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Lettera ai meridionalisti

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Con il referedum per l’autonomia di Veneto e Lombradia abbiamo avuto l’inequivocabile prova che l’Unità non esiste. Siamo una colonia e sono stati i Veneti e i Lombardi a dimostrarcelo. Essi hanno avuto la possibilità di farlo tramite un referendum, ma cosa succederebbe se anche Emilia Romagna, Piemonte e Liguria votassero? In Sud Tirolo c’è chi già da tempo lotta per ritornare ad essere austriaco.

Diverse sono le spinte autonomiste ed indipendentiste in Europa e in Italia. La gente ha capito che sono i popoli a fare la storia e che nessuno scenario rimane immutabile. Nemmeno i confini di una Nazione sono definiti per l’eternità.

La Lega Nord crea un partito leghista al Sud (Noi con Salvini) e vi cerca consensi nello stesso tempo in cui, al Nord, persegue il suo obiettivo storico: sancire il diritto di indipendenza/autonomia delle regioni settentrionali in favore di una tanto proclamata superiorità antropologica (noi diremmo che il risultato è stato quello di aiutarci a dimostrare la situazione di colonialismo esistente).

I partiti nazionali, per non perdere consenso nelle lande settentrionali, sostengono e promuovono il referendum (5 stelle compresi), mentre Renzi viene a fare una vacanza in treno (e in bus dove i treni non possono arrivare) nelle regioni meridionali.

Il malcontento è ovunque diffuso nel Mezzogiorno e non esistono più le condizioni per far finta che tutto possa andare avanti stante l’attuale stato delle cose.

Siamo consapevoli che il tempo è scaduto!

Non dobbiamo più aspettare il Messia, la figura talmente affascinante dietro cui tutti i meridionalisti possano unirsi per arrivare il più lontano possibile.

È il momento di essere disposti a sacrificare un pezzo della propria indipendenza e unirsi. Mettere da parte vecchi rancori e individualismi.

È il momento di unire le forze e muoversi, alzarsi in piedi e far sentire la nostra voce!

Con questo gesto soltanto, molte iniziative, non più esclusivamente sul web ma nella vita reale, potranno e dovranno essere intraprese. Esse saranno più incisive e coinvolgenti poiché saranno coordinate e più capillari.

Nessuno dovrà perdere la propria identità ma, ADESSO, è il momento di riappropriarsi del dovuto e prendere ciò che ci spetta. Basta separazioni, agiamo tutti insieme!

Michele Pisani per Mo! Unione Mediterranea.

 

Avranno Memoria anche per le altre Questioni?

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di Massimo Mastruzzo

Il fascino del meridionalismo sembra aver abbagliato anche gli “attenti partiti nazionali” di colpo illuminati da una Questione Meridionale in realtà ben identificabile nel suo periodo storico di nascita: all’indomani dell’Unità d’Italia.

L’impegno del movimento 5 stelle in favore di una giornata dedicata alle vittime meridionali dell’Unità è indiscutibilmente lodevole, al Consiglio regionale pugliese il M5S ha promosso una «giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia e i paesi rasi al suolo» per il 13 febbraio, il giorno in cui nel 1861 cadde per ultima Gaeta, ed  è  già stata approvata.

Una mozione su cui si è registrato il consenso anche di Michele Emiliano, e anche Nunzia De Girolamo di Forza Italia ha presentato una proposta per il ricordo delle vittime innocenti.

A una prima lettura, si potrebbe essere contenti che finalmente anche la “politica che conta” si sia accorta che il Sud esiste, vederla abbracciare battaglie che, ad esempio, Il Movimento neoborbonico combatte fin dalla sua nascita nel 1993, fa comunque piacere.  Ma dopo 157 anni di distrazione di tutti i partiti nazionali, un mah vogliamo concedercelo: senza voler apparire schizzinosi e sottolineando che meglio tardi che mai, sorge spontaneo sospettare, e solo l’amore per la nostra terra sa quanto vorremmo sbagliarci, che qualcuno possa pensare che regalare una, sacorosanta e auspicabile anche per noi,  giornata della Memoria possa distrarci dai, non me ne voglia nessuno, concreti problemi di una irrisolta Questione Meridionale .

Unione Mediterranea nasce per affermare un  Meridionalismo 2.0 che denunci la disomogeneità nazionale unica in Europa.

Marco Esposito fondatore e primo segretario di Unione Mediterranea ha tracciato con le sue denunce il percorso che intendiamo percorrere, questo percorso non esclude assolutamente iniziative come quelle della giornata della memoria, che è anche la nostra memoria e che quindi appoggiamo indiscutibilmente, ma se dai partiti nazionali, dai quali abbiamo imparato dopo quasi 160 anni a difenderci diffidando a priori da ogni qualsivoglia promessa, soprattutto nei periodi pre-elettorali, ci aspettiamo che oltre alla gradita giornata della Memoria, si espongano su altre Questioni come quella che vede due porti del nord collegati dalla TAV e all’interno degli stessi confini nazionali il più importante porto del sud, quello di Gioia Tauro che  al contrario il suo futuro lo vede fortemente precario per l’assoluta assenza delle necessarie infrastrutture extraportuali.

In  un articolo del 2015 Beatrice Lizza scriveva come Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica», approvato dal governo, si specificasse la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno.

Ancora oggi però, i porti di Gioia Tauro e Taranto sono adibiti esclusivamente al trasbordo su altre navi, poichè non dispongono dei collegamenti via terra adeguati alle nuove esigenze commerciali, ed i sassi trovati da Delrio sembra abbiano defitivamente indotto Gentiloni a consigliare ai cinesi di puntare sui porti di Genova e Trieste.

Ad onor del vero, bisogna però ricordare che in Cina anche il sud ha ricevuto le dovute attenzioni: alla cerimonia di apertura del Forum non è mancato nella ‘scaletta’ dello spettacolo previsto un tenore che intonava ‘O sole mio’… A riguardo i partiti nazionali fulminati dal meridionalismo come si sentono di intonare?

Rispetto al gennaio 2015 quando La Commissione Bicamerale sul federalismo fiscale ha approvato le tabelle che assegnano zero asili nido nei Comuni del Mezzogiorno (La relazione finale  del provvedimento è stata scritta a quattro mani dalla relatrice del Pd di Modena, la senatrice Maria Cecilia Guerra e per i Cinquestelle dal deputato di Belluno Federico D’Incà), è cambiato qualcosa? Nella Bicamerale sul federalismo fiscale (dove si parla di asili nido, per capirci) i 5 Stelle hanno quattro rappresentanti.

Se lo spirito meridionalista è sincero, potrebbero iniziare a battere un colpo lì, visto che un pochino, quando ne avevamo denunciato l’anomalia, si erano risentiti e l’On. Luigi  Gallo aveva seccatamente affermato: “Cerchiamo di fare chiarezza su una balla che sta circolando in rete e su un giornale perchè strumentale a screditare il M5S nelle regioni del SUD…”  Affermazioni alle quali il Dott. Marco Esposito che aveva sgamato l’inghippo ,  rispose con chiarezza e trasparenza a quanto affermato dal parlamentare dei Cinquestelle.

Altra questione di interesse meridionale:  rispetto alla prospettiva di un percorso politico meridionalista quale la creazione di una Macroregione del sud, i partiti nazionali come si pongono? Nel caso volessero approfondire trovano indicazioni da pagina 111 del libro SEPARIAMOCI di Marco Esposito.

In ultimo, solo per non apparire troppo schizzinosi,  di fronte all’esodo di decine di migliaia di insegnanti del Sud costretti a migrare perchè sembra che “i posti sono al Nord” e di conseguenza davanti alle cifre fornite dalla Svimez relative al rischio desertificazione demografica del meridione, quali provvedimenti la politica nazionale intende prendere?

Fonti:

Viaggio in Neoborbonia tra i nostalgici del Regno del Sud (il venerdì di Repubblica del 29 settembre)

Grillo-Neoborbonici: la strana alleanza “per difendere il Sud” (Repubblica.it di martedì 3 ottobre )

Lettera ai Napoletani

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Cari Napoletani,
no non mi rivolgo a voi che, magari con ammirevole fatica, siete riusciti a liberarvi dalle catene mentali -ideologiche e psicologiche- e adesso ai vostri occhi tutto appare diverso, mi rivolgo a quell’altra fetta della città: quella che, come le tre scimmiette, non vuole vedere, non vuole sentire e non vuole parlare diversamente.
Oggi è la vostra festa: 7 settembre. L’anniversario del giorno in cui il vostro amico Peppe Garibaldi, con le spalle protette dalla camorra, entrò in città e andò ad affacciarsi da quel balcone, ancora esistente, di Palazzo Doria d’Angri. Al largo dello Spirito Santo che, poi, fu ribattezzato piazza VII Settembre.
Auguri! Buon anniversario!
Avevate ragione a tenere duro e a credere ancora, dopo ben 157 anni, che non fu invaso uno stato indipendente di cui Napoli era la capitale, ma si trattò di una liberazione. I buoni vennero a cacciare via i cattivi, vennero ad aiutarci. Perciò sono fratelli e sorelle d’Italia.
E ancora oggi sanno dimostrare che ci amano e ci rispettano. Infatti, non sono razzisti con noi, non ci insultano, non ci discriminano nell’erogazione dei fondi pubblici, non permettono che abbiamo ferrovie diverse dalle loro, né ospedali meno attrezzati, né zero asili nido. Valorizzano i nostri beni culturali, non vengono ad inquinare e a trivellare la nostra terra e i nostri mari, non invocano disgrazie naturali (che so… un’eruzione del Vesuvio, tanto per dirne una). Del resto, quando ci capita qualche brutta avventura, magari un terremoto, un terremoticchio va’, la prima cosa che fanno è raccogliere fondi, esprimere solidarietà, invitare a non affossare la già compromessa (da loro) economia, e non si permettono certo di pensare subito che la colpa possa essere nostra.
Già perché, invece, la colpa è sempre la nostra. Questo, voi dell’altra fetta della città, lo sapete bene, lo sapete così bene che il senso di colpa, iniettato nelle vostre vene come un vaccino contro la libertà, vi tiene ben lontani dal virus di un pensiero mediterraneo e indipendente. La dipendenza da Peppe è un dogma intoccabile.
Vi ho scritto questo biglietto, per ricordarvi di organizzare la vostra festa. Sono sicuro che oggi, 7 settembre, ci metterete la faccia e vi recherete sotto a quel balcone ad applaudire e lanciare baci verso colui che non c’è più ma che, in compagnia di tutta la sua banda -Vittorio, Camillo, Enrico, Nino, l’altro Giuseppe, eccetera- è ancor vivo nelle vostre coscienze vaccinate.
Auguri, allora, buona festa! Se mi troverò a passare per largo dello Spirito Santo, oh scusate, per piazza VII Settembre volevo dire, sono sicuro di trovarvi a ringraziare per le condizioni di vita che ci ha regalato l’avventuriero barbuto. Sì, lui, che con quella faccia da straniero ha navigato il mondo intero distribuendo libertà.
Voi non siete mica come quegli ambigui meridionalisti sui quali non si sa cosa pensare: gente che pareva seria e che invece si è messa in testa di essere nata in una colonia. Quelli, addirittura, vanno dicendo che la pace è frutto della giustizia e che nascondere le discriminazioni che passano sotto al naso equivale ad esserne complici. Che gente!
Un caro saluto
Antonio Lombardi

SE UNA MEMORIA E’ PIU’ INUTILE DI UN’ALTRA

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Di Annamaria Pisapia

“Sud, no alla memoria inutile”. Così titola “Il Mattino”, il dibattito tra Massimo Adinolfi e Gianfranco Viesti riguardo alla proposta approvata dalla Regione Puglia di istituire una giornata della memoria, per commemorare le vittime del Regno delle Due Sicilie. Un articolone scritto a due mani in cui l’uno rafforza le tesi dell’altro, che definire dibattito, senza un contraddittorio, suona mostruosamente beffardo. Laddove la memoria della perdita di quanti furono sacrificati per l’unità acquista lo stesso valore di un insetto, inutile e fastidioso. Sorprende che Adinolfi affermi: “ Come se la storia non fosse altro che una macelleria di uomini e popoli. E come se l’unica posizione moralmente legittima fosse quella che si pone sempre solo dalla parte degli sconfitti…” Non so se se n’è accorto ma ha appena disconosciuto l’Olocausto. Tranquillo, non verrà tacciato di negazionismo, reato punito con la detenzione, perché sono sicura che il riferimento era riservato solo a quelli del Sud, facilmente intuibile dall’ affermazione successiva: “ Insomma, è come se fare l’unità d’Italia-uno dei più grandi risultati dell’età moderna- non rendesse oggi meno accettabili i fucili piemontesi puntati contro l’esercito borbonico…” Io non so in base a quale perverso meccanismo mentale si possa arrivare a simili affermazioni. La legittimazione di un’aggressione di un territorio, di uno Stato libero e indipendente, di una Nazione, di un popolo, la depredazione, l’abominio subito, la devastazione, gli stupri, l’annientamento, la perdita di una capitale,( Napoli, retrocessa a capoluogo di provincia, in favore di una insignificante città come Torino, da cui distava 900 km, per non parlare dei 1600 km di distanza che la nuova capitale aveva con la Sicilia) con l’aggravio del decimo di guerra , esteso a tutto il Regno, per le spese sostenute per la “liberazione”,ed infine la colonizzazione, tuttora in atto. Eppure la sorpresa più sconcertante arriva proprio da Viesti: “ L’ampia evidenza storica non giustifica particolari nostalgie. Non era l’inferno, comparato al paradiso sabaudo, ma la ricerca converge ad esempio nel valutare come infimo, molto più basso che negli altri stati preunitari, fosse il livello di alfabetizzazione. Un divario, quello dell’istruzione elementare, che sarà colmato solo dopo un secolo e che peserà enormemente sul ritardo economico e civile del Sud…” Di quali nostalgie va cianciando se parla di evidenza storica? E di quale analfabetizzazione? Dimentica il 90% di analfabeti della Sardegna, appartenente al Regno dei Savoia, la quale, per un “oscuro” motivo, viene accorpata al Sud nelle statistiche dell’analfabetismo facendo innalzare la percentuale e per contro aumentare il livello di alfabetizzazione del nord. Nientedimeno che occorse un secolo per “colmare” questo divario? Viesti non si indigna? Non pensa che, invece, occorse un secolo per deprivare e impoverire sempre più il Sud a vantaggio del nord,( come dimostrato anche da Francesco Saverio Nitti in “Napoli e la Questione Meridionale”, o dall’ unitarista Maddaloni nella sua mozione d’inchiesta del 20 novembre 1861) ed instillare quella forma mentis di un Sud povero, arretrato, ignorante, sporco, analfabeta e… vennero a liberarci? Ma se Viesti ha cercato di dare un colpo al cerchio e uno alla botte( capita quando non si hanno le idee chiare e si risente di quel copione che preme sulla coscienza, impedendo un’analisi lucida e priva da condizionamento), Adinolfi chiude con una “chicca”: “Infine vorrei porre una domanda sul significato di una memoria condivisa. Questo tema è stato posto in Italia a proposito del discrimine sul fascismo-antifascismo e a quel riguardo Giorgio Napolitano, da Presidente della Repubblica, ha più volte messo in guardia dalle false equiparazioni e banali generalizzazioni. Non è lo stesso avviso che bisogna tenere nei confronti delle vittime meridionali dell’unificazione per evitare di dare la 1861 il significato di una morte della Patria meridionale?”. In che modo definirebbe la cancellazione di uno Stato- Nazione libero indipendente, come già esposto, annesso con la forza e tenuto in stato di colonia, se non come la morte di una Patria, (tale era prima dell’arrivo dei piemontesi)? E perché mai le migliaia o centinaia di migliaia, (forse che fa differenza?)di vittime che si batterono, per legittima difesa, contro chi , a suon di fucilate, era venuto a liberarli, non avrebbero pari diritti alla rimemorazione come gli ebrei, gli armeni, gli istriani, i cileni, i giapponesi, i cambogiani, i nativi americani… Cosa li distingue dalle vittime dell’ex Regno delle Due Sicilie (diamogli il nome giusto, perché essi facevano parte di uno Stato che andava sotto tale denominazione e non c’entra un fico secco la nostalgia)? Il numero delle perdite? Qual è il limite minimo garantito, da cui si può “avanzare” il diritto a richiedere di poter elaborare un lutto ( intrappolato nello spazio e nel tempo, soffocato e sostituito da una macabra euforia, imposta dai liberatori) un riconoscimento al loro sacrificio senza che qualcuno si arrampichi sugli specchi nel tentativo maldestro di protrarre l’occultamento di una verità scomoda , pesante? E non è forse proprio quel Giorgio Napolitano, che menziona Adinolfi, ad aver affermato, in occasione della giornata della memoria della Shoah: “bisogna sempre guardare al passato per non dimenticare, affinchè sia di monito per le generazioni future” . L’unità d’Italia porta i segni di una conquista violenta e cruenta celata, come è d’uso, dagli stessi conquistatori. Prima se ne prenderà coscienza e meglio sarà per tutti.

Camera a Sud – Festival itinerante di cultura meridionalista

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“Camera A Sud”, festival itinerante di cultura meridionalista (ispirato al titolo dell’omonima canzone di Vinicio Capossela), è un format che nasce da un’idea di MO! – Unione Mediterranea e che è patrocinato, in questa prima tappa a Manfredonia, dal Comune, dall’Agenzia del Turismo e dal Gal DaunOfantino.

Composto da sette serate (il programma è reperibile sull’evento facebook) è una manifestazione culturale dedicata alla Questione Meridionale, dalla sua nascita con l’unità d’Italia al suo progressivo aggravarsi, e sarà itinerante, affidando ad ognuno dei relatori un luogo specifico della città di Manfredonia. I libri degli autori saranno il punto di partenza di ogni serata e daranno il via a un confronto con il pubblico.

Perché organizzare un evento del genere? Per un motivo molto semplice: la cultura è potere.

E’ ormai giunta l’ora di mettere al corrente la popolazione delle ragioni delle continue ed ingiuste disparità Nord-Sud. E’ necessario far sì che il cambiamento nelle coscienze meridionali passi anche e soprattutto per la cultura, unica chiave di volta utile a far comprendere la verità storica. Capire meglio il presente, per poi modellare il futuro dipende esclusivamente da questo.

Manfredonia sarà dunque solo la prima di tante tappe del festival, che sarà riproposto in tutte le città interessate alla manifestazione. Il format sarà sempre lo stesso e cercherà di dare voce ai tanti artisti, musicisti e scrittori meridionalisti del nostro tempo, in modo che la nostra vicenda, costantemente soffocata dal pregiudizio diffuso, possa finalmente usufruire del panorama che si gode osservando il mondo dalla finestra della “Camera A Sud”.

Il meridionalismo 2.0 – Idee per una politica radicata ma inclusiva, che superi il problema della diaspora

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Con la nascita in Lombardia e nelle altre regioni settentrionali dei Circoli Territoriali di Unione Mediterranea si auspica di impiantare anche nel nord il seme sempre vivo della irrisolta Questione Meridionale. Questo seme di consapevolezza è sempre più presente anche e soprattutto nel meridione fuori dal territorio storico, composto da meridionali che ancora oggi continuano a spostarsi nella parte del paese più avanzata economicamente, e che ha toccato con mano le differenze territoriali nazionali. Il seme è stato rivitalizzato dalle nuove finestre informative offerte dal web e dai testi di libri tematici come Terroni di Pino Aprile e Separiamoci di Marco Esposito, che hanno attualizzato l’annosa Questione con un linguaggio più comprensibile per il lettore, ricco di esempi concreti, misurabili e per questo non opinabili soprattutto per chi vive al nord. L’evoluzione del pensiero politico-culturale di UM potrà pertanto legarsi alla coltivazione di un nuovo metodo Meridionalista figlio di un Meridionalismo versione 2.0, che si differenzia dai metodi legati esclusivamente al territorio storico, troppo spesso inefficaci a causa di contrasti interni.

Ci riferiamo ad un meridionalismo più universale, più vicino al concetto di cultura aperta del mediterraneo, che sappia declinarsi in azioni civiche, politiche e culturali su qualunque territorio in cui esso si trovi. All’interno di tale quadro metodologico, le azioni al nord possono essere realizzate affinché la verità sul dualismo nazionale raggiunga i settentrionali probabilmente ignari che la loro miglior condizione socio-economica ed il territorio meglio fornito di infrastrutture in cui vivono sono conseguenza di politiche di minorità al sud.

Temi come: emigrazione interna, protezione ambientale, protezione della salute, protezione dei consumatori, lotta alla corruzione allo smaltimento illegale dei rifiuti industriali, sono argomenti su cui confrontarci con le istanze sociali del nord e su cui declinare in azioni politiche attraverso una comunicazione empatica-negoziale, usata per vedere il territorio con gli occhi di chi ci vive, nato o immigrato che sia, e che riesca a valorizzare lo scambio di benefici reciproci, cioè che sappia dimostrare con valori misurabili la convenienza per entrambe le parti. Un linguaggio specifico per il meridione fuori dal territorio storico che metta in comunicazione mediterranei emigranti e abitanti del territorio.

(Mozione politica Circolo Ulisse – Lombardia 2015).

Le declinazioni possono concretizzarsi ad esempio attraverso la denuncia in loco di eventi negativi e criminali che il diffuso pregiudizio nazionale è solito accomunare solo al sud oppure evidenziando come la tangente più alta di sempre sia quella del Mose a Venezia, oppure come per la sola Expo in pochi mesi siano state interdette per mafia 70 imprese – più che in mezzo secolo per la Salerno-Reggio -, al punto che si è dovuto nominare un commissario ad hoc, oppure denunciando che il San Raffaele, struttura sanitaria milanese, sia l’ospedale con il record di deficit: da solo più che diverse regioni del sud messe insieme; oppure sottolineando che i rifiuti industriali presenti nelle “terre dei fuochi” del meridione provengano per la maggior parte da aziende con sede legale e operativa nel nord e che queste però abbiano seppellito la stragrande maggioranza dei rifiuti tossici (oltre l’80%) proprio nel sottosuolo del nord.

Poter fare tutto ciò direttamente sul territorio dove questo avviene è importante per scardinare quel pregiudizio che il sud si porta dietro. Il Meridionalismo evolverà in 2.0 quando si svezzerà dallo storico territorio che ne conserverà si i principi, ma lascerà che i figli “all’estero” ne maturino il pensiero più universale attualizzandolo su i territori ospitanti. Dimostrare la possibilità di ottenere benefici reciproci per entrambe le parti del Paese, così come sviluppare politiche economiche e di sviluppo infrastrutturale che puntino ad riequilibrare le differenze attualmente presenti, a causa delle politiche leghiste significa evolvere in un Meridionalismo 2.0.

Dimostrare anche fuori dal nostro territorio storico, che una autostrada o una ferrovia è più utile costruirla in un territorio che ne è carente piuttosto che in uno dove proprio per l’abbondanza nascono movimenti come i NO TAV, è un esempio di Meridionalismo 2.0.

L’azione fuori dal territorio storico non deve essere intesa come sostitutiva bensì come integrativa. E’ da affermare con chiarezza il fallimento di tutti i partiti nazionali nel mezzogiorno, con ricadute non solo su quest’ultimo, ovunque il pensiero del Meridionalismo 2.0 trovi sviluppo. Ribadendo che la vicinanza ai partiti nazionali della tradizione italiana è stata alla base delle incomprensione e delle divisioni di movimenti e partiti meridionalisti.

Meridionalismo 2.0 vuol dire, quindi, omogeneizzare ideologie di destra e di sinistra e volgerle al pensiero più universale come quello del mediterraneo e dei suoi popoli.

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Ringrazio Martino Grimaldi per la preziosa quanto indispensabile collaborazione

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

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Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

MO all’AGORA’ – seminari gratuiti

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Al via il prossimo 6 aprile, presso Agorà, il ciclo di eventi organizzati da MO – Unione Mediterranea all’insegna del meridionalismo. Ma non solo, si parlerà di politica, di educazione civica e di difesa della propria identità, con ospiti di eccezione e voci autorevoli.

Di seguito il dettaglio degli appuntamenti.

CHE COSA FA UN COMUNE?

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Mercoledì 6 aprile ore 17

Durata: 2 ore

Con: Marco Esposito, Danilo Risi, Giovanni Piombino

Abstract: Tutto quello che la legge prevede e tutto quel che la legge non vieta.

Descrizione evento: Napoli in Comune. Tutto quello che il Comune fa per legge e tutto quello che può fare perché la legge non lo vieta. Cosa amministra davvero un Comune? Che ruolo ha il Consiglio comunale? E una Municipalità? Quali sono le funzioni fondamentali e le fonti di finanziamento. E quali sono le funzioni che un Comune può esercitare a tutela della propria comunità: dalla difesa dei consumatori alla valorizzazione dei prodotti e del commercio locale fino alla difesa dell’identità e dignità.

PEDAGOGIA DELLA RESISTENZA: A LEZIONE CONTRO LE MAFIE

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Sabato 9 aprile ore 10.30

Durata: 2 ore e 30 minuti

Con: Giancarlo Costabile

Abstract: dall’Università della Calabria, a lezione dal professor Giancarlo Costabile, docente dell’unico corso in Italia di Pedagogia della Resistenza. Con interventi dell’attore-regista Sergio Sivori. Per la pedagogia della resistenza vale l’idea che resistenti non si nasce ma si diventa, che si può imparare e insegnare a resistere. Per questo si propone lo studio e lo sviluppo di una pedagogia che abbia come suo scopo essenziale la formazione di soggetti resistenti nei confronti di ogni tipo di dominio, a partire da una rilettura pedagogica delle esperienze di resistenza proprie di coloro che si sono opposti onestamente alle mafie, ai totalitarismi ed allo sterminio.
Perché “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile” (Corrado Alvaro)

Soglie di povertà, nessun partito italiano difende il Sud in Parlamento.

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Su “Il Mattino” il 1 Ottobre 2015 è stato pubblicato un articolo a cura di Marco Esposito, nel quale si denunciavano le tabelle sulle soglie di povertà in Italia calcolate dall’ISTAT e utilizzate dal Governo Renzi per aiutare le famiglie del Nord e non quelle del Sud, seppur in presenza di eguali condizioni di indigenza.

Nessun partito nazionale ha reagito dinanzi ad una simile ingiustizia, comprese le opposizioni, il cui ruolo istituzionale in Parlamento corrisponde esattamente a questo: mettere in discussione l’operato del potere esecutivo.

Difendere gli interessi del Sud equivale a dire battagliare per stabilire equità economica tra le due parti del Paese, e per farlo, è necessario ammettere che il “sistema-Italia” è tenuto in piedi dalla storica e reiterata concentrazione di investimenti al Nord e dallo sfruttamento di risorse al Sud. Un’ammissione di questo tipo da parte dei partiti nazionali, comporterebbe una preoccupante perdita sociale di consenso politico al Nord, tenuto a bada al Sud dal senso di minorità psicologica dei meridionali, da una classe dirigente ascara, una stampa asservita ai potentati e da una imposta subalternità economica che rallenta e ostacola la reazione delle fasce più deboli della società.

Il progetto MO! delle scorse elezioni regionali in Campania è nato per questo: essere alternativi alla sterilità ed improduttività politica che danneggia il Sud. Ecco perchè è in atto una discussione con gli iscritti del MOvimento per portare avanti un’azione di contrasto concreta e dirompente contro il provvedimento del Governo che cancella con un colpo di spugna statistico la povertà nel Mezzogiorno.

La sfida del meridionalismo, relegata ai confini del web, dovrebbe costringere anche i più ingenui a capire che la soluzione ai nostri problemi non può essere offerta da chi questi gravi disagi li ha creati o ingigantiti con la propria passività.

Ma se il cosiddetto “mondo consapevole” preferisce nutrirsi di conflitti di levatura piccola piccola, come può diventare grande il meridionalismo?

InterroghiaMOci. La nostra terra non ha più tempo da perdere.

Flavia Sorrentino

Beatrice, 19 anni, di Milano, ci spiega perché lotta per il Sud

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di Beatrice Lizza

E mo’, come ve lo spiego?

Come vi spiego perché una ragazza di diciannove anni, nata e cresciuta a Milano, diventa meridionalista? Essere figli di partenopei spesso non basta, ma io, in più, sono stata fortunata ad avere una famiglia che mi lasciasse scoprire il meglio e il peggio dei due mondi.

Sin da quando ero piccola il ritorno a Milano dai viaggi a Napoli ha sempre avuto il potere di stordirmi: sapete quando ti chiedi dov’è quella luce che sembra inseguirti attraverso le persiane, anche nella stanza più buia della casa? Dove sono gli amici che si presentano alla porta senza preavviso? Dov’è il panettiere, il fruttivendolo, il bicchiere d’acqua quando ordini il caffè? Dove sono il mare, le chiese nascoste tra i vicoli, il profumo della frutta che inonda tutta la cucina? Lo smarrimento del ritorno mi ha sempre fatto pensare di essere figlia di un’altra terra, anche se ne abitavo ormai lontano. La verità, però, è che nulla di tutto questo è il motivo essenziale della mia scelta: non voglio parlare né di mare, né di arte, né di calore umano, né di gastronomia. O forse sì, ma non basterebbe.

Quello che ti fa sentire meridionale sono le sfumature che solo chi conosce il Sud riesce a cogliere: sono le leggi non scritte che regolano la vita di ogni giorno, quello che ai forestieri sembra caos, e invece per noi ha un ordine ben preciso.

Sono molto grata a Milano per avermi reso – almeno in parte – la persona che sono, tuttavia, alla mia vita al Nord, è sempre mancata la musica in macchina, il culto ossessivo dell’umorismo e dell’ospitalità, la fantasia, i film di Troisi, le piante che esplodono di vita tra antichi mattoni di tufo giallo.

Nei miei giorni milanesi ci sono troppi semafori, troppa serietà, vita confinata tra aiuole intoccabili e agende. Sì, il Sud fa venire il mal di pancia, fa sentire impotenti, eppure, anche quando i palazzi fatiscenti sembrano volerti crollare addosso, non puoi fare a meno di sentire che quell’angolo di mondo è ancora tuo. Il Sud è paradosso, è sole, è unione di culture, è splendore e decadenza. Il Sud è vita. Sto esagerando? Non importa, questa è bellezza! E a me la bellezza fa venire la gioia di vivere.

Abbracciare la causa del meridionalismo non è stata una conseguenza del “richiamo del sangue”. Imparare a difendere il Sud è stata una scelta fatta con la testa, non con il DNA, e non importa se sono milanese per qualcuno e napoletana per qualcun’altro: io sento che quell’angolo maltrattato del Mondo è anche casa mia. Vorrei studiare a Napoli, laurearmi, trovare una casa lì, vivere quella quotidianità che tanto mi è mancata.

Perché tornare a quella che sento casa mia deve essere tanto pericoloso per il mio futuro? Perché le opportunità devono volare tutte a Nord? Cos’è che non funziona? Perché i giovani continuano a fare le valigie mentre resta il degrado indotto da una classe dirigente incurante, ignorante e parassitaria?

La politica ha prima depredato e poi dimenticato la terra nostra: i sedicenti politici italiani vogliono farci credere che non ci siano alternative alle loro bugie, vogliono allontanarci dalla democrazia insegnandoci che “tanto non cambierà mai”. Eppure, la buona scuola (quella vera) mi ha insegnato che occuparsi di politica significa occuparsi della vita di tutti e non di onorevoli particolarismi. Per questo, mi rifiuto di perdere fiducia nella politica. Ho diciannove anni e sono troppo giovane per farmi rubare anche la speranza: dico sì al meridionalismo perché il Sud ha bisogno di riconquistare un suo spazio nella politica e cominciare ad alzare la voce.

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