Tag Archives: mo-unione mediterranea

Una lettera d’amore per la propria città.

Share Button

Ho ricevuto una lettera, scritta pubblicamente. La condivido qui. E’ a firma di Ivan Lorito, che non ho mai conosciuto, ma che conosce il progetto di #Napolicittàautonoma. Vi invito a leggerla: è una dichiarazione d’amore per Napoli da parte di chi, per lavoro, è andato oltreoceano.
——————–
“Ciao Flavia,
ti scrivo dal mare. Nel senso che sono un marittimo e ti sto scrivendo da una nave (abbiamo appena iniziato la traversata dell’Oceano Atlantico per raggiungere il Sud America.)
Sono di Napoli e ho come unico ideale Napoli.
Istintivamente fin da bambino ne ho sempre compreso lo spessore smisurato e ho sempre sofferto per quella mano invisibile che continuamente tenta di opprimerla. Mi sono accorto crescendo come una una folta schiera di personalità faziose o meno siano ostinate nel volere o sapere Napoli a “capa a sott”…

Ma io conosco Napoli, la conosco per istinto, per cui non mi potrei mai sbagliare. So bene che è una città anguilla che non si è mai fatta acchiappare. Ho addirittura partorito idee bizzarre sul fatto che persino i mali della città siano fisiologici meccanismi di autodifesa della stessa Partenope. Non abbiamo mai avuto un Sindaco a Napoli, fino a che è arrivato un grande uomo “Luigi de Magistris”. Ho avuto il piacere di stringergli la mano mentre si faceva i suoi soliti chilometri a piedi per la città. Un uomo d’amore e di immenso spessore umano e professionale. Figlio ed espressione di una Napoli che elegge un Magistrato che con la sua “Anarchia” sacrosanta, difende il territorio e la Costituzione.

Sono Fiero!
Sono fiero della Napoli degli ultimi tempi.
Fiero della rivoluzione culturale che stiamo attraversando.
Fiero del fatto di essere puliti, liberi e indipendenti come movimento.
Sono Fiero che si parli di AUTONOMIA.
Sono fiero di questa esigenza forte di volerci liberare dalle tante palle al piede che ha Napoli. Le palle al piede sono tutti quelli che non muovono un dito per la Città e che la usano per interessi personali. Palla al piede è tutto quel mondo politico-intellettuale che è ostinato a tenere Napoli “a capa a sott”…Palle al piede sono i media…sciacalli dell’informazione.
Napoli città autonoma, Napoli Capitale di se stessa, napoletano lingua ufficiale (non immagini quanti geni della linguistica si ingegnino a voler il Napoletano un vernacolo e non una lingua).

Bisogna assolutamente portare avanti questo progetto di NAPOLI CITTÀ AUTONOMA. Napoli scritto con la N barocca, con i ciuffi alla Elvis.

Fiero di aver visto sui social il video del Sindaco de Magistris conferirti l’incarico a titolo non oneroso di coordinare il progetto.

Non c’e’ un giorno che non pensi a Napoli.
Dicono che i marinai hanno un amore in ogni porto ma questa è una grande bugia. Il mio unico amore è la CITTÀ. Non c’e’ un giorno che non pensi a lei, che non la promuova, che non la difenda. Per cui ti chiedo di non mollare! Sappi che quello che fai rende onore a tanti: ci accende il fuoco in petto e qualcosa in più. Non mollate!
Sarei orgoglioso di poter contribuire alla causa quando sarò tornato a Napoli da quest’altra missione di lavoro.

Un abbraccio fraterno a te, al Sindaco de Magistris e a tutti quelli che credono nella città, nonostante chi fa di tutto per tenerla a “capa a sott”.”

Sud e sottosviluppo: costituiamo gli Stati Generali della Questione Meridionale.

Share Button

 

Quest’anno, il destino del Sud è stato ancora più beffardo, triste e drammatico del solito.

Siamo oramai abituati a leggere di mezzogiorno, sui grandi media, soltanto d’estate, in genere in concomitanza del rapporto Svimez che certifica anno dopo anno la drammatica condizione di un Sud invischiato nella crisi, senza voce e senza rappresentanza istituzionale, dimenticato dai governi e dalla classe dirigente di questo paese.

Quest’anno non è così. Quest’anno, purtroppo, a parlare di “Questione Meridionale” si è arrivati a seguito di una tragedia, emblematica – al di là delle contingenze particolari – della condizione del Sud.

Quel binario unico della morte tra Andria e Corato, tra gli ulivi pugliesi, rappresenta il simbolo degli investimenti mancati, della sicurezza assente, del modello di sviluppo a trazione settentrionale che l’Italia e l’Europa hanno eretto a totem inviolabile delle scelte economiche da imporre ai territori, incapaci di concepirne le differenti condizioni.

Ma tutte le nobili voci che si sono alzate nei giorni successivi alla strage per denunciare l’isolamento del Sud hanno il difetto di essere voci singole, di non essere coro. Non unite da un comune sentire né da un comune vedere.

Non emerge in questo paese la capacità di imporre alla classe dirigente, politica, comunicativa, la Questione Meridionale come centro del dibattito  della sopravvivenza stessa dell’idea di nazione.

Eppure il Sud è vivo, a dispetto di tutti. C’è un Sud che si ribella, che non si arrende, un Sud che tenta nuove vie culturali, nuovi approcci antimafia, nuove strade imprenditoriali. Ma è afono, perché perso nella propria autoreferenzialità, incapace di fare rete e di costruire una visione comune, su sé stesso e sul suo ruolo nello scacchiere nazionale ed europeo.

Per questo motivo, il Sud avrebbe bisogno dei suoi Stati Generali. La chiamata a raccolta nelle sue migliori energie, dei sociologi, degli economisti, degli intellettuali, degli amministratori coraggiosi, dei giornalisti che non si sono arresi alle minacce, dei magistrati antimafia, dei giovani e dei meno giovani che curano i beni confiscati, dei poeti, dei contadini che non abbandonano la propria terra, dei precari, degli emigrati, dei migranti.

Gli Stati Generali della Questione Meridionale, anzi delle Questioni Meridionali, in cui aprirsi, confrontarsi e perfino scontrarsi, ma riuscire a concepire una via per il mezzogiorno.

Se, ad esempio, un sindaco come Luigi de Magistris, che fa della costruzione di un Sud Ribelle una sua prospettiva futura, chiamasse a raccolta profili politici e culturali, anche con idee differenti tra loro, persone come Domenico Lucano, Giusi Nicolini, Michele Emiliano, Franco Cassano, Rosaria Capacchione, Nicola Gratteri, Lirio Abbate, Sandro Ruotolo, Erri De Luca, Franco Arminio, Goffredo Fofi, Vito Teti, Marco Esposito, Gianfranco Viesti, Vincenzo Boccia, Emiliano Brancaccio, Emanuele Macaluso, Pino Aprile, Alessandro Cannavale, Emanuele Felice, Aldo Masullo, Gerardo Marotta, Isaia Sales, Maurizio de Giovanni, assieme ai tantissimi altri che – ripeto – a Sud stanno faticosamente tentando di non arrendersi e non perdere la speranza, si potrebbe cercare una via d’uscita comune a quel senso d’impotenza che sentiamo ogni qualvolta le voci che si ergono a difesa del Sud ci appaiono flebili, perché isolate.

Scrive Emanuele Macaluso sul suo sito: “Non mi pare che vi sia una forza in grado di trasformare una tragedia così terribile, l’indignazione per il ‘binario unico’ come segno della condizione del Sud, la rabbia, la generosità dei soccorritori e dei volontari, in un modo politico affinché il Sud torni ad essere sulla scena politica e sociale nazionale”.

Ebbene, al nostro comune amore per il Sud dobbiamo l’impegno serio e costante affinché quella forza ci sia, un giorno non troppo lontano. Lavoriamo.

Salvatore Legnante

Comunali, MO! ricorre al CDS con piena fiducia.

Share Button

La lista MO! ha già pronto il ricorso al Consiglio di Stato contro la bocciatura delle sue liste al comune e in alcune municipalità decisa dal Tar della Campania. Il ricorso – segnala il movimento guidato da Flavia Sorrentino – è stato preparato dall’avvocato Antonio Parisi e si confida che sia accolto, visto che il 16 maggio è stato accettato quello di una lista di Cosenza che era nelle identiche condizioni di MO, cioè con candidati ricusati perché hanno autenticato le firme di accettazione nel proprio Comune di residenza e non nel posto dove si vota. Il Consiglio di Stato ha appena chiarito che tali firme sono valide. “Ciò vale, in particolar modo – si legge nella sentenza relativa alla lista di Cosenza – per le sottoscrizioni relative alle accettazioni delle candidature (quali quelle in esame), essendo contrario alle finalità di semplificazione che ispirano la legislazione elettorale costringere i candidati, che non necessariamente devono essere elettori nel Comune al quale si candidano, a sottoscrivere le accettazioni e a farle autenticare dal solo ufficiale dell’ente territoriale alle cui elezioni intendono partecipare”.

MO non è un taxi, nota sul “caso Coppola”.

Share Button

L’avvocato Emilio Coppola, iscritto a Unione Mediterranea da alcuni mesi, ha proposto la sua candidatura al Consiglio comunale accettando, come tutti gli altri, le regole che il movimento si è dato sulla base delle decisioni del congresso di Matera del 2015.

Una regola, in democrazia, può piacere o non piacere ma non è mai “un ricatto”. Invece Coppola, subito dopo l’ufficializzazione della lista MO, ha comunicato di aver cambiato idea: non avrebbe appoggiato la capolista e anzi riteneva più giusto che fosse la capolista a sostenerlo nella sua corsa verso l’elezione. Tutto quanto accaduto dopo, è conseguenza della violazione da parte di Coppola di regole liberamente accettate.

No, questa non è la politica al servizio della nostra terra di cui c’è bisogno.

Il movimento MO-Unione Mediterranea non è un taxi sul quale si sale o si scende in base a una mera convenienza personale.

Laboratorio Napoli: i fiori del Sud.

Share Button

Una delle foto più emblematiche di questa campagna elettorale per le Amministrative è senz’altro quella scattata mercoledì 4 maggio all’Agora demA, durante la presentazione del nuovo libro di Pino Aprile, ‘Carnefici’. Oltre all’autore, sul palco c’erano Eugenio Bennato, la nostra Flavia Sorrentino, Luigi de Magistris ed Isaia Sales.

Un quadro intergenerazionale, un misto di esperienze e percorsi diversi, eppure legati insieme da un invisibile fil rouge: il Sud. C’è chi l’ha raccontato in tutte le sue tragedie, come Pino, chi l’ha cantato, chi ne ha studiato a fondo il cancro mafioso che lo affligge, e chi si appresta ad amministrarne per i prossimi 5 anni la sua città più importante, Napoli.

Sgombriamo il campo dagli equivoci. Su quel palco non tutti erano d’accordo su tutto, ed è pressoché impossibile che sarà così, anche in futuro. Ma quel palco può rappresentare davvero un inizio, un laboratorio meridionale che si oppone ai modelli attualmente dominanti, in Italia ed in Europa, modelli politici, istituzionali e culturali assolutamente nordcentrici.

Potrà essere un inizio se verrà tessuta la tela dei valori comuni, che pure quelle personalità hanno passionalmente trasmesso, durante la serata.

Il Sud potrà rappresentare un vero “soggetto di pensiero”, opponendosi al destino di “oggetto di potere”, se diventerà il terreno di incontro politico di quelle forze che non si rassegnano alle logiche di imposizione dall’alto (intendendo come ‘alto’ anche il senso geografico del termine, il Nord italico ed europeo), e che vogliono invece sviluppare un modello alternativo, che abbia come riferimenti i valori mediterranei dell’inclusione sociale, della salvaguardia dei beni comuni, della riscoperta democratica del confronto pubblico, dell’autonomia contrapposta ai diktat. E ciò potrà essere più semplice se il Sud saprà riconoscere e ricostruire l’ orgoglio di una storia e una cultura antichissima e nobilissima, a patto che questa riscoperta di sé non faccia del mezzogiorno terra di sterile rivendicazionismo.

La sfida è lanciata: per questo il progetto di Napoli Autonoma rappresenta oggi un punto di snodo fondamentale. L’autonomia è la richiesta di chi ha ritrovato la  voce e non vuole più perderla, perché ha deciso di parlare con le proprie parole, non con quelle messegli in bocca da altri.

Il Sud non è un Nord ancora imperfetto: e questo concetto deve passare in Italia e in Europa. E’ qui che potrà nascere una classe dirigente che dirà un no definitivo alle connivenze col malaffare, è qui che si potranno sviluppare nuove forme democratiche e partecipative, anche nel tempo della contrazione democratica, è qui che gli spazi e i beni pubblici potranno essere liberati dagli affaristi, è qui che si riscoprirà il senso della Politica: perché è qui, al Sud, che potrà esserci la presa di coscienza di una nuova visione del mondo.

Per questo, le elezioni amministrative del prossimo giugno a Napoli potranno rappresentare l’incipit di un capitolo nuovo della nostra storia comune.

Se sapremo avere il coraggio collettivo di ascoltarci, di tessere assieme, avremo iniziato a scrivere le pagine più importanti del nostro futuro: quelle della rivoluzione mediterranea delle coscienze.

di Salvatore Legnante

I nostri giovani hanno voglia di riscatto. Aiutiamoli. Lettera di una mamma del Sud.

Share Button

Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere. Giovanni Falcone

Scrivo perché delusa (a prescindere dal voto che si voleva esprimere) dalla totale assenza di partecipazione della nostra gente all’ultimo referendum, penso non sia solo disinteresse alle politiche sociali, penso sia molto di più:
-siamo scettici, stanchi di ascoltare chiacchiere, anche perché i fronti opposti sono sempre ingannevoli e poco chiari;
-siamo disamorati e indifferenti perché abbiamo i nostri personali problemi che ci paiono enormi, e poi guardiamo indifferenti carrette del mare che distribuiscono morte a chi già viveva una realtà di vero dolore;
-siamo, me compresa, ignoranti e disinformati: non abbiamo nessuna vera voglia di sapere e tantomeno di fare;
-siamo apatici, vogliamo sì che qualcosa funzioni, ma deve essere fatto da altri;
-siamo populisti e superficiali, ci esaltiamo con una partita di pallone e non conosciamo né sappiamo divulgare un qualsiasi nostro buon primato (ad es. nel comparto agricolo il nostro primato del vino campano);
ecco allora che mi rivolgo alla nostra unica e ultima fonte di speranza: i nostri figli,
i nostri giovani che, a dispetto di vecchi luoghi comuni o petulanti litanie di anziane bocche, sono loro i meglio informati, hanno forza e volontà, hanno più tolleranza e rispetto, hanno voglia di riscatto e amore per la propria terra, e sanno come rivolgersi e coinvolgere chi non lo è.
Loro ci credono e vi assicuro che chi ci crede lo fa per se e anche per chi non ci crede.
Se noi siamo stanchi dei vecchi personaggi, delle vecchie lobbies politiche, delle speculazioni, delle camorre, degli interessi di pochi… ecc. ecc. loro potranno dire basta, basta a questo ed a tutto il vecchio “andazzo”.
Io ho conosciuto alcuni di questi giovani, li ho conosciuti perché me li ha presentati mio figlio: sono i ragazzi del movimento MO-Unione Mediterranea, e di loro mi ha colpito l’amore: studiano e si preparano con amore, lottano con amore, ci credono con amore, si riuniscono e si organizzano con amore.
Allora ho pensato che sì possono provarci, possono essere l’alternativa, ho pensato che anche noi, disillusi e stanchi, possiamo dar loro spazio e fiducia, chissà forse sono il cambiamento, la svolta, o forse no, non ci riusciranno, forse tra 10 o 20 anni anche loro cambieranno, ma perché non farli provare ora, perché non aiutarli per aiutare noi stessi, la nostra terra, la nostra economia, il nostro futuro. Ascoltiamoli.
Abbiamo pur sempre l’arma regina per “dare e per togliere” ovvero il nostro voto! (ahimè sempre che abbiamo voglia di farne uso)
Forse anche la politica, quella vera, intesa come governo delle città, può ancora dare tanto. Proviamoci e facciamoli provare.
Alle amiche mamme dico: se i vostri ragazzi hanno voglia di esprimersi e le loro idee possono coincidere con quelle di questi ragazzi, incanaliamo queste forze e facciamoli conoscere. Loro amano profondamente la loro terra e vogliono farla rispettare ed evolvere e vogliono dimostrare che, con una buona conoscenza delle nostre problematiche, (si confrontano e studiano) si può gestire (hanno riferimenti competenti) e far fronte alla sistematica ghettizzazione del Sud. Hanno numeri, dati, hanno competenze, hanno entusiasmo e volontà, sono preparati e fanno tutto autonomamente, in squadra.
Di me sapete, di loro ho detto…
cliccate sul link della pagina ufficiale se volete sapere di più.
oppure contattate l’indirizzo mail ufficiale info@unionemediterranea.info

12122813_1209610802417363_7729123442980894744_n

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

Share Button

Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

Unione Mediterranea cresce: nasce il Circolo Territoriale Lazio, “MO Roma”.

Share Button

MO-Unione Mediterranea continua a crescere. Il 7/04/2016 si è costituito ufficialmente il Circolo Territoriale Lazio “MO Roma”, con l’ambizione di unire i meridionali che vivono nella città capitolina. MO-Unione Mediterranea ha circoli territoriali distribuiti in tutta Italia, espressione dei nostri conterranei costretti ad emigrare dalla propria terra natia. Per seguire le attività del circolo romano, invitiamo i simpatizzanti a cliccare “mi piace” sulla pagina facebook ufficiale o a contattare il Responsabile del Circolo, Renato Marino, attraverso il sito ufficiale del MOvimento.

MO puoi scegliere.

Scienza autonoma.

Share Button

di Andrea Melluso

Ogni società dovrebbe essere cosciente del fatto che per la propria crescita e progresso siano necessari forti investimenti in ricerca scientifica e tecnologica. Da tempo seguo con particolare attenzione le politiche per la ricerca e lo sviluppo per il Sud, riscontrando anche in questo campo le stesse problematiche rilevabili in merito alle diseguaglianze Nord-Sud.
Prima di affrontare la causa che mi ha condotto a scrivere questo articolo vorrei ricordare rapidamente alcuni fatti più o meno recenti:
Due importanti osservatori – quello Vesuviano e quello astronomico di Capodimonte – fondati nella prima metà dell’Ottocento, sono oggi sezioni dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Il MARS (Microgravity Advanced Research and user Support center), fondato nel 1988 a Napoli dal professore Luigi Gerardo Napolitano, dopo aver raggiunto importanti successi confluisce nel 2009 in Telespazio (gruppo Finmeccanica), conservando la sede a Napoli; a fine 2014, però, i vertici comunicano la volontà di chiudere per contenere i costi e trasferire i lavoratori a Roma.
Durante il governo Monti ad essere a rischio fu uno dei pochi enti di ricerca rimasti autonomi, la Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’, fondata nel 1872 dallo zoologo darwinista tedesco (di cui porta il nome) che scelse Napoli per la sua vivacità scientifica e la sua posizione privilegiata nel Mediterraneo. Tra gli altri, grandi nomi di premi Nobel sono passati per questa istituzione ma nella bozza della spending review del 2012 se ne prevedeva la soppressione come ente autonomo, insieme ad altri. Forse per un po’ di saggezza o forse per le mobilitazioni che seguirono, questi enti furono ‘graziati’ da Napolitano.
Vorrei ancora affrontare tristi storie come quella della quantomeno singolare fusione tra Alenia ed Aermacchi o quella già affrontata da MO-Unione Mediterranea sulle Università ma passerò subito al tema principale da affrontare: l’Osservatorio Vesuviano e le parole del suo Direttore, il prof. De Natale.

L’ Osservatorio Vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico al mondo e fu fondato nel 1841 da Ferdinando II delle Due Sicilie. Il Decreto Legislativo n.381 del 29 settembre 1999 ( http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0098Normat/2076Istitu_cf3.htm ) stabilì che l’ Osservatorio Vesuviano perdesse la personalità giuridica e diventasse una sezione dell’INGV, così com’è dal 2001. Di recente questo centro dalla gloriosa storia ha subìto anche un breve commissariamento, interrotto da un’ordinanza del TAR che ha chiarito che il prof. De Natale possa restare Direttore, anche se pare che l’Istituto non abbia ancora ottemperato a ciò.
Tralasciando la vicenda del commissariamento in attesa che venga fatta chiarezza, può essere interessante riportare parte del post scritto dal Direttore, evidenziandone alcuni punti:

“[…]Quanto è accaduto in questo mese, certamente paradossale, è potuto accadere perché l’Osservatorio Vesuviano è oggi una sezione dell’INGV, ed ha quindi un’ autonomia molto limitata. Fino al 2000, l’Osservatorio Vesuviano, uno dei più bei ‘primati’, questa volta ‘Mondiale’, del Regno Duosiciliano, fondato nel 1841, era un Ente autonomo, del comparto Università, ed un episodio come questo non sarebbe potuto accadere. Nel 1999 io e pochi altri Colleghi ci battemmo contro l’accorpamento nell’INGV alle condizioni disastrose imposte dalla nuova legge: si trattava di entrare, noi comparto Università, in un Ente che faceva parte del comparto Ricerca, con ruoli e livelli di inquadramento molto diversi. Ci vollero nove anni perché si provvedesse all’equiparazione dei livelli dei tecnici e degli amministrativi a quelli del nuovo comparto, mentre il personale di Ricerca venne ‘congelato’ in ruoli ad esaurimento, senza più prospettive di carriera interna. Ma, soprattutto, perdemmo l’autonomia; a stento riuscimmo, dopo aspre battaglie condotte da pochi di noi, a conservare il nome, glorioso e ricco di Storia: Osservatorio Vesuviano. Poi ci fu un progressivo declino: da 135 effettivi tutti a tempo indeterminato, l’Osservatorio passò ai 108 effettivi di oggi, di cui però 11 sono a tempo determinato. Questo accadeva mentre l’INGV vedeva più che raddoppiare il suo organico, e tutte le altre sezioni aumentavano quindi considerevolmente in effettivi. Intanto, il nostro compito Istituzionale di monitoraggio e sorveglianza delle aree vulcaniche Campane si faceva progressivamente più oneroso e più rilevante, man mano che si delineava meglio la portata sociale, economica e politica del rischio vulcanico in Campania.

Ora, quest’assurda vicenda pone in evidenza, una volta di più, il vero nodo da sciogliere, che vede l’Osservatorio Vesuviano al centro di un problema immenso, di dimensioni nazionali, europee e direi mondiali: la gestione del rischio vulcanico dell’area Napoletana. Per chi come me ha ben chiaro il problema, ed ha cercato con ogni mezzo a disposizione, in meno di tre anni, di colmare vertiginose lacune per rendere l’Osservatorio Vesuviano quanto più adatto possibile a svolgere efficacemente il suo compito centrale per la salvaguardia del territorio e della popolazione, risulta evidente che le condizioni al contorno devono cambiare radicalmente. Delle due l’una: o l’Osservatorio Vesuviano riacquista la sua piena autonomia, ed il suo legame imprescindibile con il territorio sotto il suo controllo, oppure l’INGV sposta decisamente il suo baricentro verso il problema vulcanico, ed in particolare verso la mitigazione dell’enorme rischio vulcanico dell’area napoletana. Se la Politica locale e regionale capirà l’importanza della posta in gioco, se riuscirà a far comprendere alla Politica nazionale l’enorme potenziale, in positivo o in negativo a seconda dell’efficacia con cui si opererà, della gestione del rischio vulcanico nelle nostre aree, allora si potranno aprire enormi prospettive di sviluppo per il nostro territorio e per l’intero Paese. Questa vicenda, una volta di più ma oggi con urgenza impellente, dimostra che è necessario un cambiamento drastico nella visione Politica e strategica dei compiti e dell’assetto dell’Osservatorio Vesuviano, e quindi dell’intero INGV. L’ Osservatorio Vesuviano è patrimonio inalienabile del territorio e della popolazione Napoletani, e non può svolgere il suo altissimo compito senza una reale autonomia, soggetto com’è ora ad una governance lontana ed aliena dalle sue problematiche e dal suo territorio.”

Questo insieme di cose fa supporre con una certa preoccupazione che una componente fondamentale del nostro futuro sia tenuta sempre più in minore considerazione e distrutta mentre il capitale umano e le sue competenze stiano andando sempre più a far crescere territori verso i quali c’è più attenzione politica (vedasi Human Technopole che nelle intenzioni del governo dovrà sorgere nell’ex area expo).

Concludo l’articolo con alcune domande poste al Direttore prof. De Natale:

1) L’Osservatorio Vesuviano avrebbe attualmente le capacità per una gestione autonoma? Non ci sarebbe il rischio di disperdere i fondi a causa di una maggiore frammentazione degli Istituti?

L’Osservatorio Vesuviano era autonomo fino al 2001. Anche oggi potrebbe gestire un’autonomia molto maggiore, anzi sarebbe molto più efficiente. La questione della frammentazione dei fondi è un falso problema; ciò che conta è valutare i costi di un Ente rispetto alla sua efficienza. L’Osservatorio Vesuviano non è solo un Istituto di Ricerca vulcanologica avanzata, ma ha compiti cruciali di monitoraggio in stretto rapporto con le strutture di Protezione Civile. Per questi compiti, che comprendono la gestione di emergenze, è assolutamente necessario un altissimo grado di autonomia ed uno stretto legame con il territorio.

2) Ci sarebbe la necessità di aumentare l’organico?

E’ assolutamente necessario un aumento dell’organico, ed anche una stabilizzazione dei (pochi) lavoratori precari. Questo indipendentemente da una maggiore o minore autonomia. I compiti di monitoraggio e sorveglianza vulcanici sono infatti oggi molto più onerosi e pressanti di ieri, anche perché è enormemente aumentata la sensibilità sociale al problema del rischio vulcanico. Specialmente da quando sono state varate le aree rossa e gialla dei Campi Flegrei ed è stato aggiornato il Piano di Emergenza Vesuvio.

3) La popolazione campana sembra piuttosto ‘ignorante’ circa il rischio vulcanico e geologico, la prevenzione ed in generale sui comportamenti da tenere in caso di calamità. Questo si accorda con la tesi che l’Istituto non sia a stretto contatto con la popolazione o questo problema riguarda per lo più altri enti?

Il nostro Istituto si prodiga come può per divulgare una corretta cultura del rischio vulcanico. Uno stretto legame con il territorio e con le sue istituzioni è importantissimo per questo scopo. Ovviamente, il problema della divulgazione di una corretta percezione del rischio vulcanico coinvolge molte altre Istituzioni sul territorio. Il problema più grande è che l’informazione è generalmente monopolizzata dai grandi canali mediatici. Questi sono in genere poco interessati a notizie di tipo ‘formativo’, ‘culturale’, che non abbiano un immediato impatto emotivo. Questo è il motivo della prevalenza sui canali mediatici di notizie allarmistiche sui vulcani (di grande impatto emotivo) piuttosto che di informazioni ‘utili’ e ‘formative’ (di scarso impatto immediato sul lettore). Ovviamente, una forte sinergia tra le Istituzioni scientifiche e di governo del territorio rafforzerebbe moltissimo la capacità di diffusione di una corretta cultura del rischio. E consentirebbe, finalmente, il passaggio da una gestione dell’emergenza basata unicamente sulla ‘evacuazione’ ad una basata sulla ‘pianificazione’ e ‘messa in sicurezza’ del territorio.

Ringrazio il prof. De Natale per la disponibilità e per il fondamentale contributo di competenza fornito sulla tematica.

Qui o si disfa l’Italia o si muore.

Share Button

Nel rapporto della fondazione RES sull’università nel Mezzogiorno, si evidenzia che nelle regioni del Sud continentale e nelle Isole è aumentata esponenzialmente l’emigrazione studentesca: i giovani partono, si formano fuori e gli effetti della loro emigrazione non ricadono nemmeno nel tempo in maniera positiva sui nostri territori poichè una volta partiti, non tornano più. Così, il Sud che sostiene i costi del suo capitale umano, si impoverisce, esportandolo a “senso unico”. Allo stesso tempo gli interventi pubblici statali si sono ridotti spaventosamente al Sud, dove i criteri premiali e la valutazione degli Atenei corrispondono al reddito delle famiglie (notoriamente più povere nel Mezzogiorno) e non al merito degli studenti. La futura classe dirigente meridionale, in assenza di mezzi economici, non si forma più. L’emorragia delle intelligenze è il tassello principale di un puzzle politico economico coloniale, atto a disintegrare il futuro di questa terra attraverso l’alibi di un passato dimenticato e di un presente senza opportunità. Da qui ai prossimi 50 anni la Svimez stima la perdita di 4,2 milioni di abitanti nel Mezzogiorno rispetto all’incremento di 4,5 milioni al centro-Nord. Dinanzi a tutto questo, il Governo (nel silenzio generale delle opposizioni in Parlamento) che fa?

-Investe 13 miliardi di euro in progetti europei per infrastrutture al Nord;
-taglia 3,5 miliardi dei fondi azione e coesione per il Sud e con il bonus occupazione incentiva 538.000 nuove assunzioni al Nord.
-riduce a un terzo il cofinanziamento nazionale sui fondi UE e taglia 7,4 miliardi di euro alle regioni Campania, Calabria e Sicilia.
-investe 9 miliardi per le ferrovie al Nord.
-destina 130 milioni alla filiera agricola di qualità al Nord; 260 milioni per l’industria manifatturiera a Milano, Firenze e Roma; sottrae 700 milioni di euro agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord.
-cancella le soglie di povertà al Sud.

Chi dinanzi all’evidenza dei numeri, si sente minacciato dal meridionalismo e non dalla sua italianità, commette l’ingenuità di mostrarsi smisuratamente contraddittorio. Gli italiani dovrebbero essere i primi interpreti delle istanze del Sud e i più strenui difensori di chi combatte per vedersi riconosciuti pari diritti e pari condizioni. Ne trarrebbe, a rigor di logica, enorme vantaggio tutto il Paese a cui sentono fieramente di appartenere. In realtà, l’ipocrisia di chi retoricamente sventola la bandiera della fratellanza, nasconde il cattivo pensiero che alcuni italiani siano più italiani di altri.

Attraverso il recupero di un’ identità negata bisogna lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente che faccia gli interessi della propria terra e abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui la politica locale ha acconsentito. La vera sfida è mettere a fattore comune le nostre risorse, unendoci nella battaglia di riscatto, da Sud per il Sud. Senza prendere ordini da Roma, Milano, Firenze, Genova o qualunque altro posto che non sia la nostra terra e la nostra coscienza.

Di Flavia Sorrentino

« Articoli precedenti