Tag Archives: scuola

La scuola: il tempo pieno, l’infanzia, le mancanze e dintorni

Share Button

Negli anni le varie riforme scolastiche hanno portato ad enfatizzare le differenze geografiche delle offerte formative del nostro Paese.
Il nord e il sud d’Italia, vivono storicamente (da circa 150 anni ormai.. ) disomogeneità nelle strutture nei fondi, nella gestione generale del reclutamento, nella distribuzione delle risorse.

A numeri quasi uguali di alunni per classe , l’Emila Romagna nell’anno scolastico 2015/2016 per esempio, ha avuto il doppio delle assunzioni di docenti per scuola primaria ed infanzia rispetto alla regione Puglia; una disparità che si ripercuote sui bambini e sulla didattica.

L’intervento del fondo finanziario dello Stato prevedendo la partecipazione economica delle famiglie ai servizi educativi nelle scuole dell’infanzia ( articolo 9 della legge 107) non fa altro che dire che lo sforzo del governo è limitato poiché confortato dal contributo familiare.

In parole molto semplici la costituzione deli poli dell’infanzia come previsto dalla legge de La buona scuola, è da destinarsi alle responsabilità di comuni e regioni.

Il 95% dei bambini della fascia compresa tra 3-6 anni frequenta la scuola dell’infanzia: ottimo motivo per renderla obbligatoria, poichè questo ne garantirebbe la frequenza e la continuità.

Il ministro Valeria Fedeli, per potenziare il sistema d’istruzione dell’infanzia, ha ripartito i fondi destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini distribuendo 90 euro pro capite per i bambini dell’Emilia Romagna contro i 43 euro pro capite per i bambini della regione Campania.

Tutto questo senza la minima considerazione dei dati statistici circa la frequenza della scuola nelle rispettive regioni. Infatti la regione Campania vanta il secondo posto per numero di piccoli che frequentano ma si classifica solo settima per risorse assegnate.

Gli articoli 6 e 7 del decreto 65 dell’aprile 2017 sostengono che l’esigenza dei nidi, dei micronidi e della creazione di poli dell’infanzia deriva dalla necessità di rendere omogenea a livello nazionale l’offerta formativa visto che il Paese pecca proprio sul tema dei servizi che da sempre ha una regolamentazione regionale.

Tuttavia mentre il governo sostiene la necessità di un sistema integrato a livello nazionale e dichiara di ovviare al problema gestionale di domanda individuale e di gestione privata demanda esattamente ed in egual misura alle regioni e ai comuni come avvenuto fino ad oggi.

Una contraddizione di fondo avvalorata dall’approvazione di quei 209 milioni stanziati appunto con una distribuzione iniqua delle risorse.
E’ evidente che tutto ciò rappresenta una violazione dei diritti dell’infanzia e dei principi di uguaglianza e di rispetto dei percorsi di crescita delle bambine e dei bambini di tutto il Paese.
Una distribuzione disomogenea delle risorse contribuisce alla mancanza di soluzioni contro l’abbandono e la dispersione scolastica. Già il sud soffre di una vera e propria desertificazione scolastica dovuta sia ad un calo demografico, sia all’aumento dell’emigrazione delle famiglie verso il nord, ma anche alla razionalizzazione delle classi voluta già dalla legge Gelmini che comporta il più delle volte condizioni di lavoro in classi pollaio e mancanza di spazio geografico necessario per la normale e serena vita scolastica di un bambino sia nelle scuole dell’infanzia che della primaria. E’ noto infatti che molte province del sud si ritrovano con scuole di poche sezioni densamente popolate a dispetto di scuole del nord nelle quali le sezioni non superano le 20 unità. Immaginate classi di 25/28 bambini , magari con qualche soggetto bes : non è più una classe ma una ludoteca difficile da gestire, un posto in cui non si sta garantendo il diritto all’istruzione ma si sta scimmiottando un servizio.
E la scuola è una istituzione non un servizio. Favorire e garantire una frequenza seria a tutti i bambini del sud non lo si fa gettandoli nella mischia senza criterio e senza rispetto ma fornendogli gli spazi educativi e ludici che meritano. E come si può farlo se per esempio ci sono quartieri interi in alcune città meridionali in cui non esistono proprio le scuole per interi chilometri?
Si stanziano circa 400 milioni per la ristrutturazione di edifici, per la messa in sicurezza secondo le norme antisismiche, per la riqualificazione estetica e poi mancano le basi su cui dovrebbe poggiarsi l’intero progetto. Mancano purtroppo anche i diritti di base che garantiscono la risposta ai problemi di sussistenza. In alcune regioni del sud Italia la povertà minorile è in costante aumento. Un dovere della scuola e dei comuni sarebbe quello di investire sul servizio di mensa scolastica in tutti gli istituti comprensivi al fine di assicurare un pasto proteico al giorno a circa il 5 % ( dati statistici riportati da una ricerca di Save the Children) dei bambini in età scolare che non hanno diversamente possibilità di consumarlo in almeno 4 regioni ( Puglia, Sicilia, Molise e Campania ). In questo caso la scuola attraverso un servizio si farebbe vettore di una funzione sociale e di lotta all’indigenza estremamente importante.
E i dati ufficiali in merito al servizio di mensa non sono confortanti. Il 48% degli studenti delle scuole primarie e secondarie non ha accesso alla mensa e questa percentuale si riferisce alle province da Roma in giù. Non offrire il servizio mensa può quindi voler dire da un lato contribuire al permanere di quello stato di indigenza e dall’altro “favorire” il fenomeno della dispersione scolastica che trascina con sé la conseguenza di esposizione ai pericoli nelle aree a rischio.
Ragion per cui, l’obbligo di mensa porterebbe all’obbligo del tempo pieno e prolungato che altro non è che un diritto di offerta didattica pomeridiana già largamente sperimentato e in uso nella maggior parte delle regioni del centro e del nord del Paese.
Il tempo pieno al sud è una esigenza delle famiglie non solo a basso reddito o a rischio di povertà, ma anche di quelle dei lavoratori e di professionisti che vedono in questo modello didattico una risorsa educativa per i propri figli. Il problema è che al momento questa necessità al sud viene soddisfatta dalle scuole paritarie con un dispendio economico maggiore rispetto alle regioni del nord dove paradossalmente i fondi stanziati sono maggiori e dove la ricchezza su base reddituale è notevole. Si finisce per dare dove già c’è togliendo a chi non ha di per sé; una sorta di Robin Hood al contrario.
Il mancato investimento da parte dello Stato alle regioni del sud comporta un duplice effetto negativo: quello dei docenti costretti ad emigrare al nord, garantendo un servizio che altrimenti non potrebbe sussistere, quello di un intero indotto lavorativo totalmente azzerato al sud.
Perciò il tempo pieno se è una grave mancanza è dall’altro lato una prospettiva a più rami: offerta didattica ampliata a tutti i ragazzi, opportunità di lavoro per i docenti meridionali che non sarebbero così obbligati a spostarsi, ripopolazione di interi quartieri di paesi semidesertificati dal flusso migratorio, costituzione di nuove dinamiche sociali frutto della rinascita dei comuni meridionali, nascita di servizi offerti non solo alla scuola ma ad altre categorie( il tempo pieno con la necessità della mensa significa cooperative specializzate nel settore della ristorazione con la conseguente assunzione di cuochi, inservienti, mezzi di trasporto..).
Lì dove il servizio mensa diventa una questione problematica per redditi bassi, allo stato attuale in alcune scuole del sud diventa motivo di intervento dei comuni e degli enti locali a provvedere al necessario per la sussistenza al fine di garantire uguali opportunità nello stesso contesto classe.

Ma l’intervento dello Stato è completamente assente, perciò sarebbe opportuno , per un volta, prevedere un fondo di dotazione esclusivamente riservato per il sud come sistema completo di welfare e laddove vi sia l’impossibiltà di reperire i fondi ( cosa comune), si potrebbe pensare, almeno in via transitoria, all’utilizzo di mezzi alternativi senza troppi oneri finanziari aggiuntivi ai comuni o alle famiglie. Si può prospettare ad esempio la flessibilità di ingresso a scuola dopo aver consumato il proprio pasto a casa ( pur non essendo questo il miglior sistema) come avviene già in molte scuole del settentrione; oppure lasciare come alternativa la possibilità ai bambini di poter tranquillamente consumare un pasto portato da casa come il panino o un pasto freddo. Questo assicurerebbe la frequenza di tutti i bambini e ragazzi .
Come nei problemi di matematica a scuola, la soluzione di solito è suggerita dalle domande ( ..”quante sono in tutto”: addizione; “..quale sarà la differenza tra A e B “: sottrazione) anche nella vita reale è lo stesso impedimento che ti dice quale strada intraprendere. Il problema attuale è la mancanza di uguali opportunità? Bene: offriamole!
Si tratta di riconoscere che c’è una necessità che va espletata, una occasione che non si può perdere prima che la situazione abbia gravi risvolti in chiave sociale ed economica oltre che di istruzione e di crescita della persona.
Riconoscere significa ammettere delle mancanze, prendere atto che esiste una differenza , rendersi consci che è necessario pretendere che vengano riconosciuti dei diritti. Del resto se sono diritti non bisogna elemosinarli poiché sono qualcosa che nascono con l’individuo stesso che li reclama.
Si può risolvere non solo con la volontà politica ma con la presa di coscienza quindi che esiste un diritto di educazione, di istruzione, di crescita e di sviluppo che va semplicemente garantito.

Analisi delle differenze e mancanze della scuola del sud
Relazione programmatica delle eventuali soluzioni sociali e politiche

Favale Luigina, responsabile ufficio stampa “la scuola invisibile”

RELAZIONE SULLO STATO DELLA SCUOLA AL PRIMO DICEMBRE 2017. PARLANO GLI INVISIBILI.

Share Button

RELAZIONE DI GIUSEPPE DE CICCO

FONDATORE DE “LA SCUOLA INVISIBILE”.

IL TRANSITORIO

Il 31 maggio 2017 entra in vigore il Decreto legislativo 59/17 relativo alla formazione iniziale e al reclutamento dei docenti della scuola secondaria.
A quanto stabilito dal su detto decreto, hanno fatto seguito una serie di decreti ministeriali, con lo scopo di dare attuazione pratica a quanto già fissato nel decreto stesso.
Dal transitorio, restano escluse la scuola primaria e quella dell’nfanzia.
Facciamo un passo indietro: questa legge è il frutto del solito compromesso tra istanze diverse, compromesso che magari all’epoca ( parliamo di pochi mesi fa ), per certi versi ( ma non tanti ), poteva anche essere condivisibile, ma che ora risulta già superato dagli eventi.
La richiesta iniziale dei docenti e delle associazioni e sindacati che li rappresentano, era quella di una graduatoria a scorrimento, sulla falsariga delle Gae.
Sul punto, la chiusura del Governo è parsa subito chiara: le gae, almeno per la scuola secondaria, rappresentano un capitolo chiuso.
Nella realtà, si è visto come questo presupposto, ancora una volta, potrebbe risultare del tutto inesatto ed infondato: le sentenze a favore degli itp ed afam hanno già provveduto a rimescolare, almeno parzialmente, le carte.
Sono infatti recenti le ordinanze che inseriscono in seconda fascia, anche se con riserva, itp e afam, e sembra vi siano anche provvedimenti favorevoli al loro inserimento in gae.
Tutto questo, chiaramente, non ha fatto altro che creare altri disordini nella scuola e malcontenti tra i docenti: segreterie scolastiche, usp e usr costretti a correggere ed integrare graduatorie, e conseguenti variazioni nelle nomine dei docenti ( i nuovi inserimenti in seconda fascia hanno in pratica sconvolto le nomine da graduatoria incrociata per il sostegno ).
A scusante del governo, non si può nemmeno dire che sia stata la prima volta che sia capitata una cosa del genere: c’era già stato il precedente dei diplomati magistrale, che avrebbe dovuto consigliare una condotta ben diversa.
Ma andiamo con ordine: il dlgs 59/17 che avrebbe avuto un fine di “riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria per renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione”, rischia invece di divenire per la scuola l’ennesima fonte di disordine ed ingiustizia sociale.
Cerchiamo di spiegarne i motivi: questi nuovi ingressi in seconda fascia di istituto, o addirittura in gae, se confermati nel merito, porranno il problema di una nuova platea di abilitati che andranno inseriti nel transitorio in una maniera diversa rispetto a quanto inizialmente previsti.
Ipt ed afam andranno assunti dalle gae, senza concorso, e tenendo conto del punteggio, e per giunta da una graduatoria provinciale e non regionale.
Un destino diverso invece, toccherà a chi rimane in seconda fascia d’istituto o addirittura in terza.
Ancora una volta, sentenze giudiziali sconvolgeranno la scuola, creeranno malcontento e disordine, finendo per minare ancora le fondamenta del sistema scolastico intero.
Chiaramente, si potrebbe obiettare che itp ed afam sono stati inseriti in gae o in seconda fascia di istituto successivamente all’emanazione del dlgs in questione: questo porterà a nuove cause, nuovi ricorsi e nuovi contenziosi non solo giudiziari, con tutte le conseguenze del caso.
Riguardo a come verranno assunti i nuovi docenti secondo quanto stabilito dalla normativa in questione preferiamo stendere un velo: va solo ricordato che ogni volta che viene riformato o ritoccato un meccanismo di assunzione, l’aspirante docente deve versare un obolo ( i 24 cfu ), o sottostare a un meccanismo di reclutamento sempre peggiore ( modalità e durata del tirocinio ).
Ci tocca un breve accenno anche alla ormai quasi decennale questione del riconoscimento delle abilitazioni all’estero: se il Miur le ritiene una scappatoia, un imbroglio, allora provveda a respingere le istanze di riconoscimento, altrimenti le accolga: inutile tenere in seconda fascia con riserva per anni docenti che hanno fatto un percorso, o, addirittura tenerli fermi in terza fascia senza prenderlo in alcuna considerazione.
Anche qui è solo una questione di giustizia: ho diritto ad una risposta dallo Stato in tempi brevi, soprattutto se il fatto di essere in seconda fascia di istituto o in terza mi cambia radicalmente le modalità di assunzione.

LA QUESTIONE DEI DM ANTE 92

La ciliegina sulla torta del transitorio è l’esclusione dei diplomati magistrale, quindi della primaria e dell’infanzia, dalle nuove forme di reclutamento: la motivazione fornita è squisitamente giuridica, visto che sul tema è attesa a giorni la pronuncia della Plenaria.
Per noi è l’ennesima prova della volontà della politica di non intervenire là dove invece il suo intervento sarebbe necessario: se si fosse agito diversamente, si sarebbero evitate ulteriori polemiche ed ulteriori discussioni.
Non è questo il luogo in cui darsi ad un excursus storico dei diplomati magistrale, noi vorremmo solo porre un quesito: invece di attendere la Plenaria, che, se positiva, comporterà comunque l’esigenza di un intervento politico e normativo, non si poteva cogliere l’attimo per un riordino del sistema di reclutamento anche per la primaria e l’infanzia, magari stabilendo gli stessi principi?
In sintesi, non si poteva nella stessa sede stabilire una differenziazione tra chi, in possesso del diploma magistrale ante 92, aveva maturato vari anni di servizio, o aveva addirittura vinto qualche concorso e chi invece si trovava in una condizione diversa?
Anche in questo caso la politica ha preferito ancora eclissarsi, con conseguenze ancora più aberranti per la scuola dell’infanzia, che dal piano assunzionale previsto dalla Buona Scuola è rimasta addirittura esclusa!
Le gae infanzia infatti sono ancora piene, al nord come al sud,e, a differenza di quelle della primaria, non perché sono state riempite da ricorrenti che inizialmente ne erano esclusi, ma perché i precari storici, i vincitori del concorso del 1999, aspettano ancora un’assunzione, e questo, dopo averli cancellati dalla graduatoria di merito e averli privati della possibilità di un’assunzione attraverso il sistema del doppio canale.
Signori: si parla di una procedura concorsuale espletata ormai quasi vent’anni fa!
Tutto questo, mentre per i vincitori del concorso 2012 è stata prevista l’assunzione anche degli idonei.
Mah, che dire?
Ma andiamo avanti.

I NUOVI CONCORSI

Con le gae ancora colme per primaria e infanzia ( per le quali non è prevista una nuova fase concorsuale, stranamente ), il transitorio prevede una nuova procedura di assunzione per la scuola media di primo e secondo grado.
E’ vero che per molte classi di concorso le gae delle superiori risultano esaurite o quasi, e per alcune addirittura vuote, e che molte cattedre risultano vacanti, ma è anche vero che, se la legge prevede che le assunzioni previste per il settore pubblico vadano fatte per concorso ( ma si tacciono sempre i limiti e le eccezioni previste dalla legge stessa ), è altresì vero che la Costituzione ci dice che la nostra repubblica è fondata sul lavoro.
Perché non bilanciare i due principi ed evitare inutili spese, sprechi e perdite di tempo?
Perché sovrapporre graduatorie di merito, provinciali e regionali?
Badate bene: in molte regioni del sud, i vincitori del concorso 2016 per infanzia e primaria aspettano ancora di essere assunti e non sanno quando lo saranno, e quelli per la media di primo e secondo grado lo sono stati da poco e non in tutte le regioni.
In conclusione, stiamo facendo di tutto per portare la scuola pubblica al collasso, sovrapponendo riforme a riforme, aggiungendo nuovi meccanismi di assunzione ad altri che non hanno ancora compiuto il loro percorso.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

L’ITALIA E L’EUROPA

Per anni ci è stato rifilato che era l’Europa che lo voleva ( cosa, non l’abbiamo capito )!
Ora, noi siamo convinti che di tutto questo pastrocchio l’Europa non sappia nulla: se sapesse che sono stati indetti ben due concorsi e che se ne bandirà un altro e che i vincitori di un altro concorso, espletato vent’anni fa, attendono ancora di essere assunti, supponiamo che ci irrogherebbe una sanzione ben sostanziosa!
Se sapesse che i precari della Pubblica Amministrazione verranno stabilizzati, mentre docenti precari da più di un decennio dovranno espletare o attendere l’ennesimo concorso, crediamo che si farebbe due risate.
Se sapesse come e quanto verrà adeguato il contratto dei docenti italiani, siamo convinti che ci escluderebbe dal novero delle nazioni civili.
Se sapesse come viene utilizzato il mercato delle assegnazioni provvisorie ( per far rientrare a casa docenti “ deportati “ per un anno, mentre altri lo restano per decenni a graduatorie bloccate ), immaginiamo ci relegherebbero in eterno nell’ultimo dei gironi dell’inferno dantesco.
Se sapessero che la scuola pubblica italiana viene usata per tenere il personale scolastico “l’un contro l’altro armati”, siamo dell’idea che ci avrebbero già commissariati.
Se questo deve essere il nostro destino, che lo sia.
Altrimenti, avviamo, per una volta un dialogo serio.
Alla politica la scelta: noi non possiamo far altro che suggerire una via d’uscita, altro non ci è permesso.

 

Crollo di studenti nel Mezzogiorno: inizia il percorso di desertificazione umana?

Share Button

L’allarme già lanciato dallo Svimez sul rischio desertificazione umana per il Mezzogiorno, comincia purtroppo a rivelarsi nella sua drammatica concretezza.

È la rivista “Tuttoscuola” a rilanciare i numeri, e a riproporre dunque il fenomeno, riprendendo il focus del ministero dell’Istruzione “Anticipazioni sui principali dati della scuola statale” relativo al 2017-18.
Secondo i dati elaborati, rilevando i decrementi dei singoli settori in ogni regione, il crollo è soprattutto in alcune regioni del Sud: Campania e Sicilia in testa. Tutta colpa del calo demografico che svuota le aule soprattutto alla materna (meno 29.181 bimbi rispetto al 2016-17) e alla primaria (meno 34.874 alunni)

IL CALO ALLA SCUOLA DELL’INFANZIA E PRIMARIA che si è verificato soprattutto in Calabria (-4.820) e in Sicilia (-3.333), altro non è che il cerino che dà fuoco alla miccia dell’allarme lanciato dallo Svimez , il quale ha stilato un rapporto basato sui dati Miur per gli anni scolastici 2016-17 e 2017-18. Anche alla scuola primaria, la Sicilia vede un decremento elevato: meno 6.226 alunni; seguono Campania (meno 6.037), Puglia (meno 3.439), Calabria (meno 2.248). Nelle scuole medie – spiega Tuttoscuola – al netto delle compensazioni per aumento di iscritti, il calo complessivo di alunni ha superato le 8 mila unità, con Campania e Sicilia che, ancora una volta, sono andate in rosso: 2.713 alunni in meno la prima, 2.391 in meno la seconda. Negli istituti superiori il record negativo si è registrato in Puglia (-2.768), seguita dalla Calabria (-1.651).

Il recente stanziamento di 209 milioni  per la fascia d’età zero-sei anni, nelle modalità in cui è stato ripartito, meno dove il meno è già un marchio di fabbrica con monopolio di Stato, rischia di rappresentare il colpo a quanto già inflitto dalla Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale che ha approvato le tabelle che assegnano zero agli asili nido  nei Comuni del Mezzogiorno.

La cura richiesta per un paziente oramai in rianimazione, il Mezzogiorno, non potrà mai arrivare da chi è stato la causa dei suoi mali. La malattia si chiama Questione Meridionale e i virus si chiamano partiti nazionali, di destra e di sinistra.

Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale di MO Unione Mediterranea

Scuola infanzia, il 74% dei fondi assegnato al nord

Share Button

di Massimo Mastruzzo
Portavoce nazionale MO Unione Mediterranea

Vito De Filippo (Sant’Arcangelo PZ Basilicata, 27 agosto 1963) presidente della Regione Basilicata dal 2005 al 2013, Sottosegretario di stato alla salute nel Governo Renzi dal 28 febbraio 2014 al 12 dicembre 2016 e dell’istruzione, dell’università e della ricerca nel Governo Gentiloni dal 29 dicembre 2016.

Mi interessa poco l’appartenenza politica di questo sottosegretario (La Margherita fino al 2007, Partito Democratico dal 2007), ritenengo responsabili in egual misura, per le condizioni in cui versa il Mezzogiorno, tutti i partiti nazionali, tuttavia vado sempre curiosamente alla ricerca delle origini di chi rappresenta un determinato territorio per vedere come questi ne affronta e ne difende gli interessi.

Valeria Fedeli (Treviglio BG Lombardia, 29 luglio 1949) è una sindacalista e politica italiana, ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca dal 12 dicembre 2016 nel Governo Gentiloni.
La ministra Valeria Fedeli, per potenziare il sistema d’istruzione per l’infanzia ha ripartito 209 milioni di euro destinati a migliorare i servizi offerti per 3 milioni di bambini che non hanno ancora compiuto sei anni.

Il riparto proposto dal ministero dell’Istruzione è stato approvato dagli enti locali nella Conferenza unificata del 2 novembre scorso, riunione nella quale le istituzioni dei territori meridionali non hanno brillato per capacità di difendere gli interessi dei cittadini che vanno a rappresentare.
Per il governo era presente il sottosegretario all’Istruzione Vito De Filippo, lucano.
Per il sottosegretario della Basilicata, «stiamo costruendo insieme, ciascuno per la propria parte, percorsi di crescita eguale su tutto il territorio, a partire dall’infanzia».
Per la ministra della Lombardia, che parla di standard uniformi su tutto il territorio nazionale:” : «Con questo Piano – dichiara la Ministra Valeria Fedeli – stiamo garantendo alle bambine e ai bambini pari opportunità di educazione, istruzione, cura, superando disuguaglianze e barriere territoriali, economiche e culturali».
Ma veniamo al dunque anche per capire dovo voglio arrivare con questa premessa «territoriale»:
La fascia di età 3-6 anni non ha forti squilibri territoriali e raggiunge una copertura del 90%. Inoltre la scuola materna statale è più presente al Sud che al Nord, visto che il 45% degli iscritti si trova nel Mezzogiorno. Quindi considerare solo l’età delle materne e soltanto i non iscritti alle scuole dell’infanzia statali non porta affatto un riequilibrio territoriale e, in ogni caso, non in favore del Mezzogiorno.

In pratica per la perequazione si è utilizzato il solo parametro dove il Sud ha risultati più consistenti del Nord: le materne statali. Ignorando tutti gli altri.

Cosa ha fatto il ministero? Come principale criterio (peso del 50%) ha considerato gli iscritti agli asili al 31 dicembre 2015, iscritti che ovviamente sono più al Nord. Per il secondo parametro (peso del 40%) ha contato i bambini reali. Come criterio marginale (10%) ha considerato la popolazione di età 3-6 anni non iscritta alla scuola dell’infanzia statale «in modo da garantire un accesso maggiore».


Il risultato, soddisfacente (giustamente) per la ministra lombarda ma avallato (incredibilmente) anche dal sottosegretario della Basilicata, porta nello stesso momento in cui assegna 90 euro per ogni bambino in Emilia Romagna ad assegnarne 43 per uno in in Campania.

Il doppio, un bambino in Emilia romagna vale il doppio del suo coetane in campania, alla faccia degli “standard uniformi su tutto il territorio nazionale”.

Il Centronord ha fatto così la parte del leone con il 74,23% delle risorse assegnate, sebbene i bambini residenti in quell’area siano il 65,52%. Il Mezzogiorno si è dovuto accontentare del 25,77% delle risorse nonostante la quota di bambini sia del 34,48%.

La Campania è il territorio più penalizzato visto che è seconda per numero di piccoli e appena settima per risorse assegnate.
Una presa in giro che viola la legge. Il decreto 65/2017 infatti impone, all’articolo 4, di avviare un progressivo riequilibrio territoriale per l’altra fascia di età, quella da 0 a 3 anni, dove la carenza di asili nido nel Mezzogiorno è fortissima.

Inoltre, all’articolo 12, si indica nei criteri di riparto la «capacità massima fiscale» dei territori. Il principio cui si ispira la legge è chiaro: non è logico assegnare risorse aggiuntive a territori che hanno già cospicue entrate fiscali proprie, mentre le risorse vanno concentrate nelle aree dove il gettito fiscale, anche alzando le aliquote al massimo, non è sufficiente a pagare i servizi per l’infanzia.
Un principio di riequilibrio che avrebbe favorito le famiglie del Mezzogiorno, ma che è sparito del tutto nei conteggi del Miur.
Un’offesa ai diritti dell’infanzia, un calcio ai principi d’uguaglianza e una violazione neppure ben nascosta della legge , una infame operazione già usata dalla Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale che ha approvato le tabelle che assegnano zero agli asili nido nei Comuni del Mezzogiorno.
Se si fossero conteggiati 90 euro per i maschi e 43 euro per le femmine ci sarebbe stata una clamorosa violazione delle pari opportunità; altrettanto grave però è ripartire 90 euro agli emiliani e 43 euro ai campani, i quali già partono in posizione svantaggiata.
Fino a prova contraria, assegnare più risorse dove ci sono più asili allarga le differenze, non le riduce. Farlo ai danni di bambine e bambini di 0-6 anni è iniquo, illegale e immorale.
Veder i figli spuri di questa nazione continuare ad essere marchiati con il segno meno davanti ad ogni diritto, farlo anche con i bambini così da istruirli fin da piccoli alla minorità, mentre i rappresentanti del popolo del Mezzogiorno approvano quando non plaudono, fa comprendere la necessità di creare una forza rappresentativa indipendente dai partiti nazinali ma soprattutto dagli ascari locali, pedine fondamentali per le strategie utili al «bene nazionale»


Fonte: Articolo di Marco Esposito cui va il nostro ringraziamento per il suo lavoro di divulgazione

 


Buon anno scolastico a (quasi) tutti!

Share Button

Dispersione scolastica e carenza di tempo pieno al Sud: la denuncia di “Save the Children” cade nel vuoto politico.

La scuola meridionale comincia il nuovo anno scolastico con molte ferite aperte. A mettere il dito nella piaga questa volta è l’associazione “Save the Chidren”, che ha pubblicato il rapporto “(Non) tutti a scuola”, il risultato di un’indagine sul servizio di ristorazione scolastica per la scuola primaria in Italia.
Si tratta di un’analisi molto particolareggiata. Infatti, sono stati presi in esame 45 comuni capoluoghi di provincia con più di centomila abitanti, sui quali si sviluppa un’analisi composta di diverse variabili: alunni ammessi alla mensa; costi a carico delle famiglie; tariffe; criteri di esenzione e agevolazione; restrizioni ed eventuali esclusioni a causa di morosità.

Per evidenziare l’esistenza di “due Italie” anche a proposito delle mense scolastiche basta prendere in esame la prima voce: gli accessi. In ben otto regioni più di un alunno su due non accede alla mensa, che spesso al Sud non è proprio prevista. Accedono al servizio mensa il 19,96% degli alunni siciliani; il 26,90% di quelli pugliesi; il 30,66% dei molisani; il 35,42% dei campani e il 36,89% degli alunni calabresi.
“Save the Children” sottolinea “la forte associazione tra le regioni in cui la mensa è poco presente e le regioni in cui è fortemente diffusa la dispersione scolastica: la mensa, quando associata al tempo pieno, al contrario, diviene un forte strumento di contrasto alla dispersione e alla povertà, così come riconosciuto nel IV Piano Nazionale Infanzia”.
Questa indagine – e la sua conclusione – confortano le iniziative “dal basso” che al riguardo si stanno mettendo faticosamente in piedi. Scrivo faticosamente, perché i comitati impegnati nella rivendicazione del tempo pieno e prolungato al Sud stanno trovando ostacoli nelle stesse istituzioni locali. Denuncia Rocco Civitelli della Rete Sanità: “Il 25 luglio abbiamo incontrato il Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, presente Marco Rossi Doria, in qualità di delegato del Ministro. Tutte le nostre proposte sono state respinte, anche quella sull’attuazione del tempo prolungato nella scuola media del Rione: 40 ore di lezione invece di 30”.

La Regione Campania, con l’assessora Lucia Fortini, si disinteressa del tempo pieno e prolungato ma riesuma – con un nuovo nome – vecchi progetti già rivelatisi fallimentari: una volta era “Scuole Aperte”, ora è “Scuola Viva”, che utilizza finanziamenti del Fondo Sociale Europeo: interventi limitati e dispersivi che non hanno inciso nemmeno superficialmente sulla dispersione scolastica.
Ciliegina sulla torta: le scuole aperte d’estate. La Campania era la prima regione per scuole ammesse ai finanziamenti (fondi PON), ma per i pasticci e la lentezza del Ministero tutto è stato rinviato all’anno prossimo.

In questa solitudine comincia il nuovo anno della scuola meridionale.

Auguri.

Tempo pieno: la scuola del Sud rivendichi i suoi diritti

Share Button

di Ciro Esposito

Di fronte all’esodo di decine di migliaia di insegnanti del Sud al Nord si tende a rispondere che “i posti sono al Nord”. Non ci si ci chiede perché mai ci siano così tante cattedre in più nelle regioni settentrionali. Se ce lo si chiede si dà una risposta sbagliata o quantomeno parziale. Infatti,  si chiamano in causa il fenomeno dell’immigrazione (e del decremento demografico al Sud, cui contribuiscono fuga dei cervelli ed emigrazione dei prof).

In realtà i dati veri – guarda caso i meno citati dai media – ci dicono che la sproporzione di cattedre – e di investimenti – tra il Nord e il Sud dipende da altri fattori: al Sud hanno colpito maggiormente i tagli governativi; è al Sud che la dispersione scolastica è più alta; è al Nord che ci sono più insegnanti di sostegno e più, molte più classi che effettuano il tempo pieno.

La differenza tra il tempo pieno al Nord e al Sud è abissale. Il caso – noto agli addetti ai lavori – venne sollevato mesi fa da due deputati meridionali, Luigi Gallo e Maria Marzana, che denunciarono: ”Su un totale di 917058 studenti delle scuole primarie statali che usufruiscono del tempo pieno, ben il 58,5% frequentano scuole del Nord, il 26% scuole del Centro e solo l’11,7% del Sud e delle isole”.

Ora comincia a muoversi anche il movimento sindacale, almeno al livello della denuncia. In questi giorni si sta tenendo il Congresso della Cisl scuola territoriale  e la questione del tempo pieno ha trovato spazio nella relazione della sua segretaria regionale Rosanna Colonna, che a questo proposito si chiede:”Ci sono forse due Italie? Perché non ci può essere la garanzia del diritto allo studio per tutti?”.

Il tempo pieno altrove è una realtà consolidata, che ha dato ottimi risultati nella lotta alla dispersione scolastica.  Per questo la regione Campania non può permettersi di perdere duemila insegnanti che, trasferiti al Nord, sono rientrati per un anno scolastico nelle sedi d’origine grazie all’istituto dell’”assegnazione provvisoria”. A breve si ripeterà la lotteria dell’assegnazione, sembra che per loro il precariato non finisca mai.

La scuola meridionale batta un colpo e rivendichi con maggiore determinazione i suoi diritti: sul tempo pieno si può costituire un’alleanza virtuosa e trasversale tra enti locali, insegnanti, meridionalismo trasversale e variamente inteso.

Insegnanti e scuola: il Sud come una colonia.

Share Button

di Ciro Esposito

Oggi su “Repubblica” e “Fatto Quotidiano” si parla di scuola. Sono notizie che si tengono per mano perché evidenziano la disparità di trattamento tra Nord e Sud nelle politiche scolastiche e mostrano come esse non siano il frutto di provvedimenti circoscritti e occasionali, ma il risultato di una strategia di lungo periodo.

Cominciamo con “Repubblica”, che annuncia: ”Prof meridionali al Nord, poche chance di ritorno vicino a casa”. Sono gli effetti collaterali della “Buona Scuola” applicata al Meridione che gli insegnanti del Sud denunciano, inascoltati,  da tempo.  Quando la legge venne varata, gli insegnanti indotti al trasferimento parlarono di “deportazione”. Una parola forte che suscitò polemiche perché la deportazione non prevede l’assenso di chi  viene trasferito.  Tuttavia, se l’alternativa al trasferimento è il depennamento dal piano delle assunzioni, magari dopo venti e passa anni di precariato e dopo aver costruito carriera (e famiglia) altrove,  si capirà come la protesta fosse pienamente legittima. Vogliamo parlare delle retribuzioni? Lasciamo perdere, sono di dominio pubblico. Ora la doccia fredda: le illusioni di un rapido ritorno a casa, alimentate anche dalle voci sindacali più moderate,  vengono smentite dai freddi numeri pubblicati dal quotidiano romano. Chi è partito resterà lontano, il rientro è affidato alla lotteria di trasferimenti centellinati.

I media ripetono con tono colpevolizzante che “i posti sono al Nord”. “Il Fatto Quotidiano” ci dice che potrebbero essere pure al Sud. Quasi a completamento dell’articolo di “Repubblica”, F.Q, ci ricorda che a scuola “il tempo pieno è una prerogativa solo del Settentrione”, dove ne usufruiscono il 38% degli studenti a fronte dell’11% del Sud (e del 4,2% della Sardegna!). Vale la pena ricordare che il tempo pieno venne introdotto negli anni Settanta per rispondere ai bisogni sociali dei territori, per recuperare lo svantaggio sociale degli studenti attraverso tempi di apprendimento più distesi e una più varia e attenta offerta scolastica.

Paradossalmente, la scuola manca dove servirebbe di più. Un governo che fosse attento a sanare gli squilibri territoriali impegnerebbe gli insegnanti meridionali “a casa loro” anziché spostarli di centinaia di chilometri, impoverendo ancora di più i loro luoghi di origine. A ben vedere, anche in questo caso, siamo – a piedi uniti – dentro una logica coloniale.