilità di scelta, per tutta una serie di servizi irrinunciabili siamo invece pressoché costretti a comprare da aziende con sede legale al nord, dato che Enel, Eni, Snam Gas, Poste Italiane e Trenitalia, ma anche banche, assicurazioni, Tv e compagnie telefoniche non hanno mai la sede legale più a sud di Roma. Il regionalismo differenziato è già di per sé aberrante, in quanto sembra riproporre  su base regionale l’arcaico concetto di partecipazione alla democrazia in base al censo, tuttavia letto nel quadro complessivo rappresentato da federalismo energetico e fiscale e dall’assetto proprietario di banche, assicurazioni, grande distribuzione e altre grandi aziende del paese, esso significa per il Mezzogiorno essere condannato alla condizione di colonia interna “per costituzione”.

Si consuma in tal modo il disegno monopolistico dei commissariamenti e delle ricette nord- centriste applicate ai territori meridionali, ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate dalla Costituzione. Dopo 156 anni di mala unità, l’attuale governo, di fatto, sta tentando di costituzionalizzare il colonialismo interno.

Depauperamento di risorse, sfruttamento e differenzazione nella distribuzione di servizi socio-sanitari ci hanno messo in ginocchio con il volto chino di chi vien considerato inferiore dalla storia del passato e del presente; ora stanno cercando con ogni mezzo di non farci rialzare, di far affievolire l’impeto del riscatto.

Il 4 dicembre saremo chiamati ad esprime la scelta. Questa volta però l’astensionismo e la disinformazione potrebbero portare ad un esito rovinoso per il sud Italia; il voto dei cittadini viene contemplato dall’articolo 48 della Costituzione come un dovere civico, ma questo non basta. Il voto è in realtà, un potere, una delle poche forme di potere decisionale rimasteci .

AndiaMo a votare NO, consapevoli di quanto sia importante difendere le autonomie locali perché i nostri territori non si faranno governare senza tener conto della volontà delle popolazioni. VotiaMo No  per noi stessi e per la nostra terra,  per il   nostro diritto ad essere liberi ed a trascinare sul banco degli imputati le classi dirigenti corrotte dei partiti politici nazionali.

Perché la riforma Renzi-Boschi costituzionalizza il colonialismo interno

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di Flavia Sorrentino

Con la modifica della Carta Costituzionale numerose “materie concorrenti” tornano ad essere di competenza esclusiva dello Stato. Tra queste: ambiente, tecnologia, istruzione, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni. Ciononostante, le Regioni più ricche, in equilibrio di bilancio tra entrate e spese, su tali materie avranno maggiore autonomia legislativa secondo il cosiddetto “regionalismo differenziato” con cui si attribuiscono formalmente per qualità e quantità poteri diversi alle regioni ordinarie (art.116). Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, potranno scegliere come proteggere il proprio patrimonio paesaggistico; se consentire trivellazioni; prenderanno decisioni proprie su come organizzare l’istruzione scolastica, il turismo, i rapporti commerciali con l’estero e così via. La Calabria invece, maglia nera di povertà tra le regioni italiane, su materie come energia, attività turistiche, tutela dell’ambiente, dipenderà in tutto e per tutto dalle scelte dello Stato Centrale.

Si consuma in tal modo il disegno monopolista dei commissariamenti e delle ricette nord-centriste applicate ai territori meridionali. Ciò che si cela dietro millantate applicazioni di meritocrazia amministrativa, coincide con l’interpretazione punitiva e non perequativa delle autonomie locali previste e disciplinate della Costituzione. La supremazia decisionista del potere politico di Roma è uno dei veri e più insidiosi pericoli di questa riforma. Non stupisce, ma deve far riflettere, il totale disinteresse degli organi di informazione sulla modifica del titolo V. Imbarazzante, il totale disinteresse dei politici meridionali di maggioranza e di opposizione, eterodiretti dai propri partiti di riferimento.

Le disquisizioni sul Senato delle Regioni, sul numero dei parlamentari o sul Cnel sono tutte interessanti, peccato che qui si stia decidendo altrove il futuro della parte più debole e sacrificata del paese. Sappiamo quanto ci sia da preoccuparsi quando l’Italia sceglie al posto nostro, ma soprattutto quanto sia importante difendere le autonomie locali in riferimento ad argomenti che non possono essere affrontati senza tener conto della volontà delle popolazioni e dei territori. Il 4 Dicembre andiamo a votare il potere di forza della nostra autodeterminazione. Sottovalutare questa occasione rappresenterebbe un peccato imperdonabile per chi vuole fare dell’autonomia la costruzione di un modello coraggioso di autogoverno, che metta al centro dei processi decisionali il volere del popolo sovrano, non solo con il fascino delle parole ma attraverso l’audacia e la forza concreta dei fatti.

Nuova Costituzione, qualche ciliegina e molta panna marcia

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Perché al referendum è necessario votare un secco NO

Con 49 articoli cambiati su 139 la  riforma della Costituzione firmata Renzi-Boschi è una vera e propria riscrittura della Carta  Costituzionale entrata in vigore nel 1948 e riformata in misura considerevole una prima volta nel 2001. Sul testo Renzi-Boschi, approvato dal Parlamento con numerosi emendamenti, sarà indispensabile il voto finale degli italiani, il quale si terrà nell’autunno 2016. Ci sono due precedenti di referendum su cambiamenti della Costituzione: nel 2001 gli elettori approvarono la riforma del Centrosinistra, che dava più poteri alle Regioni e introduceva il federalismo fiscale solidale; mentre nel 2006 fu bocciata quella scritta da Berlusconi e Bossi. Il referendum costituzionale, quindi, è un passaggio fondamentale e, visto che non è necessario il quorum perché la consultazione sia valida, ogni singolo voto può essere quello decisivo. Ecco perché informarsi è necessario. Proviamo a dividere l’analisi in quattro parti: quello che c’è di buono, quello che in apparenza è positivo ma in sostanza ha poco peso, quello che ci si poteva aspettare e non c’è, quello che c’è e appare dannoso in particolare per la nostra terra meridionale. In un referendum naturalmente la riforma va proposta o respinta in blocco, non è possibile pescare solo le parti che piacciono. A nostro parere la riforma appare una torta con tanta panna marcia e qualche ciliegina.

Quello che c’è di buono: le ciliegine

  • Camera e Senato non sono più un doppione.
  • Viene eliminato il Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro.
  • C’è un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali.
  • C’è una valutazione preventiva di legittimità delle leggi elettorali.

Quello che appare positivo ma in sostanza pesa poco o funziona male:

  • La cancellazione della parola Provincia.
  • L’azzeramento dell’indennità dei senatori.
  • La semplificazione dell’iter legislativo.
  • La rappresentanza in Senato degli enti territoriali.

Quello che ci poteva essere e non c’è:

  • La riduzione del numero di deputati: restano 630.
  • L’accorpamento delle Regioni più piccole: restano 19 più due Province autonome.

Quello che appare dannoso, in particolare per il Sud:

  • Il meccanismo dei poteri differenziati per le Regioni: maggiori negli enti ricchi.
  • L’accentramento nelle mani del governo di poteri su materie delicate per le popolazioni e i territori, come l’energia e le trivellazioni.
  • L’aumento da 50mila a 150mila delle firme per una legge d’iniziativa popolare.

 

Entriamo nel dettaglio. Quello che c’è di buono.

 

Camera e Senato non sono più un doppione.

Solo la Camera vota la fiducia al governo e solo i deputati rappresentano la Nazione mentre i senatori rappresentano gli Enti territoriali. Si torna in pratica allo spirito originario della Costituzione che tendeva appunto a differenziare le funzioni. In particolare in origine il Senato restava in carica sei anni, quindi uno in più della Camera. Adesso il Senato diventa un organo a rinnovo parziale perché il rinnovo dei senatori è legato a quello delle Regioni, che non votano in modo simultaneo.

 

Viene eliminato il Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro.

Il Cnel fu introdotto nella Costituzione per dare un ruolo alle rappresentanze sociali, tuttavia la funzione del Cnel è stata sempre residuale – studi, pareri, qualche proposta di legge –  a fronte di costi non trascurabili: 19 milioni l’anno. Il personale del Cnel viene ricollocato presso la Corte dei Conti.

 

C’è un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali.

Non potranno guadagnare più del sindaco del Comune capoluogo di Regione. Oggi le indennità sono agganciate a quelle dei parlamentari. In pratica la retribuzione dei consiglieri regionali viene dimezzata.

 

C’è una valutazione preventiva di legittimità delle leggi elettorali.

Non sarà più possibile approvare una legge Porcellum. La riforma si applica all’Italicum, che riproduce le candidature bloccate per tutti i capilista, se ci sarà la richiesta di un quarto dei deputati o di un terzo dei senatori.

 

Quello che appare positivo ma in sostanza pesa poco o funziona male

 

La cancellazione della parola Provincia.

Nel nuovo articolo 114 si elencano gli enti costitutivi della Repubblica: Regioni, Comuni e Città metropolitane. Sparisce la parola Provincia ma, in riferimento alle loro funzioni, si parla di “enti di area vasta”. Per cui la sostanza non cambia. Va sottolineato che le Città metropolitane, nonostante la conferma del riconoscimento istituzionale, sono escluse dalla rappresentanza nel nuovo Senato.

 

L’azzeramento dell’indennità dei senatori.

In tempi di antipolitica sembra che ogni centesimo dato a un politico sia denaro buttato. In realtà un politico a reddito molto basso o addirittura zero è una persona che vive di qualcos’altro. Per i senatori sarebbe stato corretto che non cumulassero le indennità di sindaco o di consigliere regionale con quella appunto di senatore, stabilendo un tetto massimo. La scelta della indennità zero porterà all’assurdo di senatori pagati poche centinaia di euro al mese (come i sindaci di piccoli comuni, che pure dovranno essere rappresentati) fino alla vergogna di senatori di nomina presidenziale in carica sette anni a indennità zero. Si dirà che il presidente della Repubblica è tenuto a nominare persone che hanno dato lustro al paese e che quindi si presume abbiano un reddito elevato. Ma perché si deve associare sempre la qualità delle persone al proprio reddito? Alex Zanotelli è una persona di straordinarie qualità: se come merita sarà nominato senatore dovrà pagarsi ogni volta il treno per Roma e l’albergo?

 

La semplificazione dell’iter legislativo.

Non è vero che le leggi di interesse generale sono approvate solo dalla Camera, senza più il doppio passaggio parlamentare. Il Senato infatti su qualsiasi materia può chiedere (basta un terzo dei componenti) di esaminare i disegni di legge approvati dalla Camera e fare entro 30 giorni le sue proposte di modifica, che la Camera è tenuta a discutere, approvare o respingere. In pratica si replica quanto accade già oggi con i passaggi parlamentari che sono di fatto ricondotti a tre: prima approvazione alla Camera o al Senato, approvazione con modifiche dall’altro ramo del parlamento, terza lettura e approvazione definitiva senza modifiche. L’unica novità è che adesso sarebbe obbligatorio partire dalla Camera e che le modifiche introdotte dal Senato non sarebbero vincolanti.

 

La rappresentanza in Senato degli enti territoriali.

Il Senato è ridotto da 315 a 95 membri (più cinque senatori di nomina presidenziale, non più a vita ma con incarico settennale). I senatori non hanno più indennità parlamentare. Il Senato ha il potere di approvare alcune tipologie di leggi (in concorso con la Camera), di svolgere funzioni di raccordo tra lo Stato, le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni nonché di verificare l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Tuttavia il Senato è monco nella rappresentanza (non sono previsti rappresentanti delle Città metropolitane ma solo di Regioni – 74 senatori – e Comuni – 21 senatori) e non ha il potere di “controllo sull’operato del governo”, che è funzione attribuita alla sola Camera dei deputati. Il suo potere legislativo limitato a poche materie tra le quali sono incredibilmente escluse alcune delicatissime proprio per i territori: la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale (art. 117), i tributi locali, il fondo di perequazione, i costi e fabbisogni degli enti locali (art. 119). In pratica il governo con la “sua” maggioranza alla Camera può approvare leggi di immediato interesse per Regioni, Comuni e Città metropolitane senza che il Senato, dove questi enti sono rappresentati, abbia potere legislativo.

 

Quello che ci poteva essere e non c’è

 

La riduzione del numero di deputati: restano 630.

Nella campagna elettorale delle primarie, un manifesto di Matteo Renzi prometteva: “se vince Renzi dimezziamo i parlamentari”.

 

L’accorpamento delle Regioni più piccole: restano 19 più due Province autonome.

La frammentazione del mezzogiorno è tra le cause della sua debolezza.

 

Quello che appare dannoso, in particolare per il Sud

 

Il meccanismo dei poteri differenziati per le Regioni: maggiori negli enti ricchi.

Con il nuovo articolo 116 si specifica che solo le Regioni in equilibrio tra entrate e spese del proprio bilancio (quindi sono favorite le Regioni ricche, che hanno entrate proprie maggiori) possono ottenere maggiori poteri legislativi su materie non secondarie quali: istruzione, ordinamento scolastico, istruzione universitaria; programmazione strategica della ricerca e tecnologica; politiche attive del lavoro e istruzione e formazione professionale; commercio con l’estero; beni culturali e paesaggistici; ambiente e ecosistema; ordinamento sportivo; attività culturali; turismo; governo del territorio. In pratica la Lombardia e il Veneto potranno avere proprie leggi sul commercio con l’estero, potranno tutelare il proprio ambiente dalle trivellazioni, potranno organizzare l’istruzione anche superiore nell’interesse dei soli residenti mentre Campania, Puglia e Calabria dipenderanno in tutto e per tutto dalle volontà del governo centrale. Nella ripartizione delle materie ci sono aspetti curiosi per esempio sul turismo. La nuova Costituzione attribuisce allo Stato le “disposizioni generali e comuni sul turismo” e alle Regioni quelle “di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo”. Ma una Regione che si avvale dei maggiori poteri in materia di turismo cosa potrà fare di più senza entrare in conflitto con lo Stato o con le altre Regioni?

 

L’accentramento nelle mani del governo di poteri su materie delicate per le popolazioni e i territori, come l’energia e le trivellazioni.

Con la Costituzione in vigore le Regioni perdono poteri su materie delicate per i territori come l’energia. Produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia diventano infatti di competenza esclusiva dello Stato, così come i porti e gli aeroporti. Le Regioni ricche potranno recuperare i poteri attuali grazie al “regionalismo differenziato” (si chiama proprio così). Le popolazioni dei territori “differentemente ricchi” invece non potranno metter becco su questioni delicate come lo sfruttamento energetico: trivellazioni, gasdotti, centrali a carbone. L’ambiente non è più nelle mani delle popolazioni locali.

 

L’aumento da 50mila a 150mila delle firme per una legge d’iniziativa popolare.

A conferma che l’iniziativa popolare è temuta, si triplica la soglia come se frenare uno strumento democratico fosse un bene. Diverso sarebbe stato se si fossero introdotti principi di e-democracy con la possibilità di raccogliere le firme online in modo certificato. Una modifica di pari spirito riguarda i referendum: si abbassa il quorum per la loro validità a patto che le firme salgano da 500mila a 800mila.

Legge di Stabilità, dov’ è finito il Masterplan per il Sud?

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di Lino Patruno, articolo del 12/10/ 2015 su La Gazzetta del Mezzogiorno

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