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Governo Gentiloni: perchè non cambia niente per il Sud.

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Di Flavia Sorrentino

Che il neo governo di Paolo Gentiloni abbia un Ministro ad hoc per il Mezzogiorno, il professore Claudio De Vincenti, già sottosegretario di Stato, non basta a rassicurare i cittadini meridionali che il 4 Dicembre hanno sonoramente bocciato la riforma costituzionale, divenuta per l’eccessiva personalizzazione, un banco di prova e fiducia popolare verso l’operato politico dell’esecutivo Renzi. Il nuovo governo infatti, è di fatto un Renzi-bis che conferma 12 ministri su 18 incaricati e addirittura promuove ai piani alti di Palazzo Chigi Maria Elena Boschi, che pur declamandosi esempio di classe dirigente non attaccata alla poltrona, ha accettato senza riserve il prestigioso ruolo di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sacrificando la coerenza sull’altare dell’arroganza: il cortocircuito di chi si definisce rottamatore e si rivela restauratore. Due sono invece le new entry tra i Ministri a capo di un dicastero, Marco Minniti subentrato ad Angelino Alfano andato agli Esteri e Valeria Fedeli che prende il ruolo di Stefania Giannini, sostituita dopo i risultati della “Buona Scuola.”

Per il resto vengono riconfermati tutti: Orlando alla Giustizia, Pinotti alla Difesa, Padoan all’Economia, Calenda allo Sviluppo economico, Martina all’Agricoltura, Galletti all’Ambiente, Poletti al Lavoro, Franceschini alla Cultura, Lorenzin alla Salute e Delrio alle Infrastrutture. Cosa debba aspettarsi di diverso il Sud dalla squadra di Governo che in tre anni ha aggravato pesantemente le differenze territoriali nel paese, è la domanda a cui dobbiamo realisticamente provare a rispondere. Cambierà forse la legge leghista sulla sanità che assegna meno fondi alle Regioni in cui l’aspettativa di vita media è più bassa? Il ministro della Salute resta Beatrice Lorenzin che definisce i morti di cancro nella terra dei fuochi il risultato dei cattivi stili di vita in Campania e non la conseguenza di decenni di criminale affarismo politico-imprenditoriale irrobustito da indifferenza ed accondiscendenza di Stato. Resta al suo posto anche Graziano Delrio, che sarà ricordato dai posteri per aver rinviato ai “prossimi riparti” le storture sul calcolo dei fabbisogni standard della rete di servizi Welfare del Mezzogiorno (asili nido ed Istruzione) e per non aver investito nelle infrastrutture ferroviarie per colpa delle rocce al Sud.

L’esecutivo Gentiloni è lo stesso delle soglie di povertà calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia, riservando il 45% dei sussidi al meridione e il 55% dei sussidi al Nord; è il governo dei 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud per i progetti europei fino al 2020; è il governo dei voucher e dei 2 miliardi di euro del Sud del Piano di Azione e Coesione utilizzati per incoraggiare 536.000 nuove assunzioni al Nord, mentre i dati Istat sulla povertà, l’esclusione sociale e la disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno raggelano il sangue per drammaticità e continuità nel tempo. 

Ma questa volta-si dirà- è stato incaricato un Ministro senza portafoglio (ma dai!) per affrontare la questione meridionale, di matrice risorgimentale, mai risolta. A pensar male si fa peccato, ma quasi sempre si indovina: il Sud che comincia a reagire e ha votato in maggioranza per il NO al referendum, se non può essere fermato quanto meno deve essere imbonito, lusingato e controllato. Così Claudio De Vincenti, che fino a ieri ha partecipato a tutti i tavoli di concertazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri e quindi alle decisioni discriminatorie contro il Sud, è diventato la garanzia e la promessa per la ripresa e lo sviluppo meridionale. “Il nostro Paese-ha dichiarato- ha bisogno per il suo sviluppo che il Mezzogiorno prenda in mano il suo destino e dia il suo contributo.”

Quale altro contributo? C’è da chiedersi. Quanti contributi deve ancora dare la colonia Sud prima di vedersi riconosciuti giustizia sociale, dignità lavorativa, pari diritti, condizioni ed opportunità? Un territorio con grandi sacche di disoccupazione può competere e crescere solo se le politiche di governo sono concentrate sulla definizione di una strategia di sviluppo strutturale (che preveda magari una fiscalità di vantaggio per le imprese che investono e assumono al Sud) e sull’adeguata ripartizione dei finanziamenti. Invece per dirne un’altra, il governo Renzi ha ridotto ad un terzo la programmazione dei fondi europei 2014-2020 in Campania, Puglia e Sicilia e ha utilizzato il reddito delle famiglie come indicatore di “merito” per stabilire tetti al turnover dei docenti universitari, favorendo di fatto lo spostamento di 700 ricercatori al Nord e un calo di iscrizioni negli atenei del Sud. De Vincenti questo lo sa, c’era anche lui quando drenavano risorse favorendo emigrazione e desertificazione industriale. Ed era sempre lui ad affermare che «non è scontato che sia un bene introdurre una decontribuzione differenziata ad hoc per il Mezzogiorno» così come era lui a definire <<strumentalizzazioni per coprire l’inadeguatezza del servizio sanitario pugliese>> le proteste dei tarantini dopo dietrofront del governo sui 50 milioni di euro da destinare ai bambini vittime del mostro Ilva tenuto in piedi a colpi di decreti di Stato.

Ci dicono che dobbiamo rimboccarci le maniche, ma ci fendono le braccia. Dobbiamo imparare a correre e ci spezzano le gambe. Smettetela con questo vittimismo, dicono i carnefici. Eppure su una cosa hanno ragione: dobbiamo cogliere ancora di più e con più convinzione l’invito a fare bene da soli, in autonomia. Per il Sud imperversano tempi bui e di peggiori se ne prospettano se non sapremo cogliere la richiesta di rappresentanza che viene dai territori e delle fasce più deboli della società. Tutta la sfiducia e la refrattarietà alle promesse dei partiti italiani, compresi quelli di opposizione che ora fanno la voce grossa ma in Parlamento si adeguano per fregare il Sud, è emersa con il voto sulla riforma Costituzionale. La Carta Costituzionale è salva, per niente lo sono i diritti che contiene. A partire dall’equità e dall’ uguaglianza che per troppo tempo ci sono apparse come concessioni straordinarie e che ora dobbiamo rivendicare come espressione di ritrovato orgoglio e dignità.

 

 

Il rottamatore è stato rottamato…dal Sud.

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Il popolo ha rifiutato nel merito una riforma pasticciata e neo centralista, un rifiuto politico che delegittima il governo più anti-meridionale di sempre. Il rottamatore è stato rottamato. Soprattutto al Sud con picchi di sfiducia nelle isole. La Sicilia e la Sardegna si attestano capitali del NO insieme alla Campania. In Calabria, Puglia e Basilicata le percentuali superano il 65% e la provincia di Napoli raggiunge punte del 70%. Il No ha vinto ovunque tranne che in Toscana, Emilia Romagna e nella provincia autonoma di Bolzano.

La risposta negativa al Sud è stata netta e ha fatto la differenza. Solo chi è legato o orientato dai partiti nazionali può affermare che questo risultato non rappresenti un segnale di grande insofferenza sociale verso politiche discriminatorie e nord-centriste che hanno condannato, mai come in questi anni, i territori meridionali a subalternità politica ed economica. L’esecutivo Renzi ha sbagliato tutto con il Mezzogiorno: non accorgersene riduce la dialettica politica contingente ad una versione di favore di chi non non tiene conto (o non sa interpretare) il sentimento di rabbia e ribellione che sta montando al Sud.

In questi anni di attività legislativa il Governo ha incrementato profondamente le differenze tra Nord e Sud, provando finanche ad introdurle in Costituzione con la riforma appena bocciata dagli elettori. Stiamo al merito:

-Nell’aggiornamento del contratto di programma 2012-2016 con le Ferrovie grazie alle risorse della legge Stabilità 2015 e dello Sblocca Italia, il governo ha previsto investimenti per 8.971 milioni. Destinati al Sud solo 474 milioni, al Nord tutto il resto (8.497 milioni).

-Per finanziare l’esonero dal versamento dei contributi previdenziali, sono state drenate risorse dai bilanci dei Ministeri, per complessivi 700 Milioni, ma soprattutto dai fondi che le Regioni avrebbero dovuto spendere in base al Piano di azione e Coesione che gestisce gli stanziamenti europei. ll bonus fiscale, che ha reso possibile le assunzioni, si è configurato come un massiccio trasferimento di risorse dal Sud al Nord del Paese. Quasi 2 Miliardi di euro sono stati prelevati in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria che sono serviti ad incentivare circa 538mila nuovi contratti di lavoro nelle regioni del Nord e 255mila in quelle del Centro.

-Il piano “Connecting Europe Facility“ (Meccanismo per collegare l’Europa), contenuto in un allegato al DEF 2015 contiene 7 miliardi e 9 milioni di euro per i progetti UE fino al 2020. Ecco come sono stati ripartiti: 7 miliardi e 5 milioni al centro-nord e 4 milioni al sud. L’Italia investe al sud lo 0,05% e al centro-nord il 99,95%.

-Il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha previsto investimenti per 2 miliardi di euro solo al Nord. In particolare ha finanziato l’ultima tranche del MOSE per 1.2 miliardi; ha contribuito allo sblocco di opere infrastrutturali, interventi di bonifica e reindustrializzazione a Piombino e Fidenza; finanziato i contratti di filiera nel settore agricolo per 130 milioni e i progetti di sviluppo e promozione economica per i territori per un totale di 21 mln euro. Il governo inoltre ha varato un piano complessivo per il Made in Italy di 260 milioni di euro. Interessate le sole città di Milano, Firenze e Roma. Zero al Sud.

-Il governo, limitatamente ai fondi nazionali destinati al Sud e ai fondi regionali di Campania, Calabria e Sicilia, ha ridotto a un terzo il cofinanziamento italiano dei fondi europei 2014-2020. Le tre regioni meridionali hanno perso complessivamente 7,4 miliardi di euro di investimenti.

Soglie di povertà assoluta: il governo le ha calcolate in modo che risultassero più alte nel settentrione d’Italia riservando il 45% dei sussidi al Sud e il 55% dei sussidi al Nord. In tal modo è stata esaudita la richiesta delle soglie territoriali previste dalla Lega Nord nel 2005.

-Le formule sui fabbisogni standard sono state tutte pensate in modo da danneggiare i Comuni del Mezzogiorno. In particolare, per gli asili nido e l’istruzione sono stati dirottati 700 milioni di euro dal Sud al Nord. Le risorse sono state ripartite sul calcolo della spesa storica senza tenere conto dei livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio nazionale.

Sulla sanità sono stati attuati parametri di assegnazione dei fondi togliendo risorse ai territori meridionali dove la speranza di vita è più bassa. Il blocco del turnover nelle Università è stato intensificato al Sud poichè il merito degli atenei è stato calcolato sui redditi delle famiglie, più alti al Nord. Inoltre, per finanziare le strade provinciali e le città metropolitane è stato inserito tra i parametri il numero di occupati sul territorio, il quale è notoriamente più alto nelle zone ricche.

-Nel «Piano strategico nazionale della portualità e della logistica» in vista del raddoppio del Canale di Suez, il governo ha solo annunciato la necessità di creare le condizioni per il transito di treni porta container da 750 metri in su per i porti di Gioia Tauro, Taranto e Napoli-Salerno. Ma nessun  investimento è stato previsto a sud di Livorno entro il 2020. Diversa sorte per il traffico merci su ferro che coinvolge Genova, i porti del Nord Adriatico e il tratto Torino-Trieste.

Tra i governi più anti-meridionali della storia quello di Matteo Renzi gareggia per il primo posto, insieme ad opposizioni fantasma in Parlamento che a parte qualche colpo di tosse per facile reperimento del consenso a scadenza elettorale, non hanno saputo difendere nè contrastare il compimento e l’evoluzione trasversale del disegno leghista riassunto nello slogan “Prima il Nord“.

Il referendum costituzionale era il banco di prova per il futuro indirizzo politico del Governo. Il SI lo avrebbe reso imbattibile ed incontrastabile; il NO lo ha esautorato.

La Costituzione non può mai essere uno strumento di affermazione del potere nè un’arma di ricatto sociale. Chi è in grado di attuarla ora che il popolo si è pronunciato? Il dopo Renzi è quasi più temibile di Renzi se si osserva il panorama partitico italiano.

Il voto del 4 Dicembre segna il punto di partenza di un nuovo protagonismo collettivo in grado di rimettere al centro dei processi decisionali gli interessi delle persone e dei territori, la loro autodeterminazione e sovranità. Se c’è ancora una speranza, coincide con una visione meridiana del cambiamento, fatta di donne e uomini liberi proiettati in direzione ostinata e contraria alla deriva leghista, populista e corrotta dell’Italia di ieri e di oggi.

Il riconoscimento dei diritti della nostra terra è lotta popolare per la dignità. Attenzione perciò a non accostare o sminuire il segnale politico di resistenza che arriva dai territori meridionali alla vittoria di propaganda dei partiti nazionali: la battuta d’arresto del Governo è risposta di riscatto e autonomia dopo decenni di umiliazioni e depauperamenti.

Flavia Sorrentino

Scienza autonoma.

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di Andrea Melluso

Ogni società dovrebbe essere cosciente del fatto che per la propria crescita e progresso siano necessari forti investimenti in ricerca scientifica e tecnologica. Da tempo seguo con particolare attenzione le politiche per la ricerca e lo sviluppo per il Sud, riscontrando anche in questo campo le stesse problematiche rilevabili in merito alle diseguaglianze Nord-Sud.
Prima di affrontare la causa che mi ha condotto a scrivere questo articolo vorrei ricordare rapidamente alcuni fatti più o meno recenti:
Due importanti osservatori – quello Vesuviano e quello astronomico di Capodimonte – fondati nella prima metà dell’Ottocento, sono oggi sezioni dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e dell’INAF (Istituto Nazionale di Astrofisica). Il MARS (Microgravity Advanced Research and user Support center), fondato nel 1988 a Napoli dal professore Luigi Gerardo Napolitano, dopo aver raggiunto importanti successi confluisce nel 2009 in Telespazio (gruppo Finmeccanica), conservando la sede a Napoli; a fine 2014, però, i vertici comunicano la volontà di chiudere per contenere i costi e trasferire i lavoratori a Roma.
Durante il governo Monti ad essere a rischio fu uno dei pochi enti di ricerca rimasti autonomi, la Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’, fondata nel 1872 dallo zoologo darwinista tedesco (di cui porta il nome) che scelse Napoli per la sua vivacità scientifica e la sua posizione privilegiata nel Mediterraneo. Tra gli altri, grandi nomi di premi Nobel sono passati per questa istituzione ma nella bozza della spending review del 2012 se ne prevedeva la soppressione come ente autonomo, insieme ad altri. Forse per un po’ di saggezza o forse per le mobilitazioni che seguirono, questi enti furono ‘graziati’ da Napolitano.
Vorrei ancora affrontare tristi storie come quella della quantomeno singolare fusione tra Alenia ed Aermacchi o quella già affrontata da MO-Unione Mediterranea sulle Università ma passerò subito al tema principale da affrontare: l’Osservatorio Vesuviano e le parole del suo Direttore, il prof. De Natale.

L’ Osservatorio Vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico al mondo e fu fondato nel 1841 da Ferdinando II delle Due Sicilie. Il Decreto Legislativo n.381 del 29 settembre 1999 ( http://www.miur.it/0006Menu_C/0012Docume/0098Normat/2076Istitu_cf3.htm ) stabilì che l’ Osservatorio Vesuviano perdesse la personalità giuridica e diventasse una sezione dell’INGV, così com’è dal 2001. Di recente questo centro dalla gloriosa storia ha subìto anche un breve commissariamento, interrotto da un’ordinanza del TAR che ha chiarito che il prof. De Natale possa restare Direttore, anche se pare che l’Istituto non abbia ancora ottemperato a ciò.
Tralasciando la vicenda del commissariamento in attesa che venga fatta chiarezza, può essere interessante riportare parte del post scritto dal Direttore, evidenziandone alcuni punti:

“[…]Quanto è accaduto in questo mese, certamente paradossale, è potuto accadere perché l’Osservatorio Vesuviano è oggi una sezione dell’INGV, ed ha quindi un’ autonomia molto limitata. Fino al 2000, l’Osservatorio Vesuviano, uno dei più bei ‘primati’, questa volta ‘Mondiale’, del Regno Duosiciliano, fondato nel 1841, era un Ente autonomo, del comparto Università, ed un episodio come questo non sarebbe potuto accadere. Nel 1999 io e pochi altri Colleghi ci battemmo contro l’accorpamento nell’INGV alle condizioni disastrose imposte dalla nuova legge: si trattava di entrare, noi comparto Università, in un Ente che faceva parte del comparto Ricerca, con ruoli e livelli di inquadramento molto diversi. Ci vollero nove anni perché si provvedesse all’equiparazione dei livelli dei tecnici e degli amministrativi a quelli del nuovo comparto, mentre il personale di Ricerca venne ‘congelato’ in ruoli ad esaurimento, senza più prospettive di carriera interna. Ma, soprattutto, perdemmo l’autonomia; a stento riuscimmo, dopo aspre battaglie condotte da pochi di noi, a conservare il nome, glorioso e ricco di Storia: Osservatorio Vesuviano. Poi ci fu un progressivo declino: da 135 effettivi tutti a tempo indeterminato, l’Osservatorio passò ai 108 effettivi di oggi, di cui però 11 sono a tempo determinato. Questo accadeva mentre l’INGV vedeva più che raddoppiare il suo organico, e tutte le altre sezioni aumentavano quindi considerevolmente in effettivi. Intanto, il nostro compito Istituzionale di monitoraggio e sorveglianza delle aree vulcaniche Campane si faceva progressivamente più oneroso e più rilevante, man mano che si delineava meglio la portata sociale, economica e politica del rischio vulcanico in Campania.

Ora, quest’assurda vicenda pone in evidenza, una volta di più, il vero nodo da sciogliere, che vede l’Osservatorio Vesuviano al centro di un problema immenso, di dimensioni nazionali, europee e direi mondiali: la gestione del rischio vulcanico dell’area Napoletana. Per chi come me ha ben chiaro il problema, ed ha cercato con ogni mezzo a disposizione, in meno di tre anni, di colmare vertiginose lacune per rendere l’Osservatorio Vesuviano quanto più adatto possibile a svolgere efficacemente il suo compito centrale per la salvaguardia del territorio e della popolazione, risulta evidente che le condizioni al contorno devono cambiare radicalmente. Delle due l’una: o l’Osservatorio Vesuviano riacquista la sua piena autonomia, ed il suo legame imprescindibile con il territorio sotto il suo controllo, oppure l’INGV sposta decisamente il suo baricentro verso il problema vulcanico, ed in particolare verso la mitigazione dell’enorme rischio vulcanico dell’area napoletana. Se la Politica locale e regionale capirà l’importanza della posta in gioco, se riuscirà a far comprendere alla Politica nazionale l’enorme potenziale, in positivo o in negativo a seconda dell’efficacia con cui si opererà, della gestione del rischio vulcanico nelle nostre aree, allora si potranno aprire enormi prospettive di sviluppo per il nostro territorio e per l’intero Paese. Questa vicenda, una volta di più ma oggi con urgenza impellente, dimostra che è necessario un cambiamento drastico nella visione Politica e strategica dei compiti e dell’assetto dell’Osservatorio Vesuviano, e quindi dell’intero INGV. L’ Osservatorio Vesuviano è patrimonio inalienabile del territorio e della popolazione Napoletani, e non può svolgere il suo altissimo compito senza una reale autonomia, soggetto com’è ora ad una governance lontana ed aliena dalle sue problematiche e dal suo territorio.”

Questo insieme di cose fa supporre con una certa preoccupazione che una componente fondamentale del nostro futuro sia tenuta sempre più in minore considerazione e distrutta mentre il capitale umano e le sue competenze stiano andando sempre più a far crescere territori verso i quali c’è più attenzione politica (vedasi Human Technopole che nelle intenzioni del governo dovrà sorgere nell’ex area expo).

Concludo l’articolo con alcune domande poste al Direttore prof. De Natale:

1) L’Osservatorio Vesuviano avrebbe attualmente le capacità per una gestione autonoma? Non ci sarebbe il rischio di disperdere i fondi a causa di una maggiore frammentazione degli Istituti?

L’Osservatorio Vesuviano era autonomo fino al 2001. Anche oggi potrebbe gestire un’autonomia molto maggiore, anzi sarebbe molto più efficiente. La questione della frammentazione dei fondi è un falso problema; ciò che conta è valutare i costi di un Ente rispetto alla sua efficienza. L’Osservatorio Vesuviano non è solo un Istituto di Ricerca vulcanologica avanzata, ma ha compiti cruciali di monitoraggio in stretto rapporto con le strutture di Protezione Civile. Per questi compiti, che comprendono la gestione di emergenze, è assolutamente necessario un altissimo grado di autonomia ed uno stretto legame con il territorio.

2) Ci sarebbe la necessità di aumentare l’organico?

E’ assolutamente necessario un aumento dell’organico, ed anche una stabilizzazione dei (pochi) lavoratori precari. Questo indipendentemente da una maggiore o minore autonomia. I compiti di monitoraggio e sorveglianza vulcanici sono infatti oggi molto più onerosi e pressanti di ieri, anche perché è enormemente aumentata la sensibilità sociale al problema del rischio vulcanico. Specialmente da quando sono state varate le aree rossa e gialla dei Campi Flegrei ed è stato aggiornato il Piano di Emergenza Vesuvio.

3) La popolazione campana sembra piuttosto ‘ignorante’ circa il rischio vulcanico e geologico, la prevenzione ed in generale sui comportamenti da tenere in caso di calamità. Questo si accorda con la tesi che l’Istituto non sia a stretto contatto con la popolazione o questo problema riguarda per lo più altri enti?

Il nostro Istituto si prodiga come può per divulgare una corretta cultura del rischio vulcanico. Uno stretto legame con il territorio e con le sue istituzioni è importantissimo per questo scopo. Ovviamente, il problema della divulgazione di una corretta percezione del rischio vulcanico coinvolge molte altre Istituzioni sul territorio. Il problema più grande è che l’informazione è generalmente monopolizzata dai grandi canali mediatici. Questi sono in genere poco interessati a notizie di tipo ‘formativo’, ‘culturale’, che non abbiano un immediato impatto emotivo. Questo è il motivo della prevalenza sui canali mediatici di notizie allarmistiche sui vulcani (di grande impatto emotivo) piuttosto che di informazioni ‘utili’ e ‘formative’ (di scarso impatto immediato sul lettore). Ovviamente, una forte sinergia tra le Istituzioni scientifiche e di governo del territorio rafforzerebbe moltissimo la capacità di diffusione di una corretta cultura del rischio. E consentirebbe, finalmente, il passaggio da una gestione dell’emergenza basata unicamente sulla ‘evacuazione’ ad una basata sulla ‘pianificazione’ e ‘messa in sicurezza’ del territorio.

Ringrazio il prof. De Natale per la disponibilità e per il fondamentale contributo di competenza fornito sulla tematica.

Qui o si disfa l’Italia o si muore.

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Nel rapporto della fondazione RES sull’università nel Mezzogiorno, si evidenzia che nelle regioni del Sud continentale e nelle Isole è aumentata esponenzialmente l’emigrazione studentesca: i giovani partono, si formano fuori e gli effetti della loro emigrazione non ricadono nemmeno nel tempo in maniera positiva sui nostri territori poichè una volta partiti, non tornano più. Così, il Sud che sostiene i costi del suo capitale umano, si impoverisce, esportandolo a “senso unico”. Allo stesso tempo gli interventi pubblici statali si sono ridotti spaventosamente al Sud, dove i criteri premiali e la valutazione degli Atenei corrispondono al reddito delle famiglie (notoriamente più povere nel Mezzogiorno) e non al merito degli studenti. La futura classe dirigente meridionale, in assenza di mezzi economici, non si forma più. L’emorragia delle intelligenze è il tassello principale di un puzzle politico economico coloniale, atto a disintegrare il futuro di questa terra attraverso l’alibi di un passato dimenticato e di un presente senza opportunità. Da qui ai prossimi 50 anni la Svimez stima la perdita di 4,2 milioni di abitanti nel Mezzogiorno rispetto all’incremento di 4,5 milioni al centro-Nord. Dinanzi a tutto questo, il Governo (nel silenzio generale delle opposizioni in Parlamento) che fa?

-Investe 13 miliardi di euro in progetti europei per infrastrutture al Nord;
-taglia 3,5 miliardi dei fondi azione e coesione per il Sud e con il bonus occupazione incentiva 538.000 nuove assunzioni al Nord.
-riduce a un terzo il cofinanziamento nazionale sui fondi UE e taglia 7,4 miliardi di euro alle regioni Campania, Calabria e Sicilia.
-investe 9 miliardi per le ferrovie al Nord.
-destina 130 milioni alla filiera agricola di qualità al Nord; 260 milioni per l’industria manifatturiera a Milano, Firenze e Roma; sottrae 700 milioni di euro agli asili del Sud a vantaggio dei municipi del Centro Nord.
-cancella le soglie di povertà al Sud.

Chi dinanzi all’evidenza dei numeri, si sente minacciato dal meridionalismo e non dalla sua italianità, commette l’ingenuità di mostrarsi smisuratamente contraddittorio. Gli italiani dovrebbero essere i primi interpreti delle istanze del Sud e i più strenui difensori di chi combatte per vedersi riconosciuti pari diritti e pari condizioni. Ne trarrebbe, a rigor di logica, enorme vantaggio tutto il Paese a cui sentono fieramente di appartenere. In realtà, l’ipocrisia di chi retoricamente sventola la bandiera della fratellanza, nasconde il cattivo pensiero che alcuni italiani siano più italiani di altri.

Attraverso il recupero di un’ identità negata bisogna lavorare per l’affermazione di una nuova, onesta e preparata classe dirigente che faccia gli interessi della propria terra e abbia gli strumenti per opporsi con coraggio alla deriva demagogica del populismo e alla corruzione, in nome di una autonomia governativa che si affranchi dai modelli che l’Italia ci ha imposto e a cui la politica locale ha acconsentito. La vera sfida è mettere a fattore comune le nostre risorse, unendoci nella battaglia di riscatto, da Sud per il Sud. Senza prendere ordini da Roma, Milano, Firenze, Genova o qualunque altro posto che non sia la nostra terra e la nostra coscienza.

Di Flavia Sorrentino

La sfida dell’autonomia. Contro la corruzione del sistema Italia

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di Salvatore Legnante

Se volessimo utilizzare le logiche perverse della politica italiana, non avremmo alcuna difficoltà a definire il ‘dato costitutivo’ (cit.) della classe politica lombarda e settentrionale in generale: è il continuo e ininterrotto legame con la tangente il tratto distintivo del loro agire.

La ‘mazzetta’ è un’ istituzione, nella presuntissima Capitale morale d’Italia. Dalla Milano da bere degli anni socialisti a quella più ‘ruspa…nte’ del leghismo dei giorni nostri, un’unica costante muove i fili della città meneghina: il malaffare in politica. Il malaffare, lì, è politica. La corruzione è politica.

L’ultimo caso riguarda la giunta regionale del verde Maroni, quel politico che con una scopa in mano prometteva di far pulizia in un partito che in pubblico gridava Roma ladrona e Sud straccione, mentre in privato coi soldi della collettività acquistava lauree in Albania e diamanti in Africa.

Limitandoci a ragionare all’italiana, però, commetteremmo da Sud lo stesso errore che si commette sempre da Nord: cercare quasi lombrosianamente una ragione geografica alla delinquenza, al malaffare, alla mala gestio della cosa pubblica.

Non è così: non esistono popoli geneticamente ladri, geneticamente mafiosi, geneticamente corrotti. Esiste però una consolidata consuetudine del potere, che in Italia, dal momento dell’Unità in poi, ha sempre previsto che un diritto del cittadino sia trasformato in un favore concesso.

E di più: esiste una consolidata impostazione culturale coloniale che in Italia prevede che il diritto di un meridionale sia visto come un favore concesso da un settentrionale: ciò che al Nord è andato o va, nei decenni, sotto la voce investimenti, al Sud è sempre stata considerata una spesa. Al Nord si investe, al Sud si assiste.

Ha sempre ragionato così, il potere nell’Italia falsamente unita. E ha sempre alimentato, attraverso questi meccanismi, il giogo della corruzione, a qualsiasi latitudine.

E’ anche per questo che è da Sud che va lanciata, finalmente, la sfida dell’autonomia: autonomia innanzitutto culturale rispetto al modo di fare politica di tutti i partiti radicatisi in Italia, che da destra, da sinistra o dal centro hanno comunque introiettata l’impostazione coloniale prima descritta.

Dal Sud meridiano, centro del mediterraneo, va finalmente lanciata una proposta forte di auto-governo, che non vada nel solco ipocrita e chiuso del leghismo, che ne faceva una semplice questione di soldi, di ricchezza da non voler redistribuire.

Un’autonomia che parta da Sud vuole dire farla finita con le pratiche corruttive, vuol dire eliminare la parola ‘assistenzialismo’, vuol dire riprendersi in mano il proprio destino, per un territorio che non vuole più fare affidamento su presunti salvatori che vengono da altrove.

Autonomia significa, infine, creare finalmente una classe dirigente meridionale e meridionalista, cosciente della propria storia millenaria, della propria  identità e disposta a condurre la più affascinante delle battaglie, ambientali culturali sociali e politiche: rendere finalmente bellissima questa nostra terra, nobile e disgraziata.

Napoli sola contro il crimine. Autonomia la strada da percorrere.

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Ieri sera si è consumato l’ennesimo atto criminoso a Napoli, nel quartiere Fuorigrotta. Una banda di malviventi ha crivellato di colpi d’arma da fuoco un’auto civetta della polizia appostata nei pressi della stazione della ferrovia Cumana, probabilmente in servizio per una operazione antiestorsione. Mentre la dinamica dell’episodio non è ancora chiara, una delle poche certezze è che un’agente di polizia è rimasto gravemente ferito ed è stato operato nella notte.

Unione Mediterranea vuole innanzi tutto esprimere solidarietà alle Forze dell’Ordine impegnate senza sosta sul territorio ed augurare una pronta guarigione all’agente ferito.

Un pensiero però ci sorge spontaneo: se civili e poliziotti devono essere lasciati soli di fronte alla criminalità, se Napoli e i napoletani devono risolvere da sé i loro problemi, che i rappresentanti locali e nazionali dei partiti evitino qualunque passerella in tempo di elezioni. Quando i soliti noti verranno a Napoli a sciorinare le loro ricette anti criminalità, ricordiamoci anche di questo episodio, degli spari tra la folla, dell’agente ferito, e chiediamoci, loro, i politici, dove sono stati e cosa hanno realmente fatto per questa città.

«Siamo al fianco dei tanti cittadini onesti che possono e devono contare sullo Stato a difesa della legalità e nella lotta alla criminalità» ha detto pochi giorni fa il Ministro dell’Interno Alfano (NCD), disponendo l’invio di 50 unità di rinforzo della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri. Evidentemente il provvedimento non basta e il Ministro non ha inquadrato con esattezza il problema, prova ne è l’episodio di ieri a Fuorigrotta, l’ennesimo dall’iniziativa del Ministro, e l’agente ferito da un’arma da fuoco.

Nemmeno l’onorevole Rosy Bindi (PD), presidente della Commissione Antimafia, sembra avere il pieno controllo della situazione, necessario a predisporre misure adeguate. Dall’onorevole Bindi in particolare, per il ruolo che ricopre, durante la sua visita a Napoli ci saremmo aspettati parole più dure verso i malviventi e soprattutto una vera e propria dichiarazione di guerra contro la camorra.

Parole e maggiori controlli non bastano. Chi delinque non teme né le une né gli altri. La prevenzione del crimine va certamente fatta dalle Forze dell’Ordine, ma noi crediamo che i Ministri del governo Renzi e lo stesso Premier dovrebbero prestare più attenzione a ciò che Unione Mediterranea sottolinea da tempo.

Sviluppo, lavoro, istruzione, sono alla base di qualunque forma di prevenzione del crimine, a Napoli come altrove. Non esiste una ricetta diversa e più efficace. Invece abbiamo una distribuzione a dir poco iniqua delle risorse dello Stato, anche a discapito dei bambini in età d’asilo e nessun esponente politico locale ne fa menzione. Nessun Lettieri, nessuna Ciarambino, nemmeno il presidente della Regione De Luca e l’ex sindaco di Napoli Bassolino, che conosce benissimo Napoli e i suoi problemi.

Il capo del governo Renzi lo scorso 7 agosto ha convocato gli stati generali del PD per parlare del Meridione dopo la diffusione dei dati Svimez. Si sono prodotte zero idee e tante chiacchiere. Si è tenuto persino un insensato seminario con Debora Serracchiani a Milano. Ci aspettavamo un piano di rilancio entro il 15 settembre, così almeno era stato dichiarato, e lo stesso Ministro Delrio aveva affermato in precedenza che “il 2015 sarà l’anno del Sud”, ma siamo quasi ad ottobre ed il Governo invece ci sembra distratto. Anzi, apprendiamo che per il sottosegretario allo Sviluppo Economico De Vincenti il rilancio del Mezzogiorno ci sarà in tre anni.

Troppo comodo lavarsene le mani, abbozzare parole di condanna e costernazione e poi chiedere il voto.

Appare sempre più chiaro che una Napoli autonoma e indipendente sia una possibile soluzione.