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La mezz’ora più lunga – Lettura del confronto fra De Magistris e Salvini ospiti di Lucia Annunziata

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Partiamo subito chiarendo una cosa: Lucia Annunziata è interprete di un certo giornalismo che si finge scomodo e fuori dagli schemi ma che spesso, ad uno sguardo più attento, risulta chiaramente “sotto padrone”, e quello che in un primo momento era sembrata provocazione ficcante finisce per rivelarsi una conduzione sottilmente tendenziosa. Un modo di fare alla Cruciani teso a screditare l’interlocutore non gradito o a rendere comoda la vita a quello gradito (che quasi sempre è in area maggioritaria PD).

Questa volta non è esattamente il caso, ma è anche vero che durante la doppia intervista di oggi, 19 marzo, a Luigi de Magistris e Matteo Salvini la verve faziosetta della Annunziata ha fatto spesso capolino, rendendo scarso servigio al Giornalismo inteso come nobile mestiere.

Ad ogni modo i tentativi di mettere in cattiva luce il sindaco di Napoli in merito ai fattacci della settimana scorsa è stato puntualmente e chiaramente controbattuto da un sereno de Magistris, che con equilibrio e pragmatismo si assume la sua responsabilità politica senza nascondere ed anzi esaltando il fatto che fra la sua esperienza politica e quella dei centri sociali napoletani esiste una mai taciuta e proficua collaborazione. La sinergia fra i vari elementi del corpo politico napoletano, orchestrata dal sindaco in qualità di mediatore, ha ottenuto in questi anni splendidi risultati, e de Magistris non fa altro che elencarne qualcuno rivendicando la partecipazione attiva di tutti i movimenti politici e culturali coinvolti. La serenità di chi ha ragione (e che verrà poi contestata a sparate dal ciarlatano padano, come vedremo) fa scempio del sillogismo “centri sociali/black block”. Certo nessuno può negare che le violenze ci siano state, tanto meno de Magistris, ma le parole del sindaco sulle motivazioni del suo diniego a Salvini, della sua vicinanza ai centri sociali e sulle inopportune prese di posizione di Minniti dovrebbero aver depotenziato le scandalose strumentalizzazioni a cui abbiamo assistito ( ed alle quali, comunque, si doveva evitare di prestare il fianco)

Da questa prima mezz’ora emerge ancora più fortemente come Dema e Luigi de Magistris possano essere interlocutori estremamente interessanti assieme ai quali percorre una parte del nostro cammino. Difficilmente ci sarà mai un totale allineamento di tematiche e ricette politiche, ma le coordinate di base sono comuni.

Salutato de Magistris la Annunziata passa a Salvini. Rileviamo innanzitutto come un ipotetico contraddittorio terzo, da parte del sindaco di Napoli, sia negato dalla incomprensibile conduzione della puntata che non prevede il diritto di replica del primo intervistato. La conseguenza naturale è il grottesco spettacolo di Salvini che replica con le solite sparate vacue e retoriche agli argomenti concreti precedentemente buttati sul tavolo. L’esempio più lampante vede il segretario della lega criticare l’amministrazione comunale che – a suo dire – non si cura delle buche in strada mentre concede chissà quali privilegi di natura immobiliare ai centri sociali. Salvini ignora totalmente i termini in cui si è espresso il suo predecessore ai microfoni, ed oppone calunnie incontrastate a termini come riqualificazione urbana e collegialità della cura cittadina. Ma questa è la sua cifra politica, e ci siamo abituati.

Le panzane si attestano a livelli ragguardevoli. E’ proprio il caso di dire che Matteo da i numeri: “centinaia di circoli”, “migliaia di iscritti”, “2000 convenuti al comizio a napoli” (in una struttura che ne ospita al massimo 1150), 35 mila voti a Roma (11.880 in realtà) etc. il tutto condito dal sempre evidente – anche se scandalosamente negato – preconcetto antimeridionale. Non mancano infatti i richiami alle solite fanfaluche di stampo padano: gli sprechi al sud (e mai al nord), la sanità disastrata (ricordiamoci che la lega è fra le principali cause), quartieri di napoli in mano ai clandestini (dove?). Forse ne azzecca una quando parla delle truffe sssicurative, ma per una che ne indovina i toni rovinano tutto: “Napoli capitale mondiale delle truffe assicurative”. Ellallà!

Non manca nemmeno l’ennesima autoassoluzione del suo razzismo che, come al solito, viene derubricato a banale mancanza di educazione da ultras.

Gli argomenti concreti, invece, stanno a quota zero. Nessun accenno alle ricette concrete. Non vole l’Euro, i nemici sono gli immigrati, i genitori devono essere mamma e papà e non genitore 1 e genitore 2 e via dicendo con la solita ridda di fumogeni politici colorati quanto evanescenti. Pretenderebbe anche che Minniti cambiasse in mezza giornata le direttive alla marina militare in merito all’emergenza migranti nel mediterraneo. Risposte semplici a problemi complessi. Tipico della lega.

Non mancano poi le citazioni alla Le Pen, a cui concede la verginità dall’estremismo di destra. I Lepenisti in francia hanno allargato il consenso proprio grazie ad un populismo di estrema destra, ma a Salvini conviene negare l’evidenza perché spera di replicare in Italia e diventare ministro degli interni (sic.)

Dio ce ne scampi e liberi!

Ad inizio intervista Salvini si dice preoccupato per Napoli che è amministrata da quel poveretto che c’era in studio. De Magistris risponderà per conto suo, a questo, ma da parte nostra valga un chiarissimo: “Stai pure a casa tua, Matteo, ché a noi badiamo noi stessi!”

Una classe politica “normale”, ovvero l’esigenza eccezionale del Meridionalismo moderno

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Se guardiamo alla normalità politico-amministrativa occidentale (e questo esclude l’Italia, dall’analisi) vediamo che pressoché ovunque, la politica locale si fa espressione degli interessi della comunità che rappresenta. Secondo il paradigma della sussidiarietà, più particolare è l’ambito geografico, più ristretto sarà l’ambito territoriale delle istanze proposte. Viceversa più ampio diventa il raggio e più inclusiva e “generica” diventa l’azione politica.

Naturalmente questa è una brutale semplificazione, ma si può affermare che il modello “regge” il confronto con la realtà di parecchi paesi europei, ad esempio. In strema sintesi, la politica è – a vario livello, ed a varie quote – rappresentativa della comunità che la esprime. Come dimostrato chiaramente dalla cronaca quotidiana, però, non tutto fila sempre per il verso giusto. Se non ci si fa accecare da facile retorica giustizialista si vedrà chiaramente che la politica è un fenomeno umano, ed in quanto tale non perfetto. Globalmente parlando il sistema sembra reggere e farlo in maniera equa perché, a fronte dei casi in cui l’individuo sceglie di servire gli interessi specifici più che quelli collettivi, se ne conta una schiacciante maggioranza in cui i delegati rendono effettivo conto alla cittadinanza che ha accordato quella delega.

I disonesti ci sono dappertutto, insomma, ma quando sono “diffusi” in ambienti generalmente sani il loro impatto è minimo, e questo garantisce una diffusa e corretta tutela politica, indipendentemente dalle aree geografiche o dai settori che esprimono le varie deputazioni.

Nel paese che ci ospita non funziona così. La classe politica nazionale fa – in genere – gli interessi di un’unica area geografica, e questo è dovuto al più banale dei fattori: chi deve tutelare il settentrione lo fa, chi deve tutelare il meridione NON LO FA. Al contrario di quanto avviene nei paesi “normali” la classe politica meridionale cura ESCLUSIVAMENTE E MASSICCIAMENTE interessi particolari facendo mancare al Sud il necessario set di tutele da contrapporre ai politici “nordcentrici”.

Intendiamoci: non che la classe politica del settentrione d’Italia sia più onesta, anzi… Quantomeno, però, ha la decenza di affiancare ai suoi appetiti pantagruelici un minimo di attaccamento al territorio. L’esercizio aritmetico risulta nel più facile dei “quattro”. Il confronto politico così avviene fra due filosofie politiche che condividono la truffaldineria, ma non l’attenzione al territorio ed a farne le spese siamo noi cittadini Meridionali, ovvero quelli che non sono riusciti ed esprimere dirigenti interessati alla propria realtà locale.

Dai gattopardi ottocenteschi in qua, la classe dirigente meridionale ha SEMPLICEMENTE FATTO ACQUA in merito alla tutela della propria gente.

Ed allora se si vuole risolvere la questione meridionale, bisogna fare ciò che non si è mai provato a fare. Bisogna fare qualcosa di RIVOLUZIONARIO: cercare la NORMALITA’.

Formare una classe politica meridionale che sia NORMALE nel suo impegno di tutela; NORMALE nei meccanismi di avvicendamento; NORMALE nell’adattarsi al civile e democratico controllo del proprio operato; NORMALE, e quindi RIVOLUZIONARIA.

La calata dei lanzichenecchi leghisti è fallita, ma…

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LA “MARCIA SU NAPOLI” E’ FALLITA, MA CONTRO SALVINI SI POTEVA FARE DI MEGLIO

Facciamola breve. La marcia (dell’11/03 ndr) su Napoli dei leghisti è fallita. Qualche centinaia di amici di Salvini provenienti dalle regioni del Sud, composti da capiclan elettorali del centrodestra che offrono i loro voti al miglior acquirente e i pochi fascisti e neonazisti che condividono l’ideologia xenofoba dei leghisti, si sono rintanati nei padiglioni della Mostra d’Oltremare protetti da 1200 poliziotti, mentre fuori un grande corteo di protesta contro la sua venuta sfilava pacificamente, a parte i soliti esagitati che, scatenando episodi violenti hanno dato modo a Salvini e ai giornali di oscurare tutto il resto.

Il corteo ha visto uniti napoletani di ogni ideologia, dai militanti di DeMa, il movimento di De Magistris, che ripropone i temi classici della sinistra, ai neomeridionalisti che, ponendosi al di là di sinistra e destra si battono per il riscatto del Mezzogiorno, rifacendosi ai temi enucleati, seppure con sfumature politiche diverse, da Gramsci, Salvemini, Nitti, Dorso, Zitara e altri, fino ai “neoborbonici” che fanno del recupero della verità storica sulle reali condizioni di civiltà delle due Sicilie e sulla malfatta unità d’Italia il loro cavallo di battaglia. Tutti uniti da un sentimento trasversale di avversione a Salvini e alla lega Nord, memori degli insulti razzisti antimeridionali e del dirottamento verso le regioni del Nord di fondi europei e statali destinati al Sud, di cui gli eredi di Bossi si sono resi responsabili. Dai fondi Fas utilizzati per pagare le quote latte, fino alla ripartizione del 95% dei fondi ferroviari al Centronord, per alta velocità e altre note ruberie, lasciando il Sud in condizioni infrastrutturali e sociali pietose.

Un sentimento trasversale che, per queste ragioni, va oltre l’avversione a Salvini, debordando in un diffuso convincimento sulle ragioni del Sud, che conquista anche la jacquerie dei centri sociali i quali, paladini della lotta alle ingiustizie planetarie, riconoscono nella questione meridionale la più grande ingiustizia italiana. Peccato solo per la loro estrema esagitazione che li spinge alla degenerazione dei metodi della protesta civile mettendoli dalla parte del torto e rendendo, a loro e all’insieme dei manifestanti, un cattivo servigio.

E’ pur vero che il giornalista antifascista Francesco Maratea, mio conterraneo garganico, segretario degli “aventiniani” nel 1924, ricordando le giornate della “mala” marcia su Roma, diceva: “Se dieci persone fossero uscite decise da Aragno con ombrelli e bastoni, puntando su Montecitorio, non avremmo avuto il fascismo”.
Tuttavia, per fortuna non siamo, perlomeno non ancora, a quel punto di violento assalto del potere della destra estrema. Non credo che al Sud si possa arrivare a tanto. Una nuova calata padana del fascismo non troverebbe le condizioni sociali, il blocco storico industriali del nord-agrari del sud, denunciato da Gramsci, non esiste più, e a parte neonazisti e venditori di voti clientelari legati alle mafie, non vedo una grande possibilità di affermazione al sud per un partito che ha “prima il nord” come motto.

A Napoli i movimenti anti Salvini potevano e dovevano fare di meglio. Rinunciando magari al classico corteo, che solitamente permette infiltrazioni di ogni genere, per convocare a Piazza del plebiscito una grande kermesse con la trentina di artisti aderenti al manifesto contro Salvini, da Eugenio Bennato ai 99Posse, a Gragnaniello e altri grandi musicisti, kermesse, questa sì, che avrebbe raccolto decine di migliaia di napoletani, i quali avrebbero potuto seppellire Salvini con un colossale pernacchio corale di eduardiana memoria. Uccide più il ridicolo che la spada.

A proposito di Piazza del plebiscito, Salvini ha dichiarato che il suo prossimo raduno lo farà proprio nella piazza principale, “per liberare Napoli”, dice. La battuta che circola tra i napoletani, in larghissima maggioranza a lui avverso, è “ma chi l’ha liberato a ‘sto Salvini?”

Raffaele Vescera

Delitto di cronaca

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A guardare i telegiornali, quella di oggi a Napoli è stata una manifestazione violenta e, per questo, degna di essere respinta, delegittimata, magari irrisa come velleitaria e buona ad essere contrapposta alla serietà, sana passione e festosità del comizio di Salvini alla Mostra d’Oltremare.

Fin qui l’informazione ufficiale che, come sappiamo, concentra sistematicamente le sue telecamere e i suoi commenti sui pochi violenti, trascurando (di proposito, ritengo) la grande massa dei manifestanti che, con la loro presenza pacifica e appassionata, lanciano un messaggio di protesta e di cambiamento.

Come si dice in questi casi: “Io c’ero” e ho visto un’altra cosa. Ho visto bandiere di tanti colori diversi, striscioni e cartelli soprattutto ironici, ho visto gente che suonava e, soprattutto, non ho visto le scene di guerriglia: perché il corteo era lungo, molto lungo e chi non era nelle immediate vicinanze degli scontri, neppure se n’è accorto.
Già, era tanto lungo: anche questo non è stato riferito dai telegiornali.

Più che di diritto di cronaca, a me pare un delitto di cronaca.
E una vecchia vignetta di Marco Marilungo spiega meglio di mille parole la dinamica di questo delitto.

Antonio Lombardi

Salvini via dal sud. Dal 1989 a oggi: tutte le ragioni per scendere in piazza l’11 marzo.

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Una nota di Pierluigi Peperoni,
segretario nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Troppo semplice identificare nelle ragioni del razzismo antimeridionale le vere ragioni di un’opposizione a Salvini. Nessuno dimentica o sminuisce l’importanza di quel coro cantato a Pontida:

“senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”.

Oppure il suo illuminato intervento al congresso dei giovani padani del 2013:

Ho letto sul Sole 24 Ore che, ancora una volta, verranno aiutati i giovani del Mezzogiorno. Ci siamo rotti i coglioni dei giovani del Mezzogiorno, che vadano a fanculo i giovani del Mezzogiorno! Al Sud non fanno un emerito cazzo dalla mattina alla sera. Al di là di tutto, sono bellissimi paesaggi al Sud, il problema è la gente che ci abita. Sono così, loro ce l’hanno proprio dentro il culto di non fare un cazzo dalla mattina alla sera, mentre noi siamo abituati a lavorare dalla mattina alla sera e ci tira un po’ il culo”.

Uscite come queste sono solo la punta dell’iceberg di un processo ben più profondo e radicato di cui la lega nord è il principale attore. E’ noto che il razzismo antimeridionale si è tramutato nel corso degli anni in un’azione continua di boicottaggio ai danni del mezzogiorno che ha portato ad un dimezzamento degli investimenti in opere pubbliche a sud. Siamo passati da circa 10 miliardi nel 1989 (anno della fondazione della Lega Nord) a circa 2 miliardi nel 2014.

Il partito di cui Salvini è segretario nazionale ha mostrato una fortissima capacità di incidere trasversalmente su tutti i partiti che si sono succeduti al governo. Che fossero di destra o di sinistra poco importa. Ma l’azione leghista non si è limita a questo. I padani hanno strategicamente occupato ogni spazio politico a propria disposizione per boicottare qualsiasi iniziativa potesse dare prospettive di rilancio a sud.

Il seguente prospetto parla chiarissimo.

Un esempio su tutti: le zone franche urbane. La proposta di istituire delle zone a fiscalità di vantaggio fu accettata dall’UE nel 2008, quindi nel 2009 pareva che dovessero finalmente partire. A 2 giorni dell’entrata in vigore il governo decise di introdurre alcune modifiche all’impianto normativo che aveva ottenuto l’ok, vanificando di fatto tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Cosa successe? Pare che i comuni scelti, dislocati principalmente al centrosud, non fossero graditi ad alcuni membri dell’allora Governo che preferirono mandare a rotoli l’intero lavoro svolto, piuttosto che accettare l’idea che una parte del Paese potesse godere di un importante vantaggio fiscale.

Il rinnovato Salvini che pure vuole dimostrare di essere cambiato, finge di non sapere che la commissione tecnica sul federalismo fiscale è presieduta da Giancarlo Giorgetti, leghista. Finge quindi di non aver alcun ruolo nelle assegnazione delle risorse basate su parametri-capestro per il sud. Parliamo ad esempio delle risorse per la manutenzione stradale basate sul numero di occupati, oppure della “formula Calderoli” che assegna le risorse per il servizio sanitario in misura MINORE là dove si muore prima.

Un meridionale che spera nell’aiuto di Salvini è come il derubato che spera che il ladro gli restituisca la refurtiva.

L’unica risposta sensata da dare a Matteo Salvini è che noi non ci caschiamo, che il suo tentativo di rubare voti al sud per diventare premier non andrà a buon fine.

Stavolta non ci caschiamo.

Come il lupo tra le pecore – Salvini a Il Mattino di Napoli

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L’apparizione di Matteo Salvini al Mattino ha del fiabesco. I toni morbidi e sognanti della fiaba hanno accompagnato le parole del segretario leghista, assoluto protagonista del forum organizzato dal quotidiano napoletano in vista della manifestazione attesa in città l’undici marzo e promossa da “Noi con Salvini”.

Una chiacchierata fiabesca nei toni. Moderazione, rispetto e cortesia. Salvini è stato squisito, negando prepotentemente il registro utilizzato nella sua comunicazione politica usuale. Ostentando una sicurezza ed un savoir faire degno dei più raffinati salotti, ha speso parole d’ammirazione per Napoli. I maliziosi avranno pensato alla più banale captatio benevolentiae ma sarà bene non prestare orecchio a questi livorosi pignoli.

Fiabesco all’inverosimile nei temi. Buonsenso elargito a piene mani su (quasi) tutti i punti trattati. Chi non vorrebbe liberarsi di una classe politica cialtrona ed inefficiente al punto tale da non riuscire a spendere le casse di dobloni che ogni anno arrivano al sud? Chi non vorrebbe vedere il porto di Napoli in pieno sviluppo? Chi non vorrebbe vedere un “generico” sviluppo infrastrutturale al mezzogiorno? Chi potrebbe non simpatizzare per l’uomo che ha pietà dei nostri emigrati?

Insomma, Matteo ci vuole bene. Basta far fuori la Merkel (che lui sostituirebbe con Marine LePen), l’Euro ed i tanto vituperati, mostruosi migranti, per far decollare le sue idee di sviluppo ecumenico e perequante. Spiace non aver avuto una scheda elettorale sottomano. Si sarebbe votato Lega Nord senza pensarci un attimo.

Ma visto che non avevamo matite copiative ed urne elettorali nei paraggi, forse è bene che ci si fermi un attimo a riflettere sulla fiaba salviniana, perché potrebbe non essere esattamente aderente alla realtà.

Innanzitutto ci chiediamo come mai il segretario leghista abbia eluso tutte le domande direttamente poste da Marco Esposito. Domande tecniche, più concrete di quelle necessariamente generiche poste nell’arco del dibattito da Barbano e Perone. Nei casi in cui si è trovato, suo malgrado, a non poter evadere, l’arrembante padano si è rifugiato in comode ammissioni di ignoranza. Ammissioni che risultano un po’ sconfortanti se prodotte da chi si prende la briga di venire a Napoli a “salvarci da noi stessi”, a maggior ragione se certi argomenti recano in calce l’ingombrante firma di Roberto Calderoli, vera e propria eminenza leghista.

A corroborare i dubbi sulla sincerità organica della trama salviniana ci si mette l’incidente sul residuo fiscale. Braccato sull’argomento della odierna sperequazione economica nel bel paese, la prima ed immediata difesa che sgorga sulle labbra del bel Matteo assomiglia pericolosamente ad un vecchio refrain della lega più oltranzista. Marco Esposito non fa quasi in tempo ad articolare la domanda sui criteri del federalismo fiscale che Salvini vomita quasi istintivamente la manfrina delle povere regioni del nord depredate dal famelico e parassitario sud.

Non appena gli si fa notare che se chi è più ricco non investe su chi è più povero lo sviluppo infrastrutturale che fino poco prima lui stesso caldeggiava rimarrebbe lettera morta, il verdissimo si ravvede. Fa marcia indietro facendo passare per rivoluzionaria una banalità: “molta della tassazione dovrebbe rimanere in loco, e poi chi sta meglio aiuterà chi sta peggio”. Incredibile la facilità con la quale il funambolo lombardo riesca a passare in poco più di due frasi dalle geremiadi sul principio di solidarietà fiscale invalso nell’occidente moderno, alla pleonastica e convinta affermazione dello stesso.

Un caso esemplare del famoso “tutto e contrario di tutto”.

Sorge quasi il sospetto che questo contorsionismo sia stato dettato dall’incoerenza di base del presunto buonsenso salviniano. Costretto a prendere pubblicamente le parti del sud per raccattare voti, ma intimamente consapevole di giocare per un’altra squadra.

Il tutto appare abbastanza grottesco anche tralasciando il siparietto durante il quale il nostro nega che il federalismo fiscale sia mai stato applicato. Naturalmente lo scivolone gli procura le giuste bacchettate dagli interlocutori

L’ultima domanda che ci poniamo riguarda l’argomento apparentemente più “leggero”, ma che invece è estremamente rivelatorio.

Ci chiediamo infatti come Salvini possa continuare a giustificare il fattaccio dei cori razzisti con cui dimostrava, tempo fa, le proprie doti canore. Prima prova a negare, e poi riduce tutto a bighellonate per le quali ha già chiesto scusa. La cosa fastidiosa è che – mentre ribadisce scuse non troppo convinte – riesce a trattare la questione con quel tono paternalistico di chi, ad esempio, giustifica il bullismo a scuola col più sospetto dei “so’ regazzi”.

Per levarsi le castagne dal fuoco deve necessariamente minimizzare amenità del calibro di “Vesuvio lavali col Fuoco”, sdoganandole ed equiparandole al normale sfottò da stadio (come se un vaffan* fosse in qualche misura paragonabile all’augurare catastrofi naturali). Nessuna presa di posizione reale, insomma, ma artifici retorici atti a “ripulire” il tronco razzista dell’albero ed agghindarlo con le foglie di una contrizione insincera e di circostanza. Le foglie di plastica dell’ipocrisia.

Questo piccolo ed apparentemente secondario elemento da in realtà la cifra del personaggio Salvini: predicare meravigliosamente ma essere incapaci di razzolare altrettanto bene. Raccontare la fiaba più rassicurante e benevola, ma avallare e rappresentare l’esatto contrario quando i nodi vengono al pettine. La lega ha avuto mille ed una occasioni per occuparsi di un’equa distribuzione delle risorse e dunque per favorire la transizione verso forme giuste di federalismo. In nessuna di queste occasioni si è rivelata diversa da se stessa, ovvero una forma di sindacato politico degli interessi tosco-padani più gretti. Oggi Matteo Salvini ci chiede un atto di fede. Noi dovremmo credere alla conversione radicale della Lega sulla base di mezz’oretta di “sani principi” e belle parole.

Salvini ci chiede di credere alle fiabe!

Secondo noi, invece, la narrazione leghista si sgretola ai primi raggi del sole napoletano. Si sente puzza di bruciato a grande distanza ed a ben vedere questo è naturale perché Salvini vende fumo, e per produrre fumo devi bruciare qualcosa. In questo caso ad andare fra le fiamme è stato il pudore di chi rappresenta da anni un serio ostacolo al nostro sviluppo, mentre oggi viene in casa nostra e pretende di insegnarci a risorgere.

Il segretario della lega nord rimane fiabesco in un’unico elemento: Salvini è il lupo. Il lupo travestito da pecora che pretende di intrufolarsi nel gregge per mangiare più comodamente.

Solo che a noi, di fare le pecore, non va più.

156 anni fa sono sbarcate le camicie rosse, ed oggi sbarcano quelle verdi. Se in mezzo ci mettiamo il colore delle camicie di “Noi con Salvini” (bianche, con lunghe maniche legate dietro la schiena) otteniamo un’infausta cromìa che al Sud ha portato solo ed unicamente sventura.

L’11 Marzo, alle 14, in piazza Sannazaro a Napoli, portiamo l’azzurro del nostro mare ed usiamolo per lavare via questo tricolore di disgrazie.

MO! – Unione Mediterranea incontra la V Municipalità

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Mimmo Cerullo, consigliere eletto nella V Municipalità (Vomero – Arenella) incontra i cittadini, aprendo a tutti uno spazio di ascolto e di confronto.

Lo sportello d’ascolto, che si terrà venerdì 24 febbraio alle ore 18.00, ha l’obiettivo di approfondire il legame che MO! Unione Mediterranea intende instaurare con i cittadini. Il nostro Mimmo metterà a disposizione la sua passione e la sua competenza, e si farà portavoce delle esigenze che emergeranno anche in questa occasione.

L’invito è rivolto a tutti i cittadini che vogliono un filo diretto con l’amministrazione municipale per avere chiarimenti, proporre progetti e segnalare criticità sul territorio.
MO! Unione Mediterranea ringrazia Mimmo, per essere espressione diretta dei valori di solidarietà e impegno, ed invita tutti i cittadini a intervenire attivamente per costruire insieme il futuro della città.

L’incontro si terrà presso lo studio Porreca, in via Ugo Niutta 33

 

MO! hai voce in capitolo anche tu!

 

Per maggiori informazioni clicca qui

Napoli: ‘O Monumento per ricordare il genocidio del Sud

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Si scrive ‘O Monumento, con l’apostrofo prima della “O”. Vero. Ma Facebook non lo permette. E allora va bene anche O Monumento. Basta che si faccia, che si possa iniziare insieme un’opera di “Rimemorazione”.
Il progetto è concreto. C’è l’artista – Domenico Sepe – disposto a realizzarlo gratis. C’è la localizzazione, nella zona della Ferrovia. C’è il consenso del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. C’è la promotrice, Annamaria Pisapia, con il sostegno di MO Unione Mediterranea e di tutti i gruppi che vorranno unirsi al progetto.
Ma ‘O Monumento sarà firmato dal “Popolo Napoletano” perché una simile iniziativa va a segno se raccoglie il consenso di tanti. Ecco perché apriamo una sottoscrizione pubblica per raccogliere la somma necessaria per le spese vive di realizzazione, trasporto e installazione del monumento: 3.000 euro. Presto comunicheremo le modalità per la raccolta fondi.

Perché ‘O Monumento?
Nel 1860 il popolo del Regno delle Due Sicilie venne massacrato, stuprato, derubato e infine colonizzato dalle truppe sabaude. L’oblìo fu il destino delle centinaia di migliaia di vittime che si opposero o anche solo subirono l’invasione piemontese. Pino Aprile in Carnefici fornisce cifre agghiaccianti. Di questo sacrificio vi sono tracce labili nella storia ufficiale. Nessun libro di scuola riporta quanto accaduto nella sua reale dimensione. Nessun monumento lo ricorda. Nessuna strada è intitolata alle vittime dell’invasione. Il grido di dolore di un popolo annientato è ancora intrappolato nello spazio e nel tempo. Nessuna elaborazione del lutto. Tutto doveva essere ed è stato cancellato, represso e con esso anche il dolore, per lasciare il posto a una macabra euforia da “liberazione”.
Da 155 anni il popolo del Sud vive in un limbo in attesa di una rimemorazione. Nei casi di genocidio, come quello avvenuto alle genti del Sud, il processo di identificazione è lacerato, rendendo quasi impossibile la percezione dell’importanza dell’identità. Identità che un popolo costruisce dalla memoria del suo passato, laddove identità e memoria sono interdipendenti, come ci ricorda la semiotica, ed entrambe ci consentono di proiettarci nel futuro.
Ed è a tal proposito che, da molti anni, persone come Annamaria Pisapia immaginano un doveroso riconoscimento alle vittime delle barbarie perpetrate dalle truppe piemontesi. Un’ opera che ne ricordasse il sacrificio, ma che nel contempo servisse come “Luogo della Memoria”. Ora, finalmente, l’intuizione di Annamaria, appoggiata da MO Unione Mediterranea, fatta propria nel progetto di Napoli Autonomia e Identità, a cui ha prontamente aderito il Comune di Napoli nella figura del Sindaco Luigi de Magistris e degli assessori Carmine Piscopo e Mario Calabrese, è stata accettata. Ma, che sia detto in modo esplicito, una simile iniziativa non è di una sola persona o di un solo movimento: è un’azione di popolo. E così sarà firmata.
Dopo 155 anni quel grido di dolore si libera e prende corpo attraverso l’opera unica dello scultore Domenico Sepe, già autore di sculture di notevole pregio presenti in Vaticano e in molte città d’Italia, che ha partecipato con enfasi al progetto, rinunciando a ogni compenso. Da adesso il Sud può cominciare a riscrivere la sua storia. Chi conosce il passato, merita il futuro.

Qualche precisazione per Ulisse di Alberto Angela

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Al sia pur ottimo servizio di Alberto Angela “Ulisse” andato in onda sabato su Napoli, mancavano alcune precisazioni che mi sono premurata di fargli avere. Sicura che prossimamente ne terrà conto.
“Caro Alberto Angela, da tempo apprezzo il suo lavoro, la sua onestà intellettuale. Rivedo sempre con grande piacere ed emozione le puntate di “Ulisse”, in particolar modo quelle dedicate a Napoli. Traspare il grande lavoro e che nulla è lasciato al caso. Tutto è curato nei minimi particolari. Per questo sono sicura che accoglierà positivamente qualche precisazione riguardo alla replica di Ulisse di ieri sera dedicata a Napoli, che so esserle molto cara, sicura che ne terrà in conto nelle prossime occasioni.

1) La pizza margherita non nacque nel 1889, in onore di Margherita di Savoia, in quanto preesistente. Si legge in “Usi e Costumi di Francesco de Bourcard nel 1858 a firma di Emanuele Rocco: “ Le pizze più ordinarie dette coll’aglio e l’oglio condite con strutto e cosparse di foglioline di basilico… altre sono cosparse di formaggio grattugiato… alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto, alle seconde delle fettine sottili di mozzarella. Talora si fa uso di pomidoro…” Inoltre la pizza, più in generale, era ben nota alla corte dei Borbone. Salvatore Di Giacomo in “Taverne famose Napoletane riporta l’intervista fatta al figlio di Domenico Testa, famoso pizzaiolo, e di quando nella sua pizzeria in Via Santa Teresa non era raro vedere tra gli avventori Ferdinando IV di Borbone. Anche Ferdinando II amava frequentare la pizzeria. E fu proprio durante una di queste visite che suo padre venne invitato alla Reggia di Capodimonte per approntare un forno per le pizze. Il forno fu fabbricato nel bosco di Capodimonte, ed è ancora lì, e furono preparate pizze per il Re, la Regina e una ventina di persone della corte. Quella stessa sera Domenico Testa ottenne il riconoscimento di Munzù, alto riconoscimento per uno chef.

2) Francesco II di Borbone non fuggì da Napoli, ma per evitare alla capitale Napoli un bagno di sangue partì per Gaeta, dove insieme alla eroica Regina Sofia contrastò con ogni mezzo la distruzione del Regno delle Due Sicilie. L’attacco ordinato dal macellaio Cialdini procurò oltre 5000 morti, dopo oltre 102 giorni di assedio . Gaeta subì un attacco feroce incessante, oltre 250 cannoni la rasero al suolo. Notevole, per essere un “inconsistente”. Tenendo conto della sua giovane età e dei pochi mesi di regno dall’insediamento.

3) Napoli Magna Grecia dall’VIII secolo a. c. non fu mai plasmata dai romani. Fu vero il contrario.

4) su “Napoli città maledetta capace di essere sublime”, battuta infelice del narratore slegata dal contesto descrittivo e del tutto fuori luogo.

5) Su Carlo III, con questo titolo non fu mai Re di Napoli e addirittura sembrerebbe che i Borbone abbiano rappresentato una “dominazione” ( che non è) e che non fossero italiani, anzi napoletani, dopo Carlo. In conclusione: la puntata di ieri era un camèo a cui mancava solo un ultimo tocco di incisione e sono sicura che l’apprezzerà. E comunque grazie ad una persona dall’animo napoletano”

di Annamaria Pisapia

Flavia Sorrentino delegata al progetto ‘Napoli Città Autonoma’

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Napoli – Con decreto sindacale Luigi de Magistris ha conferito a Flavia Sorrentino di MO-Unione Mediterranea, la delega all’Autonomia. Sarà lei ad occuparsi, a titolo gratuito, del progetto ‘Napoli Città Autonoma’ che prevede la redazione di un manifesto per stabilire i diritti degli abitanti di Napoli.
“Questo progetto, che si è già estrinsecato nella nostra azione amministrativa, si è estrinsecato nel programma elettorale, si è estrinsecato in una proposta di legge in Parlamento, adesso si deve ancora di più estrinsecare in un progetto di autonomia fiscale, organizzativa, politica, amministrativa, organizzativa, politica ed istituzionale della città di Napoli” ha affermato Luigi de Magistris durante la conferenza stampa di presentazione del progetto.
Flavia Sorrentino, già portavoce nazionale di MO-Unione Mediterranea, forte del successo elettorale come candidata capolista alle scorse comunali napoletane nella lista “Na-Napoli Autonoma”, si appresta ad affrontare una nuova sfida. Spetterà a lei infatti il compito di portare a compimento “un manifesto”, come lo ha definito il Sindaco, per una “Napoli che crede fortemente nella una sua capacità di riscatto, attraverso l’autodeterminazione, l’autogoverno e la forte partecipazione popolare, in un’ottica forte di applicazione dell’art. 1 della Costituzione”.
Il progetto ‘Napoli Città Autonoma’ prevede anche la revisione storica della toponomastica cittadina. “Abbiamo cominciato a farlo in questi anni – ha detto de Magistris -, vogliamo continuare a farlo”. Questo progetto non è “contro qualcuno” ha ribadito il primo cittadino di Napoli, “ma è per un’Italia sì una e indivisibile, ma che valorizzi veramente le autonomie e le differenze”. Napoli sarà la “prima città del terzo millennio che ha l’obiettivo di ottenere l’autonomia piena”. Napoli sempre di più “Capitale del Mediterraneo”, ha ribadito de Magistris.

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