Archivio Decolonizziamoci!

In questa pagina del nostro sito potrete trovare principalmente due categorie di contenuti: gli approfondimenti e le campagne di azione.
Entrambi hanno un unico filo logico-politico che li lega: la necessità per noi popolo dell’Italia del Sud, i duosiciliani, di conoscere la condizione di discriminazione all’interno del Paese, per trasformare poi questa consapevolezza in gesti concreti, collettivi e individuali, che incidano efficacemente sul sistema coloniale che soffoca la nostra vita, lasciando inascoltati bisogni e diritti.
Ecco perché la pagina porta il titolo “Decolonizziamoci!”: esso è un invito a metterci insieme, ad apprendere, a sperimentare strategie e strumenti attraverso i quali ciascuno diventi protagonista –nella vita quotidiana come nelle grandi occasioni- del processo di liberazione dell’intera nostra comunità mediterranea.
Il nostro augurio è anzitutto di liberare presto la mente dalla sudditanza psicologica nei confronti dell’Italia del centro-nord, di maturare uno sguardo critico su quello che i media dicono di noi in maniera disonesta, di prendere le distanze da persone e movimenti politici che vorrebbero tenerci in uno stato di innamoramento verso i falsi eroi che, oggi come oltre un secolo e mezzo fa, si presentano come liberatori ma sono invece oppressori.
“Quando uno schiavo comincia a vantarsi delle sue catene e le stringe a sé come fossero preziosi ornamenti, il trionfo del suo padrone è completo”(Gandhi).
Che questo non accada mai più!
Allo stesso tempo, l’augurio è che, ben preparati e organizzati, possiamo impegnarci in intelligenti campagne di azione politica e culturale che esprimano con grande chiarezza che per noi il tempo dell’obbedienza cieca a chi ci insulta e ci discrimina è finito.
“Io credo che la disobbedienza civile sia non solo il diritto naturale di un popolo, specialmente quando non ha veramente voce nel proprio governo, ma anche un sostituto della violenza e della ribellione armata” (idem).
Buona decolonizzazione a tutti!

Salvate quei sessantacinque condannati – Una storia di sfacciata sperequazione istituzionale

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di Domenico Santoro

Per quanto tempo vorremo baciare la mano del padrone? Per quanto tempo accetteremo il folle contratto che ci impone di nascondere e considerare accettabile una situazione così sfrontatamente sperequante in cambio delle carezze del carnefice?

Il cane addomesticato torna sempre a casa perché trova rassicurante il collare. Per quanto tempo difenderemo il confortante guinzaglio della mitologia risorgimentale?

Carlo Calenda, ministro per lo sviluppo economico – secondo fonti dello stesso ministero – ha chiesto ai vertici di Almaviva di sospendere la dislocazione di 65 (sessantacinque!) lavoratori dalla sede di Milano a quella di Rende. Di per se l’intervento del ministero a difesa dei lavoratori Milanesi è lodevole. Ci si chiede però quale criterio permetta di tollerare la deportazione massiccia di menti e braccia dal meridione ed invece si intervenga celermente e da tanto in alto per salvare 65 (sessantacinque!) persone.

Salvarle da cosa, poi, non si capisce. E’ inquietante rilevare quanto questa sciagurata sottoforma di nazione ritenga svantaggioso il trasferimento d’ufficio in un particolare territorio (da lei nominalmente amministrato) a tal punto da dovere “salvare” un numero così esiguo di persone, mentre la desertificazione demografica di quello stesso territorio non occupi alcun posto nell’agenda politica romana.

L’abdicazione dello stato è sfacciata. Si è rinunciato a portare il meridione nel 2017 e la rinuncia è tale che le migliaia di partenze sono considerate naturali, mentre 65 (sessantacinque!) arrivi sono una iattura tale da dover scomodare un ministro.

L’opinione pubblica italiana dimostra di considerare accettabile questa idiozia sociopolitica, peraltro. Non molto tempo fa lo snobismo tricolore aveva bollato come esagerata la retorica della deportazione, delegittimando le proteste di decine di migliaia di insegnanti meridionali costretti al trasferimento. Oggi 65 (sessantacinque!) possibili trasferimenti in senso inverso diventano un caso di stato nella assonnata indifferenza del belpaese.
Fin quando ci sentiremo “fratelli” e non figliastri? Fin quando questi palesi indicatori di disparità rimarranno lettera morta nelle menti delle vittime? Difendiamo più volentieri il mito di peppino garibaldi e dei goal di Paolo Rossi in Spagna che noi stessi.

Fin quando preferiremo baciare la mano del padrone invece che abbracciare i nostri figli?
Rivolgiamo questa domanda alle nostre stesse coscienze mentre – sia chiaro! – speriamo sinceramente che l’intervento di Calenda sia efficace. A noi, infatti, piace accogliere in nostri amici Milanesi quando essi decidono di venire a farci visita, e non quando sono costretti a farlo. Allora che possa valere anche per loro il nostro auspicio secondo il quale si cominci a vivere in un mondo che abbatta l’emigrazione e le preferisca una virtuosa e VOLONTARIA mobilità.

La Catalogna come laboratorio politico – Rischi e prospettive

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di Domenico Santoro

Il 20 settembre sarà ricordato nei libri di Storia spagnoli come il giorno in cui, con ogni probabilità, Madrid avrà forzato la Catalogna a prendere una decisione. Tornare nei ranghi o alzare drammaticamente i toni dello scontro. Difficilmente la querelle indipendentista catalana tornerà allo stato in cui si trovava prima di questa fatidica data. Nel caso in cui la Castiglia imponesse la sacralità dell’unità territoriale le istanze separatiste ne risulterebbero irrimediabilmente compromesse. Viceversa, se la spuntasse Barcellona, la strada verso l’indipendenza (quantomeno de facto) sarebbe spianata.

Il Meridionalismo politico vive nell’alveo del più ampio quadro autonomista europeo e dunque è necessario, per noi tutti, interrogarci ed analizzare quanto sta avvenendo sul suolo iberico.

Tutte le esperienze autonomistiche (Scozia, Catalogna e Paìs Vasco in primis) possono rappresentare, per un movimento meno esperto come il nostro, un inestimabile soggetto d’osservazione. Quando parlo di minor esperienza mi riferisco alla diffusa immaturità politica riscontrabile nel Meridionalismo odierno. Ben lungi dal voler offendere qualcuno o da voler posizionare Unione Mediterranea su posizioni di privilegio, la mia sensazione è che alla marea di sigle e singoli individui coinvolti nella nostra causa manchino un reale nesso politico ed una formazione metodologica efficace. Queste lacune, accostate alla via via maggiore “massificazione” della nostra presa di coscienza, espone il Meridionalismo politico ai rischi dell’irruenza e della conseguente inefficacia. In questo contesto l’analisi della situazione spagnola deve essere il più possibile obiettiva ed evitare di scaldare i nostri animi oltre la soglia del proficuo, ed è per questo che la mia opinione è modulata secondo i toni della cautela.

Partiamo dalla domanda più banale. Chi ha ragione?

In apparenza, la risposta è semplice. Un popolo che, come il nostro, mira alla decolonizzazione da un feroce stato centrale non potrebbe che parteggiare per le genti Catalane. L’anelito è il medesimo e da che mondo è mondo due più due fa quattro. Purtroppo, invece, il mondo è sempre più complesso dell’algebra che lo descrive. Se ci interessa costruire un Meridione democratico, oltreché libero, bisognerà tenere in giusto conto il concetto stesso di Democrazia. Non esiste Democrazia in assenza di leggi che tutelino la libertà dei singoli individui e non esiste legge efficace salvo quella che viene applicata con rigore. Naturalmente escludo le derive Draconiane, preferendo sempre e comunque un sistema di regole che sia strumento e non giogo. Strumento limpido ma necessariamente rigoroso, appunto. Dura lex sed lex…

Ebbene, la Guardia Civil ha agito nel pienissimo rispetto della costituzione spagnola. Costituzione che preesiste all’attuale situazione e che non è stata violata dal momento che il governo Rajoy ha posto semplicemente in essere quanto indicato dai giudici costituzionali spagnoli.

Da un lato, dunque, una posizione legalitaria, dall’altro una posizione che per nostra Storia consideriamo giusta. Madrid staziona su posizioni istituzionali e, come dicevo prima, se negassimo aprioristicamente queste posizioni la forza e la credibilità con cui parliamo di Democrazia verrebbero ad appannarsi. Barcellona pone invece un’istanza largamente supportata dalla popolazione Catalana che appare legittima proprio in virtù di quello stesso concetto Democratico che ci prefissiamo di salvaguardare.

Madrid fa ciò che è pienamente legittimo per uno stato sovrano, e cioè preserva la sua unità territoriale a costo di adottare misure autoritarie. Gridare alla dittatura è un atteggiamento quantomeno semplicistico, figlio legittimo di quella irruente partecipazione che sta, in questi giorni, scaldando le nostre coscienze. Quante volte, in questi tempi sventurati, sentiamo nostalgici del ventennio lamentarsi di una presunta dittatura tesa a limitare la libertà d’espressione? Accusare la Spagna di agire in maniera dittatoriale rischia di farci cadere nello stesso grossolano errore.

E’ pur vero che le rivoluzioni non si conducono nel perimetro della legalità, e negare la possibilità di uscirne sarebbe un clamoroso errore di prospettiva che potrebbe mutilare eventuali futuri margini di manovra della nostra azione. Il nostro compito politico è preferire strade di liberazione, e la legalità (intesa come tentativo di preservazione monolitica del corpus statale italiano) potrebbe, ad un certo punto del nostro percorso, costituire un ostacolo. In quel momento bisognerà decidere se derogare al principio nell’ottica del pragmatismo storico, o trovare altre strade in modo da proseguire su una via moderata e dunque estremamente più spendibile

(S)fortunatamente il momento non è ancora giunto. Saltare entusiasticamente sul carro catalano, per quanto romantico, ci costringerebbe a portare nell’attualità politica Meridionalista il tema secessionistico. Questo argomento (comunque uno la pensi) è, ai fini dell’allargamento del consenso, assolutamente controproducente. Moltissimi di noi si sono “risvegliati” al meridionalismo attraverso la catarsi rappresentata da “Terroni” di Pino Aprile. Chi può negare l’iniziale e ferma incredulità? Chi non ricorda quanto sia stata farraginosa e lenta la dolorosa transizione che ci ha portati da una coscienza “colonizzata” al sistema di idee totalmente ribaltato che utilizziamo oggi?

Come si può, allora, pensare di sfruttare il tema secessionistico per estendere il nostro raggio d’azione politica? Pensate a voi stessi nel periodo della transizione, ed immaginate quale effetto avrebbe avuto un fanatico postulante armato di idee (che all’epoca vi sarebbero sembrate) eversive! Deleterio. Il massimalismo (ancorché legittimo) è carburante per chi, come noi, è già serenamente convinto della bontà delle nostre lotte. E’, di converso, il più forte repellente per chi quelle idee sta cominciando vagamente a concepirle.

Il Meridione d’Italia non è la Catalogna. Le nostre masse non sono ancora pronte a recepire messaggi così distruttivi in merito al proprio ordine di idee. L’immaturità politica di cui parlavo prima produce la falsa sensazione che la rivoluzione meridionalista sia già scoppiata, mentre invece è ancora un tenero virgulto da accudire. I trecentomila contatti della pagina “Briganti” non sono, per ora, che un’incoraggiante promessa. Forzare un certo tipo di dialettica nel tentativo di sfruttare la ghiottissima occasione catalana rischia di sfaldare i piedi d’argilla del gigante che – con pazienza, costanza, impegno, determinazione e cattiveria – potremmo diventare.

Dinamiche comunicative e partecipative diverse, invece, sottendono all’interesse Lombardo/Veneto per la questione. La lega sta cavalcando tronfiamente la vicenda, cercando di gettare ponti ideologici assolutamente privi di senso. Innanzitutto bisogna rilevare che le istanze padane non hanno neanche un grammo del valore ideologico catalano o meridionalista. Il referendum sull’autonomia delle ex province austrungariche è basato sui soliti assiomi gretti e caricaturali da cumenda avido. In poche parole il virtuoso nord vuole tenersi tutto per se, e non foraggiare più il sud mangione… E questo anche a fronte del fatto che la narrazione di un Settentrione operoso vessato da un Meridione assistito cada quotidianamente a pezzi sotto i colpi della fredda cronaca.

Non ci stupisce, allora, che i Catalani abbiano sempre “schifato” i leghisti, senza mai abboccare alla pretesa nobiltà ideologica maldestramente spalmata sull’avidità padana. Altro che autonomie dei popoli. Qui si tratta di tenere i soldi nel materasso, ed i catalani lo hanno capito molto meglio di parecchi nostri compatrioti.

In secondo luogo la spinta autonomista catalana è Europeista mentre quella leghista è populistica ed al giorno d’oggi il vento della banderuole gentiste soffia in direzione contraria a Bruxelles. Altro motivo di giusta contrapposizione fra Barcellona e Pontida.

La Catalogna sa bene che dichiarare l’indipendenza dalla Spagna significa farlo in un contesto Europeo, in accordo ad un modello fortemente federale e sovranazionale. Questa è una finezza politica che sfugge alla grezza analisi politica leghista, tant’è che molte voci padane usano la vicenda spagnola per adombrare (e caldeggiare) l’ennesimo passo sulla strada della disgregazione continentale. Nulla di più sbagliato anche se – in luogo dell’errore – io sospetto la solita malafede populistica.

Sarebbe bello che anche noi ci disintosicassimo dal veleno leghista che usa un antieuropeismo irrazionale e pericolosissimo. L’Europa va corretta, ma noi meridionalisti, così come i Catalani, abbiamo la via dell’ALE per portare un contributo autonomistico alla rifondazione di un modello che la Storia dimostra essere più efficace dell’antiquato concetto di stato nazionale novecentesco.

Il peso delle parole – Il terremoto e la danza dei Soloni

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di Massimo Mastruzzo

Il peso delle parole è pari a quello delle tante macerie ancora presenti all’Aquila, ad Amatrice, ad Arquata del Tronto. La comunicazione può essere, alle volte, fuorviante e quando è gestita con leggerezza o peggio ancora con malizia il suo impatto può essere devastante.

Quanto essa possa far male ad un determinato territorio lo abbiamo purtroppo già constatato in altre circostanze. L’esempio più lampante riguarda gli allarmismi in merito ai prodotti agro-alimentari Campani spesso indiscriminatamente ed ingiustificatamente legati alla terra dei fuochi. Naturalmente nessun giornalista o presunto tale si è mai preso la briga di affermare esplicitamente corbellerie simili, ma chi dovrebbe fare “informazione” in questo maledetto paese spesso preferisce cavalcare i pregiudizi dell’opinione pubblica più che stroncare sul nascere una scemenza. I pennivendoli italiani hanno capito che tira di più un pelo di bufala che un carro di onesti buoi, i quali avranno il boriosissimo vizio di verificare scientificamente le fonti ed i fatti prima di pubblicare qualsiasi cosa. Vuoi mettere?

Con il terremoto di Ischia si è ripetuto questo protocollo. La comunicazione “arricchita” di informazioni slegate dai reali avvenimenti e collegate pindaricamente ad altre situazioni che, se non completamente, sono perlomeno non direttamente relazionate all’avvenimento in oggetto. Abbiamo dovuto aspettare la veemente reazione di Vincenzo Ferrandino (sindaco di Ischia) e di Vincenzo De Luca (bontà sua) per notare un generale ma troppo timido rientro nei ranghi del carrozzone mediatico nazionale.

Con buona pace dei teorici del piagnisteo nessuno ha mai negato il fenomeno dell’abusivismo, problema che è presente adesso, lo era sicuramente prima e, con molte probabilità, lo sarà anche dopo. A noi sembra strano che però esso sia diventato il protagonista della narrazione televisiva più che un eventuale co-fattore dell’attuale situazione. Non che ci si aspettasse una particolare solidarietà da una nazione che considera tutto ciò che sta sotto la linea gotica come “nordafrica” (nell’accezione denigratorioa salviniana; noi meridionali consideriamo quelle terre sorelle e bellissime). Cionondimeno ci saremmo accontentati di una cronaca dei fatti più legata alle stretta attualità.

Le immagini ci mostrano chiaramente che, (e lo ribadiamo con forza) il pur presente abusivismo non c’entra nulla, o se c’entra lo fa in minima parte. Naturalmente questa è una nostra sensazione che – al contrario dei nostri omologhi più titolati -, non vorremmo trattare da verità rivelata prima che venga confermata dalle indagini tecniche. Purtroppo certe penne (anche molto quotate) non hanno usato ad Ischia questa cortesia prima di esprimersi in senso contrario e totalmente dimentico dei (sacrosanti) moti solidaristici dimostrati in occasione di eventi verificatisi un po’ più a nord del golfo di Napoli.

Ma mentre Tiberio Timperi si erge a paladino di una libera(mente faziosa) informazione apprendiamo che probabilmente i crolli hanno interessato immobili antichi e non abusivi. Questi sono i fatti (che comunque aspettiamo di veder certificati), il resto è una forma già purtroppo consueta di sciacallaggio condita da siparietti indegni.

Riteniamo ovvio il fatto che l’abusivismo edilizio vada contrastato e non condonato, così come dovrebbe essere ovvio ed incentivato il puntare sulla prevenzione e sulle ristrutturazioni per mezzo di tecniche e materiali antisismici. Non altrettanto ovvio sembra essere l’avvio di una immediata campagna di solidarietà nei confronti degli ischitani. Eppure in altre circostanze – più “settentrionalmente connotate” diciamo -, il meccanismo era stato questo: prima la solidarietà e poi, se del caso, le polemiche.

Il Sud che sta provando lentamente ad alzare la testa è un elemento alieno nella coscienza popolare italiana. Nel sentire nazionale il Meridione è povero ed incapace, è cialtrone ed assenteista, è la parte negativa della nazione e deve stare al suo posto. Perché lacerare il quadro così perfettamente acquisito e rassicurante? Perché mettere a repentaglio le cospicue tirature ottenute dicendo ciò che la gente è abituata a sentirsi dire?

Ma attenzione! Non ci permetteremmo mai di asserire concetti contrappositivi. Questi giochini squallidi li lasciamo a matteo salvini. Pensiamo più che altro al pregiudizio di cui parlavo poco sopra e del quale è responsabile non tanto chi lo subisce passivamente (noi meridionali piccoli e neri) o attivamente (l’ultras veronese che ci reputa materiale da “lava”-re via), ma chi lo alimenta e cavalca a fini strumentali trasformando un terremoto in una sorta di ispezione catastale in mondovisione.

Ci si auspica che nessuno neghi il problema dell’abusivismo e dello stupro perpetrato ai danni del nostro suolo. Ma mentre noi Meridionali ci assumiamo l’onere dell’autocritica (come se le storture avvenissero solo da Roma in giù) che almeno i Soloni tanto interessati al nostro mea maxima culpa imparino l’abc della comunicazione dacché dimostrano carenze a dir poco sospette in relazione alla propria onestà intellettuale e deontologia.

PS: mi scuso con chi possa trovare fuori luogo e “pesanti” le immagini associate a questo articolo. Non sono foto “shock” di macerie o di bimbi intrappolati. Quelle le potrete googlare per conto vostro. Ho usato immagini diffuse durante un periodo buio della Storia e che spero possano farvi capire quanto terribilmente possa nuocere una cattiva (quando non proprio orientata) informazione.

La nostra causa – Tredici buone ragioni per abbracciare la nostra terra

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di Antonio Lombardi

1. Perché ci sei nata/o: è la tua terra, il tuo popolo. Oppure perché semplicemente ci abiti, anche se sei nata/o lontano; oppure perché, pur non essendoci nata/o né abitandoci, sei una persona che ha il senso della giustizia e della solidarietà e la sensibilità di un autentico operatore di pace.

2. Perché sei stanca/o delle frasi razziste, degli auguri di morte e degli insulti snocciolati nelle conversazioni quotidiane o urlati in coro da migliaia di persone, nell’indifferenza dello Stato.

3. Perché hai scoperto che la lezioncina di storia che ti hanno trasmesso, dalla scuola elementare in avanti, è una bugia infame, un veleno ideologico per farti onorare una bandiera che ha sterminato i tuoi avi e farti abbracciare come eroi i massacratori della tua gente.

4. Perché sei stanca/o di discriminazioni macroscopiche, che ti condannano ad avere strade peggiori, ferrovie obsolete, porti desertificati, zone senza aeroporti, ospedali meno attrezzati, scuole ed università penalizzate, beni culturali in misura maggiore ma in considerazione minore, terre e mari abusati.

5. Perché non puoi affezionarti ad un Paese nato e tenuto incollato con l’imposizione, che ti considera carne da macello da spedire in guerra o prodotto di scarto da costringere all’emigrazione.

6. Perché sei indignata/o da un sistema politico ed economico, costruito ad arte, che prevede un Nord che comanda e infierisce ed un Sud che obbedisce e subisce.

7. Perché hai capito che i parlamentari e i governanti che mandi a Roma da decenni, ti dimenticano rapidamente e collaborano, silenti e fattivi, agli ordini che ricevono dai loro veri padroni.

8. Perché ne hai abbastanza del fatto che la tua terra non abbia una rete produttiva sviluppata, né banche e assicurazioni proprie, né televisioni e giornali d’impatto che leggano “da Sud” quel che succede, non riceva adeguata promozione e tutela dei suoi prodotti enogastronomici e paghi pure la RC auto più alta pur avendo meno sinistri.

9. Perché vuoi dire basta alla pratica, che va avanti da oltre centocinquanta anni, di conservarti in mani criminali che operano come fossero il braccio violento dello Stato per il controllo, l’insicurezza e la sottomissione di un popolo che potrebbe sorridere come un’increspatura del mare.

10. Perché vuoi valorizzare e difendere la tua identità culturale, facendone una forza nonviolenta di riscatto per te ed un ponte di pace e di scambio con gli altri popoli.

11. Perché hai smesso di alienarti, per paura, pregiudizio o opportunismo, da quello che accade sotto al tuo naso.

12. Perché vuoi uscire dalla cupezza della vita e del pensiero, delle emozioni e dei comportamenti inibiti, lottando libera/o e innamorata/o per quell’indipendenza che la tua terra possedeva e che oggi potrebbe orientarla verso un destino migliore.

13. Perché hai deciso che non devono più essere gli altri a dipingere il nostro volto secondo il loro interesse, ma è ora di prendere in mano la tavolozza dei talenti ed il pennello della tenacia, per rifare con nuovi colori la nostra immagine più autentica.

Il voto di scambio – Uno sguardo necessariamente e dolorosamente obiettivo

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di Massimo Mastruzzo

È il solito discorso: per una miglior prospettiva servono assolutamente più punti di vista.

Ad ogni tornata elettorale assistiamo al ripetersi dell’avvilente compravendita di voti. A costi per altro miseri: si parla di 20/30€ a scheda.

La conseguente indignazione come reazione ad questo fenomeno ritenuto inaccettabile è perfettamente legittima.

L’indignato, sovente, rivolge le sue critiche al corrotto e non al corruttore: “Vendersi per 20/30€ è una vergogna“, tralasciando – con l’avallo dei mass media – di contestualizzare la condizione sociale del territorio in cui avviene l’illecito.

Il corrotto in questi casi non è più disonesto di un elettore che vive in un miglior contesto e con una condizione economica più agiata. E’ semplicemente più povero e combatte la sua quotidiana lotta per la sopravvivenza. Lotta che, più spesso di quanto ci piaccia pensare, esclude la normale dignità. Dignità (legittimamente) invocata da chi non capisce queste dinamiche orribili, ma che spesso non è concessa se è vero come è vero, ad esempio, che viviamo in una nazione caratterizzata da una migrazione interna quantomeno “bizzarra”.

Il punto è un altro, comunque: chi è il corruttore? Chi sono questi impresentabili che invece si presentano con tanto di obolo?

È forse espressione di qualche realtà politica che viene da Marte? Oppure, con meno fantasia, è espressione di piccole realtà locali o piccole liste civiche?

Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, si tratta di vili personaggi legati ai grandi partiti nazionali e che sospettosamente sfuggono ai controlli dei loro partiti (ed alle varie commissioni preposte), all’atto delle selezioni dei candidati.

A voler essere pessimisti ci sarebbe da rassegnarsi come qualche giorno fa, su Radio 1, il sen. Morra (Genovese, eletto in Calabria) così argutamente ci spiegava: “[…] Già metter su liste in Calabria è difficile perché in una regione governata economicamente da logiche di scambio in cui l’economia assistita decide pressoché tutto,
avere persone libere capaci di fronteggiare i capibastone locali è difficile

La perla razzista era calata in un funambolismo ridicolo teso a sminuire la sconfitta del M5S alle amministrative, ed è fortunatamente smentita da esempi brillanti quale quello della lista CambiaMenti che a Botricello, col nostro Franco Falbo ha onestamente e senza compromessi dato battaglia. Nessuna logica d scambio anche senza appartenere al partito del Messia più comico che ci sia.

Chiudo citando lo stesso Falbo, su Morra:

Morra non è calabrese ma genovese. Non presentano liste in Calabria per la sua incapacità a gestire il partito. Vedi Cosenza alle passate amministrative dove contro la volontà dei meetup ha candidato sindaco l’ing. Coscarelli ed a Crotone che invece del meetup storico ha preferito un candidato di un circolo costituito ad hoc. In Calabria 5s non attecchisce perché lontano dai bisogni della gente. Fanno solo propaganda ed i calabresi sono gente di sostanza. Mi piacerebbe chiedere a Morra chi hanno votato a Botricello gli iscritti 5 stelle. Noi la lista l’abbiamo fatta al di fuori di tutti i partiti, ci siamo battuti con le fionde contro i carri armati ed abbiamo preso 1.075 voti. Voti liberi. Troppo bello e comodo l’alibi della ndrangheta.

Gioia Tauro – Presente e futuro di una promessa mai mantenuta

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di Massimo Mastruzzo

Il 15 luglio è una data importante per l’area portuale di Gioia Tauro

Non è naturalmente il giorno delle ferie estive per quello che, stando alle dichiarazioni trionfali del 1975, sarebbe dovuto diventare il quinto centro siderurgico d’Italia e tanto meno è il giorno di paga per chi, dal 1994, produce il 50% del PIL della Regione.

Il 15 luglio, purtroppo, partiranno 400 lettere di licenziamento per altrettanti impiegati in quella che è definita “la porta del sud”. Una struttura dalle potenzialità immense e che invece, per mano della solita politica italiota, vede una riduzione del personale. Qualsiasi alta nazione avrebbe trasformato il bacino nella miniera d’oro che palesemente è ed invece, a Gioia Tauro, sta accadendo altro.

La scelta dell’azienda terminalista Mct sembra non essere la classica triste questione di esuberi. Sembra che dietro il fattaccio si nascondano ombre molto più cupe e che riguardano più in generale il futuro stesso del Porto e dell’area prospiciente. Mala tempora currunt sed peiora parantur

A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, e fu proprio Giulio Andreotti a posare la prima pietra del cantiere che doveva dare vita al porto. Nato come “moneta di scambio per la composizione dei moti reggini del 1970, l’ambizione della colossale opera era quella di dare lavoro a 7500 persone.

Oggi, purtroppo, se ne contano solo 2240, fra porto ed indotto. E di cosa ci stupiamo, se giusto qualche settimana fa – vedi a volte le coincidenze -, il premier Paolo Gentiloni ha indicato ai grandi imprenditori orientali i porti di Triste e Genova come UNICI terminali verso cui indirizzare le merci in entrata nel Mediterraneo?

Immaginarsi un coro di proteste sarebbe stato legittimo: invece nulla. Regione Calabria, Città Metropolitana di Reggio Calabria e (salvo qualche eccezione) amministratori locali si sono accomodati in un assordante silenzio.

Il territorio calabrese è piegato da mille emergenze e vessato da una criminalità che ve ne si nutre. In queste condizioni quattrocento posti di lavoro persi rappresentano un costo esiziale e lo stato dovrebbe intervenire.

Ad oggi solo promesse. In teoria ci si aspettano la ZES (Zona economica speciale) e 45 milioni all’agenzia per il lavoro. In concreto? Nulla si muove.

Quessto stato non ha dignità. Quanta volete che ne conceda alla sua colonia interna?

Facile come rubare il futuro ai Calabresi – Quale prospettiva, senza trasporti?

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di Massimo Mastruzzo

“Facile come rubare le caramelle ad un bambino”

Il detto è famoso e talmente diffuso che difficilmente si riesce ad immaginare un’altra idiomatica che possa rendere così universalmente il senso inteso. Eppure se l’andazzo rimane questo, il primato di tanta locuzione potrebbe essere insidiato da “facile come rubare il futuro ai calabresi”.

La Calabria, infatti, dopo essere stata colpita via mare e via terra, viene ora “bombardata” per via aerea.

Non sazi dei mancati investimenti nelle infrastrutture terrestri che stanno soffocando il porto di Gioia Tauro, non soddisfatti del nulla ferroviario e autostradale, i mammasantissima del trasporto pubblico affondano un’altra stilettata al mai troppo auspicato sviluppo meridionale. L’ultimo affronto viene dal presidente dell’Anac Vito Riggio che, ritenendo inutili gli aeroporti di Crotone e Reggio, suggerisce addirittura una loro chiusura.

Questo, per una delle aree più svantaggiate d’Italia, è quanto di più cinico, iniquo e politicamente deleterio ci si potesse aspettare, soprattutto all’indomani delle dichiarazioni di Gentiloni che invitava ad investire nel Mezzogiorno. Perdonatemi il francesismo ma in Calabria gli eventuali investitori come cazzo ci devono arrivare? Se continuiamo a presentare una parte del paese non già come un luogo su cui investire ma come un ramo aziendale infruttuoso, chi volete che si interessi alle sorti di milioni di contribuenti? Invece di risolvere l’evidente deficit infrastrutturale che taglia dal Paese e dall’Europa le nostre aree, ci propinano soluzioni che affondano ogni speranza di ripresa.

Credo che l’unico comportamento da adottare sia non aspettarsi nulla dalla politica nazionale. Proporre vie nuove e strettamente legate al nostro territorio dovrà essere la nostra difesa. Imporre forze fresche che abbiano a cuore gli interessi della nostra Patria: l’unico contrattacco possibile.

Calabresi? Tutti ‘ndranghetisti – La stampa italiana e le maliziose narrazioni salgariane

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di Massimo Mastruzzo

Torno malvolentieri su questo argomento: l’associazione esclusiva fra mafie e meridionali. Gli altri si dovranno accontentare del semplice epiteto di “collusi”. Rassegniamoci ancora una volta a questa conclusione che ci fregia di questo sgradito ed antico pregiudizio. Abitudine giornalistica, criticata anche da Umberto Eco, ereditata dalla retorica giustificazionista prodotta dall’invasore piemontese nel periodo post-unitario. Concezione rafforzata dalle false teorie Lombrosiane e concretizzata nell’infame legge Pica del 15 agosto 1863, n. 1409 (“Procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Provincie infette”).

Non si spiega altrimenti l’ennesima generalizzazione. In questo caso è il Fatto Quotidiano a sputare in faccia ai cittadini onesti di San Luca. Espungere le brave persone da un panorama sociale complesso quale quello della locride è funzionale alla narrazione catastrofica alla quale gli italiani sono abituati. A San Luca devono essere tutti ndranghetisti, altrimenti cosa racconti ai tuoi lettori? La vulgata salgariana vende. Pensateci: si parla di una landa esotica, dove le anime sono tutte nere. Il titolo di buon selvaggio è conferibile esclusivamente post mortem (e solo se si è vittima di mafia). Il civile italiano può provare un brivido avventuristico stando seduto nel suo salotto distante poche centinaia di chilometri da questa Mompracen. Il dipinto è paradossalmente rassicurante e lo è perché la conferma dei propri pre-giudizi o delle proprie idee è rassicurante in se.

Leggiamo quindi (molte) frasi del tipo “Ma è quello che è avvenuto dopo che dà la dimostrazione plastica di come il territorio di San Luca e la sua società sia completamente infiltrata alla ‘ndrangheta.”, che lasciano intuire come la totalità della cittadinanza si fosse prestata allo squallido inchino (che purtroppo non è possibile negare).

Strano. Qualche riga più su l’articolista riportava che solo vicini di casa e parenti (plausibilmente persone dell’entourage di Giorgi, e non altri!) si erano prestati a questa ignominia. Quando si generalizza si tende a fare confusione e a perdere lucidità, pare.

Appare chiaro che tutti vengano sacrificati alla “sicurezza narrativa” di cui parlavo poco fa. Criminali e non. Poco importa se gli individui onesti (che ci sono!) vengono traditi due volte: la prima dai quei concittadini che il cancro lo omaggiano; la seconda da chi si dice cronista ma li abbandona, privi di speranze, alla generalizzazione più sconfortante. Quale speranza avranno le persone oneste, se per vendere qualche copia in più, le si ficca a forza nel novero di “partenti ed amici”?

Eppure i distinguo, i giornalettisti italiani, li sanno operare. Quello che avviene in merito ad Expo, vero e proprio vulnus all’onore della c.d. “capitale morale italiana“, è indicativo. Il GIP scrisse di ”Gravi superficialità” e di ”[..] convenienze” di “[…] soggetti appartenenti al mondo dell’imprenditoria e delle libere professioni” (insomma, dei Cumenda meneghini d.o.c.). Il Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, in conferenza stampa, aggiunge: ”Le organizzazioni criminali sono riuscite ad inserirsi nelle partecipate pubbliche”. Il Procuratore aggiunto Ilda Boccassini, dice che il commissariamento della Nolostand spa, società del gruppo Fiera Milano, attraverso cui gli arrestati sono accusati di aver ottenuto dalla Fiera di Milano 20 milioni di euro di appalti, è un messaggio che viene lanciato ai grossi gruppi e alle multinazionali per avvisarli che con i loro comportamenti colposi stanno consentendo infiltrazioni di associazioni mafiose. (ibid.)

Come si vede in questi casi l’aggettivo qualificativo “rafforzativo” indicativo di criminalità collettiva non viene usato per identificare tutti i lombardi. Solo per fare un esempio più chiaro: Crocetta, siciliano, potrebbe essere indagato per mafia; Maroni, lombardo, solo per collusione.

Prendiamo un altro esempio: Mafia capitale. Nonostante la capillare diffusione del fenomeno a tutti i livelli, non mi pare che i romani o Roma stessa siano stati “appiattiti” sul ruolo del caloroso fiancheggiatore. Evidentemente si pretende che il Calabrese si dissoci pubblicamente (così come il Musulmano onesto e rispettoso DEVE dissociarsi dai pochi pazzi estremisti). Ma a pretenderlo chi è? E’ proprio il lettore salottiero che si sente Sandokan per qualche minuto, e che non si capacita di quanto – a giudicare da quel che legge – certe cose “ci vadano bene”.

Eppure chi di mafia se ne intendeva (un certo Giovanni Falcone) ebbe modo di affermare che: “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni

Lettera morta. Lo stato da noi è assente, salvo quando si tratta di Equitalia o delle tornate elettorali. Inutile ricordare quanto i partiti nazionali continuino ostinatamente a proporre i soliti collusi, di volta in volta. Inutile dire che questo dovrebbe palesare quanto la mafia sia solo un sottosistema di una macchina più grande. Finché continueremo a leggere romanzi sulla “stampa”, finché al lettore del Fatto Quotidiano propineremo generalizzazioni continueremo a vedere film e cartoon dove basta far parlare il personaggio con un certo accento per comprenderne il ruolo a priori.

La vittoria definitiva contro le mafie, invece, inizierà quando avverrà il rovesciamento di queste logiche. Inizieremo a vedere la luce quando i cittadini di questa malnata nazione smetteranno di vederci come complici di una pena che scontiamo, e pretenderanno – ad ogni latitudine – che lo stato intervenga seriamente. La vittoria comincerà quando noi rovesceremo questa classe politica che delle mafie si è sempre avvalsa. Il riscatto si avrà quando abbatteremo quella classe politica che giustifica i mancati investimenti in aree come quella del porto di Gioia Tauro per il rischio di infiltrazioni mafiose, quando invece proprio lo sviluppo socio economico di determinate aree darebbe pesanti spallate ai criminali nostrani.

Lasciatemi concludere con una nota di speranza. I cittadini di San Luca non sono tutti dei ‘ndranghetisti, i calabresi non sono ‘ndranghetisti, i calabresi sono Antonio Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi che ha denunciato facendo arrestare dei mafiosi e che da quasi tre anni vive sotto scorta; sono Antonino De Masi imprenditore antimafia che vive ed opera nella Piana di Gioia Tauroal quale le abnche e le istituzioni hanno voltato meschinamente le spalle; sono Gaetano Saffioti che il 25 gennaio del 2002 dopo vent’anni di intimidazioni, estorsioni e testa china, decise di farla finita e riprendersi la sua libertà: si recò in procura e denunciò le ‘ndrine Piromalli e Bellocco che per decenni lo avevano privato della sua vita e del suo diritto di fare impresa: un eroe contemporaneo, un calabrese, imprenditore, testimone di giustizia; un motivo d’orgoglio per il quale sentirsi fieri di essere nati qui, nella terra dimenticata da Dio e dallo Stato.

C’è speranza. Chiediamo alla stampa di non abbandonarci, facendo di tutto il nostro popolo “carne da macello” attraverso svilenti generalizzazioni

Vittorio Feltri è un pagliaccio – L’ennesima puntata della ignobile farsa italiota chiamata “giornalismo”

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Il più asservito dei pennivendoli italiani, vero e proprio insulto vivente al concetto di Giornalismo, dà alle stampe (virtuali) una nuova squallida puntata della sua vicenda professionale.

Sappiamo già che Feltri ed i suoi scrivono nelle pause fra una salamelecco ed un inchino ai propri padroni, e che la frustrazione di questi signori si traduce spesso in isteriche arringhe destituite di ogni fondamento razionale o documentale. Non ci stupisce dunque che l’articolo di oggi si presenti come un coacervo delle solite scemenze, delle consuete imprecisioni, delle note inesattezze, della ridicola bile e dell’immancabile razzismo di marca Feltriana.

Si parla di Napoli Autonoma. Passi il fatto che il fogliaccio in questione sia così disinformato da non citare MO! Unione Mediterranea e Flavia Sorrentino in merito al progetto: le dinamiche dell’informazione sono rigide e concentrarsi sulla reale paternità della proposta sarebbe risultato in una disamina forse un po’ farraginosa. Questa concediamogliela: in via Majno preferiscono le boiate alla precisione giornalistica, lo sappiamo bene.

C’è altro su cui concentrarsi. Non si capisce, ad esempio, da dove queste penne eccelse desumano un’alleanza così stretta fra i soggetti coinvolti (De Magistris, De Luca, Scotto) e la Lega. Per certa gente, evidentemente, condividere la contingenza di un singolo progetto politico equivale ad apparentamento. L’idea che invece si tratti di Politica (ovvero compromesso, anche col peggiore avversario, in vista di un bene maggiore), non sfiora questi soggetti. Ci viene il sospetto che di Politica, sti personaggi, non capiscano un fico secco.

Come se non bastasse questa cantonata, il funambolismo logico prodotto riesce a legare la volontà di rinunciare a 259 milioni di euro (in cambio dell’autonomia amministrativa) con la fantasiosa elezione di Napoli a “Capitale Italiana degli sprechi”. Non si capisce il senso del passaggio. Non si leggono dati dai quali è dedotto questa presunto “primato” partenopeo. L’unica cosa che passa è il solito squallido razzismo antimeridionale, basato sul nulla. Ma si sa: la pattumiera (scusateci, ma non troviamo altri modi per definire la redazione di Libero) è ubicata a Milano. E’ arcinoto che la limpida aria della “Capitale Morale” possa dare alla testa. L’atmosfera, a quelle vette di onestà, è rarefatta. Expo non si vede quasi, da quelle altezze vertiginose!

Ecco qui l’opera d’arte (nel caso in cui aveste voglia di farvi venire l’ispirazione per una sana pernacchia)

Sud 2.0 – Due chiacchiere con Pino Aprile

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Il progetto Sud 2.0, architettato dallo scrittore meridionalista Pino Aprile e dall’ingegnere gestionale Agostino De Luca è ormai sulla rampa di lancio. Sud 2.0 è un progetto sociale che mira al lancio di start up innovative meridionali, giovanili e non, da finanziare e assistere allo scopo di favorire il rilancio economico del Mezzogiorno, facendo da sé, senza più aspettare e senza nulla chiedere. Insieme, Sud 2.0 si propone di fare informazione slegata dagli stereotipi e dai pregiudizi sul Mezzogiorno diffusi dai media nazionali. Sull’iniziativa, che sarà lanciata ufficialmente il 27 maggio a Campobasso, cui seguiranno altre presentazioni pubbliche nelle maggiori città, abbiamo intervistato Pino Aprile.


Ciao Pino. Raccontaci cos’è Sud 2.0

«Uno strumento per creare una rete di giovani imprenditori al Sud. Lanceremo una raccolta fondi (crowdfunding) per un milione di euro e con quei soldi (dipenderà dalla somma raccolta) faremo incubatori per aziende innovative di giovani del Sud (a regime, uno in ogni regione) e un quotidiano online che sostenga diritti e ragioni del Mezzogiorno. Su www.sud2-0.it c’è tutto. I giovani le cui idee saranno selezionate e finanziate, dovranno impegnarsi a non de-localizzare l’azienda, né a cederla ad altri, per almeno cinque anni, e ad avere intrecci societari, anche minimi, con le altre start up che nasceranno e con Sud 2.0. In modo da avviare una rete che si radichi nel territorio. I giovani aspiranti imprenditori riceveranno un finanziamento metà in servizi (ufficio, segreteria, assistenza legale, commerciale, bancaria e ogni consulenza necessaria, tutoraggio) e metà in soldi. Questa non è farina del mio sacco, ma di Agostino De Luca, giovane ingegnere gestionale, con anni di esperienza nelle due più grandi agenzia d’affari del mondo, prima di fondare la sua, pioniera in Italia nel genere (personal financial consulting). Il nostro intento è rafforzare la comunità meridionale e per questo c’è bisogno delle condizioni economiche per fermare l’esodo dei giovani e offrire una alternativa a chi volesse tornare. Capito che l’Italia non darà mai al Sud le stesse infrastrutture e opportunità che al Nord, il cui benessere si regge sulla subordinazione imposta al Mezzogiorno, l’unica strada per uscirne è far da soli».

Ma non è tutto qui. Parlaci del giornale. Qual è il suo scopo principale?

«Sud 2.0 è concepito per ricostruire la comunità meridionale che ha bisogno di lavoro (altrimenti i giovani se ne vanno), ma soprattutto di sapere e capire perché è desiderabile restare o tornare al Sud. E per questo, è necessario riscoprire i valori della nostra storia, della nostra terra, delle sue diversità, dei legami con gli altri.»

L’obiettivo finale di Sud 2.0? Qual è?

«Non c’è: è una linea spostata sempre più avanti. Abbiamo idea di dove si può arrivare; anzi, dove vogliamo arrivare, ma non ha senso parlarne ora. Quanto lontano andare dipenderà dalle adesioni al progetto (quindi aderite, aderite, aderite). Io avevo paura: la mia competenza è altra e il mio solo patrimonio è quel pizzico di credibilità conquistata in quasi mezzo secolo fra giornali e libri. La reputazione è come la verginità: si perde una volta sola e per sempre. Alla fine, mi hanno convinto: la tua bella faccia, lucida e al sicuro in un cassetto non è utile a nessuno. I soldi che raccoglieremo saranno restituiti al territorio nel modo che ho detto. Altre risorse ed eventuali guadagni, per statuto, saranno tutti reinvestiti. Dopo tre anni, si avrà un’idea di quanto vale Sud 2.0 e si metterà in vendita almeno metà delle quote, mirando a un azionariato popolare. Ma per altri due anni, tutti gli introiti saranno essere usati per creare lavoro, ricerca, sviluppo. Sud 2.0 e quel che ne deriverà deve esser “conveniente” o non servirà ad attrarre i giovani e generare futuro. Tutti devono esser pagati per quel che fanno, al meglio che si può (il volontariato se lo può permettere chi ha comunque un reddito). Chi scrive per il giornale avrà compensi decorosi, non i tre euro ad articolo che umiliano tanti ragazzi colpevoli di voler diventare giornalisti. Sud 2.0 è un progetto che poggia sulla fiducia in se stessi e negli altri. La campagna di crowdfunding parte il 15 giugno»

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