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Unione Mediterranea sottoscrive l’appello del Coordinamento nazionale NO TRIV per il ripristino del piano delle aree

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L’abrogazione di uno strumento di salvaguardia così importante costituisce l’ennesimo scippo ai nostri danni. Abolito (senza praticamente aver mai visto la luce) dalla legge di stabilità 2016 del governo Renzi il Piano deve essere reintrodotto a tutela del patrimonio ambientale Italiano e – soprattutto – Meridionale.

MO! Unione Mediterranea crede fermamente nello sfruttamento sostenibile delle risorse del territorio, ma gli enti privati operanti nel settore obbediscono esclusivamente a logiche di mercato, spesso proponendo piani industriali che sacrificano la tutela ambientale in favore della massimizzazione del profitto.

I governi Italiani non si sono mai fatti troppi problemi a favorire questa inclinazione, specialmente quando si tratta dei territori “della colonia”. La Val D’Agri è un chiaro esempio di come vanno le cose nel “bel paese”.

Il Piano Aree è uno strumento fondamentale in difesa dei nostri territori; il giusto contrappeso alle sciagure dello Sblocca Italia; un’arma per obbligare lo stato italiano a fare – ogni tanto – gli interessi di tutti, e non solo della parte “più forte”.

E ci è stato sottratto!

 

Clicca qui per scaricare l’appello in formato PDF.

La Regione Calabria cambia idea. Trivelle nello Jonio? Si può fare

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Il Presidente Oliverio e l’Assessore all’Ambiente Rizzo non si sono ancora pronunciati sull’unico rimedio possibile per scongiurare l’arrivo delle trivelle nel Mar Jonio al largo di Crotone e Catanzaro: il ricorso al Tar Lazio contro i due decreti del Ministero dello Sviluppo Economico del 15 dicembre 2016 che autorizzano la compagnia Global Med a cercare gas e petrolio nel mare che fu di Ulisse, Pitagora, Cassiodoro e Campanella, in un’area vasta 1.500 kmq..

Per Oliverio e Rizzo il Referendum No Triv, richiesto dalle Assemblee di dieci Regioni tra cui la Calabria, sembra aver perso ogni significato politico e così anche il voto di oltre 382.000 cittadini calabresi che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare.

“Ai cannoni ad aria compressa della Global Med la Regione Calabria ha finora risposto con le lettere dell’Assessore all’Ambiente al Ministro Franceschini – dichiara Tiziana Medici, del Coordinamento Nazionale No Triv – Ai decreti del Ministero del Sottosegretario Gentile si risponde con atti amministrativi e ricorsi, non con le lettere”.

“In questa vicenda la Regione Calabria ha molto da farsi perdonare: nel corso del procedimento della Valutazione di Impatto Ambientale avviato nel dicembre 2014 e conclusosi nel 2016, non ha presentato alcuna osservazione contro i progetti petroliferi della Global Med”, precisa l’Avv. Francesco Tassone, Presidente di M.O. Unione Mediterranea, che rincara la dose: “Per il New York Times la Calabria è tra le prime 50 mete turistiche al mondo che tutti dovrebbero visitare; le trivelle minacciano questo importante primato e la Regione lascia fare ai nuovi colonizzatori”.

Eppure il 4 dicembre la larga maggioranza degli italiani (ed anche dei calabresi, quindi) ha votato contro la riforma costituzionale ribadendo così che le Regioni e gli enti locali devono essere protagonisti delle scelte che interessando il governo del territorio, l’ambiente e l’energia.

“Di questo la Regione Calabria deve tener conto. Inizi dunque con il ricorso al Tar Lazio e prosegua esercitando pressioni sul Governo per arrestare la corsa al gas ed al petrolio nel Mediterraneo e sulla terraferma”, chiosano all’unisono Medici e Tassone.

Roma, 30 gennaio 2017

 

Francesco Tassone

Presidente MO Unione Mediterranea

 

Tiziana Medici

Portavoce Coordinamento Nazionale No Triv

Crotone e Catanzaro: 1.500 kmq di mare concessi a Global Med per cercare gas e petrolio. Istituzioni ferme al palo.

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MO UNIONE MEDITERRANEA: “ATTACCO ALLA CALABRIA. SUBITO RICORSO Al TAR”

COORDINAMENTO NAZIONALE NO TRIV: “IMMOBILISMO E’ COMPLICITA’. GLI ITALIANI NON VOGLIONO LE TRIVELLE”

Il Ministero dello Sviluppo Economico ha rilasciato a favore della società petrolifera statunitense GLOBAL MED LLC due nuovi permessi per la ricerca di idrocarburi, gas e petrolio nel mar Jonio, denominati rispettivamente «F.R 41.GM» ed «F.R 42.GM». È un lungo e largo tratto di costa ionica oggetto delle attenzioni dei mercanti dell’oro nero che, ricade nella giurisdizione delle province di Catanzaro e Crotone, aree contigue, pari rispettivamente a 748,6 kmq e 748,4 kmq, per un totale di 1.497 kmq.

A questi due permessi se ne aggiungerà a breve un terzo, più a sud, sempre in favore della compagnia GLOBAL MED LLC; così, i kmq di natura, messi a disposizione per un interesse reali di pochi e uno utopistico, apparente delle comunità locali, diverranno 2.200, 3.000 volte la superficie del terreno di gioco dell’“Ezio Scida” di Crotone o del “Nicola Ceravolo” di Catanzaro. Anche le sole, attività di ricerca avranno effetti negativi sia sull’ambiente marino, per l’impiego della tecnica dell’air-gun e sia sulla gracile e indifesa economia della costa jonica: si pensi soprattutto alla pesca ed al turismo.

“Questo ulteriore attacco terroristico, perpetrato ai danni della natura calabrese” afferma
Portavoce Nazionale di MO Unione Mediterranea, Massimo Mastruzzo“ si inquadra in una volontà costituita di mantenere in uno stato di arretratezza e sottomissione certi territori, oltre che rendere duratura ed inesorabile la colonizzazione, può essere fermato entro la fine di febbraio.

É necessario, per il futuro delle nuove generazioni che, almeno le amministrazioni comunali e i sindaci dei Comuni bagnati dallo Jonio, da Soverato a Crucoli, i Consigli Provinciali  di Catanzaro e Crotone e la Regione Calabria, anche disgiuntamente, deliberino allo scopo di costituirsi in giudizio innanzi al TAR Lazio entro fine febbraio. I motivi non mancano, visti alcuni vizi di legittimità degli atti, prontamente riscontrati da alcuni esperti in materia”.

Gli Enti interessati sono a conoscenza della necessità di agire in fretta visto che i decreti del Ministero dello Sviluppo Economico sono stati pubblicati sul Bollettino Ufficiale degli idrocarburi e delle georisorse – Anno LX N. 12, del 31 Dicembre 2016. Anzi, sapevano da tempo che i permessi sarebbero stati rilasciati dopo l’esito delle due Conferenze di Servizi svoltesi il 7 novembre 2016.

Tra gli enti territoriali interessati soltanto la Provincia di Crotone ed il Comune di Crucoli, presentando osservazioni, tentarono di opporsi al rilascio dei decreti di compatibilità ambientale per i due permessi di ricerca da parte dei Ministeri dell’Ambiente e del Turismo.

“Adesso è necessario costituirsi al TAR Lazio per far valere le ragioni della natura e gli interessi delle comunità locali” – dichiara Enrico Gagliano, cofondatore del Coordinamento Nazionale No Triv – Chi tace acconsente, recita il vecchio adagio. In questo caso diventa anche complice.

Deve essere rispettata la volontà di tutti i cittadini che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare. Gli italiani non vogliono che il futuro del Mediterraneo sia all’insegna del nero-petrolio e non sono più disposti a tollerare l’immobilismo delle istituzioni”.

 

Massimo Mastruzzo

Portavoce Nazionale MO Unione Mediterranea

 

Gagliano Enrico

Coordinamento Nazionale No-Triv

 

Roma, 23 gennaio 2016

Referendum, al sud ciò che non è stato è stato

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Fa discutere il voto referendario al Sud, che in Basilicata e Puglia ha fatto registrare il massimo nazionale, e in Campania, Calabria e Sicilia, pur terre di mare e turismo, il minimo, mentre in Abruzzo, Molise e Sardegna il dato è medio. Dunque, ancora una volta, un Sud strambo e diviso, ridotto all’assurdo degli estremi dove gli opposti bene e male combattono tra loro un’eterna guerra? Suvvia, per una volta mettiamo da parte le metafore letterarie e ragioniamo sui fatti. La dicotomia questa volta non è solo Sud-Nord, ma anche Est-Ovest e soprattutto Pd Renzi e Pd non Renzi.

1) In tutto lo stivale le regioni dove il risultato è stato massimo sono quelle della costa adriatica, dal Veneto alla Puglia, dove insiste la stragrande maggioranza delle orrende e pestifere piattaforme petrolifere. Le stesse regioni adriatiche, con Marche e Molise, ma senza Abruzzo ed Emilia Romagna, hanno promosso il referendum insieme a Basilicata, Calabria, Campania, Sardegna e Liguria. Tutte a governo Pd, tranne Veneto e Liguria.

In tutta Italia l’indicazione di voto per il Sì è venuto dal M5S, Sel, Rifondazione e movimenti politici meridionalisti, pur di ridotte dimensioni, quali MO-Unione Mediterranea, Partito del Sud, Insorgenza Civile e altri. Gli altri partiti, dal PD a quelli di centrodestra si sono divisi, esprimendosi tuttavia in maggioranza per l’astensione e per il no. Importante e decisiva è stata l’azione dissuasiva della rete locale degli amministratori del Pd, che, come da ammissione di un alto dirigente nazionale, per salvare Renzi dalla disfatta, hanno lavorato per l’astensione. Ciò nonostante, e nonostante la spudorata e distorta azione di disinformazione televisiva e giornalistica, ben 16 milioni di cittadini si sono recati alle urne, dando uno schiaffo al sistema di potere petrolifero-politico dominante.

2) In Basilicata, dove tale potere esercita la sua massima azione devastatrice e corruttrice, è da anni attivo un vasto e determinato movimento popolare che ha messo alle strette il ceto politico regionale, condizionato dai soldi del petrolio e dagli incarichi ministeriali affidatigli al fine di controllare, anche con la repressione e il clientelismo, la protesta popolare contro l’intollerabile situazione. L’esplosione dell’inchiesta petrolgate, avviata dalla magistratura antimafia di Potenza, ha messo all’angolo i politici Pd, ostacolandoli nell’esercizio della dissuasione al voto. A parte i politici lucani legati all’on. Speranza della minoranza Pd, tra i pochi espressosi per il Sì. Sono queste le ragioni del record di votanti.

3) In Puglia, dove il numero dei votanti ha superato il 40%, la determinazione di Michele Emiliano, non ricattabile da Renzi, insieme alla maggioranza del PD, ha coagulato anche molti attivisti ambientalisti del centrodestra, ovunque si sono formati comitati no-triv trasversali, si è formato una sorta di “partito del mare” e numerose sono state le manifestazioni a favore del sì. Le ragioni sono da cercare anche nella volontà maggioritaria di operatori turistici e categorie professionali minacciati dalle estrazioni petrolifere, insieme alla consolidata presenza di comitati popolari ecologisti, più di tutto in Salento, di ispirazione meridionalista.

4) In Campania, che pur ha promosso il referendum, registriamo il doppio gioco di De Luca, indagato e renziano di ferro, che ha apertamente auspicato il non raggiungimento del quorum, smobilitando il Pd e il contiguo centrodestra, così facendo fermare il risultato poco al di sopra del 25%, nonostante la forte presenza autonomista e meridionalista nel Napoletano. Dobbiamo pur registrare i sospetti di “Napolicentrismo”, emersi contro i Partenopei, che in questa vicenda non avrebbero sposato le ragioni del Sud. Tuttavia, poiché la stessa cosa è accaduta in Calabria e Sicilia, tali sospetti cadrebbero.

5) In Calabria, anch’essa regione promotrice, e anch’essa ferma al minimo del 25% di votanti, la probabile azione sottobanco di boicottaggio del Pd si è sposata con la disaffezione al voto di questa regione, più di tutte quelle meridionali discriminata e abbandonata da uno stato nemico. Basti pensare che alle passate elezioni regionali i votanti sono stati il 40%. A ciò va aggiunta la disgregata condizione sociale del Sud, costretto alla povertà e all’emigrazione, dalla logica paraleghista del “prima il Nord”. Il Mezzogiorno trattato come una colonia dallo Stato centrale, è tenuto sotto controllo da mafie e ceto politico asservito, funzionali allo stesso stato che favorisce con privilegi e impunità politici corrotti e mafiosi, mentre contrasta l’azione degli onesti, che pur sono in maggioranza.

6) In Sicilia, insieme alle suddette ragioni dobbiamo ricordare la funzione deterrente di Crocetta, ex funzionario Eni.

Ciò detto, vanno respinte analisi e ipotesi “culturalistiche” ed etnicistiche sulle ragioni del voto al Sud, mentre, insieme alla colpevole azione di dissuasione degli amministratori Pd sul territorio, e dei media nazionali e locali, asserviti, vanno ricercate le ragioni sociali. Il popolo meridionale non potrà esprimere del tutto la propria volontà sino a quando non riuscirà a liberarsi del ceto politico dominante, e delle contigue mafie funzionali agli interessi “nazionali”, ovvero del Centronord. Qualcuno diceva che non ci può essere democrazia sino a quando un uomo ne può comprare un altro. Il Sud è ridotto da 155 anni in questa infame condizione. Al Sud, ciò che non è Stato è stato.

Referendum: un commento ai risultati al Sud

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Di Roberto Cantoni

“Si è vista la solidarietà del Sud!” è stato l’amaro, sarcastico commento a caldo di una mia amica lucana, che da anni, come me, vive lontana dalla sua terra. Giudizi di tono ben più apocalittico li ho letti un po’ ovunque sui social, del tipo: “Ora le compagnie petrolifere uccideranno il nostro mare”. Vorrei rassicurare e allarmare tutti su questo punto. Il mare, le compagnie potevano inquinarlo anche prima del referendum; possono continuare a farlo ora – del resto, per una triste ironia della sorte, proprio il giorno del referendum c’è stato uno sversamento di petrolio da una raffineria nel mare che bagna Genova – e avrebbero potuto inquinarlo anche in caso di vittoria del Sì. In realtà, come ho scritto un mese fa, il quesito sulle trivelle aveva un valore molto più ampio delle trivelle stesse. In primo luogo, era una cartina tornasole del rapporto di forze tra enti locali e governo centrale. In secondo luogo, avrebbe potuto dare un segnale riguardo alla volontà dei cittadini di un tipo diverso di sviluppo: diverso da quello ormai desueto dell’estrazione di energie fossili. Ha vinto l’astensione: il che significa che il gas e il petrolio che si sarebbe potuto estrarre di qui a qualche generazione, in caso di emergenza (economica, energetica), lo si estrarrà ora che non c’è nessuna emergenza, e che anzi, il prezzo del petrolio è quasi ai minimi storici da un decennio. Bene. Anzi, male. Ma questo è il risultato.

La solidarietà del Sud. Ma Napoli non è sul mare? La Calabria non è praticamente una penisola? E la Sicilia non è forse circondata dal mare? Sì, sì, e sì. Ma in Campania le percentuali di voto sono state del 26,1%, in Calabria del 26,7% e in Sicilia del 28,4%. La Puglia, il cui governatore era stato il principale promotore del referendum, ha raggiunto il 41,6%, e solo la Basilicata ha superato il quorum, seppur con uno striminzito 50,2%. Ma anche in quest’ultimo caso, bisogna notare che è stato soltanto grazie alla provincia di Matera (52,3%) che il superamento del quorum è stato possibile, perché la provincia di Potenza si è fermata al 49,0%. In pratica, a guardare il panorama allargato dell’Italia, delle 110 province dello stato, soltanto una ha superato il quorum. Di chi la colpa? Dello strumento referendario, ormai spuntato? Forse. Non sarà spuntato, però, in occasione del referendum costituzionale che ci sarà tra qualche mese: i referendum costituzionali, infatti, sono confermativi, non abrogativi, pertanto il quorum non è previsto (e chiudiamo entrambi gli occhi sul fatto che la Costituzione sarà stata cambiata da un governo non eletto). Del mancato accorpamento con le amministrative di maggio, che tra l’altro avrebbe fatto risparmiare allo stato 300 milioni di euro? Può darsi, ma è evidente che quell’accorpamento avrebbe portato al raggiungimento del quorum, cosa che il governo voleva appunto evitare.

Ho sostenuto prima del voto che il referendum su scala nazionale non avesse senso: era improbabile che a Bolzano (17,6% di votanti) importasse qualcosa delle trivelle nell’Adriatico. Andava invece fatto su scala regionale, dicevo. Visti i risultati, la mia teoria non ha retto: se anche la validità fosse stata regionale, il referendum sarebbe passato nella sola Basilicata, e ciò nonostante in passato e nel presente i veleni dell’Ilva di Taranto, quelli del petrolchimico di Gela, e le crisi dei rifiuti in Campania e in Sicilia, abbiano sensibilizzato e sensibilizzino le popolazioni meridionali alle questioni ambientali. Insomma, se è vero che il referendum è fallito in tutta Italia, ci si aspettava molto di più dal Sud, vuoi per solidarietà alla Basilicata martoriata dall’industria petrolifera, che l’ha resa una terra nullius, vuoi per i rischi che corrono, correvano e correranno le coste adriatiche e il Mediterraneo tutto. Ha sicuramente giocato un ruolo la chiamata all’astensionismo di Renzi (il top dell’astensione si è avuto nelle zone a maggioranza PD) e quella, appena più velata, di Napolitano.

Che dire del ruolo della complessità del quesito referendario, come sosteneva lunedì Repubblica? Ne dubito fortemente: se entri in una cabina elettorale durante un referendum sai già cosa votare. Non ti metti a leggere il quesito cercando di ricordare o immaginare cosa dica esattamente “l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152”. La mia opinione è che sia stata la mancanza di una differenza considerevole al livello percettivo tra le conseguenze del sì e del no/astensione a contribuire – non: a causare –  alla forte astensione. Se la scelta non tocca le trivellazioni già in atto; se non ne impedisce di nuove e non ne blocca di vecchie; se la differenza è ‘solo’ sulla durata dello sfruttamento, allora la questione appare poco interessante. Inutile negare che ci sia un problema di disinteresse grave al Sud, e che questo sia in parte una conseguenza di una generale – e, alla luce delle non-politiche di governo, comprensibile – disaffezione nei confronti dello stato centrale.

Ma attenzione a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Le campagne sui social, i banchetti informativi, le affissioni per il Sì in giro per la città e per il paese, sono state tutto fuorché inutili. Qualunque referendum, comunque vada, ha un pregio inestimabile: migliora cioè la conoscenza e la coscienza dei cittadini rispetto a problematiche prima al di fuori del loro ambito d’interesse. È un risultato che passa spesso in secondo piano, ma è il risultato più importante. Questa campagna referendaria ha fatto in modo che milioni di cittadini si siano informati sull’inquinamento ambientale, sull’economia delle risorse naturali, sulle leggi che regolano l’estrazione di idrocarburi in Italia: sul lecito e sull’illecito. Ha reso parte di questi cittadini degli attivisti, donne e uomini che in prima persona hanno partecipato ad azioni nel micro (magari parlando ai figli, ai cugini, al meccanico di fiducia, all’ingegnere del piano di sopra, o banalmente pubblicando un link su un social) e nel macro (il banchetto informativo all’angolo della strada, l’invio agli enti locali di documenti scritti a più mani…). Questi risultati vanno al di là del fatto che un italiano su tre sia andato a votare. Vanno al di là di tristi ‘ciaoni’ da parte di ultraquarantenni con un posto da deputato al caldo a Roma. Ogni referendum forma degli cittadini più consapevoli. Ogni referendum è comunque e sempre una vittoria della democrazia dal basso.

MO: i prossimi appuntamenti

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Sabato 20 Febbraio 2016, si terranno presso la Casa della Paesologia, a Trevico (AV), i parlamenti comunitari organizzati da Franco Arminio per la seconda festa (sessione invernale).

Interverranno in rappresentanza di Unione Mediterranea, Marco Esposito e Salvatore Legnante. Durante la giornata si ricorderà Ettore Scola nella casa in cui è nato.

 

Domenica 21 Febbraio 2016, ore 09:00

presso il Centro Sociale di Rionero in Vulture (PZ) si terrà l’incontro-dibattito sul tema “Meridionalismo e Petrolio”, promosso da Giuseppe Di Bello. Sono previsti interventi della prof.ssa Albina Colella, di Pino Aprile e di Marco Esposito.

Nuova Costituzione, qualche ciliegina e molta panna marcia

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Perché al referendum è necessario votare un secco NO

Con 49 articoli cambiati su 139 la  riforma della Costituzione firmata Renzi-Boschi è una vera e propria riscrittura della Carta  Costituzionale entrata in vigore nel 1948 e riformata in misura considerevole una prima volta nel 2001. Sul testo Renzi-Boschi, approvato dal Parlamento con numerosi emendamenti, sarà indispensabile il voto finale degli italiani, il quale si terrà nell’autunno 2016. Ci sono due precedenti di referendum su cambiamenti della Costituzione: nel 2001 gli elettori approvarono la riforma del Centrosinistra, che dava più poteri alle Regioni e introduceva il federalismo fiscale solidale; mentre nel 2006 fu bocciata quella scritta da Berlusconi e Bossi. Il referendum costituzionale, quindi, è un passaggio fondamentale e, visto che non è necessario il quorum perché la consultazione sia valida, ogni singolo voto può essere quello decisivo. Ecco perché informarsi è necessario. Proviamo a dividere l’analisi in quattro parti: quello che c’è di buono, quello che in apparenza è positivo ma in sostanza ha poco peso, quello che ci si poteva aspettare e non c’è, quello che c’è e appare dannoso in particolare per la nostra terra meridionale. In un referendum naturalmente la riforma va proposta o respinta in blocco, non è possibile pescare solo le parti che piacciono. A nostro parere la riforma appare una torta con tanta panna marcia e qualche ciliegina.

Quello che c’è di buono: le ciliegine

  • Camera e Senato non sono più un doppione.
  • Viene eliminato il Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro.
  • C’è un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali.
  • C’è una valutazione preventiva di legittimità delle leggi elettorali.

Quello che appare positivo ma in sostanza pesa poco o funziona male:

  • La cancellazione della parola Provincia.
  • L’azzeramento dell’indennità dei senatori.
  • La semplificazione dell’iter legislativo.
  • La rappresentanza in Senato degli enti territoriali.

Quello che ci poteva essere e non c’è:

  • La riduzione del numero di deputati: restano 630.
  • L’accorpamento delle Regioni più piccole: restano 19 più due Province autonome.

Quello che appare dannoso, in particolare per il Sud:

  • Il meccanismo dei poteri differenziati per le Regioni: maggiori negli enti ricchi.
  • L’accentramento nelle mani del governo di poteri su materie delicate per le popolazioni e i territori, come l’energia e le trivellazioni.
  • L’aumento da 50mila a 150mila delle firme per una legge d’iniziativa popolare.

 

Entriamo nel dettaglio. Quello che c’è di buono.

 

Camera e Senato non sono più un doppione.

Solo la Camera vota la fiducia al governo e solo i deputati rappresentano la Nazione mentre i senatori rappresentano gli Enti territoriali. Si torna in pratica allo spirito originario della Costituzione che tendeva appunto a differenziare le funzioni. In particolare in origine il Senato restava in carica sei anni, quindi uno in più della Camera. Adesso il Senato diventa un organo a rinnovo parziale perché il rinnovo dei senatori è legato a quello delle Regioni, che non votano in modo simultaneo.

 

Viene eliminato il Cnel, il Consiglio nazionale economia e lavoro.

Il Cnel fu introdotto nella Costituzione per dare un ruolo alle rappresentanze sociali, tuttavia la funzione del Cnel è stata sempre residuale – studi, pareri, qualche proposta di legge –  a fronte di costi non trascurabili: 19 milioni l’anno. Il personale del Cnel viene ricollocato presso la Corte dei Conti.

 

C’è un tetto alla retribuzione dei consiglieri regionali.

Non potranno guadagnare più del sindaco del Comune capoluogo di Regione. Oggi le indennità sono agganciate a quelle dei parlamentari. In pratica la retribuzione dei consiglieri regionali viene dimezzata.

 

C’è una valutazione preventiva di legittimità delle leggi elettorali.

Non sarà più possibile approvare una legge Porcellum. La riforma si applica all’Italicum, che riproduce le candidature bloccate per tutti i capilista, se ci sarà la richiesta di un quarto dei deputati o di un terzo dei senatori.

 

Quello che appare positivo ma in sostanza pesa poco o funziona male

 

La cancellazione della parola Provincia.

Nel nuovo articolo 114 si elencano gli enti costitutivi della Repubblica: Regioni, Comuni e Città metropolitane. Sparisce la parola Provincia ma, in riferimento alle loro funzioni, si parla di “enti di area vasta”. Per cui la sostanza non cambia. Va sottolineato che le Città metropolitane, nonostante la conferma del riconoscimento istituzionale, sono escluse dalla rappresentanza nel nuovo Senato.

 

L’azzeramento dell’indennità dei senatori.

In tempi di antipolitica sembra che ogni centesimo dato a un politico sia denaro buttato. In realtà un politico a reddito molto basso o addirittura zero è una persona che vive di qualcos’altro. Per i senatori sarebbe stato corretto che non cumulassero le indennità di sindaco o di consigliere regionale con quella appunto di senatore, stabilendo un tetto massimo. La scelta della indennità zero porterà all’assurdo di senatori pagati poche centinaia di euro al mese (come i sindaci di piccoli comuni, che pure dovranno essere rappresentati) fino alla vergogna di senatori di nomina presidenziale in carica sette anni a indennità zero. Si dirà che il presidente della Repubblica è tenuto a nominare persone che hanno dato lustro al paese e che quindi si presume abbiano un reddito elevato. Ma perché si deve associare sempre la qualità delle persone al proprio reddito? Alex Zanotelli è una persona di straordinarie qualità: se come merita sarà nominato senatore dovrà pagarsi ogni volta il treno per Roma e l’albergo?

 

La semplificazione dell’iter legislativo.

Non è vero che le leggi di interesse generale sono approvate solo dalla Camera, senza più il doppio passaggio parlamentare. Il Senato infatti su qualsiasi materia può chiedere (basta un terzo dei componenti) di esaminare i disegni di legge approvati dalla Camera e fare entro 30 giorni le sue proposte di modifica, che la Camera è tenuta a discutere, approvare o respingere. In pratica si replica quanto accade già oggi con i passaggi parlamentari che sono di fatto ricondotti a tre: prima approvazione alla Camera o al Senato, approvazione con modifiche dall’altro ramo del parlamento, terza lettura e approvazione definitiva senza modifiche. L’unica novità è che adesso sarebbe obbligatorio partire dalla Camera e che le modifiche introdotte dal Senato non sarebbero vincolanti.

 

La rappresentanza in Senato degli enti territoriali.

Il Senato è ridotto da 315 a 95 membri (più cinque senatori di nomina presidenziale, non più a vita ma con incarico settennale). I senatori non hanno più indennità parlamentare. Il Senato ha il potere di approvare alcune tipologie di leggi (in concorso con la Camera), di svolgere funzioni di raccordo tra lo Stato, le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni nonché di verificare l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Tuttavia il Senato è monco nella rappresentanza (non sono previsti rappresentanti delle Città metropolitane ma solo di Regioni – 74 senatori – e Comuni – 21 senatori) e non ha il potere di “controllo sull’operato del governo”, che è funzione attribuita alla sola Camera dei deputati. Il suo potere legislativo limitato a poche materie tra le quali sono incredibilmente escluse alcune delicatissime proprio per i territori: la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni da garantire su tutto il territorio nazionale (art. 117), i tributi locali, il fondo di perequazione, i costi e fabbisogni degli enti locali (art. 119). In pratica il governo con la “sua” maggioranza alla Camera può approvare leggi di immediato interesse per Regioni, Comuni e Città metropolitane senza che il Senato, dove questi enti sono rappresentati, abbia potere legislativo.

 

Quello che ci poteva essere e non c’è

 

La riduzione del numero di deputati: restano 630.

Nella campagna elettorale delle primarie, un manifesto di Matteo Renzi prometteva: “se vince Renzi dimezziamo i parlamentari”.

 

L’accorpamento delle Regioni più piccole: restano 19 più due Province autonome.

La frammentazione del mezzogiorno è tra le cause della sua debolezza.

 

Quello che appare dannoso, in particolare per il Sud

 

Il meccanismo dei poteri differenziati per le Regioni: maggiori negli enti ricchi.

Con il nuovo articolo 116 si specifica che solo le Regioni in equilibrio tra entrate e spese del proprio bilancio (quindi sono favorite le Regioni ricche, che hanno entrate proprie maggiori) possono ottenere maggiori poteri legislativi su materie non secondarie quali: istruzione, ordinamento scolastico, istruzione universitaria; programmazione strategica della ricerca e tecnologica; politiche attive del lavoro e istruzione e formazione professionale; commercio con l’estero; beni culturali e paesaggistici; ambiente e ecosistema; ordinamento sportivo; attività culturali; turismo; governo del territorio. In pratica la Lombardia e il Veneto potranno avere proprie leggi sul commercio con l’estero, potranno tutelare il proprio ambiente dalle trivellazioni, potranno organizzare l’istruzione anche superiore nell’interesse dei soli residenti mentre Campania, Puglia e Calabria dipenderanno in tutto e per tutto dalle volontà del governo centrale. Nella ripartizione delle materie ci sono aspetti curiosi per esempio sul turismo. La nuova Costituzione attribuisce allo Stato le “disposizioni generali e comuni sul turismo” e alle Regioni quelle “di valorizzazione e organizzazione regionale del turismo”. Ma una Regione che si avvale dei maggiori poteri in materia di turismo cosa potrà fare di più senza entrare in conflitto con lo Stato o con le altre Regioni?

 

L’accentramento nelle mani del governo di poteri su materie delicate per le popolazioni e i territori, come l’energia e le trivellazioni.

Con la Costituzione in vigore le Regioni perdono poteri su materie delicate per i territori come l’energia. Produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia diventano infatti di competenza esclusiva dello Stato, così come i porti e gli aeroporti. Le Regioni ricche potranno recuperare i poteri attuali grazie al “regionalismo differenziato” (si chiama proprio così). Le popolazioni dei territori “differentemente ricchi” invece non potranno metter becco su questioni delicate come lo sfruttamento energetico: trivellazioni, gasdotti, centrali a carbone. L’ambiente non è più nelle mani delle popolazioni locali.

 

L’aumento da 50mila a 150mila delle firme per una legge d’iniziativa popolare.

A conferma che l’iniziativa popolare è temuta, si triplica la soglia come se frenare uno strumento democratico fosse un bene. Diverso sarebbe stato se si fossero introdotti principi di e-democracy con la possibilità di raccogliere le firme online in modo certificato. Una modifica di pari spirito riguarda i referendum: si abbassa il quorum per la loro validità a patto che le firme salgano da 500mila a 800mila.

Consegnati i quesiti referendari contro le trivellazioni

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I quesiti referendari contro le trivellazioni, sostenuti e condivisi anche da Unione Mediterranea sono stati depositati questa mattina 30 settembre alla Corte di Cassazione a Roma  da una delegazione composta dai rappresentanti delle 10 Regioni di Italia che hanno detto NO alla trivellazione selvaggia lungo le nostre coste ed alla delegittimazione degli enti territoriali in tema energetico. La delegazione è stata accompagnata dal costituzionalista Enzo di Salvatore che ha lavorato alla stesure dei quesiti referendari. Ad aver votato all’unanimità la delibera referendaria sono state la Basilicata, la Puglia, Marche, Molise, Sardegna, Abruzzo, Veneto, Calabria ed infine la Campania e la Liguria, nelle delibere con le quali viene chiesto il referendum riguardano nello specifico l’abrogazione di una parte dell’articolo 38 del decreto “Sblocca Italia” che ridà potere decisionale alle Regioni in tema di energia e dell’articolo 35 del Decreto Sviluppo, perché venga esteso all’interno delle 12 miglia dalle coste di tutta Italia il divieto di trivellazioni, senza alcuna eccezione. Entro un mese circa dovrà pronunciarsi la Corte di Cassazione per la regolarità dei quesiti ed entro il 10 febbraio la Corte Costituzionale per l’ammissibilità degli stessi. I territori hanno quindi deciso di riprendersi la possibilità di decidere delle proprie sorti e di dare voce ai  cittadini contro gli strapoteri dei Governi e elle multinazionali del petrolio. Si apre quindi fin da subito una campagna referendaria che ci vedrà protagonisti con iniziative volte alla sensibilizzazione su temi difficili ed estremamente importanti.

Nelle delibere sono contenuti i 6 quesiti: rispettivamente, un quesito unico (sull’art. 35 del decreto sviluppo) e cinque quesiti (tre sullo Sblocca Italia, uno sul decreto semplificazioni del 2012 e uno sulla legge n. 239 del 2004, che allo Sblocca Italia comunque si ricollegano).

I quesiti quindi interesserebbero tutte le Regioni, pertanto dovrebbero esserci ampi margini di possibilità di raggiungere il quorum, considerato che si dovrebbe fare anche il referendum confermativo per la riforma della Costituzione, come previsto dalla normativa.

Rosella Cerra

Responsabile Ambiente UM per la Calabria

In foto la delegazione che la mattina del 30  settembre ha depositato alla Corte di CAssazione i quesiti referendari.

In foto la delegazione che la mattina del 30 settembre ha depositato alla Corte di CAssazione i quesiti referendari.

Unione Mediterranea: verso il referendum NO TRIV

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Unione Mediterranea aveva già espresso la propria opinione riguardo la necessità di referendum “NO-TRIV” ed alla luce delle ultime evoluzioni rilancia l’appello rivolto ai singoli consiglieri di approvare la delibera referendaria. L’Assemblea plenaria della Conferenza dei Presidenti dei Consigli regionali, l’11 settembre 2015, ha approvato all’unanimità la predisposizione dei quesiti referendari in materia petrolifera, relativi all’art. 35 del decreto sviluppo del 2012 e all’art. 38 del decreto Sblocca Italia. Prendiamo atto quindi della considerazione del coordinatore dell’Assemblea delle Regioni, Franco Iacop, secondo cui: “L’unanimità condivisa nella decisione di predisporre i quesiti referendari sottolinea come indipendentemente dall’essere direttamente toccati dal tema delle trivellazioni, tutte le Regioni hanno voluto esprimersi in merito alla difesa dei territori e alla rivendicazione della loro partecipazione alle decisioni che riguardano la loro sostenibilità economica e sociale“. Ricordiamo che varie Regioni hanno impugnato davanti la Corte Costituzionale il decreto Sblocca Italia, riguardo proprio all’articolo 38 che di fatto esautora le Regioni del potere decisionale e legislativo nelle politiche energetiche. L’articolo 35, comma 1, invece riapre le procedure di diverse istanze di ricerca che erano state precedentemente congelate dal Decreto Prestigiacomo all’interno delle 12 miglia, ossia a ridosso delle coste italiane.

Unione Mediterranea quindi, nel rilanciare l’appello ai consiglieri che in questi giorni saranno chiamati a discutere e deliberare in merito, rimarca il proprio impegno e la propria caratterizzazione nella difesa dei territori e del mare dallo sfruttamento coloniale insensato e devastante delle multinazionali del petrolio.

Dipartimento Ambiente UM

Rosella Cerra – Lucio Iavarone

Il progetto pilota “Scarfoglio”. L’analisi

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Il progetto Pilota “Scarfoglio” prevede la realizzazione di un impianto geotermico pilota nell’area del Permesso di Ricerca “Scarfoglio”, nella Solfatara di Pozzuoli, nel cuore dei campi flegrei dove insiste il supervulcano più pericoloso del pianeta.

L’avvio della procedura per la realizzazione di tale impianto è stato promosso con la legge SbloccaItalia, voluta dal governo Renzi in carica.

Si riporta di seguito la scheda tecnica prevista per l’impianto:image002

 

L’impianto prevede una tecnica sperimentale di reimmissione in profondità dei fluidi ad alta pressione.

La situazione geomorfologica del territorio dei Campi Flegrei è in costante variazione ed assestamento.

Nell’immagine seguente il confronto tra due grafici omologhi; in alto quello riportato nella “Relazione geologico-geotermica AMRA/INGV”, in basso quello estratto dal “Bollettino di Sorveglianza Vulcani Campani Maggio 2015” dell’Osservatorio Vesuviano. In tale confronto si nota che negli ultimi due anni le variazioni di quota per l’attività di sollevamento del suolo, connessa al fenomeno del bradisismo,sono sempre in incremento.

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Dalle relazioni tecniche a supporto delle osservazioni al progetto emerge quanto segue:

Il Prof. Mastrolorenzo, vulcanologo dell’Istituto di Vulcanologia, afferma che: “per il principio di precauzione e per l’assoluta imprevedibilità degli effetti , le attività di perforazione sono assolutamente da escludere in un’area in cui sono a rischio 3 milioni di persone”.

Dati scientifici elaborati dallo stesso prof. Mastrolorenzo confermano l’imprevedibilità del Vulcano dei Campi Flegrei: “Ricerche recenti mie e di altri esperti di livello internazionale dimostrano che, a causa dell’elevatissime temperature e pressioni dei fluidi, sistemi geotermici come la caldera dei Campi Flegrei sono estremamente suscettibili a sollecitazioni naturali o indotte come le trivellazioni le quali possono causare sequenze sismiche, esplosioni del pozzo, esplosioni freatiche e addirittura eventi eruttivi. I rischi sono più elevati nel caso in cui si proceda l’iniezione di fluidi in profondità, come previsto per le centrali geotermiche. “Perforazioni analoghe come quelle condotte negli ultimi anni nelle Azzorre, hanno provocato esplosioni e devastazioni di vaste aree intorno ai pozzi” continua l’esperto e ancora: “casi simili sono stati registrati in altri vulcani ed esplosioni si sono verificate proprio nei Campi Flegrei in precedenti attività di trivellazione. In assenza di un piano d’emergenza, per l’alta densità di popolazione e per

Prosegue il Prof. Ortolani, geologo all’Università Federico II di Napoli: “La reiniezione dei fluidi ad alta pressione induce normalmente attività sismica di non elevata magnitudo. In un sottosuolo particolare come quello flegreo già normalmente interessato da sismicità specialmente quando l’attività bradisismica è caratterizzata da sollevamento, da fluidi molto caldi, da discontinuità litologiche e geomeccaniche orizzontali e verticali le reiniezioni di fluidi ad alta pressione rappresenterebbero un problema antropico aggiunto a quelli naturali. Certamente non costituirebbero un intervento migliorativo! E’ inutile ricordare che l’area flegrea è densamente urbanizzata”.

Nell’immagine seguente i limiti della zona rossa e della zona gialla per il vulcanismo dei Campi Flegrei; l’area “Scarfoglio” è proprio al centro dell’ellisse disegnato:

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Secondo quanto comunicato dall’INGV e dall’Osservatorio Vesuviano nel Bollettino di Sorveglianza Campi Flegrei del 21 dicembre 2012, “la rete permanente di controllo mostra una netta ripresa del processo di sollevamento dell’area flegrea” e la velocità di sollevamento registrata nel bollettino del 21 dicembre è pari a 2.5/3.0 cm al mese alla stazione GPS del Rione Terra. Si tratta di un dato considerato dagli scienziati il “valore massimo ad oggi rilevato a partire dalla fase di sollevamento iniziata nel 2005“. Nel Bollettino del 28 dicembre, invece, è stato segnalato dalla stazione GPS un incremento visibile del suolo pari a 0.5 cm nell’ultima settimana.

In base a questi dati, ai Comuni flegrei è stata inviata una nota ufficiale nella quale,  è stato comunicato il passaggio dal livello di allerta vulcanica ‘base’ al livello di ‘attenzione nell’allerta.’  L’assegnazione di  tale livello  indica che si sono verificate variazioni significative nei parametri monitorati quali incrementi significativi della sismicità, deformazioni del suolo e variazioni delle caratteristiche fisico-chimiche delle fumarole della solfatara e dell’area idrotermale di Pisciarelli.  Tale livello è stato riconfermato per il 2013 e per il 2014 confermando il trend di sollevamento dell’area.

Nella zona in questione non esiste alcun piano di sicurezza né tantomeno un piano di evacuazione per la popolazione.

La documentazione presentata dai professori Ortolani e Mastrolorenzo verte su un principio precauzionale. L’area è sovrappopolata, l’avvio di un progetto pilota potrebbe sottoporre il territorio ad uno stress pericoloso, considerando che ad oggi non esiste un piano di evacuazione in caso di sfollamento. UM ha sottoscritto innanzitutto una richiesta di chiarimenti da parte dei cittadini nei confronti del ministero dell’ambiente. Il nostro non è un no preconcetto, ma come cittadini del Sud siamo allarmati dallo sblocca Italia, che decentra il potere decisionale delle istituzioni locali a vantaggio delle scelte strategiche nazionali. Saremo vigili e attenti sulla questione.

di Lucio Iavarone

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