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La Regione Calabria cambia idea. Trivelle nello Jonio? Si può fare

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Il Presidente Oliverio e l’Assessore all’Ambiente Rizzo non si sono ancora pronunciati sull’unico rimedio possibile per scongiurare l’arrivo delle trivelle nel Mar Jonio al largo di Crotone e Catanzaro: il ricorso al Tar Lazio contro i due decreti del Ministero dello Sviluppo Economico del 15 dicembre 2016 che autorizzano la compagnia Global Med a cercare gas e petrolio nel mare che fu di Ulisse, Pitagora, Cassiodoro e Campanella, in un’area vasta 1.500 kmq..

Per Oliverio e Rizzo il Referendum No Triv, richiesto dalle Assemblee di dieci Regioni tra cui la Calabria, sembra aver perso ogni significato politico e così anche il voto di oltre 382.000 cittadini calabresi che il 17 aprile 2016 votarono contro le trivelle in mare.

“Ai cannoni ad aria compressa della Global Med la Regione Calabria ha finora risposto con le lettere dell’Assessore all’Ambiente al Ministro Franceschini – dichiara Tiziana Medici, del Coordinamento Nazionale No Triv – Ai decreti del Ministero del Sottosegretario Gentile si risponde con atti amministrativi e ricorsi, non con le lettere”.

“In questa vicenda la Regione Calabria ha molto da farsi perdonare: nel corso del procedimento della Valutazione di Impatto Ambientale avviato nel dicembre 2014 e conclusosi nel 2016, non ha presentato alcuna osservazione contro i progetti petroliferi della Global Med”, precisa l’Avv. Francesco Tassone, Presidente di M.O. Unione Mediterranea, che rincara la dose: “Per il New York Times la Calabria è tra le prime 50 mete turistiche al mondo che tutti dovrebbero visitare; le trivelle minacciano questo importante primato e la Regione lascia fare ai nuovi colonizzatori”.

Eppure il 4 dicembre la larga maggioranza degli italiani (ed anche dei calabresi, quindi) ha votato contro la riforma costituzionale ribadendo così che le Regioni e gli enti locali devono essere protagonisti delle scelte che interessando il governo del territorio, l’ambiente e l’energia.

“Di questo la Regione Calabria deve tener conto. Inizi dunque con il ricorso al Tar Lazio e prosegua esercitando pressioni sul Governo per arrestare la corsa al gas ed al petrolio nel Mediterraneo e sulla terraferma”, chiosano all’unisono Medici e Tassone.

Roma, 30 gennaio 2017

 

Francesco Tassone

Presidente MO Unione Mediterranea

 

Tiziana Medici

Portavoce Coordinamento Nazionale No Triv

Il presidente Francesco Tassone a Napoli

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Il giudice Francesco Tassone sarà presente domani 13 Dicembre dalle ore 10.00 alle ore 13.00 in Via Toledo a Napoli, al gazebo del movimento meridionalista MO-Unione Mediterranea, di cui è Presidente, per promuovere “NA-Napoli Autonoma”, progetto di autonomia fiscale e politica della città di Napoli. Francesco Tassone, anima dei “Quaderni Calabresi”, attraverso il suo impegno ha contributo in maniera determinante al lavoro di crescita del sentimento di identità dei cittadini del Sud e da quasi mezzo secolo rappresenta la voce del “Movimento Meridionale” nato dalla collaborazione con lo scrittore meridionalista Nicola Zitara e dall’impegno sociale e politico profuso da un gruppo di intellettuali calabresi del “Circolo Salvemini” di Vibo Valentia.

Catalogna: 5 domande a… Francesco Tassone

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Concludiamo il nostro giro di interviste a proposito del risultato delle recenti elezioni in Catalogna con il dott. Francesco Tassone.

Ci perdonerete se questa intervista sarà più lunga delle precedenti, ma ne vale la pena. Innanzitutto, per chi non lo conoscesse, ci teniamo a presentare in maniera più approfondita il nostro Presidente, Francesco Tassone, amico e compagno di lotte di Nicola Zitara.

La figura di Francesco Tassone coincide, come in un unicum, con i Quaderni del Sud – Quaderni Calabresi, un notevole strumento nel lavoro di crescita del sentimento di identità e di responsabilità dei Meridionali, da quasi mezzo secolo voce di quel Movimento Meridionale nato dall’impegno sociale e politico di un gruppo di intellettuali calabresi che ruotava attorno al “Circolo Salvemini” di Vibo Valentia. Unica entità che seppe dare una chiave di lettura originale e analitica dei moti di Reggio Calabria egemonizzati da fascisti e sodali.

Quaderni del Sud è rimasta ancorata alla concretezza dei luoghi e delle comunità meridionali, dove sempre di più si consuma lo scempio della democrazia e dei beni comuni, cercando di fornire al lettore strumenti di analisi per la realizzazione di strutture di lavoro che rispondano alle esigenze di libertà e un rapporto critico e costruttivo con i vari movimenti meridionali che vanno nascendo ovunque e che costituiscono terreno naturale per una dialettica unitaria.

La storia del Sud, le condizioni in cui oggi esso si trova sul piano politico, economico e sociale considerato nel suo rapporto di dipendenza, i problemi che lo travagliano (emigrazione, disoccupazione, mafia, inefficienza di servizi, invasione del territorio, inquinamento, etc.) sono i temi della rivista e la linea ideale dell’impegno politico sociale di Tassone con particolare attenzione a ciò che attualmente si fa nel Sud, ossia alle dinamiche dei rapporti interni tra movimenti e associazioni nella prospettiva di riterritorializzazione dei processi politici, economici e sociali. Francesco Tassone mantiene sempre uno sguardo attento ai rapporti del Sud con la realtà più ampia e più complessa del nostro tempo: come il  Sud vive la mondializzazione, come reagisce di fronte al processo di disgregazione sociale in atto e alla drammatica separazione, ogni giorno più reale, tra dimensione storica e politica.

1. Cosa ne pensa del percorso indipendentista catalano? È un modello riproducibile per il mezzogiorno d’Italia?

Non può sussistere dubbio sul fatto che il successo del movimento indipendentista in Catalogna abbia un grande valore simbolico – e quindi anche politico e morale – per tutti i movimenti indipendentisti o, più equivocamente, autonomisti, che operano nel mondo. E quindi, per concentrare il discorso sul nostro problema concreto, anche per noi. Tale successo dice che si può, che anche noi possiamo. Podemos.
L’avvio di riflessione su tale avvenimento posto con le cinque domande è quindi molto opportuno. Ma sotto altro aspetto, e cioè perché tale successo potrebbe indurre a conclusioni per noi erronee e fuorvianti. Ciò soprattutto per quanto riguarda la valutazione- o meglio la supervalutazione, allo stato delle cose – della portata della via elettorale nella riconquista da parte delle popolazioni del Sud della sovranità sul territorio che ad esse compete e che ad esse venne brutalmente tolta nel 1860 con una invasione di pretto stampo coloniale.
Peraltro, quella della via elettorale come via unica, prima che elettiva, a cui dedicare i nostri sforzi, è una idea radicata nei nostri movimenti, che ci preclude e fin qui ci ha precluso di vedere le linee di azione che possono portare alla difficile meta dopo 155 anni di devastazione del tessuto economico, sociale e culturale su cui si fonda e da cui nasce la nostra soggettività. La quale meta, appunto per questo, richiede l’assunzione di un lavoro di risanamento e disinquinamento di quel tessuto, cioè del nostro territorio di vita costituendo tale lavoro l’unica forma di presa di possesso di tale territorio per quanto oggi possibile; e quindi l’avvio concreto, nei fatti, del processo a ciò volto, attraverso un’azione condotta giorno per giorno, in modo capillare e diffuso, da tutto un popolo, in tutte le sue varie e minute articolazioni territoriali . L’unica che ne può rafforzare il radicamento, così gravemente minacciato.
Rispetto ad una tale linea, ben nota in altre situazioni analoghe con vari nomi, ed in particolare con quello di “processo di transizione” dalla dipendenza al pieno materiale possesso della sovranità, la via elettorale, allo stato delle cose non può che avere un ruolo collaterale, comunque mai sostitutivo. Si badi che non è in discussione la sua importanza perché è anch’essa indispensabile forma di esercizio della sovranità, come cittadini e come popolo, in quello spazio della vita di un popolo che è lo spazio istituzionale; ma è necessario rendersi una buona volta conto della sua radicale insufficienza se scollata dal processo sociale sopra accennato, priva di radici nelle popolazioni. Si discute della insidiosità di una tale strada, allo stato delle cose, per un movimento meridionale, chiamato ad attivare una soggettività pressoché sommersa, destinato ad esaurire le sue forze su una strada irrealizzabile se non radica la sovranità nell’operare di tutto un popolo.
Il modello catalano, se così si può dire, non è quindi riproducibile nel Sud; ed anzi la sua adozione – che in effetti è quella allo stato operante- deve ritenersi esiziale per i movimenti che in esso lavorano per costruire le premesse materiali e morali di una sua autonomia avente i caratteri della sovranità e quindi dotata delle strutture di carattere materiale e morale insieme, che ne costituiscono le colonne portanti.

2. Quali sono i punti in comune tra il nostro sud e la Catalogna?

Non vi sono punti di contatto tra il nostro Sud e la Catalogna. La cui situazione, all’interno del complessivo sistema economico e produttivo mondiale è simile a quella delle regioni padane; ferma restando, sul piano politico la non piccola differenza tra queste due situazioni –la tosco-padana e la catalana – costituita dal fatto che la Catalogna ha alle sue spalle la storia di una sua identità nazionale, rafforzata da un’espansione che oggi possiamo definire di carattere coloniale volta verso l’esterno; mentre l’espansione produttiva ed economica delle regioni padane, a scapito e con lo sfruttamento delle regioni del Sud trova la sua base nella stessa struttura politica costituita dallo Stato ( subdolamente definitosi) Unitario, ma in realtà fin dall’inizio costruito e via via modellato in funzione della concentrazione dell’accumulazione nelle regioni suddette e del connesso, doloroso, lungo, calvario dello smantellamento di tutte le strutture che al Sud erano state già costruite: con un’espansione diretta verso “l’interno”
Nell’una e nell’altra situazione comunque, i movimenti indipendentisti in essa formatisi, non nascono dalla esigenza di costruire unità e cooperazione tra i popoli, ma da quella di rafforzare le proprie strutture economico- produttive nel quadro di una concorrenza – o meglio, lotta di sopraffazione- tra i popoli. Anche se questo deve avvenire a scapito di popolazioni “interne”come quella del Sud; e, nel caso della Catalogna, a scapito di popolazioni allo stato parimente interne, come quelle dell’Andalusia.

3. Quali sono, invece, le differenze?

Non vi sono quindi, a mio giudizio, punti solidi di contatto tra le due situazioni, mentre le differenze sono organiche e sostanziali.
Tra di esse va annoverato il fatto che tra il movimento catalano e le classi dirigenti catalane, quelle economicamente e socialmente portanti, vi è omogeneità di interessi ( così come avviene nelle regioni padane).
Nel Meridione invece le classi dirigenti – o potenzialmente tali – sono alle dipendenze dello Stato Unitario, cioè di quella struttura politica montata e costruita per realizzare la costante concentrazione delle risorse nelle regioni della Tosco- Padania, come amava chiamarle Zitara.
In definitiva le classi dirigenti meridionali, o quelle che potenzialmente potrebbero essere tali, hanno dismesso le loro funzione, mantenendo il governo del territorio in quanto postesi, attraverso l’arruolamento nei partiti politici nazionali, al servizio dell’occupante. Degradando da classe politica, come tale dirigente, a ceto ascaro.
Le differenze tra le due situazioni sono pertanto profonde, perché riguardano la struttura sociale e produttiva delle due situazioni, e quindi organiche . Sicché a noi incombe di muovere da questa struttura di base, prendendola così come è, avvilita e dissestata, e costruire in essa, attraverso il lavoro di risanguificazione di cui essa ha bisogno oggi e non domani, la nuova classe dirigente meridionale a base popolare.

4. La differente solidità dell’economia di queste due macroregioni non impone riflessioni diverse sull’opportunità di una secessione?

Come si configura la “opportunità” di una secessione nell’una e nell’altra situazione- catalana e meridionale- in ragione delle diversa “solidità dell’economia” in queste due “ macroregioni”, è la lettura della 4° domanda, la cui formulazione è stata leggermente modificata in funzione di mettere in evidenza tre termini – “opportunità”, “solidità dell’economia” e “ macroregioni” – a prima vista scontati nel loro significato e in realtà fortemente problematici.
Intanto non si tratta di “opportunità” ma di necessità, per un popolo come il nostro, reso dipendente, a cui la perdita delle dignità, ha insieme assegnato la via dello sradicamento e della dissoluzione.
Non si tratta quindi di “se”, ma di “come” e di “quando”, attraverso cioè quale cammino; si tratta solo di definizione dei fini e dei valori che rendono la “secessione” – cioè la riconquista della posizione di uomini e popolo liberi e cooperanti – necessaria e senza alternative per il popolo che la deve effettuare, cioè nell’ambito della costruzione di un mondo che si voglia salvare per l’unica via che ancora lo può salvare, che non è quella della rapina – e comunque dell’homo homini lupus – ma della giustizia.
Su questo piano il termine “solidità dell’economia” non trova spazio, non tanto perché esso rinvia a situazioni contingenti, quanto perché esso premia i popoli, come quello catalano o quello padano, che vogliono la secessione proprio per non restituire neppure le briciole di quanto dagli altri drenato e di quanto agli altri tolto.
Quanto poi al termine macroregioni, esso è utile, quanto al Sud, solo perché vale ad indicare l’ampiezza, la ricchezza e la complessità dei territori che nella parola Sud trovano il senso di una loro prima comunanza, tuttora operante nella loro vita. Ma non penso che essa debba far parte del nostro vocabolario, portando con sé, a differenza della parola popolo e popoli, una forte connotazione di carattere puramente naturalistico-territoriale.

5. L’UE come si comporterebbe di fronte ad una tale possibilità? In particolare accetterebbe il rientro tra i Paesi membri di una nuova nazione, già ex-regione?

Se l’Unione Europea fosse una unione di popoli non avrebbe difficoltà a riconoscere che tanto la Catalogna quanto il Sud hanno alle spalle una lunga storia di soggettività politica di carattere statuale; e comunque, per quanto riguarda il Sud, una sua notevole omogeneità di condizioni sociali, di cultura, di condizioni politiche – nel caso del Sud come area dipendente. E, quel che più conta, una diffusa coscienza di tutto ciò, che consente ad ognuno di noi di dire “io sono meridionale”, sapendo esattamente cosa vuole dire, e ad un milanese “tu sei un terrone”, sapendo esattamente anche lui cosa vuol dire e quale distanza, in termini di superiorità, intende con ciò definitivamente porre tra noi e loro.
Ma l’UE non è una unione di popoli,come prometteva di essere ( di quante menzogne si serve il dominio per legittimare, agli occhi di quelli che saranno poi i suoi schiavi, la sua natura di dominio!); ma è una combinazione politica a guida verticistica, la cui natura colonialista ( o comunque della stessa qualità di quella che ha guidato nelle sue intraprese il Piemonte prima e, in continuazione, lo Stato Unitario dopo) si è rivelata a pieno, da ultimo, con il trattamento riservato alle popolazioni greche, in esso compreso il sequestro dei migliori gioielli produttivi di quelle popolazioni, (gli aeroporti) effettuato il giorno dopo la loro capitolazione. Esattamente come fa lo strozzino con le sue vittime: stringerle progressivamente nella morsa dei debiti.
Questo non significa che il Sud non debba organizzarsi per difendere dalle distrazioni i fondi che la UE eroga per le aree sottosviluppate. Per difenderli e più ancora per utilizzarli a pieno e nel modo migliore. Anche questa è un tipo di azione che, se ben diretta, può rientrare a pieno, in quel processo di risanamento a cui ho accennato prima, volto a contrastare il processo di dissanguamento in atto: e, insieme con esso, a far crescere il processo di aggregazione che , per quanto molecolare e disperso, è pur sempre anch’ esso in atto – sia pure in modo sotterraneo, disperso e inconsapevole della sua portata- finché un popolo ha ancora respiro e un minimo di coscienza di sé.
Anche se quei fondi provengono da una struttura come la UE, e vengono erogati con altro intento, essi costituiscono comunque una possibilità nel processo di ricostruzione, che una buona volta dobbiamo pur avviare, come unica via, può che portare alla nostra liberazione.
In fondo si tratta solo di restituzione di una piccolissima parte di quello che ci è stato e ci viene tolto.

Convocazione Congresso 2015 di Unione Mediterranea

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Comunico a tutti gli iscritti che, ai sensi dell’articolo 11 dello Statuto, il Congresso biennale di Unione Mediterranea si svolgerà a Matera nei giorni 20 e 21 giugno 2015.

Considerato che Unione Mediterranea è in piena e proficua fase di sviluppo delle sue strutture territoriali ed in crescita anche nel numero degli iscritti, allo scopo di garantire la più ampia partecipazione, per questo secondo congresso si derogherà al comma 1 dell’articolo 11 dello Statuto nella parte che prevede che “possono partecipare gli iscritti al movimento da almeno sei mesi”, permettendo la partecipazione agli iscritti entro le ore 24,00 del giorno 30 aprile 2015, come già anticipato nella Circolare n. 4 del 01/10/2014.

Resta ovviamente salva la possibilità anche agli iscritti successivamente a tale data di partecipare al congresso, pur senza facoltà di voto.

È infatti un appuntamento importante. Si tratta di ritrovarsi tutti insieme, dopo due lunghi anni densi di eventi, per fare un bilancio del lavoro svolto, dei problemi incontrati nei singoli luoghi e delle difficoltà riscontrate nell’affrontarli come associazione, per trarne le opportune indicazioni.

Anche a tal fine è necessario dare al Congresso un tema, o più temi tra loro raccordati, su cui far ruotare gli interventi e su cui intanto raccogliere comunicazioni ed eventuali mozioni.

Dai consigli che fin ora ho raccolto sul punto e dai suggerimenti che mi sono stati dati nella preparazione di  questa prima comunicazione statutaria relativa alla data ed al luogo, è emersa come prima indicazione il tema relativo alla “strutturazione del movimento di Unione Mediterranea in funzione della crescita del territorio / territori e del radicamento del  movimento in essi”. Ne do comunicazione come sollecitazione di dare sul tema proposto, o anche su altri temi, valutazioni e suggerimenti onde investire poi di essi, come è necessario, il  Coordinamento e la Segreteria di Unione Mediterranea.

A questa prima comunicazione relativa alla data ed al luogo, che fin da ora restano fermi, seguirà quindi altra mia successiva comunicazione con la definitiva indicazione del tema o dei temi che il Congresso sarà chiamato ad affrontare.

Con i più cordiali saluti per ognuno di voi.

 

Il Presidente

Francesco Tassone

I popoli meridionali devono riappropriarsi della sovranità sul territorio: il tempo è adesso. L’appello di Francesco Tassone.

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Il punto di partenza

Sono ormai molti decenni che le popolazioni meridionali – o almeno larghi strati di popolazione, in ogni luogo che ancora si riconosce come Meridione- hanno la consapevolezza di fare parte di un territorio dipendente, soggetto come tale ad un processo di sfruttamento di tipo coloniale. La qualificazione  di “italiani” non inganna più nessuno, o almeno non inganna quelli che sono pervenuti a tale consapevolezza, ai quali è sufficientemente  chiaro come tale qualificazione vale a mistificare il dato di  fatto della dipendenza, costituisca cioè un consapevole  inganno volto a impedire che i meridionali  si rendano conto  della  loro effettiva condizione e dello sfruttamento  a cui correlativamente vengono assoggettati.

Tuttavia, malgrado la larga diffusione di questa  consapevolezza, accompagnata da una ormai vasta letteratura – in cui spiccano il nome di Nicola Zitara, che ha aperto la strada con opere tanto rigorose quanto appassionate, e quelli più recenti di Pino Aprile e di Marco  Esposito – i numerosi movimenti che nel tempo si sono andati organizzando sulla base di essa (e solo sulla base di essa) con l’intento dichiarato di voler restituire al  Meridione il potere che esso aveva sul suo territorio prima della conquista piemontese, si sono dissolti o rimangono episodi di poco conto, incapaci di raccogliere  consensi elettorali di un qualche rilievo e tantomeno significativi rispetto al fine propostosi.

Appare quindi legittimo avanzare l’ipotesi che essi, e se si vuole tutti noi ( e qui tuttavia  è necessario un qualche distinguo   quanto al Movimento Meridionale, e  lo dico solo perché ciò può tornare utile nello svolgimento ulteriore di questo discorso, che non può certo esaurirsi con questa nota) abbiamo finora battuto una via insufficiente e temporalmente sbagliata, pretendendo di partire dalla fine, da quello che può essere, e deve essere visto come l’esito finale del processo, anziché partire da quello che necessariamente, ineludibilmente ne costituisce l’inizio; cioè dall’intervento sulle sofferenze derivanti dallo stato di avanzata disgregazione, in cui versa la società meridionale come società, e insieme dallo stato di spoliazione di ogni potere sul suo territorio (divenuto oggetto di discariche e di insensate trivellazioni) e sulle sue strutture produttive (vedi da ultimo la totale spoliazione del suo sistema creditizio) e comunitario.  Un dato di fatto questo che va molto al di là del dato costituito dalla perdita della memoria storica, anche se   la disgregazione sociale e produttiva nella quale oggi ci troviamo trova in essa la sua radice e ne costituisce la concreta materializzazione.

In altri termini, i tanti movimenti che si sono fin qui susseguiti – e nei quali, occorre aggiungere, sono state spese, spesso, tante fatiche, tanta passione e tante risorse e sono state  raccolte tante brucianti delusioni – hanno eluso  di incontrarsi e di scontrarsi con la dipendenza, e di contrastare ad essa il passo, lì dove essa quotidianamente pone la sua ma no pesante, lì dove essa asserve  ai suoi fini e stravolge e inaridisce i territori, le istituzioni sociali e produttive, gli uomini, la cultura e la nostra stessa anima. Era   lì invece  ed è l’che andava portata e va portata la nostra presenza  e posta la nostra azione e le nostre energie, lavorando a costruire, a organizzare e riorganizzare dove la dipendenza disgrega e stravolge; e  questo insieme alle popolazioni, come parti di esse, qualificate dal fatto di costituire prime strutture organizzate di un più ampio processo popolare di liberazione già iniziato e di agire, si badi bene, in nome di esso.

In definitiva, il nostro compito è quello di avviare un processo progressivamente rilevante di carattere sociale,la cui dimensione politica è data dal fatto che esso si svolge in nome della liberazione del Meridione dalla sua condizione di assoggettamento di tipo coloniale.

Il numero che va in stampa intende porsi come consapevole punto di svolta del comune modo di pensare e di operare sopra indicato.

Esso,  come il lettore rileverà agevolmente, è dedicato  interamente alla figura di Rocco Brienza, al lungo lavoro da lui speso per la causa dell’uomo, della società meridionale, da cui Rocco traeva le sue radici, e insieme –si tratta di termini nel concreto inscindibili – della democrazia.

Della transizione, come processo quotidiano di conquista del potere di autogovernarsi, in tutte le situazioni in cui una società venga a trovarsi, e particolarmente in quelle in cui tale potere le sia limitato o addirittura sottratto, egli aveva una cognizione piena e completa, sia come formulazione morale e politica, sia come esperienza  quotidiana, come “prassi” personale e comunitaria. Sapeva che non si può restare all’infinito  “in attesa dell’avvento” , ma occorre dare materiale inizio  qui ed ora

Animato  da tale passione, Rocco Brienza, negli anni ‘60 e ’70, diede vita in Basilicata, ed in particolare  nella sua Rionero, al Movimento di Comunità di Adriano Olivetti e poi, finita tale esperienza, al Movimento di Educazione Civica, attivo in tutto il Meridione, impostando il lavoro dell’uno e dell’altro movimento nell’organizzazione, luogo per luogo di centri e  di associazioni che costituissero per espressione concreta di un più  o meno ampio autogoverno civile delle comunità. Era chiaro in lui che il raggiungimento di un tale obiettivo costituisce la meta finale; la quale tuttavia  trova già ora la sua quotidiana concreta realizzazione, per quanto incompleta, in tutte quelle strutture di cooperazione sociale che, nel suo segno, una popolazione (già di per sé strutturata in comunità locali tra di esse interconnesse) costruisce per difendere i suoi beni e dare ad essi piena esplicazione.

L’incontro con la sua esperienza di vita e con il suo lavoro culturale e politico, avvenuto agli inizi degli anni ’80, resta quindi per questa rivista, e prima ancora per la causa meridionale, che – sia consentito- in questo territorio e nell’ambito di quella distorta convivenza realizzata dallo  “Stato italiano” coincide con la causa della democrazia di fondamentale importanza, poiché in essi si ritrovano le basi per acquisire la cognizione ed il sentimento del processo necessario perché le popolazioni meridionali possano conquistare spazi di autonomia sempre più ampi, in cui contrastare e ridurre  la presenza e la violenza della dipendenza.

Il numero che va in stampa costituisce quindi un omaggio a un nostro comune amico e compagno carissimo ed anche un’attestazione che egli è ancora pienamente presente tra noi e ci accompagna nel nostro lavoro, con il rigore , la lucidità e l’affabilità del suo pensiero e della sua passione civile.   Esso si articola in due parti, la prima dedicata alle testimonianze, cioè alla materia viva del  rapporto da ciascuno di noi intrattenuto con lui; e la seconda al suo lavoro culturale nel campo della filosofia, della storia e dell’antropologia, con l’occhio volto sempre alla formazione, intesa sempre come  continuo scambio delle parti tra chi è chiamato a dare e chi è chiamato a ricevere. Ed è destinato ad accompagnare il corso che  questa rivista-richiamandosi peraltro ad esperienze pregresse, dalla stessa intensamente vissute con le popolazioni nelle situazioni del dopo alluvione e dopo terremoto- intende porre come centrale, quello della costruzione della transizione.