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Avranno Memoria anche per le altre Questioni?

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di Massimo Mastruzzo

Il fascino del meridionalismo sembra aver abbagliato anche gli “attenti partiti nazionali” di colpo illuminati da una Questione Meridionale in realtà ben identificabile nel suo periodo storico di nascita: all’indomani dell’Unità d’Italia.

L’impegno del movimento 5 stelle in favore di una giornata dedicata alle vittime meridionali dell’Unità è indiscutibilmente lodevole, al Consiglio regionale pugliese il M5S ha promosso una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e i paesi rasi al suolo» per il 13 febbraio, il giorno in cui nel 1861 cadde per ultima Gaeta, ed  è  già stata approvata.

Una mozione su cui si è registrato il consenso anche di Michele Emiliano, e anche Nunzia De Girolamo di Forza Italia ha presentato una proposta per il ricordo delle vittime innocenti.

A una prima lettura, si potrebbe essere contenti che finalmente anche la “politica che conta” si sia accorta che il Sud esiste, vederla abbracciare battaglie che, ad esempio, Il Movimento neoborbonico combatte fin dalla sua nascita nel 1993, fa comunque piacere.  Ma dopo 157 anni di distrazione di tutti i partiti nazionali, un mah vogliamo concedercelo: senza voler apparire schizzinosi e sottolineando che meglio tardi che mai, sorge spontaneo sospettare, e solo l’amore per la nostra terra sa quanto vorremmo sbagliarci, che qualcuno possa pensare che regalare una, sacorosanta e auspicabile anche per noi,  giornata della Memoria possa distrarci dai, non me ne voglia nessuno, concreti problemi di una irrisolta Questione Meridionale .

Unione Mediterranea nasce per affermare un  Meridionalismo 2.0 che denunci la disomogeneità nazionale unica in Europa.

Marco Esposito fondatore e primo segretario di Unione Mediterranea ha tracciato con le sue denunce il percorso che intendiamo percorrere, questo percorso non esclude assolutamente iniziative come quelle della giornata della memoria, che è anche la nostra memoria e che quindi appoggiamo indiscutibilmente, ma se dai partiti nazionali, dai quali abbiamo imparato dopo quasi 160 anni a difenderci diffidando a priori da ogni qualsivoglia promessa, soprattutto nei periodi pre-elettorali, ci aspettiamo che oltre alla gradita giornata della Memoria, si espongano su altre Questioni come quella che vede due porti del nord collegati dalla TAV e all’interno degli stessi confini nazionali il più importante porto del sud, quello di Gioia Tauro che  al contrario il suo futuro lo vede fortemente precario per l’assoluta assenza delle necessarie infrastrutture extraportuali.

In  un articolo del 2015 Beatrice Lizza scriveva come Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica», approvato dal governo, si specificasse la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno.

Ancora oggi però, i porti di Gioia Tauro e Taranto sono adibiti esclusivamente al trasbordo su altre navi, poichè non dispongono dei collegamenti via terra adeguati alle nuove esigenze commerciali, ed i sassi trovati da Delrio sembra abbiano defitivamente indotto Gentiloni a consigliare ai cinesi di puntare sui porti di Genova e Trieste.

Ad onor del vero, bisogna però ricordare che in Cina anche il sud ha ricevuto le dovute attenzioni: alla cerimonia di apertura del Forum non è mancato nella ‘scaletta’ dello spettacolo previsto un tenore che intonava ‘O sole mio’… A riguardo i partiti nazionali fulminati dal meridionalismo come si sentono di intonare?

Rispetto al gennaio 2015 quando La Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale ha approvato le tabelle che assegnano zero asili nido nei Comuni del Mezzogiorno (La relazione finale  del provvedimento è stata scritta a quattro mani dalla relatrice del Pd di Modena, la senatrice Maria Cecilia Guerra e per i Cinquestelle dal deputato di Belluno Federico D’Incà), è cambiato qualcosa? Nella Bicamerale sul federalismo fiscale (dove si parla di asili nido, per capirci) i 5 Stelle hanno quattro rappresentanti.

Se lo spirito meridionalista è sincero, potrebbero iniziare a battere un colpo lì, visto che un pochino, quando ne avevamo denunciato l’anomalia, si erano risentiti e l’On. Luigi  Gallo aveva seccatamente affermato: “Cerchiamo di fare chiarezza su una balla che sta circolando in rete e su un giornale perchè strumentale a screditare il M5S nelle regioni del SUD…”  Affermazioni alle quali il Dott. Marco Esposito che aveva sgamato l’inghippo ,  rispose con chiarezza e trasparenza a quanto affermato dal parlamentare dei Cinquestelle.

Altra questione di interesse meridionale:  rispetto alla prospettiva di un percorso politico meridionalista quale la creazione di una Macroregione del sud, i partiti nazionali come si pongono? Nel caso volessero approfondire trovano indicazioni da pagina 111 del libro SEPARIAMOCI di Marco Esposito.

In ultimo, solo per non apparire troppo schizzinosi,  di fronte all’esodo di decine di migliaia di insegnanti del Sud costretti a migrare perchè sembra che “i posti sono al Nord” e di conseguenza davanti alle cifre fornite dalla Svimez relative al rischio desertificazione demografica del meridione, quali provvedimenti la politica nazionale intende prendere?

Fonti:

Viaggio in Neoborbonia tra i nostalgici del Regno del Sud (il venerdì di Repubblica del 29 settembre)

Grillo-Neoborbonici: la strana alleanza “per difendere il Sud” (Repubblica.it di martedì 3 ottobre )

Attualizzare la questione meridionale – Uno sforzo unitario per evitare la deriva astoricizzante

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di Massimo Mastruzzo

25 settembre 2017

Prendiamo atto di due diagnosi: l’intervento di Angelo Sposato, segretario regionale CGIL della Calabria, ai microfoni di Italia parla[1] e l’articolo di Paolo Macry sul Corriere del mezzogiorno. Queste disamine ripropongono la solita triste prognosi: la Calabria sembra essere un  territorio dimenticato che solo i rapporti della Svimez  e dell’Istat riportano brevemente all’attenzione dei mass media. Attenzione fugace, distratta. Un vago lamento che dirige meccanicamente lo sguardo sull’ammalato cronico. Una crudele cronicità che dura da 156, con buona pace dei teorici dell’unità salvifica.

Una regione dimenticata, un territorio in abbandono, dove mancano le risorse anche per gli interventi ordinari e nessuno più investe. È questa la Calabria descritta da Sposato: “Quella che manca è una visione generale delle cose da fare – ha spiegato il dirigente sindacale –. Anche la recente iniziativa ‘Cantiere Calabria’, che ha visto la partecipazione di quattro ministri all’università di Cosenza rischia di restare sulla carta, perché nessuno dei rappresentanti dello Stato ha preso un impegno concreto sui fondi ordinari per la nostra Regione. Noi abbiamo chiesto un cambiamento di strategia a livello nazionale, con un riequilibrio nella redistribuzione delle risorse che il governo destina quasi esclusivamente alle regioni del Centro-Nord ”.

Sorge il dubbio che Sposato sabbia virato verso il Meridionalismo. Affermazioni del genere lo candidano fortemente ad una tessera onoraria in qualsiasi realtà a noi affine.

Il dubbio si fa quasi certezza, quando il sindacalista rilancia con : “Nel pubblico impiego in Calabria la situazione è ancora più emergenziale, perché il calo demografico dovuto allo spopolamento del territorio con la fuga dei giovani mette in forse la stessa sopravvivenza di molte pubbliche amministrazioni. Un caso limite è quello di Vibo Valentia, il cui comune è al collasso, non paga i dipendenti da mesi e vi sono 5.000 Lsu-Lpu da stabilizzare e contrattualizzare. Per non parlare di vertenze come Call and call di Locri, che purtroppo sono l’emblema delle politiche pubbliche fatte di bonus, decontribuzioni e incentivi che si sono dimostrate fallimentari nel corso del tempo”, e ancora : “Attualmente, è  come se le grandi reti si fermassero ai confini della nostra regione: penso alla statale 106 jonica, la cui ristrutturazione è ferma ai confini con la Basilicata; all’Alta velocità ferroviaria, che non va oltre Salerno; al porto di Gioia Tauro, che rischia di rimanere uno scatolone vuoto, se non s’investe sull’area retroportuale. Oltretutto, con la sparizione delle province, abbiamo anche problemi di collegamenti interni, perché la manutenzione delle strade ordinarie non la fa più nessuno. Per non parlare della messa in sicurezza del territorio, che si ripropone ogni volta che piove o c’è il mare mosso”.

Naturalmente le ragioni di questa “sbandata” sui nostri temi può essere frutto di ragioni più ovvie. Purtroppo. Non serve il polso da meridionalista per rimanere sgomenti difronte alle cifre fornite dalla Svimez e relative al rischio desertificazoine demografica del meridione.

Paolo Macry riporta, nel suo articolo, il giudizio disincantato di Angelo Panebianco, secondo il quale è ormai illusorio pensare ad un superamento del gap tra Nord e Sud, e che ha ormai riaperto il dibattito sulla «quistione». impossibile bollare il tema come “déjà-vu“,a nche a giudicare dal dibattito aperto sulle pagine del corriere.

Era prevedibile, per esempio, rispondendo a Panebianco due economisti di differente ascendenza scientifica e politica come Adriano Giannola e Massimo Lo Cicero esprimessero diagnosi piuttosto antitetiche. Il primo, convinto che il Nord non vada da nessuna parte senza il Sud. Il secondo, più pessimista, che il Paese sia già meridionalizzato. Ma è invece significativo che, per il resto, i due dicano cose simili, esprimendo giudizi molto critici sulle regioni meridionali e sul loro ceto politico e proponendo, in sostanza, la stessa ricetta: neocentralismo.

Dibattito che potrebbe anche essere interessante, se non fosse che i problemi irrisolti del Mezzogiorno, prima ancora che dall’alternativa tra centralismo e decentramento, sono oramai sintetizzabili nei  dati che illustrano una disomogeneità nazionale unica nel panorama europeo.

Centralismo o regionalismo o federalismo che dir si voglia, dibattuti come argomenti nazionali, sembra,  per non voler affrontare il vero storico problema di una irrisolta Questione Meridionale denunciata a cominciare dall’immediato post unitario, una crescente iniquità in ogni campo, dall’economico  al sociale all’infrastrutturale, a discapito della popolazione meridionale. E non sto ad elencare personoaggi che da Francesco Saverio Nitti ad Antonio Gramsci  fino al più recente Nicola Zitara hanno denunciato le modalità in cui è avvenuta l’unificazione. E’ inutile continuare a discutere di un problema contemporaneo se si fatica a coglierne i nessi causali. Si continua a discutere sulle basi di una sociologia “non-generata”, come se l’oggetto dello studio non avesse un’origine e la situazione attuale fosse da considerarsi innata. Astoricizzare il concetto per giustificare la mitologia del (mica tanto) buon selvaggio terrone e colpevole.

Quale la soluzione, allora?

Al momento la nascita di nuove realtà meridionaliste sembra essere più una reazione all’indignazione. Vedere morire il proprio territorio ed emigrare i propri cari, sta generando via via un moto di rivalsa. Ma per ora non possiamo dire di trovarci difronte ad una vera e propria azione articolata che punti ad affrontare la Questione. Nella stragrande maggioranza dei casi questa reazione è puramente d’opinione, e non ne consegue alcun impegno politico. Nei casi in cui questo impegno viene “quagliato” ci si imbatte nel sistema di rivoli ideologici che frastagliano il meridionalismo: si va dagli indipendestisti, agli autonomisti, ai macroregionalisti e così via.

MO – Unione Mediterranea nasce per cercare di riunire queste  realtà che nella loro apparente diversità hanno un minimo comune denominatore: salvare il proprio territorio dalla ineluttabile indistricabilità della Questione Meridionale. Il nostro compito, nel proporre soluzioni, dovrà tenere conto dello scopo, e creare aggregazione. L’unione fa la forza, e l’apparente banalità di questa locuzione non può nasconderne l’efficacia.


[1]. Intervento di Angelo Sposato su RadioArticolo1

Sud e sottosviluppo: costituiamo gli Stati Generali della Questione Meridionale.

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Quest’anno, il destino del Sud è stato ancora più beffardo, triste e drammatico del solito.

Siamo oramai abituati a leggere di mezzogiorno, sui grandi media, soltanto d’estate, in genere in concomitanza del rapporto Svimez che certifica anno dopo anno la drammatica condizione di un Sud invischiato nella crisi, senza voce e senza rappresentanza istituzionale, dimenticato dai governi e dalla classe dirigente di questo paese.

Quest’anno non è così. Quest’anno, purtroppo, a parlare di “Questione Meridionale” si è arrivati a seguito di una tragedia, emblematica – al di là delle contingenze particolari – della condizione del Sud.

Quel binario unico della morte tra Andria e Corato, tra gli ulivi pugliesi, rappresenta il simbolo degli investimenti mancati, della sicurezza assente, del modello di sviluppo a trazione settentrionale che l’Italia e l’Europa hanno eretto a totem inviolabile delle scelte economiche da imporre ai territori, incapaci di concepirne le differenti condizioni.

Ma tutte le nobili voci che si sono alzate nei giorni successivi alla strage per denunciare l’isolamento del Sud hanno il difetto di essere voci singole, di non essere coro. Non unite da un comune sentire né da un comune vedere.

Non emerge in questo paese la capacità di imporre alla classe dirigente, politica, comunicativa, la Questione Meridionale come centro del dibattito  della sopravvivenza stessa dell’idea di nazione.

Eppure il Sud è vivo, a dispetto di tutti. C’è un Sud che si ribella, che non si arrende, un Sud che tenta nuove vie culturali, nuovi approcci antimafia, nuove strade imprenditoriali. Ma è afono, perché perso nella propria autoreferenzialità, incapace di fare rete e di costruire una visione comune, su sé stesso e sul suo ruolo nello scacchiere nazionale ed europeo.

Per questo motivo, il Sud avrebbe bisogno dei suoi Stati Generali. La chiamata a raccolta nelle sue migliori energie, dei sociologi, degli economisti, degli intellettuali, degli amministratori coraggiosi, dei giornalisti che non si sono arresi alle minacce, dei magistrati antimafia, dei giovani e dei meno giovani che curano i beni confiscati, dei poeti, dei contadini che non abbandonano la propria terra, dei precari, degli emigrati, dei migranti.

Gli Stati Generali della Questione Meridionale, anzi delle Questioni Meridionali, in cui aprirsi, confrontarsi e perfino scontrarsi, ma riuscire a concepire una via per il mezzogiorno.

Se, ad esempio, un sindaco come Luigi de Magistris, che fa della costruzione di un Sud Ribelle una sua prospettiva futura, chiamasse a raccolta profili politici e culturali, anche con idee differenti tra loro, persone come Domenico Lucano, Giusi Nicolini, Michele Emiliano, Franco Cassano, Rosaria Capacchione, Nicola Gratteri, Lirio Abbate, Sandro Ruotolo, Erri De Luca, Franco Arminio, Goffredo Fofi, Vito Teti, Marco Esposito, Gianfranco Viesti, Vincenzo Boccia, Emiliano Brancaccio, Emanuele Macaluso, Pino Aprile, Alessandro Cannavale, Emanuele Felice, Aldo Masullo, Gerardo Marotta, Isaia Sales, Maurizio de Giovanni, assieme ai tantissimi altri che – ripeto – a Sud stanno faticosamente tentando di non arrendersi e non perdere la speranza, si potrebbe cercare una via d’uscita comune a quel senso d’impotenza che sentiamo ogni qualvolta le voci che si ergono a difesa del Sud ci appaiono flebili, perché isolate.

Scrive Emanuele Macaluso sul suo sito: “Non mi pare che vi sia una forza in grado di trasformare una tragedia così terribile, l’indignazione per il ‘binario unico’ come segno della condizione del Sud, la rabbia, la generosità dei soccorritori e dei volontari, in un modo politico affinché il Sud torni ad essere sulla scena politica e sociale nazionale”.

Ebbene, al nostro comune amore per il Sud dobbiamo l’impegno serio e costante affinché quella forza ci sia, un giorno non troppo lontano. Lavoriamo.

Salvatore Legnante

Scegli di vivere la tua terra: compra Sud.

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Comprare meridionale significa scegliere prodotti di aziende con stabilimento e tanto più con sede legale al sud, ed è il gesto più immediato e concreto per aiutare la nostra terra: per approfondirne le ragioni fissiamo un dato ed un concetto. Il dato, statistico, riguarda l’emigrazione interna: dal rapporto Svimez 2013 apprendiamo che “negli ultimi venti anni sono emigrati dal Sud circa 2,7 milioni di persone. Nel solo 2011 si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord circa 114 mila abitanti”. In un solo anno una città di media grandezza scompare dal sud ed è trasferita di peso a più settentrionali latitudini.

Il concetto, purtroppo per alcuni ancora sorprendente, è che l’emigrazione meridionale non è una sciagura piovuta dal cielo né un retaggio dell’atavica incapacità del meridionale ad intraprendere, secondo la vulgata del falso storico risorgimentalista, bensì il frutto di scelte precise e ciniche volte a sviluppare il solo Nord a danno del Sud. La legge sul federalismo fiscale e su quello energetico, il trasferimento al nord delle proprietà delle banche meridionali iniziato con la legge Amato del ’90, il furto ormai decennale dei fondi FAS, gli investimenti infrastrutturali, ad esempio quelli CIPE, che vanno al nord in proporzioni bulgare sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.

Tuttavia una delle “scene del crimine” che ci riguarda più da vicino, e rispetto alla quale abbiamo più voce in capitolo, è il carrello della spesa: buona parte degli acquisti effettuati nella nostra terra è prodotta al Nord, circa il 94%, secondo un’inchiesta del quotidiano Terra. Il mito padano narra la leggenda di un Nord efficiente e produttivo che compete con l’estero e di un sud palla al piede, tuttavia i dati Bankitalia del 2012 fotografano una realtà diametralmente opposta: su 4,5 milioni di imprese settentrionali attive solo il 4% aveva l’estero come mercato di riferimento, il restante 96% aveva nel Mezzogiorno l’unico mercato di sfogo dei propri prodotti. In parole povere senza di noi avrebbero dovuto chiudere bottega.

Comprare meridionale, a partire dai generi di quotidiana necessità, significa pertanto creare reddito e lavoro nella nostra terra, sostenerne l’imprenditoria e contrastare l’emigrazione interna. Significa, in altre parole, contrastare l’assurdo per cui centinaia di migliaia di meridionali vengono costretti da specifiche scelte di politica “nazionale” ad emigrare al nord per produrre pasta, conserve o altri beni che poi compriamo al sud. Un assurdo che assume i toni del pirandelliano quando si considera che molte materie prime, a partire dall’agroalimentare, vengono prodotte in misura preponderante nelle nostre regioni ma la loro trasformazione è “delocalizzata” al nord. Un assurdo che sa di beffa se si considerano i casi in cui le nostre eccellenze vengono scimmiottate, con pessimi risultati tra l’altro, in quel di padania e nel supermercato vicino casa ci ritroviamo con il famigerato limoncello della riviera prodotto a Bergamo o con la mozzarella spacciata per tradizionale formaggio veneto.

In tale contesto va inserito il tema della sede legale e del federalismo fiscale(1): in sostanza se compri al Sud prodotti di aziende con sede legale al Nord buona parte dell’IVA, circa il 55%(2), va direttamente nelle casse della regione settentrionale di riferimento, con la conseguenza che tasse prodotte al sud vanno a finanziare sanità, scuola, trasporti ed altri servizi locali come se l’acquisto fosse stato effettuato al nord, alimentando ulteriormente la spirale dell’emigrazione interna. Se a questo aggiungete che la parte di tasse che vanno allo stato centrale vengono ripartite, come nel recente caso dei fondi per le ferrovie, nella proporzione di 60 milioni al Sud (1,2%) contro i 4.799 destinati al Nord ( 98,8%), il quadro è completo.

Per avere un’idea del danno perpetrato al Mezzogiorno in termini di risorse fiscali è sufficiente spulciare alcuni dati dai rapporti SVIMEZ 2013 e 2014: se dal primo apprendiamo che “dal 2007 al 2012, il Pil del Mezzogiorno è crollato del 10%, quasi il doppio del Centro-Nord (-5,8%)”, dal secondo emerge tuttavia che mentre le entrate correnti dei comuni del Mezzogiorno diminuiscono, coerentemente con il crollo dell’economia,passando dagli 815 euro per abitante del 2001, all’inizio del federalismo fiscale ai 756 del 2013, quelli dei Comuni del Centro-Nord, nonostante la crisi, aumentano da 944 a 1.018 euro pro capite nello stesso periodo. Il tutto mentre anche i cosiddetti meccanismi di perequazione, pur previsti dalla legge sul federalismo, sono rimasti del tutto inattuati, al punto che la stessa Svimez parla in tal senso di “vera e propria frode a danno dei cittadini del Mezzogiorno”.

Per completare il quadro è necessario aggiungere che per tutta una serie di servizi essenziali, come luce, gas, assicurazioni, treni e banche non abbiamo scelta, non esiste nulla che abbia sede legale più a sud di Roma.

Comprare meridionale significa valorizzare le nostre eccellenze e porre un freno immediato all’emigrazione interna, ma anche più risorse per trasporti, istruzione, sanità e servizi locali. Significa, in altre parole, scegliere di potere e voler vivere la nostra terra.
(1) La cosiddetta “Compartecipazione regionale all’IVA” è stata istituita col D.Lgs. 56 del 18 Febbraio 2000, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale. All’articolo 2 si legge: “E’ istituita una compartecipazione delle regioni a statuto ordinario all’IVA.”

(2) Alle regioni va il 52,89% del gettito, come stabilito dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 18 Gennaio 2013, cui va aggiunta un’ulteriore quota del 2% che va ai comuni, in base al DPCM del 17 Giugno 2011.

Di Lorenzo Piccolo

La più grave minaccia per Napoli non è il Vesuvio ma l’Italia.

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1973. Una partita di cozze avariate provenienti dalla Tunisia invade l’Europa e causa un’epidemia di colera che coinvolge molte città del Mediterraneo dove è per tradizione elevato il consumo di mitili. Casi di contagio si verificano a Napoli ma anche in città come Bari, Palermo, Barcellona, Marsiglia.
A Napoli parte una colossale operazione di profilassi con la collaborazione della cittadinanza (chi c’era lo ricorderà bene) che durerà due mesi (agosto e settembre) e che porterà l’ Organizzazione Mondiale della Sanità a dichiarare risolta l’epidemia in città nel mese di ottobre. A Barcellona, tanto per dire, l’OMS fece la stessa dichiarazione soltanto due anni dopo. Eppure, grazie ai media italiani, quell’evento è passato alla storia cone il colera a Napoli. E il marchio di infamia permane tuttora sulla pelle dei cittadini. La conseguenza della campagna stampa fu che Napoli scomparì dalle mappe del turismo per qualche decennio a causa dell’immagine della città che era stata iniettata nell’opinione pubblica.

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2013. L’Espresso pubblica un rapporto della Nato che tecnici accreditati hanno giudicato sproporzionato. Gli americani nel documento tracciano una irreale mappa del pericolo indicando le zone dove sarebbe concentrato il rischio invitando il proprio personale ad evitarle.
Per oltre 20 anni aziende del nord, per abbattere i costi dello smaltimento legale, hanno fatto accordi con la camorra per sversare nelle terre della Campania Felix (la terra più fertile al mondo che consente 4 raccolti all’anno) milioni di tonnellate di rifiuti tossici di natura industriale con il terrore di inquinamento delle falde. Tecnici ed analisti dell’azienda idrica comunale insorgono garantendo che l’acqua napoletana è la più analizzata d’Italia e la migliore tra quelle erogate dalle città italiane.

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2016. Riprende la guerra di camorra in città. Lo stato non riesce a garantire la legalità. In realtà non ha interesse a combattere il degrado di alcuni quartieri con tassi elevatissimi di disoccupazione, evasione scolastica etc… abbandonando la popolazione nelle mani della criminalità. La camorra svolge la funzione di controllo sociale per supplire alla mancanza di politiche sociali, della scuola e del lavoro di esclusiva pertinenza della stato completamente assente. Del resto cosa potrebbe accadere se centinaia di migliaia di persone non trovassero nella camorra l’opportunità di attività illegali che garantiscano la sussistenza delle loro famiglie? Quale pressione sociale si produrrebbe in quei quartieri degradati? L’accordo tra lo stato che si limita a rappresentazioni teatrali con l’invio dell’esercito senza minimamente affrontare il problema alla radice e la criminalità cui sono stati ceduti pezzi di territorio nei quali offre risposte alla popolazione che lo stato italiano si rifiuta di prendere in considerazione è evidente a chi ha occhi per vedere e non per leggere i giornali. Diversamente infatti lo stato sarebbe costretto ad effettuare importanti investimenti contraddicendo il proprio comportamento tenuto per tutti i 155 anni della Malaunità.

Potete fare le copertine che volete e scaricare la colpa sui napoletani ma il vero pericolo, la minaccia e la causa di tutti i problemi per Napoli e per il suo popolo è l’Italia.

Attilio Fioritti

Sud, dalla società senza padri a quella senza figli

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di Raffaele Vescera dalla pagina Terroni di Pino Aprile

Vi sono vari modi per distruggere una civiltà, quello classico è la guerra, distruzione totale, deportazione degli abitanti e loro schiavizzazione come utile manodopera. Così si è fatta, e si fa, l’Europa, ma anche l’America e altri paesi. Dove non arriva la forza della guerra, c’è quella dell’economia.
Il nostro Sud, le ha subite entrambe, dal 1860 in poi. Invasione e feroce occupazione militare, spoliazione delle risorse pubbliche delle classi più povere, quali boschi e terre demaniali, concessione di privilegi finanziari e di impunità giudiziaria alle classi agiate, favorevoli alla colonizzazione straniera, in cambio della loro rinuncia allo sviluppo di un’economia propria. Repressione feroce di ogni ribellione sociale, senza mai nulla concedere “per non viziare i ribelli”, protezione di organizzazioni mafiose, utili a garantire il controllo del territorio e a rastrellare denaro da investire al Nord. I contadini dei fasci siciliani di fine Ottocento furono repressi dal piombo dello Stato e da quello della mafia, insieme. Così si ammazzava chi chiedeva terra e lavoro.

Le conseguenze furono catastrofiche per il Mezzogiorno, sette o otto milioni di emigrati, all’estero e al Nord Italia, comunque terra straniera a noi “terroni”. A partire furono soprattutto i padri, a volte tornavano dall’America, a volte chiamavano la famiglia, altre volte no: se ne facevano una nuova e non tornavano più. Una società senza padri, è una società senza regole. Laddove le madri svolgono con i figli un ruolo affettivo, comprensione e perdono, i padri ne svolgono uno normativo, lavoro e filare dritto, e ceffoni se necessari. Il disastro antropologico di una società privata del ruolo guida dei padri, è sotto i nostri occhi.

Gli anni ’80 del Novecento vedevano un Sud in crescita economica, grazie a una politica in parte favorevole. La borghesia industriale del Nord, spaventata dalla concorrenza, finanziò la nascita della Lega di Bossi, si fece politica essa stessa con Berlusconi, e ora finanzia il PD di Renzi, sempre per garantire la crescita del Nord e impedire lo sviluppo del Sud. Il Mezzogiorno deve restare colonia interna, deve essere un serbatoio di forza lavoro a basso costo per il Nord e deve consumare le sue merci. Gli uomini che non partivano più, ora vedono emigrare i propri figli, disoccupati per il 65%. Centomila giovani, laureati e no, partono ogni anno, quelli che restano non fanno più figli, come mantenerli? Il 90% dei consumi del Sud è fatto di prodotti del Nord, per 70 e più miliardi di euro ogni anno. Anche i rifiuti della nostra digestione arricchiscono l’industria padana. L’invecchiamento della popolazione meridionale galoppa, la decrescita infelice anche, per la prima volta dopo la grande guerra, gli abitanti del Sud diminuiscono. Di questo passo, l’estinzione del popolo meridionale è prossima.

Per capire meglio i meccanismi di impoverimento e distruzione sociale di un popolo, vediamo quanto avviene nei Paesi più deboli d’Europa, quelli dell’Est, distrutti dall’incontro con le economie forti dell’Ovest. Prendiamo la Bulgaria, il più povero dell’Unione europea. Le sue risorse minerarie in mano agli stranieri, la sua produzione industriale, pur attiva ai tempi del socialismo, distrutta, al governo un ceto politico paramafioso favorito dai paesi occidentali, Germania in testa, per garantire la spoliazione della nazione. Un trenta per cento della sua popolazione emigrata, uomini, pur ingegnosi tecnicamente, in Germania, donne badanti ovunque. La moneta locale, il Leva, valutato meno di niente, con conseguenti stipendi da fame per chi resta, dal valore di 200 euro al mese, per comprare merci in gran parte europee, a prezzi pieni, spesso più cari che da noi. Fabbriche tedesche che sul posto pagano i dipendenti dieci volte in meno, pur svolgendo essi lo stesso lavoro di quelli in Germania. Azzeramento dell’assistenza sanitaria e di quella sociale, pensioni da meno di 100 euro, anziani che muoiono letteralmente di fame se non hanno figli che vanno all’estero.

La miseria dei popoli più deboli garantisce l’altrui ricchezza. E’ un film già visto da noi al Sud, un tempo si chiamava colonialismo, oggi è il capitalismo globalizzato, bellezza.