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Insegnanti e scuola: il Sud come una colonia.

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di Ciro Esposito

Oggi su “Repubblica” e “Fatto Quotidiano” si parla di scuola. Sono notizie che si tengono per mano perché evidenziano la disparità di trattamento tra Nord e Sud nelle politiche scolastiche e mostrano come esse non siano il frutto di provvedimenti circoscritti e occasionali, ma il risultato di una strategia di lungo periodo.

Cominciamo con “Repubblica”, che annuncia: ”Prof meridionali al Nord, poche chance di ritorno vicino a casa”. Sono gli effetti collaterali della “Buona Scuola” applicata al Meridione che gli insegnanti del Sud denunciano, inascoltati,  da tempo.  Quando la legge venne varata, gli insegnanti indotti al trasferimento parlarono di “deportazione”. Una parola forte che suscitò polemiche perché la deportazione non prevede l’assenso di chi  viene trasferito.  Tuttavia, se l’alternativa al trasferimento è il depennamento dal piano delle assunzioni, magari dopo venti e passa anni di precariato e dopo aver costruito carriera (e famiglia) altrove,  si capirà come la protesta fosse pienamente legittima. Vogliamo parlare delle retribuzioni? Lasciamo perdere, sono di dominio pubblico. Ora la doccia fredda: le illusioni di un rapido ritorno a casa, alimentate anche dalle voci sindacali più moderate,  vengono smentite dai freddi numeri pubblicati dal quotidiano romano. Chi è partito resterà lontano, il rientro è affidato alla lotteria di trasferimenti centellinati.

I media ripetono con tono colpevolizzante che “i posti sono al Nord”. “Il Fatto Quotidiano” ci dice che potrebbero essere pure al Sud. Quasi a completamento dell’articolo di “Repubblica”, F.Q, ci ricorda che a scuola “il tempo pieno è una prerogativa solo del Settentrione”, dove ne usufruiscono il 38% degli studenti a fronte dell’11% del Sud (e del 4,2% della Sardegna!). Vale la pena ricordare che il tempo pieno venne introdotto negli anni Settanta per rispondere ai bisogni sociali dei territori, per recuperare lo svantaggio sociale degli studenti attraverso tempi di apprendimento più distesi e una più varia e attenta offerta scolastica.

Paradossalmente, la scuola manca dove servirebbe di più. Un governo che fosse attento a sanare gli squilibri territoriali impegnerebbe gli insegnanti meridionali “a casa loro” anziché spostarli di centinaia di chilometri, impoverendo ancora di più i loro luoghi di origine. A ben vedere, anche in questo caso, siamo – a piedi uniti – dentro una logica coloniale.

Il capitalismo e il suo rapporto di dominio con il Sud Italia e i Sud del mondo.

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Il capitalismo  e il suo rapporto di dominio con i Sud del Mondo e con il nostro Meridione in particolare

“Le nazioni dell’Europa dovrebbero essere guidate verso il superstato senza che i loro popoli sappiano cosa sta accadendo. Ciò si può ottenere tramite passi successivi, ognuno mascherato da uno scopo economico, ma che porterà alla fine e irreversibilmente alla federazione” (Jean Monnet, fondatore dell’Unione Europea con George Murnane della Banca Monnet and Murnane § Co)

Totalitario è quel regime che non si accontenta di controllare la società ma pretende di trasformarla in nome di un’ideologia totalitaria appunto, che la pervada interamente attraverso un uso combinato del terrore e della propaganda.

Premessa

La prima domanda che ogni persona, che fa parte di movimenti meridionali, deve porre a se stessa è: quali sono le motivazioni che mi hanno spinto a far parte di un movimento  che si richiama alle istanze di ricerca di autonomia della soggettività meridionale? La risposta, che dovrebbe essere, almeno in parte, comune,  è decisiva al fine di creare  gruppi il più possibile omogenei e dialoganti. Certamente le risposte possono essere molte, ma se tra le possibili motivazioni mancasse una motivazione storico – politica e, soprattutto, culturale, che sia ricerca di senso e di identità, il tutto crollerebbe come un castello di sabbia;  non c’è, infatti, politica senza cultura, così come non c’è cultura senza politica, nel senso che esse sono  due momenti di un unico processo circolare: i due termini di teoria e prassi, se separati, creano alienazione e incapacità di orientamento in una società complessa come quella attuale, caratterizzata, tra l’altro, dalla liquidità dei valori e dalla disgregazione sociale. Ciò premesso,  ci permettiamo di fare,  in modo sintetico e schematico,  un’analisi della realtà attuale della quale  siamo convinti, della conseguente condizione il cui il sud si trova e delle possibili direzioni di ricerca e di lavoro che si possono seguire.

L’ analisi

Non si può pensare storicamente il nostro tempo, specie gli ultimi tre decenni, senza pensare al capitalismo finanziario come sistema di potere che oggi domina il mondo, e del quale, paradossalmente , poco si parla. E, se lo si fa, si è attraversati da uno strano senso di disagio perché esso è comunemente percepito come un “fenomeno naturale” della nostra vita quotidiana.  Un sistema de-eticizzato che sta distruggendo i luoghi  naturali della formazione etica dell’uomo: la famiglia, ormai in profonda crisi;  la scuola considerata un’azienda, il lavoro ridotto a merce.L’ individuo  è ridotto a puro atomo senza radicamento, precarizzato e senza futuro e i rapporti sociali improntati alla logica del contratto Un sistema che ha desacralizzato  il mondo riducendolo a pura utilità e che ha messo in congedo le religioni, che potrebbero costituire ancora una possibile alternativa o resistenza al capitalismo. Un sistema che coniuga scambio ed organizzazione tecnologica, caratterizzato dall’assolutizzazione dell’economico, dal monoteismo del mercato, dallo smantellamento della sovranità dello Stato nazionale  e della  sua egemonia politica sull’economia.

Andare all’ origine del Capitalismo, individuare le condizioni che lo hanno reso possibile, tracciare il lungo secolare percorso storico delle sue metamorfosi in questa  nota non sarebbe possibile. Qui ci limiteremo a fare, prima di entrare nel merito dei suoi rapporti di dominio dell’economia di mercato, una schematica sintesi del periodo che va dal secondo dopoguerra ai giorni nostri e che può essere diviso in due fasi:

la prima  va dalla conferenza di Bretton Woords  (1 – 22 luglio 1944 durante la quale, stante la completa fiducia nel sistema capitalistico da parte di tutti i 44 stati aderenti, si stabilì la convertibilità di tutte le valute in  dollari) alla fine degli anni settanta;

la seconda fase va dalla fine degli anni settanta  ai giorni nostri.Tale fase è caratterizzata, fin dall’inizio, dalla deregulation che ha dato il via alla globalizzazione  e finanziarizzazione dell’economia.

La prima fase,  che si può definire del capitalismo regolato,  si caratterizza in Occidente per l’eccezionale crescita della produzione, per la stabilità economica, per la riduzione delle disuguaglianze, per la creazione di un ceto medio e, soprattutto per una prevalenza della politica e delle sue capacità progettuali sull’economia. Un periodo unico nella storia, durante il quale, tra l’altro,  si è avviato e, in parte, concluso il processo di decolonizzazione dei paesi ex coloniali

Ma quali sono state le cause che hanno provocato lentamente ma inesorabilmente la deregulation e il conseguente cambiamento che oggi noi sperimentiamo nella nostra esistenza quotidiana? Tra esse sicuramente un ruolo importante hanno avuto :

L’Inflazione Il ruolo primario dello Stato, le scelte di  politica  economica ed industriale da esso operate, le grandi spese sostenute, determinarono aumento di spesa pubblica finanziata con emissione di nuova moneta che causò  una notevole  inflazione. La politica monetaria restrittiva che ne seguì e la riduzione delle politiche sociali furono  destabilizzanti.

La contrazione dell’occupazione favorita anche  dallo sviluppo tecnologico e dal passaggio dalla fabbrica fordista (che  aveva anche  avuto il merito di far organizzare gli operai nei sindacati e a dar loro forza contrattuale) ad una organizzazione del lavoro parcellizzato.

Presenza sui mercati internazionali  di un’enorme massa di denaro conseguenza dell’aumento triplicato del prezzo  del petrolio (1973) e dei conseguenti enormi profitti delle compagnie, che, complice la politica degli anni ‘80 di Reagan e della Thatcher, facilitò  il processo di liberalizzazione  dei capitali e  privò i singoli Stati di sovranità finanziaria

Fu tale liberalizzazione a dare inizio al processo di globalizzazione dell’economia  e della conseguente finanziarizzazione  del mercato. Oggi la massa delle attività finanziare raggiunge l’astronomica cifra di cento trilioni di dollari, corrispondente al doppio del PIL mondiale)

Il capitalismo col tempo  aveva già eroso sia la moneta che il credito, introducendo da una parte la moneta di carta e dall’altra la procrastinabilità  del credito, aggirando cosi sia la convertibilità in oro della moneta  ( il 15 agosto 1971, a Camp David, presidente statunitense Richard Nixon, aveva annunciato la sospensione della convertibilità del dollaro in oro)  che l’obbligazione della  solvibilità del credito che si realizza per gli investimenti attraverso la borsa, e attraverso il debito per la finanza pubblica,. Un paradosso che ha determinato da una parte la liquefazione e, quindi, l’identificazione dei due pilastri dell’economia (moneta e credito erano tradizionalmente ben distinti) e, insieme, l’autonomizzazione del mercato finanziario, che manca totalmente di meccanismi di autoregolazione perché tratta di titoli ( il cui valore è liquido) e non di merci  reali il cui scambio è regolato dalla legge della domanda e dell’offerta; dall’altra ha modificato  il rapporto di forza, tra stati nazionali e multinazionali, a favore di quest’ultime. Il mercato finanziario, insomma, è il gioco folle che ha travolto l’economia finanziaria americana e, con essa, quella degli altri stati. Scriveva Keynes prima del crollo “se lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che vi sia qualche cosa che non va bene”.Purtroppo il gioco ancora continua così come continua a crescere il debito considerato ormai  una scommessa. Un debito enorme che coinvolge tutti gli stati del mondo e del quale ognuno di noi dovrebbe almeno domandarsi chi sono i creditori.

                                                              Le conseguenze

Ci troviamo ormai all’apice del capitalismo, (molti – come Luciano Vasapollo – parlano di crisi sistemica;  altri – come Agostino Spataro – ritengono che la crisi parrebbe denunciare una difficoltà, perfino un declino, non tanto del sistema capitalistico in se stesso quanto dell’egemonia occidentale sul terreno dell’economia e della cultura) perché esso tutto ha condotto ad una vera e propria economicizzazione del reale e del simbolico. Tutto è merce. Si è realizzata  una vera e propria aziendalizzazione della società; Lo Stato stesso  è considerato  un’azienda.  La politica non decide più ma ratifica e amministra ciò che il mercato ha deciso, cioè ciò che hanno deciso le oligarchie economiche e finanziarie, entità senza volto che nessuno ha eletto e che decide del destino dei popoli. In questo tragico scenario di globalizzazione e di mercatizzazione, dove l’interesse produce danaro dal danaro, dove l’economia funziona con lo spread, con azioni e CDS  (Credit Default Swap, cioè i derivati creditizi) (1) , i partiti, o meglio il centro destra e il centro sinistra in Italia, pienamente d’accordo sul pensiero unico neoliberale, svolgono la funzione, attraverso i media, ( la spinta pubblicitaria operata dal capitale raggiunge l’astronomica cifra, a livello mondiale, di 500 miliardi di dollari all’anno) di far credere ai cittadini che sono ancora essi a decidere. Significativo, da parte loro, il richiamo alla necessità dell’Europa, non quella dei popoli, ma quella dell’Euro che appare oggi, più che mai, non tanto una moneta, quanto uno strumento del capitale mosso dalla logica di far prevalere, sempre di più, l’economico sulla politica, di ridurre al massimo i diritti e la sovranità degli Stati. Si tratta di un sistema che produce debito con effetti socialmente perversi perché se da una parte limita le risorse destinate alle infrastrutture, ai servizi pubblici,  al Welfare State, essenziali per l’equilibrio delle attuali società complesse, dall’altra avvantaggia, con guadagni faraonici, i privati determinando disuguaglianze enormi ( un piccolo numero di potenti è più ricco delle popolazioni dell’Africa – 200 multinazionali dominano un quarto delle attività del mondo – la General Motors è più grande della Danimarca – la Ford più grande del Sudafrica – in Italia il 10 per cento della popolazione possiede il 50 per cento della ricchezza nazionale –). Il meccanismo del sistema fa diventare i poveri sempre più poveri e i ricchi incredibilmente ricchi.

Si tratta di un  sistema che, riducendo la società a mercato, ha degradato e continua a degradare,  portando alle estreme conseguenze, la base ecologica dell’esistenza:  i cambiamenti climatici, la distruzione degli ecosistemi e delle risorse, i fenomeni immigratori (milioni di persona si spostano in questi anni in tutto il globo) sono i segni del grande pericolo che l’umanità sta attraversando. Giorgio Ruffolo scrive: “ lasciato a se stesso il capitalismo rischia queste due derive: la distruzione della società umana e delle sue basi di sopravvivenza. Mai un sistema storico di organizzazione sociale è stato così prossimo all’onnipotenza e alla rovina”.

Si tratta di un sistema di violenza fatta non attraverso eserciti ma attraverso l’economia ( gli Stati sono subordinati al mercato ; lo spread, per esempio, è l’arma che usano i mercati per gestire l’esistenza dei popoli e per riaffermare continuamente il loro dominio: il caso della Grecia insegna; il lavoro è precarizzato, sotto pagato e svalutato culturalmente) e attraverso l’ideologia pervasiva che al capitalismo non ci sono alternative: o il neoliberismo, caratterizzato dall’illimitatezza, dalla mercificazione e dal godimento illimitato  o l’abisso. Un ideologia che impone l’adattamento (non devi cambiare il mondo ma te stesso), rimuove la dialettica storica e delle idee e le stesse possibilità di esistenze diverse, e che, quindi, assolutizza la realtà in un eterno  presente.

Le categorie di questa ideologia sono penetrate nella coscienza degli individui (almeno nella maggior parte) di ogni età, genere e professione distruggendo  il soggetto, ormai disgregato, vittima dell’individualismo, del nichilismo e incapace del conflitto necessario a scoprire la propria identità. Lo strumento principe, oggi come non mai, di cui il capitalismo si serve è la manipolazione culturale di massa e il controllo dei mass-midia che gli consente di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di distruggere la verità. Specie attraverso il controllo delle televisioni i patentati economici riescono a distrarre e a distogliere l’attenzione dai veri problemi, di creare artificiosamente problemi e di offrire poi soluzioni utili ai loro interessi, di mantenere il pubblico nell’ignoranza, di orientare l’opinione pubblica. Ma la cosa più vergognosa che il Capitalismo finanziario sta tentando è quella di distruggere le Costituzioni che sono nate dalla lotta al fascismo. La prova, se di prove scritte ci fosse bisogno, è rappresentata da due documenti: il primo è una lettera, inizialmente segreta, inviata il 5 Agosto 2011 al Governo italiano da Jean – Claude Trichet e Mario Draghi e il secondo  un documento di sedici pagine redatto dalla Jp Morgan (2). Due documenti che  dettano l’agenda politica al Governo italiano ( e non solo) ed evidenziano chiaramente la sua dipendenza  dal potere finanziario internazionale.

La più grave  conseguenza di tutto ciò è quella di aver dissolto le comunità e di aver fatto della società un aggregato di individui. Lo stesso linguaggio e gli elementi simbolici sono parte di questo processo di economicizzazione: un professore che giudica valuta un alunno sulla base di crediti e debiti; gli scienziati, gli intellettuali e le forze produttive diventano un  capitale sociale; nei rapporti sentimentali si usano espressioni come investimenti affettivi, etc.

Un sistema di violenza a distanza che nasconde i carnefici alle vittime e deresponsabilizza perché – si dice – responsabile è il mercato;  che provoca alienazione, che è  crisi di rapporto con la realtà,  il processo cioè per cui l’uomo diventa estraneo a se stesso fino al punto di non riconoscersi; che  obbliga a politiche che insistono ideologicamente su termini come  modernità e progresso, concetti che – scrive Francesco Festa- “ utilizzati come paradigmi per le pratiche di crescita economica…. e  forgiati attraverso meccanismi discorsivi in un atto di violenza del discorso stesso come forma dominante di sapere che cancella i modi alternativi di interpretare e di relazionarsi con la realtàArturo Escobar ha svelato l’intelaiatura di tali discorsi – nella fattispecie del discorso dello sviluppo – come un sistema di rappresentazione e di potere che “colonizza l’immaginazione”. Dell’analisi fin qui fatta le TV e i giornali italiani non tanto ne parlano; qualche volta la sottintendono, altre volte la ignorano totalmente (3).

Le conseguenze elencate trovano la loro profonda ragione nella logica interna del sistema. E’ indiscutibile, infatti, che il capitalismo determina per il suo stesso meccanismo di accumulazione continua, per lo sfruttamento delle risorse del mondo e per la ricerca continua di nuovi mercati un processo di “periferizzazione” e di mantenimento delle periferie, funzionali al suo dominio, e che sono vere e proprie “colonie”.

I vari sud del mondo e il meridione italiano, definito, per la sua specificità e la sua storia, da Nicola Zitara una colonia interna, continuano ancora oggi ad essere periferie dipendenti  dal capitalismo che esercita il suo dominio, come abbiamo già detto, con l’economia e con l’ideologia, ma anche con  guerre come quelle di cui siamo stati e siamo testimoni diretti (4).

                                                           La Transizione

Se questa è la situazione, la domanda  che dobbiamo porci è:  come procedere, nella realtà attuale, nel percorso  di liberazione individuale, sociale e politica?

Considerato

-.  Che oggi il nostro Meridione ha alle spalle (5) “una storia di lotte anticoloniali di oltre un quarantennio, che ci consente di trarre indicazioni sugli aspetti positivi  dell’azione  fin qui svolta; ma anche  e  soprattutto sui limiti  da cui  essa è  segnata e senza il superamento dei quali il movimento non solo non diventa fatto popolare, tensione e azione di popolo, ma avvolgendosi su se stesso si consuma nei veleni del suo fallimento, come la inimicizia e la rissosità  tra i diversi movimenti ed i diversi esponenti che li rappresentano clamorosamente dimostrano”;

-. che abbiamo ritrovato la nostra memoria storica ma che sperimentiamo ogni giorno, in una combinazione circolare in cui l’uno alimenta e si alimenta dall’altro, il disastro di carattere antropologico, causato alle nostre anime, il  disastro sociale causato  con la distruzione  del nostro sistema  produttivo ed istituzionale e il disastro fisico  causato dal dissesto del territorio e dalla sempre più accentuata sua riduzione a discarica dell’onnivoro processo produttivo in atto; -.

-.che il processo di colonizzazione  non è storia di ieri ma è processo tuttora pienamente in atto, qui ed ora;

-. che esso è, insieme, processo invasivo e pervasivo articolato e molecolare che occupa tutte le dimensioni e tutti gli spazi  materiali e morali della vita delle popolazioni meridionali. E ciò avviene , in  una semplificazione meramente indicativa ed occasionale:  

 

  • con l’impianto nel territorio – o    meglio: nei territori, all’interno del territorio di questa o quella comunità calabrese, lucana, pugliese, campana  ecc., che nel loro insieme costituiscono l’impalcatura di quello che, attraverso di esse è ancora un Paese (sottolineiamo questo punto della molteplicità delle comunità, ognuna dotata di proprio territorio, di proprie istituzioni, di propria vita sociale ed economica, di  propria identità e soggettività culturale, di propria memoria e di propria storia) di attività industriali esterne  ed inquinanti tra cui  quella dell’incenerimento dei “rifiuti”;
  • con l’utilizzazione dei territori  e delle acque di questa o quella comunità come bacino  di discariche “ legali” e illegali a servizio delle produzioni esterne;
  • con l’utilizzazione dei giacimenti delle  materie prime di cui i territori sono dotati attraverso trivellazioni devastanti;
  • con la privatizzazione dei beni comuni, a partire dall’acqua, dalle sementi, dal legno ricavabile dal manto boschivo che riveste le nostre montagne, ridotte a miniere di estrazione;
  • con la  riduzione della produzione agricola, anche di quella proveniente da culture specializzate quali l’agrume, l’ulivo, la vite, a materia  prima asservita all’industria della Coca Cola o della Monsanto;
  • con l’invasione dei supermercati e la sterilizzazione delle residue produzioni e delle residue attività commerciali interne;
  • con l’occupazione delle strutture della formazione e della informazione ( scuola, stampa, luoghi di formazione della cultura);
  • con la  occupazione come si è già accennato, da parte delle classi dirigenti meridionali, subordinate fin dall’inizio  all’occupante attraverso le strutture del partito meridionale di tutti gli spazi istituzionali, compresi quelli deputati  agli stretti limiti ad essi assegnati, -a governare i territori delle comunità locali,

 

                                                            In definitiva

        la storia di ieri, oggetto della narrazione svolta dal complessivo movimento meridionale come fin qui si  è configurato, lo stato di cose che su tale storia si è costituito e si è insediato nelle nostre vite, deve diventare territorio  della storia da costruire oggi e nell’immediato domani, nelle forme nuove che un complessivo e articolato movimento di rinascita meridionale, popolare e democratico, è chiamato a realizzare, non enunciando l’opera ma ponendovi mano; insieme a quanti con cuore sincero vogliono parimenti porvi mano dall’interno del secondo grande esodo di massa che si andava consumando negli anni ’50”.

Tracciata così la direzione del lavoro del movimento  aggiungiamo di seguito, per maggiore chiarezza che ogni movimento dovrebbe:

1-. Conoscere il proprio territorio dal punto di vista economico, sociale e politico;

2 -. lavorare nel proprio territorio del quale deve avere una visione complessiva e un progetto capace di portare a sistema le risorse esistenti;

3-. privilegiare la formazione dei suoi componenti perché è la persona la prima  risorsa di ogni progetto di crescita umana, sociale e politica; sono le persone, con la loro presenza, le loro idee e le loro attività, che danno senso ad un territorio; e sono anche le persone che spesso devono liberarsi dallo stato di alienazione in cui vivono;

4-. Favorire lavori di gruppo per creare le  competenze necessarie alla gestione di un paese o di una città, di un territorio;

5-. Seguire i lavori dell’Amministrazione locale e vigilare che le scelte siano trasparenti e utili alla crescita democratica e civile dei cittadini;

6-. Mantenere rapporti continui con le realtà associative e produttive del territorio.

Ma perché tutto questo  è necessario? perché, soprattutto, è indispensabile tenere al centro del nostro interesse e lavoro il territorio?

Per rispondere a questa domanda  c’è bisogno di ricordare, sia pure schematicamente,  la realtà della globalizzazione, termine usato per la prima volta nel 1983 da un economista americano e che rappresenta  un fatto nuovo nella storia  caratterizzato da tre  fenomeni interconnessi:  globalizzazione dei capitali, come abbiamo avuto modo di evidenziare precedentemente, globalizzazione del lavoro (si pensi alla delocalizzazione delle imprese e ai movimenti immigratori) e rivoluzione tecnologica che non riguarda  solo internet.

Di fronte a tale realtà non tutte le persone, non tutti i gruppi sociali, non tutti i paesi sono stati nelle condizioni di trarne profitto: nella logica del liberismo selvaggio le disuguaglianze sono triplicate; le imprese, nei paesi più poveri, sono scomparse incapaci a reggere la competizione.

Ci siamo così resi conto che la competizione non riguardava solo le singole imprese ma i territori e la loro organizzazione; ci siamo accorti che un’impresa può avere successo solo in un territorio in cui ci sono persone culturalmente avanzate, se nel territorio ci sono servizi efficienti (scuola, sanità, etc), se la sussidiarietà funziona, se c’è partecipazione democratica e impegno civico. Ci siamo convinti, specie noi del sud, che le politiche stataliste non funzionano così come non funzionano le imprese di tipo capitalistico  che guardano solo al profitto individuale dell’imprenditore; che i territori della tradizione italiana,( paese delle cento città), devono avviare un loro autonomo cammino nella logica della sussidiarietà circolare tra enti pubblici ( fiscalità generale) società civile organizzata (imprese sociali,associazionismo, cooperative sociali, etc.) e mondo delle imprese economiche non capitalistiche ( quelle cioè che guardano all’economia come  ad un’attività  che sia oltre che scelta politica anche etica (per esempio,  l’esperienza di S.O.S. Rosarno). Un’ipotesi questa legata all’idea dell’economia come impegno civile, teorizzata per la prima volta dal grande economista e studioso meridionale Antonio Genovesi che ha istituito nel 1753, per la prima volta al mondo, una cattedra di economia civile presso l’università di Napoli, e da qualche tempo ripresa da alcuni studiosi italiani (6) i quali scrivono nel loro libro: “l’economia civile, una tradizione di pensiero e di prassi tipicamente meridiana, quindi anche – ma non solo – italiana, è una grande fonte di ispirazione per un pensiero nuovo, capace di domande profonde”(pag. 13)….l’età dell’oro di questa tradizione è il regno di Napoli nella seconda metà de settecento, grossomodo tra Vico e la rivoluzione partenopea. Una tradizione antica, con alcune radici nella civiltà cittadina medievale, nei suoi monasteri, nelle sue arti e nei suoi mestieri, nella tradizione francescana e domenicana”(pag. 14). Una tradizione inabissata con la restaurazione e il Risorgimento “ma che di tanto in tanto è riemersa dando vita a importanti fenomeni economici e sociali (come quello cooperativo, i distretti industriali, l’esperienza Olivetti, l’economia di comunione)”(pag. 15).

Una tradizione di pensiero che va letta con la consapevolezza che non c’è liberazione individuale che non sia anche sociale e politica e viceversa; con la convinzione, cioè, che il conseguimento dell’autonomia di giudizio e dell’autonomia esistenziale,( che sono certamente obiettivi da raggiungere), non bastano se non si creano comunità consapevoli. E ciò è difficile.  Anzi è difficilissimo. Passare, solo per fare un esempio, dagli acquisti a chilometro zero ad un  “consumo critico”, che metta in discussione il consumismo come ragione di sopravvivenza del modello capitalistico, non è cosa facile.

 

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Il rottamatore è stato rottamato…dal Sud.

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Il popolo ha rifiutato nel merito una riforma pasticciata e neo centralista, un rifiuto politico che delegittima il governo più anti-meridionale di sempre. Il rottamatore è stato rottamato. Soprattutto al Sud con picchi di sfiducia nelle isole. La Sicilia e la Sardegna si attestano capitali del NO insieme alla Campania. In Calabria, Puglia e Basilicata le percentuali superano il 65% e la provincia di Napoli raggiunge punte del 70%. Il No ha vinto ovunque tranne che in Toscana, Emilia Romagna e nella provincia autonoma di Bolzano.

La risposta negativa al Sud è stata netta e ha fatto la differenza. Solo chi è legato o orientato dai partiti nazionali può affermare che questo risultato non rappresenti un segnale di grande insofferenza sociale verso politiche discriminatorie e nord-centriste che hanno condannato, mai come in questi anni, i territori meridionali a subalternità politica ed economica. L’esecutivo Renzi ha sbagliato tutto con il Mezzogiorno: non accorgersene riduce la dialettica politica contingente ad una versione di favore di chi non non tiene conto (o non sa interpretare) il sentimento di rabbia e ribellione che sta montando al Sud.

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell’aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferrovie grazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano “Connecting Europe Facility“ (Meccanismo per collegare l’Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L’Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l’ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l’istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l’evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan “Prima il Nord“.

Il referendum costituzionale era il banco di prova per il futuro indirizzo politico del Governo. Il SI lo avrebbe reso imbattibile ed incontrastabile; il NO lo ha esautorato.

La Costituzione non può mai essere uno strumento di affermazione del potere nè un’arma di ricatto sociale. Chi è in grado di attuarla ora che il popolo si è pronunciato? Il dopo Renzi è quasi più temibile di Renzi se si osserva il panorama partitico italiano.

Il voto del 4 Dicembre segna il punto di partenza di un nuovo protagonismo collettivo in grado di rimettere al centro dei processi decisionali gli interessi delle persone e dei territori, la loro autodeterminazione e sovranità. Se c’è ancora una speranza, coincide con una visione meridiana del cambiamento, fatta di donne e uomini liberi proiettati in direzione ostinata e contraria alla deriva leghista, populista e corrotta dell’Italia di ieri e di oggi.

Il riconoscimento dei diritti della nostra terra è lotta popolare per la dignità. Attenzione perciò a non accostare o sminuire il segnale politico di resistenza che arriva dai territori meridionali alla vittoria di propaganda dei partiti nazionali: la battuta d’arresto del Governo è risposta di riscatto e autonomia dopo decenni di umiliazioni e depauperamenti.

Flavia Sorrentino

Tabacco e grano duro meridionali accomunati dalla stessa sorte coloniale.

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Luglio 2015: il ministero dell’Agricoltura sottoscrive con i produttori di tabacco un accordo che mette sullo stesso piano la Campania, di gran lunga primo produttore italiano, e tre regioni del Centronord, ovvero Toscana, Umbria e Veneto, per inviare la produzione in uno stabilimento che Governo e Coldiretti hanno fatto insediare a Bologna. De Luca invece di difendere una risorsa economica e lavorativa della regione che amministra, firma e si dichiara soddisfatto.

Novembre 2016: gli agricoltori meridionali di grano duro ottengono dal parlamento l’istituzione del CUN, Commissione per la rilevazione dei prezzi del grano duro, ma quattro regioni del Centro Nord, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche, che tutte assieme producono il 20% del grano duro italiano, vorrebbero spostarlo a Bologna.

L’oggetto del contendere è presto detto: il grano che importiamo per esempio dal Canada matura artificialmente, con il glifosato, e sviluppa funghi e micotossine che arrivano sulle nostre tavole nella pasta e nella farina che mangiamo.

I grandi industriali della pasta, avendo compreso che non è più vantaggioso, in termini di immagine aziendale, utilizzare tali approvvigionamenti, vorrebbero mettere le mani sul grano duro del sud fino ad oggi hanno snobbato. Ma pretendono di avocarne a sé la gestione per controllare prezzi, varietà da coltivare e pratiche agronomiche. E’ infatti loro preciso interesse la produzione di un grano iperproteico che gli consentirebbe di fare soldi risparmiando sui costi di produzione.

Tuttavia da Sud arrivano anche le reazioni: a Foggia è stata recentemente istituita la Granosalus, associazione che per obiettivo quello di valorizzare il grano prodotto nella Capitanata, e tutelare il cliente che non conosce con quale tipo di grano viene prodotta la pasta che sta mangiando. E’ inoltre notizia di appena due giorni fa che l’azienda La Molisana di Campobasso ha siglando con gli operatori e le cooperative agricole dell’Op Cereali Centro Sud un contratto di filiera, per produrre pasta con grano prodotto al sud.

A riprova del fatto che se c’è una presa di coscienza e si riesce a far rete è possibile porre un argine, anche immediato, al destino da colonia interna cui il sistema italia vorrebbe perennemente relegarci.

Lorenzo Piccolo

Regionalismo differenziato: la trappola nascosta per il sud

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Del perché il sud deve votare no al referendum ne abbiamo già parlato. Creare un’Italia a due velocità, che selezioni chi può avere scuola, turismo e ambiente di serie A e chi di serie B è l’obiettivo della nuova costituzione Renzi-Boschi.
La riforma toglie molti poteri alle Regioni, ma ne restituisce altrettanti alle sole Regioni ricche, cioè quelle che possono far quadrare il bilancio. In questo modo tutto il Nord ricco e perciò virtuoso, potrà decidere in autonomia che fare della scuola, del territorio, come tutelare l’ambiente, i beni culturali, promuovere il turismo, il lavoro e il commercio con l’estero. Il Sud povero invece, dovrà arrangiarsi con quel che passa la mensa dei servizi minimi nazionali. Si introduce così un “regionalismo differenziato” che nega alle popolazioni meridionali il diritto di scegliere per il proprio futuro privandole delle autonomie locali.
A proposito di questo, è bene entrare nel merito di alcune osservazioni fuorvianti che abbiamo letto in giro.
Il “regionalismo differenziato” è giusto, perché è giusto premiare chi ha i conti in ordine e punire chi i conti in ordine non li ha.
NO! Non lo è per due ragioni. In primo luogo perché non è corretto introdurre nella costituzione una norma che determina delle differenze tra i cittadini di quella che si suppone essere una stessa nazione.
In secondo luogo c’è una ragione più tecnica, ma fondamentale: le regioni del sud non possono raggiungere il pareggio di bilancio. Questo avviene perché l’imposta principale che viene trattenuta sul territorio è l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive). Si tratta dell’imposta distribuita in maniera meno uniforme sul territorio italiano, molto bassa al sud, molto alta al nord. Questo vuol dire il gettito a disposizione delle regioni del sud per far quadrare i propri bilanci è molto più basso di quelle del centro-nord. Ad esempio la Calabria ha a disposizione 310 euro per ciascun abitante della Regione, il Veneto 652. La Campania circa 371, la Lombardia 862.
In pratica la quota necessaria per garantire i servizi minimi è superiore alle entrate delle Regioni del mezzogiorno ordinario (più l’Umbria).
Vi opponete ad una cosa che va contro la Lega.
È vero che l’attuale assetto del titolo V della costituzione è voluto da Calderoli, ma il punto è che con questa riforma non si torna ad una situazione precedente la modifica leghista del 2001. Piuttosto la si annulla per le sole regioni meridionali e lo si fa sulla base di principi voluti dagli stessi leghisti.
In altre parole se vincesse il sì le regioni del mezzogiorno perderebbero sovranità, ma lo Stato non risparmierebbe un solo euro. Le regioni del centro-nord, invece, potrebbero continuare a legiferare.
E allora perché la Lega vota no?
Lo fa per due ragioni: la prima è di natura squisitamente politica. Salvini vuole che Renzi perda per potersi proporre come premier del centrodestra. La seconda è che, qualunque sia l’esito, loro vincono lo stesso!
Se vincesse il no, allora le cose resterebbero come stanno. Se vincesse il sì, le regioni del nord conserverebbero comunque la propria autonomia.

Sud e sottosviluppo: costituiamo gli Stati Generali della Questione Meridionale.

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Quest’anno, il destino del Sud è stato ancora più beffardo, triste e drammatico del solito.

Siamo oramai abituati a leggere di mezzogiorno, sui grandi media, soltanto d’estate, in genere in concomitanza del rapporto Svimez che certifica anno dopo anno la drammatica condizione di un Sud invischiato nella crisi, senza voce e senza rappresentanza istituzionale, dimenticato dai governi e dalla classe dirigente di questo paese.

Quest’anno non è così. Quest’anno, purtroppo, a parlare di “Questione Meridionale” si è arrivati a seguito di una tragedia, emblematica – al di là delle contingenze particolari – della condizione del Sud.

Quel binario unico della morte tra Andria e Corato, tra gli ulivi pugliesi, rappresenta il simbolo degli investimenti mancati, della sicurezza assente, del modello di sviluppo a trazione settentrionale che l’Italia e l’Europa hanno eretto a totem inviolabile delle scelte economiche da imporre ai territori, incapaci di concepirne le differenti condizioni.

Ma tutte le nobili voci che si sono alzate nei giorni successivi alla strage per denunciare l’isolamento del Sud hanno il difetto di essere voci singole, di non essere coro. Non unite da un comune sentire né da un comune vedere.

Non emerge in questo paese la capacità di imporre alla classe dirigente, politica, comunicativa, la Questione Meridionale come centro del dibattito  della sopravvivenza stessa dell’idea di nazione.

Eppure il Sud è vivo, a dispetto di tutti. C’è un Sud che si ribella, che non si arrende, un Sud che tenta nuove vie culturali, nuovi approcci antimafia, nuove strade imprenditoriali. Ma è afono, perché perso nella propria autoreferenzialità, incapace di fare rete e di costruire una visione comune, su sé stesso e sul suo ruolo nello scacchiere nazionale ed europeo.

Per questo motivo, il Sud avrebbe bisogno dei suoi Stati Generali. La chiamata a raccolta nelle sue migliori energie, dei sociologi, degli economisti, degli intellettuali, degli amministratori coraggiosi, dei giornalisti che non si sono arresi alle minacce, dei magistrati antimafia, dei giovani e dei meno giovani che curano i beni confiscati, dei poeti, dei contadini che non abbandonano la propria terra, dei precari, degli emigrati, dei migranti.

Gli Stati Generali della Questione Meridionale, anzi delle Questioni Meridionali, in cui aprirsi, confrontarsi e perfino scontrarsi, ma riuscire a concepire una via per il mezzogiorno.

Se, ad esempio, un sindaco come Luigi de Magistris, che fa della costruzione di un Sud Ribelle una sua prospettiva futura, chiamasse a raccolta profili politici e culturali, anche con idee differenti tra loro, persone come Domenico Lucano, Giusi Nicolini, Michele Emiliano, Franco Cassano, Rosaria Capacchione, Nicola Gratteri, Lirio Abbate, Sandro Ruotolo, Erri De Luca, Franco Arminio, Goffredo Fofi, Vito Teti, Marco Esposito, Gianfranco Viesti, Vincenzo Boccia, Emiliano Brancaccio, Emanuele Macaluso, Pino Aprile, Alessandro Cannavale, Emanuele Felice, Aldo Masullo, Gerardo Marotta, Isaia Sales, Maurizio de Giovanni, assieme ai tantissimi altri che – ripeto – a Sud stanno faticosamente tentando di non arrendersi e non perdere la speranza, si potrebbe cercare una via d’uscita comune a quel senso d’impotenza che sentiamo ogni qualvolta le voci che si ergono a difesa del Sud ci appaiono flebili, perché isolate.

Scrive Emanuele Macaluso sul suo sito: “Non mi pare che vi sia una forza in grado di trasformare una tragedia così terribile, l’indignazione per il ‘binario unico’ come segno della condizione del Sud, la rabbia, la generosità dei soccorritori e dei volontari, in un modo politico affinché il Sud torni ad essere sulla scena politica e sociale nazionale”.

Ebbene, al nostro comune amore per il Sud dobbiamo l’impegno serio e costante affinché quella forza ci sia, un giorno non troppo lontano. Lavoriamo.

Salvatore Legnante

Cronache da una colonia

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di Salvatore Legnante

Il 27 Aprile del 1937 moriva, nelle carceri fasciste, Antonio Gramsci, uno dei primi grandi intellettuali ad aver strutturato in pensiero concreto la questione meridionale. Perché parlarne oggi, a quasi 80 anni dalla sua morte? Perché ciò che Gramsci teorizzò, e cioè che la questione meridionale nascesse da un accordo di fatto tra classe imprenditoriale del Nord e latifondisti del Sud, dopo che il Risorgimento era stato, per le popolazioni meridionali, anche e soprattutto sterminio di contadini ribelli, è ancora attuale.

Oggi le cronache da queste parti parlano ancora di un trattamento simil-coloniale. Al saldarsi degli interessi tra imprenditori e latifondisti, viene oggi sostituito la connivenza tra classe politica nord-centrica e imprenditoria camorristica locale: il ricatto, per le popolazioni meridionali, resta lo stesso. E’ cronaca di ieri la nuova indagine sui rapporti tra clan dei casalesi e il maggior esponente del PD campano, Stefano Graziano, eletto al consiglio regionale con circa 16mila preferenze.

Noi non esultiamo per i guai giudiziari di un partito o di un altro. E’ miope tale atteggiamento. Noi riteniamo che tali legami vadano spezzati, una volta per sempre. La magistratura ha fatto fino in fondo il suo compito. I capi dei clan sono in carcere. La camorra è in difficoltà. Ma lo Stato non ha vinto. Non ha vinto perché restano in piedi le logiche di connivenze e di traffico di consenso che fanno ancora dei nostri territori colonie interne, in mano ad interessi poco puliti e politici sotto ricatto.

E’ per questo che riteniamo che le risposte vadano cercate in modelli politici ed amministrativi autonomi. Non possiamo più fidarci di partiti nazionali, in cui i rappresentanti locali rispondono ad interessi di corrente e di segretari lontani, piuttosto che dei loro elettori. Non possiamo più fidarci delle logiche filocamorristiche, che pretendono di piegare le istituzioni di città come Napoli al volere del presidente del consiglio. Non possiamo più piegarci ai velati ricatti di un segretario nazionale del PD, primo ministro, che non si degna di chiamare il sindaco della più grande città del mezzogiorno per discutere di camorra, e che trasforma la prefettura in una sede elettorale del suo partito.

Noi dobbiamo slegarci da tali logiche e capire una volta per tutte che la nostra liberazione dobbiamo conquistarcela da soli, senza attendere elemosine e senza più chinare il capo. Né davanti ai camorristi, né davanti ai presidenti del consiglio. Dobbiamo rivendicare rispetto, e dobbiamo preparare una classe dirigente autonoma che risponda al Sud, non ai capi partito. E, come fatto con Luigi de Magistris a Napoli, dobbiamo trovare gli interlocutori giusti.

Non sarà un percorso semplice.

Non sarà un percorso breve.

Ma alternative non ce ne sono: in nome di un Sud finalmente libero dalle connivenze, dai ricatti e dalle mafie abbiamo il sacrosanto dovere di metterci in cammino. Ora. Anzi, MO!

Qui o si disfa l’Italia o si muore.

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Nel rapporto della fondazione RES sull’università nel Mezzogiorno, si evidenzia che nelle regioni del Sud continentale e nelle Isole è aumentata esponenzialmente l’emigrazione studentesca: i giovani partono, si formano fuori e gli effetti della loro emigrazione non ricadono nemmeno nel tempo in maniera positiva sui nostri territori poichè una volta partiti, non tornano più. Così, il Sud che sostiene i costi del suo capitale umano, si impoverisce, esportandolo a “senso unico”. Allo stesso tempo gli interventi pubblici statali si sono ridotti spaventosamente al Sud, dove i criteri premiali e la valutazione degli Atenei corrispondono al reddito delle famiglie (notoriamente più povere nel Mezzogiorno) e non al merito degli studenti. La futura classe dirigente meridionale, in assenza di mezzi economici, non si forma più. L’emorragia delle intelligenze è il tassello principale di un puzzle politico economico coloniale, atto a disintegrare il futuro di questa terra attraverso l’alibi di un passato dimenticato e di un presente senza opportunità. Da qui ai prossimi 50 anni la Svimez stima la perdita di 4,2 milioni di abitanti nel Mezzogiorno rispetto all’incremento di 4,5 milioni al centro-Nord. Dinanzi a tutto questo, il Governo (nel silenzio generale delle opposizioni in Parlamento) che fa?

-Investe 13 miliardi di euro in progetti europei per infrastrutture al Nord;
-taglia 3,5 miliardi dei fondi azione e coesione per il Sud e con il bonus occupazione incentiva 538.000 nuove assunzioni al Nord.
-riduce a un terzo il cofinanziamento nazionale sui fondi UE e taglia 7,4 miliardi di euro alle regioni Campania, Calabria e Sicilia.
-investe 9 miliardi per le ferrovie al Nord.
-destina 130 milioni alla filiera agricola di qualità al Nord; 260 milioni per l’industria manifatturiera a Milano, Firenze e Roma; sottrae 700 milioni di euro agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord.
-cancella le soglie di povertà al Sud.

Chi dinanzi all’evidenza dei numeri, si sente minacciato dal meridionalismo e non dalla sua italianità, commette l’ingenuità di mostrarsi smisuratamente contraddittorio. Gli italiani dovrebbero essere i primi interpreti delle istanze del Sud e i più strenui difensori di chi combatte per vedersi riconosciuti pari diritti e pari condizioni. Ne trarrebbe, a rigor di logica, enorme vantaggio tutto il Paese a cui sentono fieramente di appartenere. In realtà, l’ipocrisia di chi retoricamente sventola la bandiera della fratellanza, nasconde il cattivo pensiero che alcuni italiani siano più italiani di altri.

Attraverso il recupero di un’ identità negata bisogna lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente che faccia gli interessi della propria terra e abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui la politica locale ha acconsentito. La vera sfida è mettere a fattore comune le nostre risorse, unendoci nella battaglia di riscatto, da Sud per il Sud. Senza prendere ordini da Roma, Milano, Firenze, Genova o qualunque altro posto che non sia la nostra terra e la nostra coscienza.

Di Flavia Sorrentino

Ero italiana, poi ho scoperto che da 155 anni siamo figli della malaunità.

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Ci ho creduto, lo ammetto.
Ero italiana fino a poco tempo fa.
Fortemente patriottica, la storiella risorgimentale studiata sui banchi di scuola mi piaceva. A dire il vero era un po’ strana, ma in fondo quante storie studiamo, ci piacciono, e così non ci soffermiamo troppo a chiederci, sarà vero?
In fondo nell'”Orlando Furioso”, Astolfo deve portare sulla luna l’eroe Orlando per ritrovare l’intelletto, quindi che importa se Garibaldi ha vinto con soli Mille uomini?
Poi cresci e pian piano i testi scolastici non bastano più, quelli accademici non convincono del tutto.
Tu hai comunque imparato quel senso di inferiorità che ti accompagna nel tuo essere meridionale. È stato indotto, ma te lo hanno detto nelle scuole e nelle università, sin da piccolo (specie se sei cresciuta in Lombardia) quindi è presente e sembrerebbe quasi innato dentro te.
Poi leggi ancora testi di storia e politica,cominci a fare qualche calcolo e i conti non tornano.
Ci definirono analfabeti, però le scuole furono chiuse per 15anni dopo l’unità d’Italia. Un territorio pressoché agricolo, il nostro, mentre nel resto d’Europa arieggiava la rivoluzione industriale, però a Mongiana in Calabria sorgeva un villaggio siderurgico. Arretrati rispetto al resto del paese, però la prima tratta ferroviaria dello Stato fu la Napoli-Portici.
Tanti altri primati, e troppi altri conti che non tornano.
Capisci così che in fondo il risorgimento non era una bella storiella, ma solo la storiella redatta ad hoc per nascondere anni di saccheggi, violenze e distruzioni.
Capisci che la storia è stata depredata come il tuo territorio, ti hanno mentito per anni e ciò che credevi di essere in realtà non ti è mai appartenuto.
Un trauma quello meridionale che non è mai stato affrontato e perciò non è stato elaborato. Da qui ne discendono i problemi del presente. Se per anni nascondono il tuo passato, tolgono tutto e poi tagliano le tue gambe, bé, non ti permettono di andare avanti… Risulta difficile rialzarsi.
Qui non si tratta di campanilismo, e neppure di essere nostalgici. Si tratta della nostra storia e del nostro presente che non può dispiegarsi se tutti i tasselli del passato non vengono messi a posto.
Non si tratta nemmeno di mettersi ad elencare ciò che eravamo, ma di rendersi conto, dopo essersi svegliati dal sonno e dal nostro stato di assuefazione, di essere considerati ancora cittadini di serie B.
17 marzo 2016, io non posso festeggiare. Devo gridare l’indignazione per questi 155 anni di malaunità e di iniquità. Devo gridare la mia indignazione per l’ennesima ingiustizia in affari assicurativi, dove un governo ci vuole punire per essere meridionali. Devo lottare affinché non inquinino il mio mare e quindi la mia terra per i loschi affari economici di uno stato che non ci ha mai voluto e che ancora oggi non ci vuole.
Io oggi ricordo che da 155 anni siamo in una condizione di Colonia interna, ma qualcosa MO sta cambiando. Se prima lo eravamo inconsapevolmente, oggi possiamo finalmente dire che il Sud si sta riappropriando della propria soggettività. La strada è ancora lunga, ma aver trovato il percorso giusto ci porta già ad essere a metà del nostro tragitto.

‪#‎iononfesteggio‬
‪#‎iocommemoro‬
‪#‎sudaprigliocchierialzati‬

Carmen Altilia

Le voci di dentro

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di Antonio Lombardi

L’Italia “unita” sta correndo ai ripari. Come era prevedibile, visto il successo turistico smisurato di Napoli durante il periodo natalizio, le altre città d’arte devono attrezzarsi per prepapare al meglio la Pasqua e la stagione estiva. Se Napoli non rientra nel buco oscuro dove è stato deciso da 155 anni che debba essere conficcata, c’è da preoccuparsi: vuoi vedere che viene alla luce che è la città con la più alta concentrazione di beni culturali d’Europa?

Così, finite le feste, comincia la nuova campagna antinapoli. Ieri sera, 9 gennaio, va in scena su Rai 1 “Cose nostre” il solito programma sulla camorra, anzi sulla Napoli camorrista, che riduce tutto ad una dimensione: quella che deve essere messa in risalto per danneggiare la città e favorire altri territori.
Tremila anni di arte e di storia, benedetti da un ripetuto riconoscimento internazionale, gettati via in un baleno.

Non che la camorra non esista, ma è uno schizzo putrefacente finito su una meraviglia sorprendente. Se veramente la si vuole combattere e vincere, lo si deve fare valorizzando, incentivando, sviluppando e diffondendo tutto quello che le è estraneo, a cominciare dalla bellezza e dalla vivacità della città e dalla solarità e spirito di sacrificio delle persone che la abitano.

Ma io non credo nella buona fede dell’Italia, che dice di voler combattere la criminalità organizzata e poi la alimenta con una cultura di discriminazione e di morte e la usa per i traffici della parte industrializzata del Paese.

Ho fotografato la “Fontana della Maruzza”, appena restaurata, un piccolo gioiello del ‘500, come una pietruzza incastonata su un anello. All’inaugurazione, il sindaco De Magistris ha detto: “noi non abbiamo avuto alcun sostegno, non abbiamo avuto il Giubileo, l’Expo o eventi finanziati dallo Stato e dal Governo. Tutto quello che si sta facendo e che porta Napoli ai vertici del turismo internazionale è frutto del lavoro di questa città”. Esattamente questo.
Ed ora prego cortesemente tutti i sapientoni ascari che si sentono in dovere di precisare, puntualizzare, ribadire e offendere la propria città per dare corpo alle “voci di dentro”, gli obblighi coloniali introiettati da un secolo e mezzo di educazione alla soggezione, che risuonano imperiose nelle loro identità inferme, di evitare di commentare questo post. Ieri sera ho già vomitato.

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