Archivio Decolonizziamoci!

In questa pagina del nostro sito potrete trovare principalmente due categorie di contenuti: gli approfondimenti e le campagne di azione.
Entrambi hanno un unico filo logico-politico che li lega: la necessità per noi popolo dell’Italia del Sud, i duosiciliani, di conoscere la condizione di discriminazione all’interno del Paese, per trasformare poi questa consapevolezza in gesti concreti, collettivi e individuali, che incidano efficacemente sul sistema coloniale che soffoca la nostra vita, lasciando inascoltati bisogni e diritti.
Ecco perché la pagina porta il titolo “Decolonizziamoci!”: esso è un invito a metterci insieme, ad apprendere, a sperimentare strategie e strumenti attraverso i quali ciascuno diventi protagonista –nella vita quotidiana come nelle grandi occasioni- del processo di liberazione dell’intera nostra comunità mediterranea.
Il nostro augurio è anzitutto di liberare presto la mente dalla sudditanza psicologica nei confronti dell’Italia del centro-nord, di maturare uno sguardo critico su quello che i media dicono di noi in maniera disonesta, di prendere le distanze da persone e movimenti politici che vorrebbero tenerci in uno stato di innamoramento verso i falsi eroi che, oggi come oltre un secolo e mezzo fa, si presentano come liberatori ma sono invece oppressori.
“Quando uno schiavo comincia a vantarsi delle sue catene e le stringe a sé come fossero preziosi ornamenti, il trionfo del suo padrone è completo”(Gandhi).
Che questo non accada mai più!
Allo stesso tempo, l’augurio è che, ben preparati e organizzati, possiamo impegnarci in intelligenti campagne di azione politica e culturale che esprimano con grande chiarezza che per noi il tempo dell’obbedienza cieca a chi ci insulta e ci discrimina è finito.
“Io credo che la disobbedienza civile sia non solo il diritto naturale di un popolo, specialmente quando non ha veramente voce nel proprio governo, ma anche un sostituto della violenza e della ribellione armata” (idem).
Buona decolonizzazione a tutti!

La proroga bilancio alle città metropolitane – Storie di ordinario colonialismo interno

Share Button

da un articolo di Desire Rosaria Nacarlo

Il 9 aprile scorso Luigi De Magistris, ha affidato ad un post facebook uno sfogo indirizzato al Governo Gentiloni. La questione affrontata dal sindaco di Napoli è EMBLEMATICA DELL’ATTEGGIAMENTO COLONIALE ad oggi ancora presente nel DNA nord-centrico del governo Italiano.

Il busillis della questione è un decreto legge ad hoc varato dall’attuale governo, e teso a prorogare il limite del 30 giugno per l’approvazione dei bilanci delle città metropolitane. Milano, Torino e Roma sono in estrema difficoltà e rischiano di bucare la data. Il sindaco di Milano, allora, ha chiesto ed ottenuto l’intervento del Governo.

Nulla di male fin qui. Certo, se la cosa fosse partita da Napoli avremmo assistito alla solita processione dei sicofanti che, popolata dai vari Facci, Giletti, Bizzozzero (per citarne un paio) e con in testa Matteo Salvini, avrebbe fatto scempio delle proprie vesti al grido di “Sud assistenzialista”. Fortunatamente la richiesta è targata “capitale morale” quindi la manfrina ci viene risparmiata.

Capita, invece, che a Napoli il bilancio sia già in ordine ed approvato al 31 gennaio, e che il buon lavoro delle amministrazioni attuali abbia fatto “sparagnare” all’area metropolitana 500 milioni. Non ditelo ai Leghisti, ma quei soldi ci sono e potrebbero essere impiegati per la più grande opera di messa in sicurezza dal 1980 in qua. Già, potrebbero. Perché usiamo il condizionale? Semplice! Perché lo stato blocca quei fondi in base ai vincoli di bilancio, e lo fa anche potendolo evitare. Basterebbe una norma per svincolarli.

Invece ci si trova, da un lato, a derogare, prorogare, concedere alle amministrazioni PD e 5stelle del centronord, e dall’altro a tenere Napoli (ed osiamo dire “tutto il sud”) con la testa sott’acqua. Basti pensare al fatto che il comune di Napoli, in regime di riequilibrio, sta facendo i salti mortali per far quadrare i conti, anche a fronte dei continui tagli ai comuni e – ad esempio – ad un blocco per 80 milioni derivante da un pignoramento datato al 1980! Sbloccare quei 500 milioni a livello “metropolitano” potrebbe essere equivalente alla boccata d’ossigeno che giustamente il governo vuole concedere a Milano, Torino e Roma.

Niente illusioni. Nessuna azione in tal senso è prevista. In puro stile colonialista sabaudo (e dire che siamo nel 2017!) Pantalone il lamentoso viene foraggiato (ma non smette di lamentarsi). Pulcinella invece è preso a calcioni nel sedere, e deve pure sentirsi dare del mariuolo inefficiente anche in presenza di fatti che provano il contrario.

Eppure “[…] noi non vogliamo le leggi speciali come vi chiedono quelli che le hanno già avute. Noi non vogliamo privilegi. Noi che amministriamo senza soldi, ma in autonomia e con tanta onestà, vi chiediamo il giusto – per non andare in agonia per colpa di uno Stato ingiusto e iniquo -, quello che ci spetta da tempo e voi lo sapete.”

“Da noi la pazienza per le ingiustizie è terminata.”

Qualcosa non funziona

Share Button

Sergio Ragone è un blogger attualmente molto quotato e – nonostante orbiti in area PD – molto attento alle tematiche meridionali.

Se anche lui cede alla trappola del “piagnisteo”, allora è proprio il caso di dire che qualcosa non sta andando per il verso giusto, eufemisticamente parlando. In un articolo del 15 marzo pubblicato sull’Huffington Post Ragone parla della “pentola a pressione”, ovvero di quelle potenzialità che il meridione sta portando in ebollizione da tempo, e che non aspettano altro se non di essere liberate. Chiede ai suoi referenti politici, però, di non cedere al c.d. “piagnisteo”. Lui la chiama “retorica del riscatto” dipingendo implicitamente come un disfattista rassegnato chi denuncia le solite storture che gravano sul meridione.

Se è vero (e purtroppo lo è) che l’azione politica del meridionalismo moderno si esaurisce spesso nei rivoli dispersivi delle frasi fatte e dello sventolio autoreferenziale di vessilli della Real Casa, è altrettanto vero che non si può fare di tutta l’erba un fascio. Anzi, non si deve, perché oltre a questo atteggiamento ne esiste uno più costruttivo, basato su attente analisi e sull’impegno concreto. Parlare semplicisticamente di “retorica del riscatto” appiattisce una realtà estremamente variegata e complessa, e derubrica l’attivismo meridionalista di stampo più concreto a “buffonata per nostalgici o rassegnati”.

Negare la legittimità di certe istanze significa, indirettamente, negare gli stessi problemi che quelle istanze intendono affrontare. Come fa, Ragone, a spacciare per risolta la questione meridionale?

Questo Mezzogiorno non deve riscattarsi da nulla, anzi ha già pagato lo scotto di errori fatti da altri, ma ne è venuto fuori con la forza delle proprie idee, con la passione che lo racconta, con le intelligenze che lo animano“.

Si rimane molto perplessi a leggere certe frasi, soprattutto se – come ripetiamo – si tende a riconoscere una certa attenzione a chi le scrive. Concordiamo naturalmente sull’estrema presenza e vitalità delle nostre forze, ma come si può dire che il Sud sia “venuto fuori” se le infrastrutture sono inesistenti a causa del totale disinteresse della classe politica meridionale? Come si fa ad assolvere tale classe politica facendo passare per buono il fatto che se errori ci sono stati essi sono avvenuti nel passato?

Non abbiamo capito, leggendo Ragone, come mettere a frutto le nostre innegabili qualità in assenza di una infrastruttura produttiva equipollente a quella settentrionale fermo restando che – a quanto pare – chiedere di ottenerla si configura come “retorica del riscatto”.

Qualcosa non funziona. Non si capisce cosa però. Sarà un calo d’attenzione di Ragone, o il fatto che la nostra fonte di notizie sul sud sia diversa dalla sua, ma non ci capacitiamo di come si possano deresponsabilizzare i nostri amministratori, sostenendo che tanto bastano “le idee, la passione, l’intelligenza”. Sarà, molto più probabilmente, la solita, dannata colonizzazione mentale che ci impedisce di ritenere legittima la nostra voglia di riscatto.

4 novembre: diamoci un taglio

Share Button

Il 4 Novembre in Italia è la “Giornata dell’unità nazionale” e la “Giornata delle forze armate”: può sembrare un singolare accostamento, ma in realtà è un coerente filo rosso sangue che lega le due ricorrenze.

Anzitutto sembra difficile poter festeggiare al pensiero che l’Italia, con tutte le carenze che ha in ambito sociale e infrastrutturale – eminentemente al Sud – spenda oltre 20 miliardi di euro all’anno per mantenere in piedi la macchina bellica. Praticamente ogni ora che passa, spendiamo per armi, militari e guerra oltre 2 milioni di euro: sì, due milioni di euro all’ora senza sosta!
Quando poi si pensa che la maggior parte dei soldati sono meridionali (nell’ordine: pugliesi, campani e siciliani), mandati a morire in guerre che tutelano gli interessi dei potentati economici del Nord, allora si comprende che anche sotto questo profilo siamo solo carne da macello per i nostri padroni.
Il 4 novembre -anniversario della fine della I Guerra Mondiale con l’annessione di Trento e Trieste- dovrebbe, piuttosto, essere una buona occasione per riflettere su come liberarci di questo scomodo e oneroso fardello e sulle alternative alla guerra e alla difesa armata, che ci sono ma che naturalmente non incrociano gli interessi dei produttori di armi, delle gerarchie militari e dei bellicosi alleati dell’Italia.

Quanto all’altra ricorrenza odierna, quella dell’unità nazionale, verrebbe voglia di stendere un velo pietoso ma, in realtà, la virtù nobile della pietà in questo caso la si esercita più con la denuncia che con il silenzio.
Il fatto che i popoli si orientino a forme di unione, più o meno stringenti, può essere senz’altro un valore, ma la condizione perché di ciò si tratti e non di un tragico inganno, è che l’unità si realizzi e si mantenga in un clima di solidarietà, di sentire comune, di rispetto reciproco, di giustizia e verità.
Ora, tutti sappiamo, nonostante il lavaggio del cervello che subiamo a scuola, che la cosiddetta unità d’Italia avvenne grazie ad una guerra sanguinosa e ad una successiva repressione del dissenso, durata dieci lunghissimi anni, che fece quasi mezzo milione di morti. La storia ulteriore e l’esperienza quotidiana attuale, poi, ci dicono che quel rapporto di forza conquistatore-conquistato, cioè Nord e Sud d’Italia, non si è mai modificato. Lo Stato italiano, monarchico prima e repubblicano poi, ha sempre discriminato il Sud ed ha sempre fatto orecchi da mercante agli insulti razzisti che vengono lanciati al nostro popolo. Perché in 156 anni non si è mai avviato un programma educativo in favore degli italiani del Nord, affinché imparino a liberarsi del razzismo e ad avere rispetto verso il Sud? Semplice: perché non c’è interesse a farlo. Come non c’è interesse a smettere di trattare il Sud come una terra da sfruttare e un mercato da riempire di prodotti delle industrie settentrionali.

Questa non è unità, è colonizzazione: e non c’è nulla da festeggiare. Ma poiché nessun popolo può essere a lungo tenuto in scacco se smette di collaborare con i suoi oppressori e con gli ascari che fanno il loro gioco perverso, c’è speranza di sconfiggerla. Chi domina, ha comunque bisogno di una dose di collaborazione, volontaria o forzata, da parte delle vittime: se questa viene meno, quel regime implode. Allora, alla retorica di questo giorno rispondiamo dandoci un taglio: alle spese militari e al regime coloniale italiano. I meridionali che oggi festeggiano, invece, appaiono come quel tale dell’illustratore polacco Pawel Kuczynski: per scaldarsi ad un modestissimo focherello, sacrifica i pioli della scala che potrebbero farlo salire verso un destino ben più luminoso.

LA COLONIZZAZIONE MENTALE III PARTE: DALL’ANNIENTAMENTO ALLA DECOLONIZZAZIONE

Share Button

Di Antonio Lombardi

C’è un sottile messaggio che aleggia tra un gruppo di potere colonizzatore e la sua vittima colonizzata, è uno scambio che potrebbe riassumersi così:
– “Senza me non riuscirai a stare in piedi da solo, a sopravvivere, a difenderti!”.
– “Senza te non riuscirò a stare in piedi da solo, a sopravvivere, a difendermi!”.
Questa relazione sostiene tanto le insicurezze e paure del soggetto dominante, mascherate con la supponenza della superiorità, quanto le debolezze del soggetto dominato, che si aliena nell’abbraccio fatale con il suo oppressore. In realtà la dipendenza è reciproca: entrambi non hanno imparato ad essere liberi senza svalutare se stessi.

Il dominatore è un soggetto parassita e, nel rapporto con il dominato, l’invidia e la possessività giocano un ruolo centrale: il risultato è la distruzione e l’impoverimento di entrambi.
– “Senza la mia colonia meridionale, da usare e sfruttare, non potrò mantenere il livello alto dei miei servizi e del mio tenore di vita!”, dice il Nord.
– “Senza il mio colonizzatore settentrionale, che è più capace di me, non riuscirò a fare nulla di buono!”, risponde il Sud.

La relazione di dipendenza e di parassitismo viene mantenuta in piedi attraverso l’annientamento dell’identità, che si esprime in direzione di tre fondamentali orizzonti distruttivi: annientamento socio-culturale, annientamento ambientale, annientamento fisico. Ciascuno di essi contiene un preciso messaggio al soggetto dominato, che viene educato ad impararlo, ad introiettarlo, a farlo proprio, a condividerlo e a collaborarvi.

Sul piano socio-culturale il messaggio imposto è duplice.
Il primo è: “devi adeguarti al nostro modello di vita”, cioè devi vivere in maniera funzionale ai nostri vantaggi, la tua vita vale nella misura in cui contribuisce a rinforzarli.
Il secondo è: “quello che produci tu non vale quanto quello che produciamo noi”. Pensiamo alla concretizzazione di questo principio, ad esempio, nell’esclusione dai programmi scolastici degli autori meridionali, o nella messa in ombra degli artisti. Viene in mente, ad esempio, il caso paradossale di Luca Giordano, napoletano, che ancora vivente ebbe grande fama internazionale e che oggi l’Italia non elenca mai con i grandissimi miti della pittura. Oppure lo svilimento della lingua locale, attraverso l’equazione: se parli napoletano o siciliano, eccetera, sei ignorante, se parli italiano sei istruito. O, ancora, la valorizzazione assoluta di alcune tradizioni e l’abbandono all’oblio e alla morte di altre: un esempio? Il Palio di Siena, da un lato, che viene sollecitamente promosso (nonostante, tra l’altro, le forti riserve sul trattamento degli animali) e Piedigrotta, dall’altro, che non ha mai beneficiato di una campagna promozionale statale. Le tradizioni del Centronord valgono più di quelle del Sud.

Sul piano ambientale l’annientamento dell’identità opera sulla scorta di questo messaggio: “non devi ritrovare i luoghi della tua storia e del tuo esistere quotidiano”. Per questo si sostituiscono i simboli della comunità occupata, si cambiano i nomi delle strade, ma anche si devasta il territorio ed il paesaggio, si lascia che i beni culturali cadano in degrado.

Il terzo annientamento è quello fisico e il messaggio che lo anima è: “non devi esistere qui e ora nella tua diversità”. Le pratiche violente utilizzate sono lo sterminio (pensiamo alla repressione del 1860-70 nei territori delle Due Sicilie) e l’emigrazione forzata come espulsione dal territorio.

L’autonomia comincia quando la svalutazione di sé viene messa in discussione e si fanno passi avanti per recuperare verità, autostima e giustizia, prendendo concretamente, le distanze dal legame limitante.

Come può avvenire questo passaggio?
Il Mezzogiorno è rinchiuso e si lascia rinchiudere entro un confine pedagogico e politico, perdendo quote smisurate di libertà. Questo confine è tracciato anzitutto, come abbiamo già indicato, dall’abitudine indotta a pensarsi in funzione di qualcun altro, risultato di un preciso disegno educativo, cui generazioni di interessati maestri hanno dato corpo. L’idea centrale è che ad avere concretamente il potere economico e culturale e il diritto ad esercitarlo, possa essere scontatamente e legittimamente una sola parte della popolazione dell’Italia: quella del Nord e non quella del Sud.
Questa architettura pedagogico-politica presenta tuttavia un intrinseco ed inevitabile punto debole, puntualmente sottaciuto proprio per la sua “pericolosità”, cioè per la capacità di mettere in discussione tutto il sistema. Ed è proprio questo tallone di Achille a costituire, paradossalmente, la radice ultima sia del potere di dominio che della forza di cambiamento: il consenso e la collaborazione.
Il consenso va inteso come adesione cognitiva ed emotiva al sistema: lo considero giusto, mi piace.
La collaborazione è espressione del consenso, sul piano del comportamento: lo considero giusto, mi piace, obbedisco. La collaborazione può essere anche inconsapevole, presente nonostante il dissenso, il quale è il rifiuto cognitivo ed emotivo del sistema: è ingiusto, non mi piace.
Consenso e collaborazione acritici si esprimono in una miriade di forme quotidiane: da come si riempie il carrello della spesa, a dove si va in vacanza, a come si reagisce ad un programma televisivo, eccetera. Forme su cui si fonda tanto la possibilità di rinforzare le scelte operate dal sistema di potere, quanto di modificarle o persino di abbattere quel sistema stesso. Apprendere, educarsi ed educare alla capacità di dire “no” a quel disegno, per dire “sì” ad uno alternativo, è trasformare consenso e collaborazione da fattori di rischio ad opportunità di autonomia. È varcare il confine che soffoca il Sud, che ne recinta la mente e i comportamenti politici.

La colonizzazione mentale è il frutto di un lungo processo di apprendimento, di cui l’annientamento dell’identità rappresenta al tempo stesso l’innesco e l’obiettivo finale. Un movimento politico che si ponga l’obiettivo della liberazione della comunità messa sotto scacco, non può rinunciare a farsi carico anche di una responsabilità educativa, formativa e informativa. Aiutare a vedere, a vedere veramente. Solo un’attenta ed organizzata azione di questo tipo, infatti, può contrastare quel processo di annichilimento, questa guerra alla libertà e alla pace degli individui e della comunità assoggettata. Come ricorda il Preambolo alla Costituzione dell’UNESCO, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura: “Poiché le guerre hanno inizio nelle menti degli uomini, è nelle menti degli uomini che devono essere costruite le difese della pace”.
Se guardi da lontano la tua condizione, non sarai consapevole dei pericolosi legami che stai intessendo e vedrai solo il tuo padrone. Ma se ti avvicini e fai attenzione, guardando le cose ad una ad una, così come sono, vedrai la libertà.

Nella foto: Oleg Shuplyak, Illusione ottica (2009).

LA COLONIZZAZIONE MENTALE II PARTE: LA COLONIZZAZIONE COME PRATICA EDUCATIVA

Share Button

Di Antonio Lombardi

Nella breve I parte ho definito la colonizzazione mentale come “l’induzione alla soggezione psicologica e culturale accompagnata dalla giustificazione ad oltranza di coloro che la praticano”.

Spiegavo che questa mia definizione teneva conto di tre elementi fondamentali: 1) la volontarietà dell’azione di assoggettamento; 2) il suo radicamento in due aree: psicologica e culturale; 3) la persuasione, da parte dell’assoggettato, che l’oppressore abbia motivi validi per praticare la sottomissione.

Vediamo ora alcuni aspetti specifici di questo processo di colonizzazione nella prospettiva di pratica educativa.
Anzitutto non bisogna immaginarlo necessariamente in chiave totalizzante: questo significa che ciò che conta non è tanto l’occupazione completa di ogni spazio di produzione e riproduzione del pensiero e dei valori, quanto il controllo di alcuni gangli nevralgici. Per assoggettare il colonizzato è utile soprattutto pianificare “scientificamente” la veicolazione dei messaggi. In tal modo è immaginabile che persino una minoranza possa tenere in scacco una maggioranza incommensurabilmente più ampia. La storia della colonizzazione geografica e l’attualità di regimi dittatoriali ne contengono prove schiaccianti.

Un altro elemento chiave è la “supereducazione” di alcuni collaboratori interni alla comunità da sottomettere. La creazione, cioè, di un gruppo di affidabilissimi e devotissimi che, ben motivati, istruiti e premiati (in denaro, prestigio, privilegi, vantaggi, carriere, eccetera), concorrano a reggere l’impalcatura del pensiero unico coloniale. In realtà sono essi i protagonisti preziosi della grande opera: supereducati essi stessi, educano a loro volta, soprattutto smentendo (magari arrampicandosi sugli specchi) le voci del dissenso. In questo quadro vanno, ad esempio, ricondotti quegli storici che si prodigano nel ribattere colpo su colpo le nuove visioni del passato, generate da documenti inediti od osservazioni da prospettive inusuali e “non ortodosse”. Questo significa anche, ed ecco un altro perno del processo di colonizzazione mentale, la contestuale creazione di credenze e narrazioni ufficiali, la sacralizzazione della figura del colonizzatore accompagnata dallo svilimento del colonizzato come essere inferiore e dall’emarginazione dei narratori divergenti. In Italia questo meccanismo, ad esempio, si concretizza con l’attribuzione del marchio di “leghista” a coloro che mettono in discussione il cosiddetto Risorgimento, anche se le osservazioni critiche dovessero provenire da aree e soggetti palesemente scevri da quegli elementi che giustificherebbero una tale etichettatura politica. Emarginare per controllare; sacralizzare il nucleo concettuale e valoriale che costituisce la motivazione del controllo, rendendolo scontatamente intoccabile: un tabù. Gli stessi “padri” portatori dell’azione colonizzatrice finiscono per rientrare in questa interdizione sacrale: sempre al di sopra di critiche e di possibili riesami obiettivi. Chi avesse l’ardire di oltrepassare il confine della reverenza sarebbe velocemente da condannare.

Un ultimo interessante aspetto riguarda le forme di opposizione che comunque dovessero prodursi. Ebbene, mentre sono tollerate (o, in casi particolari, addirittura promosse) pratiche di obiezione di coscienza e noncollaborazione, come forma di libera espressione, questo diritto cade quando l’obiettivo è il sacro colonizzatore. Si potrà replicare quanto sia ovvio che ciò accada, altrimenti un regime non sarebbe tale. Certamente, ma quello che desidero sottolineare è che l’aspetto più stringente, nella cornice che abbiamo delineato, non è tanto l’attività repressiva in termini di privazione dell’integrità fisica, della libertà, della vita –che pure può esistere- quanto quella di coercizione psicologica, che può assumere forme anche assai dissimulate. Il paradosso della relazione di colonizzazione è che il colonizzatore offre margini di libertà di pensiero al colonizzato, lo fa sentire libero e liberato, gli riconosce persino un diritto al disaccordo, ma in realtà lo sta intrappolando come un cavallo coi paraocchi, affinché non imbizzarrisca.

Alla fine di questo processo educativo, quando la tua identità sarà stata spazzata via, saprai di te stesso quello che il tuo padrone vuole che tu sappia e avrai perfino la libertà di mettere in discussione tutto e tutti: eccetto lui e il suo valore. Questo è il vero potere e il volto senza maschera della colonizzazione mentale.
Nella foto: Magritte, L’invenzione della vita (1927)

LA COLONIZZAZIONE MENTALE I PARTE: UNA DEFINIZIONE

Share Button

Di Antonio Lombardi

Che cos’è la colonizzazione mentale di cui spesso si discute?
Io la definisco così: la colonizzazione mentale è l’induzione alla soggezione psicologica e culturale accompagnata dalla giustificazione ad oltranza di coloro che la praticano.

Questa definizione tiene conto:
• della volontarietà dell’azione di assoggettamento. La colonizzazione mentale non è un mero “effetto collaterale” della colonizzazione economica e politica ma, anzi, è uno dei cardini della strategia di conquista e sottomissione di un popolo.
• Delle due aree in cui essa si radica. La sfera psicologica, anzitutto, attraverso la quale si diffonde il sentimento di inferiorità e di impotenza al cambiamento. L’ambito culturale, che si impregna di un’altra convinzione: quello che il colonizzato produce non vale quanto quello che produce il colonizzatore. La lingua, le tradizioni, le opere d’arte, i simboli, eccetera, di quest’ultimo appaiono sempre più belli, più importanti, più validi di quelli del colonizzato.
• Della persuasione diffusa tra gli assoggettati, e difficile da smantellare anche davanti ad evidenze, che l’oppressore ha motivi validi per praticare la sottomissione o, almeno, che chi la subisce meriti tale trattamento.

Questa condizione così alienata dell’individuo e della comunità è possibile superare attraverso una duplice azione educativa che punti alla crescita del senso critico.
Essa deve anzitutto accompagnare e aiutare le persone a sviluppare la capacità di compiere uno spostamento dell’attenzione dall’oggetto della conoscenza ai modi propri del conoscere. A porsi senza interdizioni, divieti, blocchi, la domanda: “Come sto conoscendo la realtà? Da dove mi viene il mio modo di conoscerla?”, invece di continuare a interrogarsi solo e sempre su: “Che cos’è che ho davanti?”. Perché, in tal caso, la risposta sarebbe probabilmente scontata, formulata a partire da quelle convinzioni indotte che operano come un filtro, come una lente colorata.
Ciò deve essere completato con un’irrinunciabile lavoro di educazione all’identità, intesa come riscoperta e valorizzazione del patrimonio storico, simbolico, valoriale, esperienziale e culturale che identifica un popolo come comunità con una propria spina dorsale, e non più come triste e fragile distesa di canne piegate da ogni vento che soffi.