Noi i negri non li vogliamo – I Cuneesi dalla memoria corta

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Soffrono di una vera e propria amnesia, o è semplicemente un caso estremo di memoria selettiva quello che spinge i Cuneesi a dimenticare il “grande esodo” che li rese protagonisti, tra il 1876 e il 1914, di una massiccia emigrazione verso paesi quali la Svizzera, la Germania, la Francia e l’Argentina. Erano boscaioli, roncatoli di terra, pastori, mendicanti che quando la crisi agraria colpì il settore contadino preferirono abbandonare le loro terre per sfuggire alla precarietà e alla miseria.

Nel 1876, sul totale dei 34.509 emigranti italiani diretti in Francia, 21.233 provenivano dal Piemonte, in particolare dalle province di Torino e Cuneo. Tra il 1901 e il 1913 partirono alla volta dell’Argentina ben 151.030 piemontesi. Lo sa bene Papa Francesco, figlio di emigranti piemontesi, cosa significa sentirsi lontani dalle proprie radici, e dal Forum su migrazioni e pace lancia l’appello “proteggere i migranti è un imperativo morale”. Ma l’Argentina non accolse i cuneesi con cartelli intimidatori pregni di parole d’odio e razzismo quali “questo non è un consiglio, ma una minaccia, noi i PIEMONTESI non li vogliamo”; l’Argentina decise che gli immigrati dovevano essere integrati attraverso la scuola, l’istruzione e la conoscenza della lingua.

Si vede che la pancia piena rende la memoria corta, e la notizia che la casa delle opere parrocchiali avrebbe ospitato una ventina di migranti è bastata a scatenare un’ondata di odio in due piccole frazioni della provincia di Cuneo (Roata Canale e Spinetta), espressa in modo becero e gretto, attraverso fogli A4 dal contenuto inqualificabile, affissi un po’ ovunque dal portale della chiesa di Roata Canale alle pensiline dei bus, fino ad essere imbucati nelle caselle di posta dei referenti del comitato di quartiere, perché il messaggio fosse chiaro e diretto.

La vicenda è, come sempre, una storia di odio e di egoismo, perché la casa delle opere parrocchiali era stata costruita, anni fa, anche con i soldi degli abitanti delle frazioni per essere adibita ad asilo, poi il Comune ne costruì uno poco lontano e per decenni a causa della mancanza di fondi lo stabile era rimasto inutilizzato. Ora gli abitanti rivendicano il diritto di decidere chi è meritevole di assistenza e di aiuto. I bambini piemontesi sarebbero stati degni di occupare quegli spazi, ma i migranti no, non hanno pari dignità, non sono esseri umani in difficoltà, non rappresentano una risorsa o un arricchimento, ma solo un problema da evitare.

E potremmo pensare che l’iniziativa di pochi non sia sufficiente ad etichettare un intero paese come razzista, ma il problema è che non si tratta di “pochi singoli ottusi”. Il Vescovo di Cuneo, Monsignor Piero Delbosco, il 30 aprile ha incontrato circa 400 cittadini in un’assemblea pubblica e dopo circa due ore di dibattito dai toni accesi, in cui il vescovo aveva cercato di spiegare il progetto di accoglienza dell’associazione Ubuntu di Cuneo, l’incontro si è concluso con un secco: “Non li vogliamo”.

Ma se da una parte questa situazione sta mostrando a tutti le miserie di una comunità quanto meno poco solidale, dall’altra un messaggio di ottimismo e conforto ci viene dalle dichiarazioni del medico locale Corrado Lauro che opera in chirurgia generale all’ospedale Santa Croce di Cuneo. Il 25 aprile giorno della Resistenza dal nazifascismo, il Dott. Lauro, per condannare i toni inaccettabili dei manifesti razzisti, ha minacciato di non garantire l’assistenza sanitaria agli abitanti delle due frazioni di Cuneo, se non in caso di immediato rischio vita. E’ vero, sempre di dichiarazioni si tratta, ma non a caso il manifesto razzista è anonimo, mentre la presa di posizione contro l’egoismo e l’indifferenza porta un nome, un cognome e una faccia, e questa faccia a noi di Unione Mediterranea piace, e pure tanto!!!!

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Un commento

  • A costo di ripetere sempre la solita considerazione, ritengo che – tanto per cambiare – la colpa è dello stato. Che non è in grado di gestire questa gente che pure ha bisogno di aiuto. Purtroppo, ogni volta che si presenta qualche evento, la feccia del sottobosco è pronta ad inserirsi. Quante ne abbiamo sentite! Forse il paragone con l’Argentina non è del tutto condivisibile. Quelle erano zone in gran parte da popolare (come gli USA che ora non accettano più nessuno perchè pressati da altre parti). A mio avviso è un problema di organizzazione, settore in cui gli italiani – tutti – non hanno mai brillato. Poi, come accennato, ci sono i furbi i cui agganci ad alto livello sono tali che non ci fai niente. Forse si può anche capire la rabbia della gente. Ma mai da esternare in quel modo. Che fare? Per queste brevi osservazioni su riportate devo confessare di essere pessimista.

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