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Il meridionalismo 2.0 – Idee per una politica radicata ma inclusiva, che superi il problema della diaspora

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Con la nascita in Lombardia e nelle altre regioni settentrionali dei Circoli Territoriali di Unione Mediterranea si auspica di impiantare anche nel nord il seme sempre vivo della irrisolta Questione Meridionale. Questo seme di consapevolezza è sempre più presente anche e soprattutto nel meridione fuori dal territorio storico, composto da meridionali che ancora oggi continuano a spostarsi nella parte del paese più avanzata economicamente, e che ha toccato con mano le differenze territoriali nazionali. Il seme è stato rivitalizzato dalle nuove finestre informative offerte dal web e dai testi di libri tematici come Terroni di Pino Aprile e Separiamoci di Marco Esposito, che hanno attualizzato l’annosa Questione con un linguaggio più comprensibile per il lettore, ricco di esempi concreti, misurabili e per questo non opinabili soprattutto per chi vive al nord. L’evoluzione del pensiero politico-culturale di UM potrà pertanto legarsi alla coltivazione di un nuovo metodo Meridionalista figlio di un Meridionalismo versione 2.0, che si differenzia dai metodi legati esclusivamente al territorio storico, troppo spesso inefficaci a causa di contrasti interni.

Ci riferiamo ad un meridionalismo più universale, più vicino al concetto di cultura aperta del mediterraneo, che sappia declinarsi in azioni civiche, politiche e culturali su qualunque territorio in cui esso si trovi. All’interno di tale quadro metodologico, le azioni al nord possono essere realizzate affinché la verità sul dualismo nazionale raggiunga i settentrionali probabilmente ignari che la loro miglior condizione socio-economica ed il territorio meglio fornito di infrastrutture in cui vivono sono conseguenza di politiche di minorità al sud.

Temi come: emigrazione interna, protezione ambientale, protezione della salute, protezione dei consumatori, lotta alla corruzione allo smaltimento illegale dei rifiuti industriali, sono argomenti su cui confrontarci con le istanze sociali del nord e su cui declinare in azioni politiche attraverso una comunicazione empatica-negoziale, usata per vedere il territorio con gli occhi di chi ci vive, nato o immigrato che sia, e che riesca a valorizzare lo scambio di benefici reciproci, cioè che sappia dimostrare con valori misurabili la convenienza per entrambe le parti. Un linguaggio specifico per il meridione fuori dal territorio storico che metta in comunicazione mediterranei emigranti e abitanti del territorio.

(Mozione politica Circolo Ulisse – Lombardia 2015).

Le declinazioni possono concretizzarsi ad esempio attraverso la denuncia in loco di eventi negativi e criminali che il diffuso pregiudizio nazionale è solito accomunare solo al sud oppure evidenziando come la tangente più alta di sempre sia quella del Mose a Venezia, oppure come per la sola Expo in pochi mesi siano state interdette per mafia 70 imprese – più che in mezzo secolo per la Salerno-Reggio -, al punto che si è dovuto nominare un commissario ad hoc, oppure denunciando che il San Raffaele, struttura sanitaria milanese, sia l’ospedale con il record di deficit: da solo più che diverse regioni del sud messe insieme; oppure sottolineando che i rifiuti industriali presenti nelle “terre dei fuochi” del meridione provengano per la maggior parte da aziende con sede legale e operativa nel nord e che queste però abbiano seppellito la stragrande maggioranza dei rifiuti tossici (oltre l’80%) proprio nel sottosuolo del nord.

Poter fare tutto ciò direttamente sul territorio dove questo avviene è importante per scardinare quel pregiudizio che il sud si porta dietro. Il Meridionalismo evolverà in 2.0 quando si svezzerà dallo storico territorio che ne conserverà si i principi, ma lascerà che i figli “all’estero” ne maturino il pensiero più universale attualizzandolo su i territori ospitanti. Dimostrare la possibilità di ottenere benefici reciproci per entrambe le parti del Paese, così come sviluppare politiche economiche e di sviluppo infrastrutturale che puntino ad riequilibrare le differenze attualmente presenti, a causa delle politiche leghiste significa evolvere in un Meridionalismo 2.0.

Dimostrare anche fuori dal nostro territorio storico, che una autostrada o una ferrovia è più utile costruirla in un territorio che ne è carente piuttosto che in uno dove proprio per l’abbondanza nascono movimenti come i NO TAV, è un esempio di Meridionalismo 2.0.

L’azione fuori dal territorio storico non deve essere intesa come sostitutiva bensì come integrativa. E’ da affermare con chiarezza il fallimento di tutti i partiti nazionali nel mezzogiorno, con ricadute non solo su quest’ultimo, ovunque il pensiero del Meridionalismo 2.0 trovi sviluppo. Ribadendo che la vicinanza ai partiti nazionali della tradizione italiana è stata alla base delle incomprensione e delle divisioni di movimenti e partiti meridionalisti.

Meridionalismo 2.0 vuol dire, quindi, omogeneizzare ideologie di destra e di sinistra e volgerle al pensiero più universale come quello del mediterraneo e dei suoi popoli.

Massimo Mastruzzo
Portavoce Nazionale di MO! – Unione Mediterranea

Ringrazio Martino Grimaldi per la preziosa quanto indispensabile collaborazione

Quel pensiero del Sud inviso agli intellettuali italiani.

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Il professor Paolo Macry, sull’edizione odierna del Corriere del Mezzogiorno, rileva la nascita a Sud di una nuova “questione meridionale” basata sul “NO PROGRESS”, e cioè sull’opposizione tout court a qualsiasi ipotesi di modernizzazione: “in Puglia trivelle ed acciaierie, in Basilicata i pozzi petroliferi, in Campania i termovalorizzatori e la ristrutturazione delle aree dismesse”. A tutto si dice no, scrive Macry, e a mettersi di traverso sono “leader politici, amministratori pubblici, movimenti”. La personificazione politica di questo Meridionalismo No Progress , secondo Macry, è Luigi de Magistris, che sta conducendo la sua campagna elettorale sull’immagine dell’uomo solo contro i poteri forti.

La visione di Macry appare quantomeno limitativa, per svariati motivi. Non è il caso qui di questionare, alla Pasolini, sul significato filologico, etico e politico della parola “progresso”, se essa risulta svincolata dallo “sviluppo”: riteniamo che il professor Macry abbia studiato a fondo gli Scritti Corsari dell’intellettuale friulano e sia giunto alle sue conclusioni credendo che oggi, a rappresentare il progresso nel Sud, possano essere le trivelle e le acciaierie della Puglia, i pozzi petroliferi della Val d’Agri, i termovalorizzatori di Acerra o Napoli Est e gli interventi espropriatori e calati dall’alto su Bagnoli.

Noi non siamo d’accordo: noi non riteniamo affatto che a Sud stia nascendo un meridionalismo che si vuole opporre al progresso.

Noi riteniamo al contrario che il Sud stia acquisendo una consapevolezza forte su ciò che gli è stato per decenni spacciato per sviluppo e che invece ha significato anche e soprattutto devastazione ambientale, continuo ricatto tra lavoro e salute (come nel caso Ilva di Taranto), cattedrali nel deserto slegate dalle naturali vocazioni dei territori, arricchimento di pochi (i “prenditori” spesso denunciati da de Magistris) e sostanziale impoverimento dei tessuti urbani.

E’ questa consapevolezza che sta iniziando a fare paura ai soliti noti, ai gruppi editoriali di potere, ai politici teorici del ghe pense mi , dimentichi della pratica democratica del confronto. Questa presa di coscienza del Sud non è affatto un ostacolo al progresso, è al contrario una richiesta pressante di una nuova idea di progresso, di sviluppo sostenibile, di nuove pratiche sociali.

Editorialisti, professori universitari, intellettuali dovrebbero salutare con entusiasmo il risveglio democratico del Sud, e imparare a vedere al di là delle contingenze di turno: finalmente il Sud sta riscoprendo la sua vera vocazione, essere soggetto di pensiero e non semplice oggetto di potere.

Il Sud oggi vuole pensare e pensarsi da sé, senza interventi esterni. E’ una questione di orgoglio, senso d’appartenenza, identità, chiamatela come volete: il Sud inizia a chiedere finalmente autodeterminazione, autonomia, ricerca continua e costante delle risposte che più possono favorire l’uscita dalla drammatica crisi di questi anni, attraverso le proprie risorse, le proprie idee, le proprie intelligenze.

Allo stato italiano non chiede altro che un semplice principio: equità. Mettere i territori meridionali nelle stesse condizioni infrastrutturali, scolastiche, sociali degli altri, attraverso politiche di redistribuzione di dignità, essenzialmente.

Un caso esemplificativo è Bagnoli. Al governo Renzi è stata chiesta la bonifica, secondo un principio riconosciuto dal consiglio di Stato, e cioè che chi inquina paga. Poi, il modello di sviluppo di quell’area non può essere politicamente espropriato dalle prerogative della città. È un colpo di mano che lede i diritti democratici di una comunità. Bagnoli è un simbolo, non può essere oggetto di scambio.

E’ per questo che la parola d’ordine della campagna elettorale di Napoli, città emblema del mezzogiorno, è AUTONOMIA.

L’immagine di Napoli è stata finalmente riscattata in questi anni, e questo lo sentono i cittadini comuni più che i professori universitari che pontificano dalle pagine di giornali asserviti a taluni poteri: ora è il momento di continuare a lavorare, sapendo benissimo che enormi problemi restano da affrontare, che ci sarà bisogno di tempo e determinazione costante.

La strada, però, è tracciata: Napoli e il Sud hanno intrapreso il cammino che li porterà ad essere territori liberi, nuovamente protagonisti di quel Mediterraneo che riscoprirà di essere il faro, il porto e l’àncora della civiltà occidentale e mondiale.

Di Salvatore Legnante

MO all’AGORA’ – seminari gratuiti

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Al via il prossimo 6 aprile, presso Agorà, il ciclo di eventi organizzati da MO – Unione Mediterranea all’insegna del meridionalismo. Ma non solo, si parlerà di politica, di educazione civica e di difesa della propria identità, con ospiti di eccezione e voci autorevoli.

Di seguito il dettaglio degli appuntamenti.

CHE COSA FA UN COMUNE?

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Mercoledì 6 aprile ore 17

Durata: 2 ore

Con: Marco Esposito, Danilo Risi, Giovanni Piombino

Abstract: Tutto quello che la legge prevede e tutto quel che la legge non vieta.

Descrizione evento: Napoli in Comune. Tutto quello che il Comune fa per legge e tutto quello che può fare perché la legge non lo vieta. Cosa amministra davvero un Comune? Che ruolo ha il Consiglio comunale? E una Municipalità? Quali sono le funzioni fondamentali e le fonti di finanziamento. E quali sono le funzioni che un Comune può esercitare a tutela della propria comunità: dalla difesa dei consumatori alla valorizzazione dei prodotti e del commercio locale fino alla difesa dell’identità e dignità.

PEDAGOGIA DELLA RESISTENZA: A LEZIONE CONTRO LE MAFIE

Dove: AgorA’, Salone Margherita, via Santa Brigida 65-66, Napoli

Quando: Sabato 9 aprile ore 10.30

Durata: 2 ore e 30 minuti

Con: Giancarlo Costabile

Abstract: dall’Università della Calabria, a lezione dal professor Giancarlo Costabile, docente dell’unico corso in Italia di Pedagogia della Resistenza. Con interventi dell’attore-regista Sergio Sivori. Per la pedagogia della resistenza vale l’idea che resistenti non si nasce ma si diventa, che si può imparare e insegnare a resistere. Per questo si propone lo studio e lo sviluppo di una pedagogia che abbia come suo scopo essenziale la formazione di soggetti resistenti nei confronti di ogni tipo di dominio, a partire da una rilettura pedagogica delle esperienze di resistenza proprie di coloro che si sono opposti onestamente alle mafie, ai totalitarismi ed allo sterminio.
Perché “La disperazione più grande che possa impadronirsi di una società è il dubbio che essere onesti sia inutile” (Corrado Alvaro)

Soglie di povertà, nessun partito italiano difende il Sud in Parlamento.

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Su “Il Mattino” il 1 Ottobre 2015 è stato pubblicato un articolo a cura di Marco Esposito, nel quale si denunciavano le tabelle sulle soglie di povertà in Italia calcolate dall’ISTAT e utilizzate dal Governo Renzi per aiutare le famiglie del Nord e non quelle del Sud, seppur in presenza di eguali condizioni di indigenza.

Nessun partito nazionale ha reagito dinanzi ad una simile ingiustizia, comprese le opposizioni, il cui ruolo istituzionale in Parlamento corrisponde esattamente a questo: mettere in discussione l’operato del potere esecutivo.

Difendere gli interessi del Sud equivale a dire battagliare per stabilire equità economica tra le due parti del Paese, e per farlo, è necessario ammettere che il “sistema-Italia” è tenuto in piedi dalla storica e reiterata concentrazione di investimenti al Nord e dallo sfruttamento di risorse al Sud. Un’ammissione di questo tipo da parte dei partiti nazionali, comporterebbe una preoccupante perdita sociale di consenso politico al Nord, tenuto a bada al Sud dal senso di minorità psicologica dei meridionali, da una classe dirigente ascara, una stampa asservita ai potentati e da una imposta subalternità economica che rallenta e ostacola la reazione delle fasce più deboli della società.

Il progetto MO! delle scorse elezioni regionali in Campania è nato per questo: essere alternativi alla sterilità ed improduttività politica che danneggia il Sud. Ecco perchè è in atto una discussione con gli iscritti del MOvimento per portare avanti un’azione di contrasto concreta e dirompente contro il provvedimento del Governo che cancella con un colpo di spugna statistico la povertà nel Mezzogiorno.

La sfida del meridionalismo, relegata ai confini del web, dovrebbe costringere anche i più ingenui a capire che la soluzione ai nostri problemi non può essere offerta da chi questi gravi disagi li ha creati o ingigantiti con la propria passività.

Ma se il cosiddetto “mondo consapevole” preferisce nutrirsi di conflitti di levatura piccola piccola, come può diventare grande il meridionalismo?

InterroghiaMOci. La nostra terra non ha più tempo da perdere.

Flavia Sorrentino

Beatrice, 19 anni, di Milano, ci spiega perché lotta per il Sud

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di Beatrice Lizza

E mo’, come ve lo spiego?

Come vi spiego perché una ragazza di diciannove anni, nata e cresciuta a Milano, diventa meridionalista? Essere figli di partenopei spesso non basta, ma io, in più, sono stata fortunata ad avere una famiglia che mi lasciasse scoprire il meglio e il peggio dei due mondi.

Sin da quando ero piccola il ritorno a Milano dai viaggi a Napoli ha sempre avuto il potere di stordirmi: sapete quando ti chiedi dov’è quella luce che sembra inseguirti attraverso le persiane, anche nella stanza più buia della casa? Dove sono gli amici che si presentano alla porta senza preavviso? Dov’è il panettiere, il fruttivendolo, il bicchiere d’acqua quando ordini il caffè? Dove sono il mare, le chiese nascoste tra i vicoli, il profumo della frutta che inonda tutta la cucina? Lo smarrimento del ritorno mi ha sempre fatto pensare di essere figlia di un’altra terra, anche se ne abitavo ormai lontano. La verità, però, è che nulla di tutto questo è il motivo essenziale della mia scelta: non voglio parlare né di mare, né di arte, né di calore umano, né di gastronomia. O forse sì, ma non basterebbe.

Quello che ti fa sentire meridionale sono le sfumature che solo chi conosce il Sud riesce a cogliere: sono le leggi non scritte che regolano la vita di ogni giorno, quello che ai forestieri sembra caos, e invece per noi ha un ordine ben preciso.

Sono molto grata a Milano per avermi reso – almeno in parte – la persona che sono, tuttavia, alla mia vita al Nord, è sempre mancata la musica in macchina, il culto ossessivo dell’umorismo e dell’ospitalità, la fantasia, i film di Troisi, le piante che esplodono di vita tra antichi mattoni di tufo giallo.

Nei miei giorni milanesi ci sono troppi semafori, troppa serietà, vita confinata tra aiuole intoccabili e agende. Sì, il Sud fa venire il mal di pancia, fa sentire impotenti, eppure, anche quando i palazzi fatiscenti sembrano volerti crollare addosso, non puoi fare a meno di sentire che quell’angolo di mondo è ancora tuo. Il Sud è paradosso, è sole, è unione di culture, è splendore e decadenza. Il Sud è vita. Sto esagerando? Non importa, questa è bellezza! E a me la bellezza fa venire la gioia di vivere.

Abbracciare la causa del meridionalismo non è stata una conseguenza del “richiamo del sangue”. Imparare a difendere il Sud è stata una scelta fatta con la testa, non con il DNA, e non importa se sono milanese per qualcuno e napoletana per qualcun’altro: io sento che quell’angolo maltrattato del Mondo è anche casa mia. Vorrei studiare a Napoli, laurearmi, trovare una casa lì, vivere quella quotidianità che tanto mi è mancata.

Perché tornare a quella che sento casa mia deve essere tanto pericoloso per il mio futuro? Perché le opportunità devono volare tutte a Nord? Cos’è che non funziona? Perché i giovani continuano a fare le valigie mentre resta il degrado indotto da una classe dirigente incurante, ignorante e parassitaria?

La politica ha prima depredato e poi dimenticato la terra nostra: i sedicenti politici italiani vogliono farci credere che non ci siano alternative alle loro bugie, vogliono allontanarci dalla democrazia insegnandoci che “tanto non cambierà mai”. Eppure, la buona scuola (quella vera) mi ha insegnato che occuparsi di politica significa occuparsi della vita di tutti e non di onorevoli particolarismi. Per questo, mi rifiuto di perdere fiducia nella politica. Ho diciannove anni e sono troppo giovane per farmi rubare anche la speranza: dico sì al meridionalismo perché il Sud ha bisogno di riconquistare un suo spazio nella politica e cominciare ad alzare la voce.

Com’è difficile capire questo Sud…

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Il punto di vista di Raffaele Vescera
Al di là delle considerazioni sulla dubbia volontà ambientalista e politica a favore del Sud di Pittella, De Luca ed Emiliano, rispettivamente presidenti di Basilicata, Campania e Puglia, e sulla reazione di Renzi, spiazzato dalla loro presa di posizione, dalla lettura di quest’articolo dell’Huffington post, si evince una sorta di timorosa consapevolezza sul processo di formazione di una nuova coscienza meridionalista nel Mezzogiorno. Tant’è che, seppure ironicamente, i tre governatori sono definiti “borboni” alla pari degli oppositori meridionalisti, e il Mezzogiorno viene identificato con l’immagine del Regno delle Due Sicilie, di cui ne fanno una sorta di spauracchio antistorico.

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